In Attesa Dei Waterboys, Ecco Il Violinista “Apicoltore”. Steve Wickham – Beekeeper

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Steve Wickham – Beekeeper – Man In The Moon Records

Molti appassionati di musica conosceranno Steve Wickham, e il suo virtuoso violino, per la sua ultratrentennale partecipazione come membro fisso dei grandissimi Waterboys del “pard” di vecchia data Mike Scott (che lo reputa il più bravo violinista rock del mondo), collaboratore anche di “personcine” di spessore tra i quali ricordiamo Bob Dylan, Elvis Costello, Sinead O’Connor, e per il suo debutto in sala di registrazione con gli U2 nella celeberrima Sunday Bloody Sunday su War, nel lontano ’82, e in quel periodo fu anche il violinista dei bravi, ma “dimenticati”, In Tua Nua. Chi conosce ed apprezza il buon Steve, deve sapere che il “nostro” aveva esordito da solista con Geronimo (04), un lavoro passato quasi inosservato dalle nostre parti (e non solo), una dozzina di brani dagli  alterni risultati benché fosse supportato da validi collaboratori, alcuni li ritroviamo anche in questo secondo Beekeeper: musicisti come Katie Kim, Ger Wolfe, The Lost Brothers, David Hood (Traffic e Rockets, ma anche una delle colonne dei Muscle Shoals Studios,  padre di Patterson Hood), Oleg Ponomarev, Bruno Calciuri, Joe Chester (chitarrista nei Waterboys e produttore di Hozier), la brava Camille, come non poteva certo mancare il suo “capo” Mike Scott, per un buon lavoro concepito con cura e splendidamente suonato, in parte registrato nei Sligo Magic Room Studios, con la direzione di Brian McDonagh dei Dervish, e l’altra metà nei Cauldron Studios di Dublino.

Diciamo subito che quasi la metà delle tracce di Beekeeper sono strumentali, anche se il brano d’apertura And The Band Played On vede subito Steve esibirsi come vocalist e volutamente senza il violino, con ai cori la cantante pop Katie Kim, omissione che viene subito rettificata dal breve strumentale Two Thousand Years, come pure nella successiva ballata celtica dedicata all’isola di Coney, cantata dalla bella voce tenorile di Ger Wolfe (cantautore irlandese di pregio), e la strumentale “giga” The Here. Si prosegue con una dolce melodia di paese come Fractured, con l’accompagnamento dei Lost Brothers e di David Hood al basso, valorizzata dall’uso della pedal steel e del violino di Steve, seguita da una composizione che dura solo 72 secondi per violino e pianoforte, The Bohemian, mentre con Stopping By Woods arriva l’inconfondibile voce di Mike Scott, brano che inizia con un basso pulsante poi entra il violino di Steve, per un pezzo che sembra lontano dalle abituali coordinate dei Waterboys (ma neppure troppo); a questo punto arriva forse il momento più alto del disco con l’impiego della voce femminile di Camille O’Sullivan (cantante e attrice irlandese) con Silence Of A Sunday, una canzone da “femme fatale” sussurrata da Camille, con l’uso di piano, chitarra acustica e un melanconico clarinetto.

La parte finale vede protagonista il polistrumentista russo Oleg Ponomarev che gareggia in bravura con Wickham nello strumentale Cells Of The Heart Which Nature Built For Joy, per poi passare al brano più gioioso dell’album Love’s Dark Sisters (Sombres Soeurs De L’Amour), cantato in lingua madre dal cantante francese Bruno Calciuri, mentre la dolcissima e sofferta Song Of The River è interpretata da Joe Chester (uno dei più celebri cantautori irlandesi contemporanei), ed è accompagnata nuovamente dal magico violino di Steve, protagonista anche nelle note strumentali della straziante e conclusiva Cockcrow. Steve Wickham certamente non sarà mai un personaggio di primo piano,  uno di quegli artisti che cavalcano le mode e riempiono le radio della loro musica, ma credo che il panorama musicale abbia bisogno anche di interpreti come lui, onesti e sinceri, lontani mille miglia dalle leggi del mercato,  un poliedrico musicista che fino ad ora avevamo potuto apprezzare per le sue prestazioni al servizio degli altri, ma in Beekeeper finalmente lo possiamo applaudire per un progetto completamente suo, composto da canzoni di eccellente “miele sonoro”. Non finirà certamente nelle liste di fine anno, ma ha fatto davvero un buon disco il buon Mr. Wickham, in attesa a settembre di nuove avventure con gli amati Waterboys nel nuovo Out Of All This Blue.

Tino Montanari

Un Tedesco “Americano”. Markus Rill & The Troublemakers – Dream Anyway

markus rill dream anyway

Markus Rill & The Troublemakers – Dream Anyway – Blue Rose

Markus Rill è nato a Francoforte, Germania, nel 1970: non il primo posto dove uno può innamorarsi della musica “Americana”. Ma un viaggio di studio ad Austin, per completare gli studi, può sicuramente aiutare, anche a conoscere la musica di Guy Clark e Townes Van Zandt, che, uniti alla passione per l’immancabile Bob Dylan, forgiano i gusti del giovane Markus, che negli anni ’90 inizia a fare musica. E nel 1996 sarà l’opener del concerto di uno dei suoi idoli, Van Zandt, quando il texano passa dalla Germania per un concerto. Nel 1997 Rill pubblica a livello indipendente il suo primo album Gunslinger’s Tales, poi, nel corso degli anni, ne seguiranno parecchi altri, una decina in tutto, perlopiù su Blue Rose, di cui tre registrati a Nashville, con molti musicisti locali, e ristampati in un box quadruplo The Nashville Albums, che contiene anche un quarto album, dove molti colleghi di etichetta re-interpretano le sue canzoni in una sorta di omaggio.

Questo Dream Anyway è’ il secondo disco che registra con i Troublemakers, la sua band tedesca, e segue My Rocket Ship, che aveva avuto giudizi contrastanti, ancorché abbastanza positivi. Sin dalla foto di copertina, che lo vede di fronte ad un microfono vintage con ciuffo d’ordinanza, si capisce perché gente come Tom Waits e Bonnie Raitt ha espresso apprezzamento per il tuo lavoro, come pure Rosanne Cash, Gretchen Peters e Ray Wylie Hubbard, che, con ironia, si è spinto a dire, “se vi piacciono le boy bands probabilmente odierete Markus Rill”, che anche per chi scrive è un grandissimo complimento. I tredici brani del nuovo album hanno, a tratti, un’aria da heartland rock quasi alla Mellencamp o alla Springsteen vecchia scuola, per esempio la bellissima Something Great, che apre le operazioni con una verve ed una grinta che non sempre si riscontrano nei suoi dischi. Walk On Water, con i suoi intrecci di mandolini, bouzouki e chitarre acustiche, è un bel pezzo di folk-rock con una melodia ricorrente che ti rimane in testa, sicuramente aiutata dalla voce calda ed espressiva di Rill, che forse non è un grandissimo cantante, ma se la cava egregiamente, mentre The Pauper’s Daughter, con la voce di supporto della tastierista e suonatrice di fisarmonica Manuela Huber, è più intima e raccolta, ma sempre godibile nella sua semplicità. Caroline’s Confession, con banjo e fisa a fronteggiare le due chitarre elettriche ricorda la musica di certi cantautori irlandesi, ma di scuola americana, come Paul Brady o Luka Bloom, notevole il solo di chitarra di Marco Hohner nella lunga outro del brano.

Molto piacevole il country-folk della deliziosa Poor man’s set of wheels, che ricorda certe cose dei Lowlands dell’amico Ed Abbiati, tra America e Scozia come impronta sonora (qualcuno ha anche detto Waterboys?) In effetti anche Mike Scott potrebbe essere tra le influenze di questo musicista. Losing My Mind è la classica ballata da cantautore consumato, dolce ed avvolgente, grazie all’intreccio tra chitarre acustiche, elettriche e tastiere. Ovviamente avrete capito che il “country” di questo album è quello che arriva dall’Other Side Of Nashville, quello intriso di musica delle radici, che qualcuno chiama “americana” anche se non tutti apprezzano il termine. The Girls On The Polka Dot Dress con il suo riff alla Buddy Holly, torna a “roccare” decisa, con un bel drive di batteria e le armonie vocali di Manuela e Marco, che poi rilascia un breve assolo di slide. Over Long Ago, una storia di abuso sui bambini, si regge sul lavoro del piano, ben sostenuto da contrabbasso e batteria spazzolata, oltre ad una lap steel appena accennata, con Hands Of mercy, dalla costruzione sixties, grazie al jingle-jangle della chitarra, al suono dell’organo farfisa e alle delicate armonie vocali, ha un’aria più scanzonata. E Some Democracy è la folk song sugli inganni della “politica”, la canzone più impegnata del disco, anche se l’arrangiamento con banjo e armonica non ha forse la grinta che ci si aspetta, vagamente alla Cockburn, ma il canadese le fa molto meglio. Better, come dice il titolo, è decisamente meglio, un pezzo rock dall’appeal vagamente pettyano, con un bel apporto da parte delle chitarre elettriche, Roll Along ha un buon lavoro di Rill alla chitarra Resonator, ma non decolla, come altri brani dell’album, e questo è forse il difetto del disco, buono nell’insieme ma senza troppi picchi qualitativi, salvo, per esempio, proprio nella conclusiva Dream Anyway, di nuovo ricca di grinta rock’n’roll, con una bella armonica springsteeniana.

Bruno Conti

“Ho Visto Il Futuro Del Rock’N’Roll E Il Suo Nome E’ Michael McDermott!”, Ovvero Dischi Così Springsteen Non Ne Fa Più! Westies – Six On The Out

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The Westies – Six On The Out – Pauper Sky Music/Appaloosa/Ird 

Forse il titolo è un’iperbole esagerata e si poteva già usare negli anni ’90, ma indubbiamente sulla carriera di Michael McDermott, oltre ai suoi eccessi, ha pesato anche una frase di Stephen King che faceva il paio con “ho visto il futuro del rock’n’roll” detta da Jon Landau nel 1974 su un certo Springsteen, o sui vari altri “nuovi Dylan” di quegli anni, da Elliott Murphy a John Prine, oltre allo stesso Bruce. La frase di King diceva letteralmente, “uno dei più grandi cantautori del mondo e forse il più grande talento non riconosciuto del rock’n’roll degli ultimi 20 anni”, nelle note di presentazione del terzo, omonimo album di Michael, uscito nel 1996, bellissimo come i primi due 620 W. Surf https://www.youtube.com/watch?v=jahVGhCsOKM  e Getshemane. Da lì fu il principio della fine, McDermott entrò in una spirale di droga e alcol, alimentata anche dal fatto di sentirsi una sorta di Padreterno, come testimoniavano tutte le recensioni fantastiche dei suoi primi album. Ma non le vendite: allora come oggi ci volle un attimo perché la sua casa discografica gli desse una pedata nel culo, senza un ringraziamento. E il nostro amico si trovò catapultato in questo mondo parallelo dove lui non era più “la grande speranza bianca del R&R” ma un cantautore tra i tanti (pur sempre di talento) che continuava a produrre buoni album che, salvo in alcuni momenti, non avevano più quella scintilla globale di genio che caratterizzava i primi dischi.

Per accorciare la storia, già raccontata molte volte dal sottoscritto http://discoclub.myblog.it/2014/05/05/singer-songwriter-eccellenza-michael-mcdermott-and-the-westies-west-side-stories/ , nel 2009, grazie anche all’Italia, dove conosce e poi sposa, a Ferrara, Heather Horton, quella che oggi è anche la mamma di sua figlia, fedele compagna musicale, come violinista e seconda voce, in questa rinascita artistica, che già aveva mostrato i primi frutti con Hit Me Back nel 2012 e poi ha raggiunto la sua completa fruizione nella creazione dei Westies, gruppo che opera nell’area di Chicago, dove Michael McDermott vive da alcuni anni e si esibisce spesso: prima con l’ottimo album West Side Stories, nel 2014, disco che lo riportava quasi a vertici delle prime prove ed ora con questo Six On The Out che conferma la sua ritrovata vena compositiva. Paragonato da King a Springsteen e Van Morrison, McDermott è sicuramente un rocker, ma ha anche una notevole capacità letteraria nei suoi testi, musicalmente si destreggia bene anche in lidi che lo avvicinano al folk ed alla musica celtica, grazie alla presenza del violino ammaliante di Heather Horton e alla capacità di scrivere ballate rock che sono pura poesia sonora, come l’iniziale If I Had The Gun, dove la sua voce roca e vissuta si erge su un accompagnamento dove si apprezzano anche le chitarre del bravissimo Will Kimbrough e di John Pirruccello, che sostituiscono Joe Pisapia e Daniel Tashian, che avevano suonato nel disco precedente. Lex Price, il bassista, che suona anche bouzouki, mandolino e chitarra acustica, è di nuovo il produttore dell’album, mentre Ian Fitchuk, il batterista, si occupa anche delle tastiere.

Il disco, come il precedente, in Italia esce per la Appaloosa, con bella confezione digipack con i testi e traduzione in italiano, cosa che permette di apprezzare ancora di più i testi delle canzoni di McDermott. Pauper’s Sky è un bel mid-tempo rock, nella migliore tradizione di quel blue-collar springsteeniano, di cui il nostro è tuttora grande portavoce o rappresentante (nonché grande fan e ammiratore, con intere serate a lui dedicate https://www.youtube.com/watch?v=UpEpINoxKN0), scegliete voi il termine, comunque gran bella musica, incalzante ed intensa come si conviene a questo tipo di brani. Parolee, tra mandolini, chitarre acustiche e violini, ha quell’aura celtic-rock di certi brani dei Waterboys, se Springsteen ne fosse stato il cantante,  elettroacustica, bellissima, con tocchi di organo e le celestiali armonie vocali di Heather Horton a rendere più affascinante il tutto, anche Dylan ed Eric Andersen tra i riferimenti, secondo me; anche The Gang’s All Here rimane su queste coordinate sonore, molto pastorali ed eteree, con il penny whistle di John Mock che accentua questo delizioso spirito irish. Like You Used To, cantata da Heather Horton, è un’altra dolcissima ballata di purezza cristallina, suonata in punta di strumenti dai Westies, che qui si confermano vero gruppo, con un suono ben definito e di grande fascino, il breve solo di Kimbrough è tutto da godere.

Everything Is All I Want For You mi ricorda certe cose raffinate di Elliott Murphy, un altro che quanto a fare buona musica rock non è secondo a nessuno, Splendida Henry McCarthy, una solenne rock ballad dal suono avvolgente che ci catapulta da New York a Silver City, sulle tracce di Billy The Kid, con Santa Fe che accelera i tempi per un’altra border song, tra rock, country e di nuovo il Boss, suonata in modo divino, come pure il lamento folkie iniziale di una delicata Once Upon A Time, che poi si apre a mano a mano in un superbo crescendo da godere in religioso silenzio. Molto bella anche This I Know, ma non c’è un brano scarso in questo Six On The Out, che si conclude con la lunga Sirens, altra canzone splendida che conferma il ritorno di Michael McDermott ai livelli che gli competono, cioè quelli di uno dei migliori cantautori in circolazione. Sentire per credere.

Bruno Conti