Una Nuova “Tosta” Country Girl. Jaime Wyatt – Felony Blues

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Jaime Wyatt – Felony Blues – Forty Below EP/CD

E’ da un po’ di tempo che l’EP è tornato, anche se sotto forma di CD, un supporto diffuso, soprattutto tra i giovani cantanti e le band che vogliono farsi notare ma non hanno, per diverse ragioni, la possibilità di pubblicare un full length, oppure desiderano semplicemente battere il ferro finché è caldo tra una pubblicazione e l’altra. Ho ancora nelle orecchie lo splendido mini CD Workin’s Too Hard di Rayna Gellert che mi ritrovo tra le mani un altro EP al femminile, da parte di una musicista stavolta esordiente, Jaime Wyatt, proveniente da Los Angeles. Le similitudini fra le due ragazze si fermano però al tipo di supporto pubblicato, dato che la Gellert è una folksinger che esegue i suoi brani, perlopiù acustici, accompagnata da tre strumentisti in croce, mentre la Wyatt è una country girl dall’aspetto gentile ma dal piglio deciso, che suona in mezzo ad un tripudio di chitarre elettriche, violini, pedal steel e banjo. Felony Blues è il suo biglietto da visita, un dischetto composto da appena sette canzoni che rivela un’artista grintosa e capace di intrattenere senza strafare, ma proponendo un country-rock elettrico di grande immediatezza e dal suono diretto, con musicisti di buona levatura (tra cui il bassista di Shooter Jennings, Ted Russell Kamp, cantante lui stesso, ed un ospite speciale che vedremo tra poco) ed una produzione asciutta ed essenziale ad opera di Drew Allsbrook, un giovane produttore di L.A.

La stampa locale ha definito Jaime una diretta discendente dell’Outlaw Country, e ciò non è distante dal vero, ma io vedo tracce anche di country californiano, come nella turgida Wishing Well posta in apertura del CD, un country-rock solare, elettrico e spedito, dalla melodia che prende all’istante, e con la voce della Wyatt che trasuda feeling e personalità; Your Loving Saves Me si mantiene sullo stesso livello qualitativo, ha il tipico sound della West Coast e vede la partecipazione alle armonie vocali di Sam Outlaw, uno dei migliori countrymen del momento: il ritornello vibrante e le belle chitarre fanno il resto. La languida From Outer Space è una delicata ballata pianistica, punteggiata da una bella steel sullo sfondo, uno slow serio e non compromesso con le sonorità di Nashville (ed il motivo centrale è ancora una volta azzeccato), la frizzante Wasco sta giusto a metà tra country classico ed outlaw music, con una leggera preponderanza per il secondo genere, in quanto sembra di stare di fronte ad una versione femminile di Waylon Jennings (chi ha detto Jessi Colter?), mentre Giving Back The Best Of Me è un lento acustico ed interiore, che dimostra che Jaime è a suo agio anche in atmosfere più intime. L’EP (trenta minuti giusti, ci sono comunque album che durano meno) si chiude con la grintosa Stone Hotel, altro country robusto e non avvezzo a sdolcinature, e con la toccante Misery And Gin, suadente ballata (con una splendida steel) che ci lascia con la voglia di ascoltarne ancora.

Jaime Wyatt è un nome da segnarsi, e sono curioso di sentirla alle prese con un vero album, spero a breve.

Marco Verdi

Una Grande Serata Di Vero Country In Quel Di Austin! Outlaw: Celebrating The Music Of Waylon Jennings

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Outlaw: Celebrating The Music Of Waylon Jennings – Legacy/Sony CD/DVD

Splendido tributo alla musica di Waylon Jennings, uno dei più importanti musicisti country di tutti i tempi, vera leggenda in Texas, ed esponente di punta insieme a Willie Nelson del cosiddetto movimento “Outlaw Country”, che negli anni settanta si contrapponeva al country più commerciale che veniva prodotto a Nashville. Il concerto si è tenuto quasi due anni fa, il 6 Luglio del 2015, al Moody Theatre di Austin, ed è stata una grande serata, nella quale si sono dati appuntamento una lunga serie di amici e discepoli di Waylon (più i secondi dei primi, purtroppo molti sono da tempo in cielo a far compagnia a Jennings) per suonare alcuni tra i brani più noti del grande texano, la cui influenza si è fatta sentire di più dopo la scomparsa (avvenuta nel 2002 in seguito a complicazioni dovute ad una grave forma di diabete, ma conseguenza di una vita nella quale il nostro non si era fatto mancare niente) che nel periodo di attività, complice una discografia non sempre all’altezza, specie negli anni ottanta. Ora la Legacy pubblica finalmente il resoconto di quella serata, in versione CD con DVD allegato, in modo da far godere anche noi delle performances dedicate a Waylon, un concerto nel quale gli invitati hanno dato veramente il meglio di loro stessi, sia i fuoriclasse (e ce n’erano parecchi), sia quelli che a prima vista poco c’entravano con il barbuto countryman texano; in tutti i brani, poi, troviamo la solita house band da sogno che non manca mai in queste occasioni: Don Was al basso, produzione e direzione musicale (ed ultimamente il riccioluto Don non se ne perde uno di questi tributi), Buddy Miller e Patrick Buchanan alle chitarre, Matt Rollings alle tastiere, l’ottimo Robby Turner alla steel guitar, Mickey Raphael all’armonica (da sempre nella band di Willie Nelson), ben due batteristi (Raymond Weber e Richie Albright) e tre coristi.

Il DVD rispetto al CD contiene due brani in più (curiosamente entrambi con protagonista Sturgill Simpson, che quindi nella parte audio non compare – NDM: la presente recensione è fatta sul CD, sorry Sturgill…) più varie interviste agli ospiti che parlano chiaramente di Waylon; da segnalare purtroppo l’assenza di Billy Joe Shaver, che si può spiegare forse solo con il suo precario stato di salute, anche se è una mancanza che pesa non poco. La serata inizia alla grande con una delle performances migliori, grazie all’ottimo Chris Stapleton che propone una versione mossa e tonica, decisamente rock’n’roll, di Ain’t Living Long Like This, il brano di Rodney Crowell che Waylon fece suo nell’ormai lontano 1979, un avvio potente e trascinante, con ottimi interventi di piano e steel; il figlio di Waylon, Shooter Jennings, non si fa contaminare da sonorità strane come spesso fa ultimamente nei suoi dischi, anzi riesce anche a toccare le corde giuste con Whistlers And Jugglers, uno slow classico e con la giusta dose di pathos (splendido Rollings al piano, e strepitoso il finale chitarristico, molto southern), mentre la riunione di famiglia continua con la moglie di Waylon, e madre di Shooter, Jessi Colter, che emoziona con la sua Mona (se siete veneti non fraintendete quest’ultima frase per favore), solo voce e piano ma tanto feeling.

Sale sul palco la prima leggenda vivente della serata: Bobby Bare è un contemporaneo di Waylon, ed uno dei grandi del country, e la sua Only Daddy That’ll Walk The Line è piena di ritmo e grinta nonostante l’età avanzata del nostro; la voce limpida di Lee Ann Womack affronta molto bene la melodica Ride Me Down Easy (proprio di Shaver) e, in duetto con Buddy Miller, la cristallina Yours Love, ed anche il bravissimo Jamey Johnson strappa applausi a scena aperta con Freedom To Stay, country ballad classica cantata con il cuore in mano. La brava Kacey Musgraves sembra ferma agli anni sessanta, sia come stile che come look, e con The Wurlitzer Prize mantiene entrambi i piedi ben saldi in quel periodo, mentre Robert Earl Keen è uno dei migliori texani della generazione successiva a quella di Waylon, ma questa sera la sua rilettura di Are You Sure Hank Done It This Way ha qualcosa che non va, troppo elettrica e rock, quasi monolitica, molto meglio l’arrangiamento originale; Kris Kristofferson non ha certo bisogno di presentazioni, è uno dei grandissimi e non solo della musica country, uno che potrebbe cantare qualsiasi cosa: stasera sceglie I Do Believe, uno slow dall’accompagnamento leggero e con al centro la voce vissuta di Kris che, inutile dirlo, la fa diventare quasi una sua canzone. Strepitoso Ryan Bingham con Rainy Day Woman, in un arrangiamento grintoso e rock ma rispettoso della struttura country dell’originale, un brano che la voce ruvida di Ryan affronta senza problemi (e la steel di Turner è monumentale); sale sul palco Alison Krauss per due pezzi, la dolcissima Dreaming My Dreams With You (splendida la voce della bionda cantante e violinista) e, con Jamey Johnson, una mossa, ritmata e coinvolgente I Ain’t The One, dal deciso sapore sudista.

Toby Keith ed Eric Church non sono certo tra i miei countrymen preferiti, ma stasera non deludono, anzi convincono con due riletture serie e sentite di Honky Tonk Heroes e Lonesome, On’ry And Mean rispettivamente. E’ la volta del grande Willie Nelson, che sale sul palco e non scenderà più fino alla fine: Willie non è più quello di qualche anno fa, canta a fatica, in alcuni momenti sembra perfino a corto di fiato, ma ovviamente non poteva mancare, e comunque sopperisce con la sua presenza magnetica ed il suo immenso carisma (e poi chitarristicamente è ancora un portento); inizia da solo con la nota ‘Til I Gain Control Again, ancora di Crowell, e, in duetto rispettivamente con Keith e Stapleton, le mitiche Mammas Don’t Let Your Babies Grow Up To Be Cowboys e My Heroes Have Always Been Cowboys, entrambe splendide, tra gli highlights dello show. Finale da urlo con la meravigliosa Highwayman, con Willie e Kris che fanno loro stessi, Shooter al posto del padre e Johnson in luogo di Johnny Cash, e poi tutti sul palco per la celebrazione finale con Luckenback, Texas, una delle canzoni-manifesto di Waylon. Un ottimo tributo: era ora che a tredici anni dalla sua scomparsa qualcuno si decidesse ad omaggiare Waylon Jennings in maniera adeguata.

Marco Verdi

Buona Musica Country…Il Titolo Fa Fede! Frank Foster – Good Country Music

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Frank Foster – Good Country Music – Lone Chief Records CD

Frank Foster, originario della Louisiana, è un vero countryman, di quelli dal pelo duro e che preferiscono le chitarre ai violini: esordiente nel 2011, Frank sta viaggiando alla media di un disco all’anno, ed i suoi album sono tutti contraddistinti da una musica vigorosa, piena, solida e senza compromessi con le sonorità tipiche di Nashville. Nonostante questo, Foster si è creato un discreto seguito, ed i suoi ultimi tre lavori hanno anche venduto egregiamente, il tutto rimanendo fieramente indipendente. Good Country Music, titolo che è tutto un programma, prosegue il cammino intrapreso nel 2011 con Rowdy Reputation, proponendo dieci nuove canzoni ben scritte (tutte da Frank, sia da solo che con altri) e suonate da un gruppo non molto ampio di musicisti pressoché sconosciuti ma di grande sostanza e solidità: country chitarristico, forte, decisamente imparentato col rock, eseguito senza fronzoli e con massicce dosi di feeling. Niente di più, ma quando le canzoni sono del livello di quelle contenute in Good Country Music non servono duetti con ospiti famosi, produttori alla moda o voli pindarici di sorta: qui si sta con i piedi per terra, e quello che si fa lo si fa nel modo giusto. Unwind, una potente country ballad elettrica, apre benissimo il CD, con un suono pieno, voce profonda del leader e stacchi chitarristici che di country hanno poco; Come On Over, ancora robusta, sta giusto a metà tra country e southern music, sembra quasi Charlie Daniels quando è in forma e ha voglia di roccare.

Back Road Buzz è un rockin’ country dal ritmo alto e decisamente coinvolgente, e che immagino darà il suo meglio dal vivo, mentre la cadenzata Where The Road Gets Rough ha uno sviluppo suggestivo ed una melodia molto godibile, ed è nobilitata dall’uso dell’organo, un brano che coniuga fruibilità e buona musica, un po’ il manifesto del credo musicale di Frank. Red Bird è uno slow ancora con umori sudisti, e Foster canta in maniera decisamente espressiva, Gabriel è ancora country maschio e solido, figlio di primo grado di Waylon Jennings, mentre la limpida title track è esattamente come da titolo, ed è proprio la più country finora, perfetta anche come eventuale singolo. La lenta e pianistica Louisiana, struggente ode alla sua terra natìa, è forse la più intensa del CD, con la steel che accarezza sullo sfondo la melodia e la solita ottima prova vocale del nostro; il dischetto si chiude con la spoglia Pete And John, solo voce e chitarra ma con buona dose di pathos, e con la fluida Carolina Blue, altro lento ma stavolta con tutti gli strumenti coinvolti, e pure con un certo vigore. Frank Foster continua a non voler abbandonare la sua strada, e dopo l’ascolto di Good Country Music non posso che essere d’accordo con lui.

Marco Verdi

Tra Texas, Alabama E Più Di Uno Sguardo Al Passato! Paul Cauthen – My Gospel

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Paul Cauthen – My Gospel – Ligthning Rod CD

Esordio sorprendente per un giovanotto texano di ottime speranze: Paul Cauthen è un musicista cresciuto a pane ed outlaw country, ma nel suo background troviamo anche soul, rhythm’n’blues e gospel dell’Alabama, ed il titolo del suo debut album, My Gospel, è sintomatico. Ma Paul non si è limitato ad ispirarsi a certe sonorità classiche degli anni sessanta e settanta, ma è proprio andato sul luogo del delitto: gran parte di My Gospel, infatti, è stato inciso ai leggendari FAME Studios di Muscle Shoals (oltre a Los Angeles e Dallas), un posto che ha visto nascere alcune tra le più belle pagine della musica americana ed i cui muri trasudano storia (si fa prima a citare chi non ci è passato, ma l’elenco sarebbe talmente lungo che occuperebbe lo spazio di due recensioni, faccio solo cinque nomi: Aretha Franklin, Otis Redding, Duane Allman, Don Covay, Solomon Burke), e lo ha fatto non con musicisti locali, ma usando gente conosciuta da lui (anche se all’organo in un brano c’è il grande Spooner Oldham), ricreando però le sonorità e le atmosfere di quaranta-cinquanta anni fa, con l’aiuto del giovane ma valido produttore Beau Patrick Bedford.

La base di partenza è country, ma l’uso di cori, organo e pianoforte danno a parecchie canzoni (tutte scritte da Cauthen) un feeling decisamente sudista, e la bravura nel nostro nell’interpretarle con buona dose di feeling fa il resto, facendo di My Gospel un disco che non sembra affatto un’opera prima, ma il frutto di anni di lavoro di un artista già esperto. Still Drivin’ apre il CD con un puro outlaw sound, dalla vocalità del nostro (molto Waylon), al ritmo, all’approccio ruvido e chitarristico, un brano tosto e vibrante ma nel contempo accessibile, ancora senza contaminazioni sudiste. La spedita I’ll Be The One cambia subito registro, assumendo toni errebi molto sixties, con una melodia gradevolissima ed uno sviluppo che va via fluido come un treno: ci sono vaghe somiglianze con Nathaniel Rateliff, anche se qua c’è più soavità e meno forza; As Young As You’ll Ever Be è tutta costruita attorno ad un motivo molto southern ed una strumentazione parca, con ottimi inserti di pianoforte ed un’atmosfera decisamente soulful.

Grand Central è uno slow intimo ma dal grande pathos con un arrangiamento d’altri tempi, un country-soul molto bello, splendidamente anni settanta ed un leggero tocco gospel, una piccola grande canzone in poche parole; Saddle sta giusto a metà tra outlaw country e southern soul, un mix stimolante e di sicuro impatto, mentre Once You’re Gone è una bellissima ballata country & western, ancora legata a sonorità classiche ed una melodia emozionante (splendido l’uso del pianoforte da parte dello stesso produttore Bedford). Marfa Lights è più interiore, non è male ma è quella finora di minore impatto, anche se come arrangiamento siamo dalle parti giuste; Be There Soon (il pezzo con Oldham) è puro gospel, di elevata intensità e con un coro femminile che dialoga alla grande con Paul, mentre Hanging Out On The Line, pur mantenendo anch’essa elementi gospel, è più mossa e diretta, con un refrain di grande bellezza. L’album, una bella sorpresa per feeling e creatività, si chiude con la country ballad pianistica Let It Burn, ancora caratterizzata da un motivo decisamente riuscito, e con la title track, un finale perfetto, un pezzo da brividi cantato in maniera magnifica e con il solito splendido coro, una delle più belle del disco.

Se Paul Cauthen è già a questi livelli nell’album d’esordio, è lecito aspettarsi grandi cose nel prossimo futuro, ed il fatto che sia texano mi fa pensare che non resteremo delusi.

Marco Verdi

Tra Country E Letteratura, Alla Maniera Texana! Zane Williams

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Zane Williams – Bringin’ Country Back – Texas Like That CD

Nel mondo della musica country, texana e non, solitamente i testi non hanno un’importanza determinante: il più delle volte le canzoni girano intorno agli stessi argomenti, che siano cowboys, donne, macchine, bevute in compagnia o da soli, cuori infranti e, nei casi più estremi, bad boys. Per questo un artista come Zane Williams, texano di Abilene, è visto come un’anomalia, in quanto coniuga ad una musica molto diretta ed elettrica, al 100% riconducibile al Lone Star State, una serie di testi poetici, letterari, spesso introspettivi e proprio per questo decisamente contrastanti con il tipo di suono proposto. Zane non incide per una major, è nato e probabilmente morirà indipendente, troppo vera e ruspante la sua musica e troppo poco omologati i suoi testi per poter interessare il dorato, ma anche vuoto, mondo di Nashville: ma al nostro va bene così, ha sempre inciso con regolarità dal 2006 in poi ed è sempre riuscito a pubblicare i suoi lavori, oltre ad ottenere ingaggi per poter suonare dal vivo.

Bringin’ Country Back è il suo sesto album, un anno dopo Texas Like That (in mezzo anche un’antologia, intitolata Snapshot, con un brano nuovo) e, se possibile, preme ancor di più l’acceleratore su un tipo di musica molto texana, un country rock intenso, ritmato, maschio e vibrante, con un ristretto gruppo di musicisti non famosi ma che badano al sodo, e la produzione asciutta di Erik Hearst (Josh Abbott Band, Eli Young Band). Piccola curiosità: il titolo del CD, Bringin’ Country Back, gli è venuto in mente dopo aver assistito ad un concerto di Cody Jinks, altro countryman con le palle ed autore di un disco tra i più belli dell’anno nel suo genere, I’m Not The Devil. Il disco si apre proprio con la title track, una country song decisamente texana, figlia di Waylon e con un accompagnamento robusto ed elettrico (anche violino e steel suonano guizzanti e per nulla languidi), e Zane ha la voce giusta. La saltellante Honkytonk Situation ha nel titolo quello che potete aspettarvi, con la memoria del miglior George Jones (che, non dimentichiamo, era texano pure lui), mentre Slow Roller è limpida e distesa, con il canto più rilassato del nostro ed un buon refrain.

Hello World, ancora mossa, è puro country rock, sapido e godibile, la ritmatissima Church Of Country Music è un gustoso swing elettrico, una modernizzazione con un pizzico di rock della lezione di Bob Wills; That’s Just Me ha un leggero retrogusto southern, sia per l’uso del piano elettrico che per il sapore errebi, I Don’t Have The Heart è invece una ballata dai toni comunque non smorzati, anzi nel ritornello il ritmo è sempre alto, mentre la bella You Beat All I’ve Ever Seen è uno slow di stampo western e condito dalla solita melodia diretta. Keep On Keepin’ On, caratterizzata da un bel uso del violino, è grintosa quanto basta, Goodbye Love è il pezzo più lento del CD, non è male ma io preferisco quando Zane fa il texano dal pelo duro, come nella conclusiva Willie’s Road, uno dei pezzi più riusciti, vibrante, cadenzata e coinvolgente come è giusto che sia un brano dedicato al grande Willie Nelson. Gli americani, in quanto di madre lingua, avranno magari anche la possibilità di godere delle capacità letterarie di Zane Williams, a noi comunque basta la sua musica.

Marco Verdi

Ecco Un Altro Che Di Dischi Ne Fa Pochini! Dale Watson – Under The Influence

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Dale Watson – Under The Influence – Red River CD

Dale Watson, countryman nato in Alabama ma texano al 100%, è sempre stato uno prolifico, ma ultimamente non si ferma più, in quanto si è ormai messo a viaggiare al ritmo di due dischi all’anno: lo avevamo da poco lasciato tra bingo ed escrementi di gallina nello strano live Chicken Shit Bingo http://discoclub.myblog.it/2016/10/24/cacca-gallina-vero-chitarre-dale-watson-his-lonestars-live-at-the-big-t-roadhouse/  che subito ci ritroviamo tra le mani questo Under The Influence, nel quale Dale, come suggerisce il titolo, paga il suo tributo ad artisti e canzoni importanti per la sua formazione musicale. Watson, nonostante la prolificità, è uno che raramente delude, magari non farà mai il capolavoro assoluto, ma quando si mette nel lettore uno dei suoi CD si può star certi di passare una quarantina di minuti in compagnia di ottimo country-rock texano, elettrico e pieno di ritmo, tra honky-tonk fulminanti, gustosi swing e ruspanti boogie e rockabilly, con il vocione del nostro a dominare ed il preciso accompagnamento dei fidi Lone Stars (Chris Crepps al basso, Mike Bernal alla batteria, l’ottimo Don Pawlak alla steel, vero strumento protagonista nell’economia del suono della band, oltre a Earl Poole Ball e T Jarod Bonta al piano).

Under The Influence è un disco decisamente più serio del live da poco pubblicato, e ci fa ritrovare il Watson che più apprezziamo, che, alle prese con un repertorio di grandi canzoni come quelle da lui scelte per questo progetto, non può che fare faville: in più, oltre ad indicare come da prassi i titoli dei brani ed i loro autori, Dale specifica anche a quale versione si è ispirato per la sua cover. Ed il risultato è, come potete intuire, decisamente riuscito. Lonely Blue Boy, un successo di Conway Twitty, ha un delizioso sapore retrò, con tanto di cori doo-wop, gran voce di Dale ed un piacevole alone nostalgico https://www.youtube.com/watch?v=6Dxe0gVPu6U ; You’re Humbuggin’ Me, resa nota da Lefty Frizzell, è puro rockabilly texano, fresco, ritmato e coinvolgente, con un ottimo uso del piano, mentre Lucille, il noto brano di Little Richard, è però riproposto basandosi sulla versione di Waylon Jennings, e Watson mantiene intatta l’atmosfera tipica dello scomparso outlaw, voce tonante, suono potente ed un’aria southern che non guasta. Made In Japan (Buck Owens) è country puro e scintillante, con una splendida steel, melodia classica e grande feeling, That’s What I Like About The South appartiene invece al repertorio di Bob Wills ed è, manco a dirlo, un guizzante western swing dal ritmo acceso ed assoli continui, un elemento in cui il nostro si trova particolarmente a suo agio, mentre Here In Frisco è il primo di due tributi a Merle Haggard, un bellissimo slow in puro Bakersfield style, con la voce di Dale che evoca quella del grande Hag.

Ancora country puro con Pretty Red Wine, di Mel Tillis, un brano saltellante, cadenzato e godibilissimo, con gustosi intrecci tra la chitarra di Watson e la steel di Pawlak; Pure Love è un pezzo scritto da Eddie Rabbitt ma reso popolare da Ronnie Milsap, un brano mosso, anch’esso caratterizzato da un motivo molto classico, ma non intriso di pop come ha spesso fatto il famoso cantante non vedente; I Don’t Wanna Go Home è un giusto omaggio a Doug Sahm con una languida ballata, non male ma io avrei preferito un bel tex-mex, o qualcosa che comunque identificasse meglio l’ex Texas Tornado. Il CD si chiude con il ritmato honky-tonk Most Wanted Woman (Roy Head), un tipo di canzone che Dale canta anche sotto la doccia, la ruspante e roccata If You Want To Be My Woman, ancora Haggard, e con il superclassico Long Black Veil, un brano che hanno rifatto in mille (ricordo splendide versioni di The Band, Joan Baez, Mick Jagger con i Chieftains ed anche di Nick Cave), ma Watson si ispira alla famosa rilettura di Johnny Cash, anche se il confronto con l’Uomo in Nero è assai arduo per chiunque.  Un’altra buona prova per Dale Watson: adesso speriamo che si prenda almeno sei mesi di pausa prima di un altro disco.

Marco Verdi

Divertimento Puro…Cosa Volete Di Più? Jesse Dayton – The Revealer

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Jesse Dayton – The Revealer – Blue Elan CD

Lasciando da parte il discorso dell’intrattenimento, i cantanti o le band pubblicano dischi per un insieme di ragioni differenti: c’è chi lo fa perché ha qualcosa da comunicare, chi per far riflettere su determinati argomenti, chi per protestare, chi per commuovere, chi per far ballare, altri semplicemente con l’unico intento di vendere tanto, o talvolta solo per adempiere ad un obbligo contrattuale. C’è poi una categoria di album che nascono con il preciso intento di far divertire (just for fun dicono in America), e questo The Revealer, nuovo CD ad opera del texano Jesse Dayton, è un fulgido esempio in tal senso. Dayton non è un novellino, è in giro da più di vent’anni e ha già alle spalle una mezza dozzina di album a suo nome, ma è forse più noto, se non al grande pubblico almeno nell’ambiente, per essere un chitarrista molto richiesto in ambito country-rock: nel suo curriculum infatti troviamo partecipazioni nei dischi di tutti e quattro gli Highwaymen, cioè Willie Nelson, Johnny Cash, Waylon Jennings e Kris Kristofferson (non però nei loro tre lavori insieme), oltre ad aver suonato per la cowpunk band Supersuckers ed essere andato in tour con John Doe ed i suoi X. Devo essere sincero, non conosco i precedenti album di Jesse, lo avevo sentito nominare, avevo letto il suo nome da qualche parte (probabilmente all’interno dei lavori dei signori citati poc’anzi), ma quando ho messo nel lettore The Revealer confesso di essere sobbalzato più di una volta sul divano, in quanto mi sono trovato ad ascoltare quello che semplicemente (e non esagero) è uno migliori, più ritmati, roccati, coinvolgenti e divertenti dischi di country-rock del 2016.

Jesse, che è in possesso anche di un’ottima voce, è una forza della natura, sa scrivere canzoni di prima qualità, è perfettamente in grado di differenziare il suo stile senza risultare dispersivo, ha ritmo e feeling da vendere e riesce ad entusiasmare in diversi momenti. Mi rendo conto che sto usando termini altisonanti, ma provate a darmi fiducia (se vi piace il genere, è ovvio), date un ascolto ai brani di The Revealer e non ve ne pentirete. Aiutato da un manipolo di gente con le contropalle (tra cui Mike Stinson alla batteria, Riley Osbourne al piano e Beth Chrisman al violino), Dayton mette a punto dodici brani di cui farete fatica a fare a meno, a partire dall’iniziale Daddy Was A Badass, gustosissima e saltellante country song dal suono maschio, in perfetto Waylon-style, il modo migliore per aprire il CD, seguita a ruota dalla scatenata Holy Ghost Rock’n’Roller, un irresistibile, appunto, rock’n’roll, con un pianoforte suonato alla Jerry Lee Lewis, dal ritmo frenetico, impossibile stare fermi (*NDB O i Blasters!). Bellissima anche The Way We Are, anch’essa figlia di Jennings Sr. (voce compresa), ritmo al solito sostenuto, chitarre ruspanti e melodia immediata; Eatin’ Crow And Drinkin’ Sand è tosta ed elettrica, con elementi southern appena stemperati da un limpido violino, un country-rock scintillante: Jesse sta dimostrando, canzone dopo canzone, di essere uno che fa sul serio.

Possum Ran Over My Grave è dedicata a George Jones, uno dei suoi eroi di gioventù, ed il brano, un vibrante slow di stampo classico (ma sempre elettrico) è il miglior omaggio possibile al grande countryman scomparso; di bene in meglio con la strepitosa Take Out The Trash, un rockin’ country dal refrain irresistibile, ritmo alto e chitarre in gran spolvero, mentre Mrs. Victoria (Beautiful Thing) è un’oasi acustica, ma il nostro dimostra di saper tenere la guardia alta, ed il pezzo ha un delizioso sapore folk-blues, simile alle incisioni recenti di Tom Jones, con ottimi intrecci di chitarre. Pecker Goat, scritta con Hayes Carll, è un travolgente cajun elettrico, altro brano a cui è difficile resistere, Match Made In Heaven è invece il più classico degli honky-tonk, pulito, terso, cristallino, con la doppia voce di Brennan Leigh a rinfrescare la tradizione dei duetti country tra uomo e donna, mentre I’m At Home Gettin’ Hammered (While She’s Out Gettin’ Nailed), divertente già dal titolo, porta il nostro in territori bluegrass, solito ritmo ultra-sostenuto, assoli a raffica e godimento assicurato. Il CD si chiude con Never Started Livin’, una classica ballata elettroacustica, fluida e distesa, e con Big State Motel, altro folk tune polveroso, sudista e sfiorato dal blues, finale in solitario e momento di relax per un disco che è una bomba innescata.

In tre parole: da non perdere.

Marco Verdi

Una Bella Opportunità Per Chi Ancora Non Lo Conoscesse! Don Williams – In Ireland: The Gentle Giant In Concert

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Don Williams – In Ireland: The Gentle Giant In Concert – Country House Records CD o DVD

Don Williams, musicista texano soprannominato The Gentle Giant per il suo stile pacato, in contrasto con l’aspetto fisico imponente (e quindi nulla a che vedere con il noto gruppo prog britannico), è oggi considerato quasi un outsider, ma c’è stato un lungo periodo in cui era uno degli artisti più popolari in ambito country. Negli anni settanta e parte degli ottanta Williams ha inanellato una serie impressionante di successi, diversi singoli entrati nella Top Ten country (e quasi una ventina di essi al numero uno), e lo stesso vale per gli album, specie nella decade 1973-1983. Col tempo la sua stella si è affievolita, ma lui non ha mai smesso di incidere né ha cambiato stile: un country gentile e garbato, brani dalla struttura classica e sempre molto piacevoli, suonati in maniera diretta e valorizzati dalla bellissima voce del nostro, un baritono dai toni caldi e morbidi che è sempre stata la ciliegina sulla torta. Canzoni semplici ma importanti dal punto di vista della scrittura, alcune diventati degli evergreen nel panorama country americano: You’re My Best Friend, ‘Til The Rivers All Run Dry, I Recall A Gypsy Woman, It Must Be Love, I Believe In You, Love Me Over Again sono solo alcuni dei titoli di una carriera ricca di soddisfazioni per un artista di cui oggi si parla molto poco.

In Ireland: The Gentle Giant In Concert è la testimonianza (uscita separatamente anche in DVD) dei concerti tenuti da Williams a Dublino e Belfast nel 2014, a seguito di Reflections, suo ultimo album di studio: un CD molto piacevole della durata di un’ora circa nella quale Don rivisita alcune delle pagine migliori del suo repertorio, accompagnato da un’ottima band di cinque elementi, nella quale spiccano la chitarra solista misurata e mai invadente di Billy Sanford e l’eccellente Chris Nole al piano. Diciannove canzoni, con molti dei classici di Williams, qualche sorpresa e ben sei pezzi scritti dal noto songwriter Bob McDill (uno le cui canzoni sono state incise da gente come Ray CharlesWaylon JenningsJoe CockerJerry Jeff Walker ed Alan Jackson), il tutto davanti ad un pubblico caldo e che conosce a memoria molti dei brani proposti. Canzoni come la fluida e scintillante Good Ole Boys Like Me, che apre benissimo il disco con le sue sonorità da classica country ballad anni settanta (e grande uso di pianoforte), subito seguita da Some Broken Hearts Never Mend, uno dei maggiori successi del nostro, andatura western, bella melodia, gran voce e classe pura. Qualcuno potrebbe trovare lo stile di Williams un po’ soporifero (come nella soft ballad She Never Knew Me), ma Don riesce ad equilibrare bene la scelta delle canzoni ed il risultato finale è indubbiamente piacevole.  

I momenti migliori sono, a mio parere, la mossa Younger Days, dallo squisito motivo solare (la vedrei bene in un disco di Jimmy Buffett), la saltellante Elise, nella quale il nostro fa uscire il Texas che è in lui, l’intensa How Did You Do It, la bellissima If Hollywood Don’t Need You, che potrebbe provenire da un album di Willie Nelson, il quasi cajun Imagine That e la romantica (ed applauditissima) ‘Til The Rivers All Run Dry. Poi ci sono grandi canzoni più note in versioni altrui, come Tulsa Time, meno rock’n’roll e più country di come la faceva Eric Clapton, e Amanda, un intenso slow che è stato anche un noto successo di Waylon JenningsIl concerto termina in crescendo con una bella serie di classici, dalla splendida You’re My Best Friend, che il pubblico irlandese conosce a menadito, a Lord I Hope This Day Is Good, pura western music (e che classe), per finire con l’irresistibile I Recall A Gypsy Woman, dove Don ricalca le orme del miglior Jennings, e con la vibrante e ritmata Louisiana Saturday Night (di Tom T. Hall), altro singalong perfetto per uscire di scena tra gli applausi.                                                         

Applausi, bisogna dirlo, meritatissimi.

Marco Verdi

I Traveling Wilburys Del Country! Johnny Cash, Waylon Jennings, Kris Kristofferson & Willie Nelson, The Highwaymen – Live: American Outlaws

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The Highwaymen – Live: American Outlaws – Sony Legacy 3CD/DVD – 3CD/BluRay

Anzi, se proprio vogliamo fare un parallelo con il mondo del rock, gli Highwaymen sono anche qualcosa di più dei Wilburys: con tutto il rispetto per Harrison, Orbison e Lynne immaginatevi un gruppo formato da Bob Dylan, Tom Petty, Bruce Springsteen e John Fogerty ed avrete un paragone sensato con quello che il quartetto di cui mi accingo a parlare rappresenta per la musica country. Correva l’anno 1985 quando quattro vere e proprie leggende viventi decisero di unire le forze per un album: Johnny Cash, Willie Nelson, Kris Kristofferson e Waylon Jennings (il solo pensiero di trovarseli tutti e quattro davanti fa tremare le gambe) diedero alle stampe il bellissimo Highwayman, un disco composto per nove decimi da cover di brani altrui, un lavoro eccellente che vedeva i quattro in forma smagliante; le vendite furono sorprendentemente soddisfacenti, e servirono a rilanciare le carriere dei quattro, in quel momento piuttosto claudicanti (Nelson a parte, dato che il texano continuava a vendere bene pur sfornando dischi che erano uno la fotocopia dell’altro): Cash stava per essere lasciato a piedi dalla Columbia dopo decenni di militanza, lo stesso era appena successo a Jennings con la RCA, mentre Kristofferson in quegli anni non aveva neppure una carriera musicale attiva (e comunque il periodo non era il massimo per tutto il country in generale, le cose sarebbero cominciate a cambiare l’anno successivo con gli esordi di Dwight Yoakam e Steve Earle).

I quattro si diedero appuntamento cinque anni dopo per dare alle stampe il seguito di quel disco, 2, sempre di buon livello anche se inferiore al predecessore, e nel 1995 per il terzo ed ultimo lavoro in studio, The Road Goes On Forever, di qualità intermedia tra i primi due. Il supergruppo però, nel 1990 (dopo il secondo album dunque) riuscì anche ad andare in tour, ed ora finalmente la Sony ripara ad una mancanza durata più di 25 anni, pubblicando questo sontuoso cofanetto di tre CD più un DVD (o BluRay), intitolato Live: American Outlaws, una preziosa testimonianza di un evento irripetibile, quattro colossi della musica insieme dal vivo. I primi due CD documentano un intero concerto registrato al Nassau Coliseum di Uniondale, nello stato di New York, il 14 Marzo del 1990 (e lo stesso in formato video nel DVD, in parte decisamente ridotta già uscito nel 1991 in VHS), mentre il terzo dischetto audio contiene dieci canzoni registrate nel corso dei Farm Aid del 1992 e 1993, più una chicca in studio che vedremo. Ma la parte centrale del box è indubbiamente la performance di Uniondale, che vede i quattro in forma strepitosa tenere il palco con classe e carisma per ben più di due ore, accompagnati da una superband (Reggie Young e J.R. Cobb alle chitarre, Mike Leech al basso, Gene Chrisman alla batteria, Mickey Raphael all’armonica, Bobby Emmons, Danny Timms e Bobby Wood alle tastiere, Robby Turner alla steel): quattro icone che mostrano di divertirsi come fossero dei ragazzini, scherzando tra loro ed intrattenendo alla grande il pubblico, ma fanno maledettamente sul serio quando è ora di cantare. I brani dei loro primi due album in gruppo ci sono ma non occupano la parte principale, che è invece appannaggio dei classici dei quattro, nei quali molto spesso tutti collaborano vocalmente, dando così un sapore nuovo a pezzi immortali. Oltre alla qualità stratosferica della performance, abbiamo poi la perfezione del suono, quasi come se il concerto fosse della settimana scorsa (ed anche la definizione video è eccellente).

Dopo una breve versione strumentale di Mystery Train di Elvis Presley da parte della backing band ecco che entrano i quattro nel tripudio generale e piazzano subito una fluida versione della title track del loro “esordio”, la splendida canzone di Jimmy Webb che i quattro hanno reso loro al 100%; il primo a prendere in mano il pallino è Waylon, con ben cinque brani che messi uno di fila all’altro fanno venire la pelle d’oca: la mitica Mammas Don’t Let Your Babies Grow Up To Be Cowboys (in duetto con Willie, naturalmente), una potente Good Hearted Woman, ancora con Nelson, la solida Trouble Man, la dolce Amanda ed il duetto con Cash nell’energica There Ain’t No Good Chain Gang, nella quale il nostro dimostra di destreggiarsi molto bene anche alla chitarra. E’ quindi la volta di due pezzi da novanta di Johnny, Ring Of Fire e Folsom Prison Blues, che non hanno bisogno di commento, e Willie che ci delizia con l’intensa Blue Eyes Crying In The Rain, tratta dal suo capolavoro Red Headed Stranger; neanche il tempo di pensare che non abbiamo ancora sentito Kristofferson che subito il cantautore/attore piazza un poker da urlo, iniziando con Sunday Morning Coming Down (insieme a Cash), proseguendo con Help Me Make It Through The Night (sempre grande), e finendo con le emozionanti The Best Of All Possible Worlds e Loving Her Was Easier (quest’ultima con Willie). Il primo CD si chiude con Nelson che giganteggia con la splendida City Of New Orleans di Steve Goodman e con la romantica Always On My Mind (l’ha fatta anche Elvis, ma la finezza di Willie è imbattibile), ed ancora con Kris che, come se niente fosse, fa venire giù il teatro con Me And Bobby McGee, senza dubbio il suo capolavoro, in una versione strepitosa e quasi rock’n’roll.

Il secondo dischetto inizia con quattro pezzi tratti dai due album del gruppo, le discrete Two Stories Wide e Living Legend, l’ottima Silver Stallion (un classico di Lee Clayton, un grande autore purtroppo dimenticato) e la corale The Last Cowboy Song, scritta da Ed Bruce (lo stesso di Mammas Don’t Let…eccetera); di nuovo Kris con la coinvolgente The Pilgrim: Chapter 33 e la fluida They Killed Him (dedicata ai leader assassinati), e finalmente Cash, poco utilizzato finora, con l’arciclassica I Still Miss Someone e la coinvolgente (Ghost) Riders In The Sky, entrambe in duetto con Willie (e fra le due purtroppo la retorica Ragged Old Flag, infarcita di stucchevole patriottismo: ma con il popò di repertorio che aveva l’Uomo In Nero proprio questa doveva scegliere?). Waylon propone la mossa Are You Sure Hank Done It This Way, alla fine della quale rilascia un breve ma intenso assolo, mentre Willie piazza una versione a dir poco magnifica di Night Life, molto bluesata e raffinata e con uno strepitoso assolo della sua Trigger; tutti insieme appassionatamente per una rilettura di The King Is Gone (So Are You), un successo di George Jones, la meravigliosa Desperados Waiting For A Train di Guy Clark, uno dei momenti più intensi della serata, e la spedita Big River (è di Cash, ma ognuno ne canta un pezzo). Gran finale con un brano a testa: l’umoristica A Boy Named Sue per Cash, la vibrante Why Me per Kris, la cadenzata Luckenbach, Texas per Waylon ed il prevedibile commiato con On The Road Again di Willie, da sempre posta in chiusura anche nei concerti del barbuto texano.

Nel terzo CD dei dieci brani incisi al Farm Aid otto sono ripetizioni di pezzi inclusi anche nei primi due (in versione diversa, chiaramente): fanno eccezione I’ve Always Been Crazy di Jennings e la meno nota Shipwrecked In The Eighties di Kristofferson; nei primi sei brani però il gruppo è ridotto a trio per l’assenza di Cash, e la sua strofa nella canzone Highwayman è cantata dal suo autore, Jimmy Webb, ospite speciale. Come bonus finale, una bellissima versione in studio di One Too Many Mornings di Bob Dylan, parzialmente inedita, nel senso che è stata presa la rilettura presente nell’album Heroes, inciso in duo da Cash e Waylon nel 1986, alla quale sono state aggiunte le voci di Willie e Kris registrate nel 2014, uno splendido omaggio ai due quarti del gruppo che non sono più tra noi.

Un cofanetto da non lasciarsi sfuggire, dato che ci troviamo di fronte a quattro veri e propri giganti della musica americana, e non solo country, catturati in un momento di grazia: sicuramente tra i live migliori del 2016.

Marco Verdi

Testi Da Film Porno, Ma Musica Bellissima! Wheeler Walker Jr. – Redneck Shit

wheeler walker jr. redneck shit

Wheeler Walker Jr. – Redneck Shit – Pepper Hill/Thirty Tigers CD

Nel vasto panorama hard rock statunitense c’è una band chiamata Steel Panthers che ripropone il classico look e le sonorità del cosiddetto hair metal degli anni ottanta (per intenderci, band come Motley Crue, Poison, Cinderella, ecc.), abbinando il tutto ad un repertorio di canzoni talmente sboccate da sfiorare quasi la parodia (credo volutamente) di un certo stile di vita Sex, Drugs & Rock’N’Roll tipico di quegli anni. Si sa che però il pubblico di quel tipo di musica è aperto ad un certo tipo di testi, mentre è risaputo che viceversa i fruitori di musica country, anche qualora prediligenti il filone più progressista, hanno gusti ed abitudini molto più tradizionali. Immagino quindi lo sconquasso che provocherà l’album di debutto di Wheeler Walker Jr., musicista del Kentucky, che già dal titolo, Redneck Shit, lascia ben poco all’immaginazione: l’album è formato infatti da undici brani di una volgarità inaudita, con titoli inequivocabili e testi (non inclusi, ma si capiscono benissimo lo stesso) che farebbero arrossire anche il più rozzo dei camionisti texani. Chiaramente in America le recensioni ed i commenti saranno tutti per il linguaggio usato da Walker, ed è un vero peccato, in quanto la musica presente in Redneck Shit è quanto di meglio si possa trovare oggi in ambito country: innanzitutto va detto che il produttore è l’ormai nostro beniamino Dave Cobb (e comincio ormai a sospettare che le sue giornate siano formate da più di 24 ore), uno che è una garanzia di qualità, ma il merito principale va riconosciuto a Walker, un countryman davvero con le palle, che coniuga country elettrico, rock’n’roll e boogie in una miscela irresistibile e con un senso del ritmo e della melodia non da tutti.

I suoi eroi sono un po’ i soliti, da Waylon Jennings a Willie Nelson passando per Merle Haggard, ma Wheeler riesce a non essere derivativo per nulla, mettendo nei suoi pezzi una freschezza ed un feeling che non sentivo da tempo: Cobb poi ci mette il suo tocco, e la band che accompagna il nostro suona che è un piacere (oltre a Cobb stesso, ci sono i fratelli Leroy e Chris Powell rispettivamente alle chitarre e batteria, oltre a Bryan Allen al basso), pochi musicisti ma con un tiro notevole, tanto da farci spesso dimenticare i testi da censura. Apre la title track, veloce e spigolosa, con un riff ripetuto ed un ritornello scorrevole (anche se sboccatissimo), seguita a ruota da Beer, Weed, Cooches, molto più country (bella la steel), un ritmo saltellante, arrangiamento d’altri tempi ed un refrain decisamente orecchiabile: Wheeler dimostra di non essere un bluff, e la mano di Cobb inizia a sentirsi. La languida Family Tree è una malinconica ballad dallo splendido ritornello (con però un testo da censura pesante), mentre Can’t Fuck You Off My Mind è puro rockabilly, voce chiara, gran ritmo e due belle chitarrine che lavorano sullo sfondo.

Fuck You Bitch (non vi serve la traduzione, vero?) è una bellissima ballata in puro stile cosmic country, quasi un pezzo sullo stile di Gram Parsons, con Cobb che la veste alla perfezione: peccato per le parole, di una volgarità quasi fastidiosa (e ve lo dice uno che è tutto meno che moralista, anzi non li posso vedere) più che altro perché  rischiano di far passare in secondo piano un talento musicale non indifferente. Drop ‘Em Out è un breve divertissement con un irresistibile refrain corale, Eatin’ Pussy/Kickin’ Ass è un boogie tosto e granitico sullo stile di La Grange (giuro), con un’armonica tagliente sullo sfondo, una chitarrona pressante ed il nostro che mostra di sapersi muovere anche in territori diversi https://www.youtube.com/watch?v=vlq9UWWqe44 ; Fightin’, Fuckin’, Fartin’ è un’allegra country song molto Buddy Holly, davvero godibile anche se è meglio non parlare del testo. Better Off Beatin’ Off  ha un’ottima melodia ed un accompagnamento scintillante, una country ballad elettrica di notevole spessore, la guizzante Sit On My Face ha reminiscenze wayloniane, mentre Which One O’ You Queers Gonna Suck My Dick? (provo imbarazzo solo a scriverli certi titoli) è un altro boogie’n’roll scatenato, che chiude positivamente un piccolo grande disco.

Peccato per i testi volgarissimi, più che altro perché rischiano di mettere in cattiva luce sia Wheeler Walker Jr. che l’ottima musica da lui proposta.

Marco Verdi