02/04/2013
Novità Di Aprile Parte Ib. Leisure Society, Rilo Kiley, Crystal Bowersox, Webb Sisters, Milk Carton Kids, Evie Sands
Ecco gli altri titoli "interessanti" in uscita il 2 aprile: le date sono quelle "ufficiali", poi non sempre vengono rispettate, alcune volte escono prima, altre dopo, usatele a livello indicativo, visto che si tratta di materiale che esce in giro per il mondo. Anche le date dei Post non sono assolute, alcune volte li preparo prima e poi li pubblico anche in base alle "creazioni" dei collaboratori (oggi è già andato in rete Stephen Stills). In ogni caso partiamo con il primo terzetto.
Leisure Society sono una interessante band britannica, già nominata all'Ivor Novello, un premio della critica inglese, questo Alone Aboard The Ark è il loro terzo album, esce per la Full Time Hobby, è stato registrato negli studi Konk di proprietà di Ray Davies dei Kinks, e qualche similitudine con la band inglese nel loro periodo pop più raffinato c'è, insieme a un certo baroque sound, al sound del giro Mumford And Sons (a cui sono stati accostati anche perché hanno fatto un tour delle cattedrali con Laura Marling). Si citano pure Belle And Sebastian e Decemberists (tutta musica buona quindi) e nel 2009 erano stati cooptati dalla rivista Mojo per una delle loro compilations esclusive, registrando Something dei Beatles. Fiati e una elettronica umana convivono con il loro pop tipicamente british ed elementi più acustici, mi sembrano interessanti e bravi, date un piccolo ascolto.
I Rilo Kiley a livello discografico non danno segni di vita dal 2007, e anche la loro frontwoman Jenny Lewis non pubblica nulla dal 2010, anno di Jenny & Johnny, salvo una breve apparizione quest'anno nel disco dei surf punk-rocker Wavves dove canta i coretti nella title-track di Afraid Of Heights. Quindi immaginate la mia sorpresa quando ho visto annunciato un nuovo disco del gruppo, Rkives, per una piccola etichetta di proprietà del bassista, la Little Record Company. Vi confesso che non avevo afferrato subito il titolo del CD, Ar-chives, quindi "Archivi", si tratta di una compilation di materiale raro ed inedito, meglio di niente, comunque:
01 Let Me Back In *
02 It'll Get You There *
03 Runnin' Around *
04 All the Drugs *
05 Bury, Bury, Bury Another *
06 Well, You Left *
07 Draggin' Around
08 I Remember You
09 Dejalo (Zondo remix ft. Too $hort)
10 A Town Called Luckey
11 Emotional
12 American Wife
13 Patiently
14 Rest of My Life (demo) *
15 About the Moon
16 The Frug
* previously unreleased
A proposito di gentili donzelle, Crystal Bowersox nel 2010 si è piazzata al secondo posto nel talent show American idol, e in questo blog non sarebbe una nota di merito. La Jive del gruppo Sony/BMG/Rca lo stesso anno ha pubblicato il suo debutto Farmer's Daughter, che pur non avendo un sound memorabile lasciava intravedere delle possibilità soprattutto in una interessante cover di For What's Is Worth dei Buffalo Springfield di Stephen Stills. E tutto poteva finire lì. Invece sul finire del 2012, dopo essere stata mollata dalla Sony (quindi tutto come al solito), è stata messa sotto contratto dalla Shanachie che l'ha affidata al produttore Steve Berlin (proprio quello dei Los Lobos, non un omonimo) e il nuovo disco, che contiene anche un duetto con Jakob Dylan, Stitches, si chiama All That For This ed è uscito la scorsa settimana negli Stati Uniti. E non è per niente male, c'è anche Joel Guzman alla fisarmonica, lei ha una bella voce, senza usare eufemismi, non per fulla è stata scelta per rappresentare Patsy Cline in una prossima commedia musicale a Broadway. Una piacevole sorpresa degna di essere investigata, nel secondo video guardate bene nella descrizione.
Altre voci femminili ed una interessante uscita di un nuovo gruppo.
Le Webb Sisters, Webb & Hattie, sono le due fedeli coriste (con Sharon Robinson), che da cinque anni a questa parte accompagnano Mastro Leonardo in giro per il mondo. Dal 2006 a oggi hanno anche trovato il tempo per pubblicare due album a nome loro (oltre ad uno pubblicato nel lontano 2000 in quel di Nashville) oltre ad alcuni EP, l'ultimo dei quali, esce proprio in questi giorni. Si intitola When Will You Come Home, su etichetta Proper Records, e contiene ben due diverse versioni di Show Me The Place (una con orchestra) di Mister Leonard Cohen, tratte da Old Ideas e che dal vivo è uno dei momenti in cui il grande canadese lascia loro "ampio" spazio.
Il dischetto è molto piacevole, costa molto poco e contiene anche una bella cover di Always On My Mind reso celebre prima da Elvis Presley e poi da Willie Nelson (e anche dai Pet Shop Boys). Ci sono anche due brani nuovi che non erano sul disco del 2011 Savages: Missing Person e la profetica It May Be Spring But I Still Need A Coat.
Any Way That You Want Me di Evie Sands non è proprio nuovo, la Rev-ola lo aveva già pubblicato in CD nel 2005 (ma ora è di nuovo disponibile) e il disco all'origine uscì nel lontano 1969. Questa signora è quella che ha registrato le prime versioni di Take Me For A Little While, I Can't Let Go, Angel Of The Morning, Any Way That You Want, gli originali sono tutti suoi, anche se poi sono diventate famose nelle versioni di Dusty Springfield, Hollies, Troggs, Juice Newton e tanti altri. Se vi piacciono appunto la Springfield o la prima Laura Nyro, ma anche Linda Ronstadt o Karen Carpenter che hanno inciso i suoi brani qui c'è trippa per gatti. Nel disco in questione ci sono Any Way... e Take me for a little while, oltre a belle versioni di Carolina On My Mind di James Taylor, anni prima che diventasse un successo, Maybe Tomorrow, Until It's Time For You To Go di Buffy Sainte-Marie e tanti brani firmati da Chip Taylor (di cui, in un certo senso, è stata la musa) e Al Gorgoni che erano anche i produttori del tutto. E nel disco suona anche gente come Eddie Hinton e Paul Griffin, il pianista dei primi dischi di Dionne Warwick (ma ha suonato anche con Dylan). Se amate il genere cantanti e autrici (scrive anche lei qualche brano) sconosciute, ma brave, potreste avere una bella sorpresa.
A proposito di anni a cavallo tra i '60 e i '70 i Milk Carton Kids sono stati presentati come i figli illegittimi di Simon & Garfunkel e degli Everly Brothers. E un grosso fondo di verità c'è, non si può negare, si sente, ma in The Ash And Clay, che esce in questi giorni per la Epitaph/Anti, c'è anche altro. Duo folk, quindi i nomi son quelli, non ci sarebbe nulla di male, fossero così bravi. Altri hanno scomodato, per il tipo di suono, anche Gillian Welch e David Rawlings, senza dimenticare un signore semisconosciuto ma bravissimo come Joe Purdy, con cui hanno condiviso il palco e del quale sono stati la backing band nel tour dove presentavano l'album precedente, Prologue del 2011. Hanno suonato dal vivo anche con Old Crow Medicine Show e Lumineers, insomma il filone si è capito, quel new folk con mille sfaccettature, ma una per loro con una patina tipicamente acustica. Uno dei loro fans è Joe Henry che ha scritto le note del libretto. Per gradire un paio di brani.
Di altri dischi, appena trovo il tempo, vorrei occuparmi nello specifico, ad esempio, Poco, Hiss Golden Messenger, Last Bison, JJ Grey & Mofro. Dico i nomi, così mi prendo l'impegno. E Marco Verdi si occuperà dell'ultimo dei nuovi Dylan, Thom Chacon, mentre a Tino Montanari tocca il nuovo Elliott Murphy. Ebbene sì, sono uno schiavista!
Alla prossima.
Bruno Conti
23:00 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: musica. bruno conti. discoclub, leisure society, rilo kiley, crystal bowersox, jakob dylan, webb sisters, leonard cohen, evie sands, chip taylor, milk carton kids, simon & garfunkel | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Facebook
22/09/2012
Pop In Excelsis Deo! Avett Brothers - The Carpenter
Avett Brothers - The Carpenter - American Recordings/Universal
La breve premessa è che in questo giorni ho ascoltato molto questo The Carpenter degli Avett Brothers, godendo come un riccio. Il CD è in heavy rotation sul mio lettore in alternativa con Babel dei Mumford and Sons, al quale per il momento, lo preferisco per una breve incollatura (ma i giudizi nel tempo potrebbero cambiare). E quindi ve lo consiglio, e qui potrebbe finire il giudizio critico, per chi ha poco tempo per leggere.
Se avete pazienza vorrei esporvi una mia breve teoria. Gli Avett Brothers, secondo me, sono l'ultimo gruppo in una lunga teoria che prende l'abbrivio a fine anni '60, primi '70 con Nitty Gritty Dirt Band e Poco (ma anche i Dillards), per passare attraverso i canadesi Blue Rodeo negli anni'80 e i Jayhawks negli anni '90 (tutti ancora in attività), che partendo da una base country, chi più chi meno, ha saputo fonderla con una attitudine pop, nel senso più nobile del termine, belle canzoni, armonie vocali, arrangiamenti sempre diversi, praticamente i Beatles, per creare questo ibrido che nel corso delle decadi si è chiamato di volta in volta, country-rock, Americana, alternative country, insurgent country, roots music, nelle sue varie declinazioni, ma che in fondo è l'arte, partendo da un banjo, una chitarra acustica o un mandolino, di creare una bella canzone pop.
Gli Avett Brothers sono uno dei gruppi più versati in questa diificile alchimia. Dagli esordi acustici dei primi anni 2000, quando erano solo i due fratelli Scott e Seth Avett, con il contrabbassista Bob Crawford, e il primo CD del 2002, profeticamente, si chiamava Country Was, da allora hanno fatto parecchia strada, dalla piccola Ramseur sono approdati alla American Recordings di Rick Rubin, che li ha portati dalla Sony all'attuale distributore Universal. Hanno raggiunto il 16° posto delle classifiche di Billboard con il precedente album I And Love And You, il primo prodotto dal "barbudo" e ora con questo The Carpenter, settimo disco in studio, oltre a una sequela di live ed EP, in un mondo alternativo in cui le classifiche sono "serie" e di solito non esistono, ma nel momento in cui scrivo è realtà, debuttano al 4° posto della classifica americana, nella stessa settimana in cui Dave Matthews è 1°, i Little Big Town (un discreto gruppo country) sono secondi, Bob Dylan è 3° con Tempest, e il trio alternativo degli xx e quello non molto alternativo degli ZZ Top, li seguono al 5° e 6° posto. Cose da non credersi!
Ma torniamo ai nostri amici. I fratelli Avett hanno un raro dono, quello di saper scrivere belle canzoni, aiutati dal fido Crawford, dal violoncellista Joe Kwon, dal batterista Jacob Edwards e da un gruppo di amici tra cui spiccano Lenny Castro che suona le percussioni in tutto l'album, Benmont Tench che suona le tastiere in ben otto brani, Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers alla batteria in tre brani, gli ottimi Doug Wamble e Blake Mills alle chitarre elettriche nella bellissima Live And Die (ma sono tutte belle) e molti altri artisti che sotto la produzione di Rubin ci regalano un Pop raffinato, solare e malinconico, con degli arrangiamenti spesso superbi e delle armonie vocali magiche che ricordano di volta in volta i già citati Beatles, Jayhawks, Poco e persino, a chi scrive, parere molto personale ma provate a sentire in alcuni momenti i Bee Gees dell'era pre-disco, quando facevano della musica semplice ma sublime, che passava dal singolo perfetto ad un album ricercato come Odessa.
La musica pop quando non è fatta da ragazzine ansanti e sospirose o da boy band francamente improponibili è un genere assolutamente da non disprezzare perché ti regala melodie che ti rimangono nel cervello e momenti di puro genio, se a suonarla ci sono musicisti di talento. E tra un disco e l'altro, di Canterbury, di psichedelia, di acid-rock, di alternative, di jazz-rock, di rock-blues o di quant'altro ascoltiate abitualmente è un "piacere proibito" a cui è possibile indulgere senza che il solito critico rompicoglioni vi dica "si però, è musica orecchiabile"! Ovviamente ci sono stati i geni e ci sono gli artigiani di lusso nel genere, gli Avett Brothers fanno parte, con merito, della seconda categoria.
Il disco contiene 12 bellissimi brani (14 nella versione per la catena Target, e ho visto sul loro sito che ce n'è una versione SuperDeluxe, che oltre a memorabilia varia contiene anche un CD con 6 versioni demo inedite, peccato costi sugli 80 dollari ed esca a ottobre): si parte con la bellissima The Once And Future Carpenter che contiene il verso "If I Live The Life I'm Given i Won't Be Scared To Die", forse dedicato ai temi della mortalità ed in particolare alla piccola figlia di due anni del bassista Bob Crawford che combatte con un tumore al cervello. La canzone parte con un giro di chitarra acustica, poi entra la sezione ritmica, l'organo di Benmont Tench, il cello di Kwon che aggiunge quella patina di malinconia alle continue aperture melodiche del ritornello, con quegli stupendi crescendi vocali che sono il loro marchio di fabbrica, con le voci che armonizzano deliziosamente. Se possibile, la già citata Live And Die è ancora più bella, aperta da un banjo solitario a cui si aggiungono poco alla volta tutti gli altri strumenti, è il singolo apripista, un esempio di come fare musica pop toccata dal genio, con un refrain irresistibile e quei delicati impasti vocali mentre il banjo guida il tema del brano in alternanza con la slide dell'ospite Doug Wamble. Winter In My Heart con Benmont Tench che si sposta al piano, è una melancolica ode alla stagione invernale, con una costruzione sonora che mi ricorda i Bee Gees citati prima, quelli di brani come New York Mining Disaster 1941, Holiday o l'intro di I've A Get A Message to you o To Love Somebody (se le hanno cantate gente come Nina Simone, Leonard Cohen, Janis Joplin e i Blue Rodeo, tanto per citarne alcuni, non doveva essere solo musica pop usa e getta): qui si sente anche la mano di Rubin, con un arrangiamento complesso che mette in evidenza il cello e il saw (in questo caso come strumento e non come sega).
Pretty Girl From Michigan è l'ultima di una serie di canzoni dedicate "alle belle ragazzuole" (che impazziscono per loro), ce n'è una in ogni album, cambia il luogo di provenienza della Pretty Girl. In questo caso c'è ampio spazio per la chitarra elettrica di Seth Avett che punteggia tutto il tema del brano. I Never Knew You con le voci dei fratelli che si rispondono dai canali dello stereo, è molta Beatlesiana ma anche ricorda il country-rock di Jayhawks e Blue Rodeo (che peraltro una o due canzoni dei Beatles devono averle sentite). Il clima è gioioso come ci si aspetta dalla musica pop più classica. February Seven è una classica ballata in quello che molti hanno definito l'Avett Sound, con il cello che si amalgama con le chitarre acustiche prima della consueta esplosione corale delle voci. Through My Prayers è un'altra deliziosa costruzione sonora, con acustiche e cello che ci conducono, insieme alle voci dei fratelli (di nuovo alla Bee Gees, insisto), in una dimensione quasi cameristica, con harmonium, oboe, piano e clarinetto a colorare tenuamente il brano.
Down With The Shine è un'altra bellissima ballata guidata dal banjo di Scott Avett, con le trombe che aggiungono un flavor quasi da border song messicana e le due voci che si alternano alla guida del brano, come nella migliore tradizione del country-rock più epico. Anche Father's First Spring è un'altra elucubrazione sui temi della paternità, costruita sulla solita base acustica, arricchita da organo e cello e che poi si apre in quelle ricche soluzioni melodiche dove le voci si appoggiano sul tessuto sonoro, delicata e struggente al tempo stesso. Geraldine sono 1 minuto e 38 secondi degli Avett Brothers che si danno al rock, per un brano tra Young e Beatles (le solite armonie) che farà faville nella probabile versione ampliata live.
Ancora chitarre elettriche fumanti e rock per una Paul Newman Vs The Demons, dedicata alla intensa vita del grande attore americano. Questi sono gli Avett degli ultimi anni, con Chad Smith alla batteria, quelli che hanno imparato a convivere anche con la loro anima più "rumorosa" ma non dimenticano mai l'importanza delle loro intricate evoluzioni vocali. La conclusione è affidata ad un'altra strepitosa ballatona di quelle DOC, Life, dove il reparto vocale viene potenziato dalle Magnificent Webb Sisters come le chiamava mastro Leonard Cohen sul palcoscenico dei suoi concerti. Si conclude così in gloria questo disco che conferma il valore del gruppo. D'altronde se sono stati scelti con i "confratelli" d'oltre oceano Mumford And Sons per accompagnare Dylan nella serata dei Grammy un motivo ci sarà pure stato!
C'è di meglio? Sicuramente, ma anche, molto, moltissimo di peggio, osannato senza motivo. Questi almeno sono falegnami e quindi bravi artigiani.
Bruno Conti
20:22 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Disco UFO, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: musica. bruno conti. discoclub, avett brothers, rick rubin, webb sisters, chad smith, benmont tench, bod dylan, mumford and sons, beatles, blue rodeo, jayhawks, bee gees | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Facebook
27/01/2012
L'ultimo Capolavoro? Leonard Cohen - Old Ideas
Old Ideas – Leonard Cohen – Columbia/Sony Music 31-01-2012
Ritorno in grande stile, a quasi otto anni di distanza dal precedente disco registrato in studio Dear Heather, questo Old Ideas, dodicesimo in totale sempre per la Columbia, del grande poeta-cantautore canadese Leonard Cohen. Confesso che, personalmente, l’attesa per queste dieci canzoni era spasmodica, in quanto consapevole dei tempi abituali dell’autore mi sono chiesto se questo poteva essere l’ultimo lavoro di una carriera leggendaria, consacrata di decennio in decennio da capolavori immortali, capaci di insediarsi ai vertici della musica mondiale. A quarantacinque anni dal suo esordio Songs of Leonard Cohen (1967) il grande canadese si conferma come una delle figure più vere, durature ed intriganti della nostra musica.
Nato da una famiglia ebrea della “middle class” di Montreal nel 1934, Leonard ha iniziato prima come scrittore pubblicando due novelle che gli hanno dato fama mondiale: The Favorite Game e Beautiful Losers, ma intanto scriveva anche canzoni, e la cantautrice Judy Collins incise una versione di Suzanne, che divenne un brano di culto. Dopo aver debuttato come cantante al Festival Folk di Newport (1967), e con la citata Suzanne che entrò nelle classifiche pop americane nella versione di Noel Harrison, figlio dell’attore Sir Rex Harrison, la sua popolarità ed il suo culto sono cresciuti, anno dopo anno, sino a raggiungere vette incredibili.
Il nuovo disco è stato prodotto oltre che dall’autore, anche da Ed Sanders (che come vedete nella foto sopra, non è quello dei Fugs), Patrick Leonard, Dino Soldo (anche al sax), e la storica collaboratrice Anjani Thomas , e lo stile vocale non varia dalle opere precedenti, Leonard declama con la sua voce bassa e calda, non avulsa da un certo fascino, le sue lenti ballate. Tra i musicisti che accompagnano il “maestro” ci sono quelli abituali della sua ultima “touring band”, con uno stuolo di “vocalists” come Dana Glover, Sharon Robison, le Webb Sisters (Hattie e Charley Webb), e una delle sue “muse” preferite Jennifer Warnes ospite in Show Me the Place.
L’iniziale Going Home è lenta quasi parlata, con le coriste che tolgono un po’ di tensione alla composizione, un brano classico che conferma la straordinaria voce dell’autore, capace di tenere viva l’attenzione dell’ascoltatore quasi senza cantare. Amen è il brano più lungo del lavoro (più di sette minuti), brano dall’incedere lento, caldo e sensuale. Show Me the Place è una ballata pianistica di struggente bellezza, dove oltre alla voce della già citata Warnes dà un notevole contributo il violino “delicato” di Bela Santelli, per un brano da brividi, perfetto per le lunghe serate invernali che ancora ci attendono. Un giro di basso introduce The Darkness, altro brano quasi parlato, con le coriste in sottofondo che danno profondità alla canzone. Con Anyhow salgono in cattedra le sorelle Webb con le loro voci, sostenute da un pianoforte che ricorda le atmosfere di Casablanca.
Crazy To Love You è una grande canzone d’amore, declamata con la consueta maestria da Cohen, e i brevi contrappunti di piano e chitarra creano il giusto equilibrio di fondo, e il brano cresce in modo perfetto. Ancora le voci delle Webb Sisters (inconfondibili), introducono una Come Healing, dove la melodia è maestosa e prende sin dalle prime note, con un crescendo lento, quasi ciclico, in cui la voce dell’autore sembra recitare un monologo. Banjo è fresca, leggiadra, spiritosa, una canzone semplice che sembra uscita da un disco degli anni sessanta, arrangiata in modo leggero. Lullaby (già conosciuta dai fans, in quanto eseguita nell’ultimo Tour), una storia profondamente romantica, una melodia intensa, resa tale anche dall’interpretazione vocale, molto sentita del grande cantautore, e al controcanto da una grandissima Sharon Robinson. Il disco si chiude gloriosamente con la dolce Different Sides, un brano che sviluppa un suono tenue ed un bel motivo di fondo lasciando fluire in modo elegante, con vari strumenti, la melodia.
Avviso per i giovani naviganti: non giudicatelo troppo in fretta, Leonard Cohen ha 77 anni, ma è ancora in grado di emozionare nel profondo, di parlare con una voce in grado di toccare qualunque generazione, con le sue ballate poetiche e senza tempo, di straordinario impatto emotivo, con canzoni intense, letterarie, che richiedono tempo ed attenzione, come quando si legge un bel libro, canzoni che danno (a chi scrive) una soddisfazione ed una sensazione di piacere profondo, come ben poche altre. Lunga vita Leonard.
P.S.: Ringrazio Bruno, che conoscendo il mio “innamoramento” musicale per questo artista, mi ha concesso il privilegio di scrivere queste righe. Quando scende a Pavia, cena pagata !
Tino Montanari
19:19 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: musica. bruno conti. discoclub, leonard cohen, old ideas, judy collins, ed sanders, anjani thomas, sharon robinson, webb sisters, jennifer warnes, bela santelli, dino soldo, patrick leonard | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Facebook









