27/04/2012
Uno Svedese Di New Orleans In "California"! Anders Osborne - Black Eye Galaxy
Anders Osborne - Black Eye Galaxy - Alligator Records/Ird
Quando Anders Osborne ha lasciato la Svezia nel 1982, all'età di 16 anni, probabilmente non immaginava che dopo tre anni di "vagabondaggio" attraverso tutto il mondo si sarebbe stabilito a New Orleans, che sarebbe diventata la sua nuova casa. Ma dopo 27 anni la Louisiana è ormai la sua nuova patria e il musicista svedese ne è diventato uno degli esponenti artistici più rappresentativi. Con alle spalle una carriera che copre sei diverse case discografiche e undici album, inclusi due dal vivo, Osborne è un musicista eclettico e raffinato, che usando la musica della Crescent City come base, ha costruito uno stile molto diversificato che partendo da uno sound morbido e cantautorale si appropria di volta in volta, ma anche di brano in brano, di elementi blues, soul, rock, anche sperimentali, come in questo nuovo Black Eye Galaxy che forse è il suo migliore album in assoluto per la dovizia di elementi musicali messi in campo.
Registrato al Dockside Studio di Maurice, Lousiana, per l'etichetta Alligator (che ultimamente, detto per inciso, non sbaglia un colpo) si avvale della collaborazione alla produzione di Stanton Moore, batterista che insieme a Osborne ha curato il lato musicale mentre Warren Riker si è occupato più della parte tecnica. Sia come sia, il team di produttori ha conferito all'album una patina molto anni '70, californiana, da dischi di rock classico, quelli dove non si aveva paura di misurarsi con diversi stili e generi. Anders, oltre che cantante dallo stile morbido direi molto à la Jackson Browne (almeno per quello che riguarda il tipo di voce), è musicista completo, chitarrista soprattutto, e di gran vaglia, ma si destreggia anche all'armonica, al piano e alle percussioni.
Il risultato oscilla tra l'hard blues veemente e trascinante dell'iniziale Send Me A Friend, dal groove Zeppeliniano con una slide impazzita che taglia il brano in due (lo stesso Osborne o l'altro chitarrista Billy Iuso), mentre la voce filtrata è quasi irriconoscibile. Mind Of A Junkie, che ricorda un passato non troppo lontano nel quale il nostro amico aveva sviluppato una tossico-dipendenza perniciosa, viceversa è uno slow spaziale dalle movenze sensuali che ricorda il meglio della West Coast incrociata con spunti jazzistici e psichedelici e un cantato indolente che richiama alla mente (almeno di chi scrive) il Joe Walsh di inizio carriera, anche nelle lunghe e liquide improvvisazioni chitarristiche che lo pervadono, in ogni caso un gran brano. Lean On Me/believe in you potrebbe essere un brano del repertorio del già ricordato Jackson Browne, una raffinata ballata midtempo che ricorda lo stile del grande cantautore tedesco (?!?) Non è forse nato a Heidelberg in Germania?) fino al perfetto intermezzo della slide che è puro Lindley. When I Will See You Again, nuovamente, si rifà al sound californiano, inserendo nel tessuto della canzone anche spunti Younghiani, soprattutto l'attacco e le lunghi parti di chitarra, mentre Black Tar, firmata insieme a Paul Barrere dei Little Feat, è un altro brano feroce e di stampo puramente rock, ancora con la voce pesantemente filtrata e le chitarre distorte e "cattive" che impazzano sul ritmo cadenzato della batteria. Si alza la puntina e finisce il primo lato: giuro, è la pura verita!
Scende la puntina e parte la seconda facciata: la title-track, Black Eye Galaxy,è un lunghissimo brano di undici minuti, che parte con movenze bluesate cantate sempre con quella voce browniana e poi si trasforma in una lunga jam acida e psichedelica degna dei Grateful Dead più sperimentali con le chitarre che estraggono dalle loro corde stille di gran classe e pura ispirazione che ci riportano alla Bay Area dei primi anni '70. Tracking My Roots con un gradevole spunto di armonica in apertura è semplicemente una bella canzone, vagamente country e tipicamente weastcoastiana nel suo incedere, sempre con Neil nel cuore.
Louisiana Gold è più acustica e raccolta con piccole percussioni e chitarre acustiche che sostengono il cantato molto melodico di Anders Osborne in questo omaggio al suo stato di adozione, devo dire molto riuscito nella sua semplice raffinatezza, notare le armonie vocali, please! Dancing In The Wind, ancora con quella armonica non blues in apertura di brano, è un'altra piacevole ballata scritta con Paul Barrere, dolce e malinconica, quasi bucolica e sempre indebitata verso lo stile di Browne, forse anche per via della voce che per motivi fisiologici tanto lo ricorda, belle le armonie vocali a cura di moglie e figlia. Dopo un suono di campane che mentre sentivo il CD la prima volta, camminando per strada, mi ha stupito e sorpreso per la sua improvvisa e inaspetta apparizione ci avviamo in conclusione con una Higher Ground firmata insieme a Henry Butler, una sorta di gospel bianco cantato con grande partecipazione da Osborne accompagnato semplicemente da una sezione di archi e da un bell'ensemble corale che aggiunge pathos ad un brano inconsueto per le sue sonorità.
In definitiva un album che forse, anzi sicuramente, non salverà le sorti del rock ma altrettanto sicuramente rende il mondo migliore per una cinquantina di minuti abbondanti di buona musica. Una conferma!
Bruno Conti
P.s. Ufficialmente esce il 1° Maggio, ma circola già nei negozi delle nostre lande italiche.
19:19 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Carbonari | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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02/01/2012
Dopo Jonathan Wilson Continua La "Rivincita" Della Psichedelia? Dalla Svezia The Amazing - Gentle Stream
The Amazing - Gentle Stream - Subliminal Sound
Una "psichedelia" gentile e affiancata dal folk-rock e dai suoni della West Coast con più di un pizzico di progressive rock (anche se Stoccolma è nella Svezia orientale che già di suo è ad est), ma almeno idealmente le coordinate di The Amazing (non hanno false modestie fin dal nome del gruppo) sono quelle. Molto in comune anche con il quasi omonimo album di Jonathan Wilson che da qualche mese sta allietando i miei ascolti e che finalmente posso citare come punto di riferimento "moderno" per identificare un tipo di musica senza dover necessariamente ricorrere a nomi che vengono dal passato (ma aspettate un attimo che arrivano)!
Intanto, per la cronaca, il gruppo è già al terzo disco, un album completo e un mini negli ultimi due anni, entrambi decisamente belli ma questo è il loro migliore. E hanno anche un gruppo collaterale da cui provengono due quarti dei componenti, gli ottimi Dungen con una militanza di una decina di anni sulla scena musicale svedese, fautori di un rock leggermente più estremo, con propaggini di jazz-rock, progressive e vaghe tracce hendrixiane che si uniscono ai suoni più morbidi di questo Gentle Stream. I due sono il batterista Johan Holmegard e soprattutto il chitarrista Reine Fiske, il vero asso nella manica di entrambe le formazioni e, solo nel caso degli Amazing il cantautore Christoffer Gunrup, con una voce morbida e melliflua come poche. Devo ammettere che dalla Svezia non vengono solo gli Abba o i Cardigans, i Roxette e Yngvie Malmsteen o se proprio vogliamo anche gli Ark ma in passato da lì è venuto un artista di culto come Bo Hansson autore nei "mitici" anni '70 (per parafrasare il buon Gianni Minà) di una serie di album strumentali che musicalmente hanno più di un punto in comune con questo album (se volete investigare vi consiglierei due dischi bellissimi come Lord Of The Rings e Magicians Hat vere fucine di idee e continui cambiamenti sonori all'interno di strutture molto trasversali, ma anche gli altri album meritano).
Ma veniamo a questo Gentle Stream, colpevolmente accantonato (ma come diceva il maestro Manzi, "Non è mai troppo tardi") e che invece si segnala come uno dei dischi più interessanti di questo 2011 appena concluso: derivativo come pochi, ma se è fatto così bene, non si può non accettare. Ora vi colpirò con un'orgia di citazioni (musicali) perché uno non si può trattenere, ascoltando questo disco ti fioriscono spontanee!
A partire dall'inizale Gentle Stream quasi 7 minuti di pura magia sonora, che affianca il già citato Jonathan Wilson nella ripresa di sonorità uscite dalla Laurel Canyon di inizio anni '70 e dalla West Coast tutta, quindi il Crosby di If I Could Only Remember My Name, l'opera tutta del Neil Young in vena di morbide jam chitarristiche, i Pink Floyd di quegli anni, Quicksilver, Mad River con la chitarra elettrica meravigliosamente inventiva di Friske che si libra come un novello Cipollina o Garcia oltre a Stills e Young nelle loro cavalcate più geniali. E il resto del gruppo non è da meno, con due batteristi mai scontati nel loro agile drumming.
E come non ricordare il Nick Drake di Bryter Layter nelle dolci evoluzioni da paesaggi autunnali della deliziosa Flashlight, tra folk, Canterbury sound dei primi Caravan (la batteria jazzata e l'uso del flauto), e poi nel finale con l'entrata del sax anche i King Crimson più sognanti (ma non scordiamoci McDonald & Giles, grandissimo disco).
International Hair riprende ed amplia queste tematiche folk (vogliamo dire Fairport, John Martyn e Incredible String Band e i Pink Floyd più pastorali?). E diciamolo! Delicate voci femminili di supporto si incrociano con la voce di Gunrup per creare dei punti di contatto anche con i primi Radiohead di Thom Yorke, mentre le tastiere peraltro sempre presenti anche nei brani precedenti cuciono il sound con una presenza discreta ma molto efficace e le chitarre si insinuano nelle pieghe del sound con un lavoro sottile e di fino di gran classe, sempre senza dimenticare il notevole lavoro delle percussioni.
Ancora suoni cesellati tra folk e gentile psichedelia nell'incantato rock progressivo di The Fog che può ricordare (almeno a chi scrive) i primi Genesis di Trespass e Nursery Cryme (senza la voce di Gabriel, Ok, non si può avere tutto dalla vita!). Poi tornano le cascate di chitarre in Gone, altro eccellente esempio di come la West Coast di quegli anni si può fondere con il meglio del sound britannico della stessa epoca attraverso la riproposizione sonora degli Amazing, il risultato chiamatelo come volete a me verrebbe in mente "buona musica"!
Dogs (nonostante il nome) è decisamente Meddle o Atom Heart Mother dei Pink Floyd suonata da CSNY sotto la direzione di Jerry Garcia o, se vi capiterà di sentirli, dei passaggi del Bo Hansson sopracitato, con organo, chitarre e le batterie che costruiscono un tappeto sonoro perfetto per le "estatiche" vocalità di Gunrup prima di esplodere in una jam strumentale finale di rara efficacia. I due minuti di Assumptions tra fade-in e fade-out finscono prima che tu te ne accorga e sono uno specie di intramuscolo prima di inoltrarti negli ampi spazi della conclusiva When The Colours Change ancora a cavallo tra progressive, psichedelia e improvvisazione pura con la voce che galleggia tra chitarre e tastiere, se volete possiamo ricordare tra i contemporanei anche certe cose dei Sigur Ros più ispirati. Nomi e citazioni (certe, probabile e inconsce) ve ne ho sparate a raffica e forse vi ho stordito (guardatevi e ascoltatevi i video però!) ma l'importante è che il risultato finale con tutte queste analogie sicuramente presenti è assolutamente valido per i propri meriti e quindi vi consiglio questo Gentle Stream di cuore. Si fatica un po' a trovarlo ma vale la ricerca!
Bruno Conti
18:53 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: musica. bruno conti. discoclub, amazing, dungen, jonathan wilson, west coast, csny, pink floyd, sigur ros, bo hansson, genesis | OKNOtizie |
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