Sarà Solo Blues Ma Ci Piace! Kenny Neal – Bloodline

kenny neal bloodline

Kenny Neal – Bloodline – Cleopatra Records

Kenny Neal è uno dei migliori musicisti delle ultime generazioni del Blues (per quanto veleggi verso i 60, da compiersi il prossimo anno, i bluesmen per definizione, sono sempre “giovani” comunque, sino circa agli 80 anni): nativo di New Orleans, facente parte di una famiglia che fa capo a Raful Neal, altro ottimo praticante delle 12 battute, con otto dei nove fratelli impegnati anche loro nella musica, la migliore dei quali era Jackie Neal, tragicamente scomparsa nel 2005, assassinata dall’ex compagno. Kenny è probabilmente il più bravo della dinastia, chitarrista sopraffino, armonicista ed in possesso di una voce ora calda, felpata e suadente, ora potente ed imperiosa, ha al suo attivo una quindicina di album, incisi per Alligator, Telarc e Blind Pig, l’ultimo, dopo una pausa di qualche anno, un disco natalizio I’ll Be Home For Christmas, pubblicato dai “miei amici” della Cleopatra, che francamente mi ero perso. Ed ora questo Bloodline, ancora una volta molto buono, con la solita miscela di blues, soul classico dal profondo Sud, con fiati e pure screziature di New Orleans sound, aiutato da un gruppetto di eccellenti musicisti dove spiccano Tom Hambridge alla batteria (che è anche il produttore, sempre sinonimo di qualità) Tommy MacDonald al basso, Kevin McKendree e Lucky Peterson a piano e organo, oltre alle McCrary Sisters alle armonie vocali, e pure i restanti sette, dicasi sette, fratelli e sorelle di Neal, per la serie i nomi non saranno importanti, ma quando sono bravi la differenza si sente, e in questo caso la regola viene confermata.

Apertura alla grande con Ain’t Goin’ Let The Blues Die, uno di quei classici brani in cui in tre minuti o poco più si citano alcuni dei grandi del genere in una sorta di celebrazione profana, con fiati sincopati, organo e voci di supporto in grande spolvero che danno un tocco gospel, con Kenny Neal maestro di cerimonie con la sua voce rauca e potente, oltre ad una slide sinuosa che caratterizza la canzone. Non tutto il resto del disco è di questo livello, ma ci si difende alla grande, Bloodline potremmo definirlo uno swamp blues d’amosfera, direttamente dalle paludi della Louisiana, con Neal che si sdoppia all’armonica, mentre Plain Old Common Sense, un ciondolante shuffle, è solo del buon vecchio classico blues, sempre con uso di fiati, svisate di organo e piano saltellante, su cui il buon Kenny innesta la sua solista dalle linee fluide, nitide e ricche di inventiva. Molto bella anche la cover del super classico di Willie Nelson Funny How Time Slips Away, cantata alla grande da Neal e che diventa una sorta di ballata R&B/counrty di grande fascino, grazie al lavoro di cesello di McKendree al piano e con lo stesso Kenny che accarezza la sua chitarra, mentre archi, organo e le coriste accrescono questa aria à la Ray Charles Modern Sounds In Country & Western Music, un gioiellino. Keep On Moving, più mossa, tra funky e R&B, gode sempre dell’ottimo lavoro della sezione fiati di Ware, Huber, Summers e Robbins, citiamoli tutti perché sono veramente bravi, l’organo di Lucky Peterson e la chitarra di Neal sono le ciliegine sulla torta.

I Go By Feel è uno slow blues in area B.B. King The Thrill Is Gone, linee classiche della solista, fiati sincopati e la voce struggente del nostro amico per celebrare il “rito” delle dodici battute per una ennesima volta; più leggerina, ma molto gradevole, I’m So Happy, come quelle vecchie canzoni Stax che andavano alla radio nei tempi che furono. In Blues Mobile, uno shuffle molto mosso, Kenny sfodera di nuovo l’armonica, che se non incide come la sua chitarra, poco ci manca, mentre tutta la band, piano, fiati, voci di supporto e sezione ritmica lo segue come un tutt’uno, ottimo; I Can’t Wait è un momento più intimo e raccolto, Steve Dawson alla Weissenborn, Bob Britt (marito di Etta) all achitarra acustica, John Lancaster al piano e Hambridge alle percussioni, tutti in “missione” acustica per sostenere l’armonica e la voce di Neal. Poi ci si rituffa nel deep soul modello Stax/Atlantic, Sam & Dave, Wilson Pickett, c’avete presente, quella “robetta” lì che ci porta in quel di Memphis, grazie a ottimi soli di tromba e sax, oltre all’immancabile chitarra del nostro, la canzone si chiama Real Friend. Prima di lasciarci Kenny Neal ci regala un altro omaggio, ancora più esplicito del precedente, con la sontuosa Thank You BB King si celebra uno dei più grandi del Blues, sia con le parole che con la musica e se non c’è Lucille in azione poco ci manca. Per parafrasare i Glimmer Twins, “sarà solo blues ma ci piace”!

Bruno Conti

Il Miglior Modo Per Festeggiare Gli 80 Anni Di Un Grande! Kris Kristofferson – The Complete Monument & Columbia Album Collection – The Cedar Creek Sessions. Parte II

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Kris Kristofferson – The Complete Monument & Columbia Album Collection – Sony Legacy 16CD Box Set

Kris Kristofferson – The Cedar Creek Sessions – KK Records 2CD

Parte seconda…

E poi abbiamo i cinque dischetti di rarità, dei quali i primi tre dal vivo: Live At The Big Sur Folk Festival 1970 e Live At RCA Studios 1972 sono inediti, mentre Live At The Philarmonic, sempre inciso nel 1972, è uscito nel 1992 ma è introvabile da anni; inutile dire che, nonostante le canzoni si ripetano spesso e volentieri, siamo di fronte a tre live uno più bello dell’altro, con Kris padrone del campo ed in gran forma, accompagnato a seconda dei concerti dai soliti fedelissimi (Fritts, Blake, Bruton, Swan, Terry Paul e, nel terzo CD, da Sammy Creason alla batteria): ed è proprio al Philarmonic, il più lungo dei tre, che si trovano le chicche più ghiotte, come una splendida The Late John Garfield Blues di John Prine, il classico Okie From Muskogee di Merle Haggard (alla quale Kris cambia il testo a suo piacimento), oltre a quattro pezzi eseguiti da Willie Nelson in qualità di ospite speciale (Funny How Time Slips Away, Night Life, Me And Paul e Morning Dew), e Willie era già un grande. Poi c’è il CD intitolato Extras, che prende in esame le rarità ed i brani usciti su altri dischi, ed è uno dei più interessanti: inizia con due brani di un raro singolo del 1966 (Golden Idol e Killing Time), che già facevano intravedere che il nostro aveva dei numeri, per poi passare ad uno splendido duetto dal vivo con Joan Baez su Hello In There ancora di John Prine, tratto da una compilation di artisti vari.

A seguire ancora abbiamo le quattro bonus tracks della ristampa del 2001 di Kristofferson, tra cui l’ottima The Junkie And The Juicehead Minus Me, che negli anni settanta darà il titolo ad un LP di Johnny Cash; nove canzoni vengono da The Winning Hand, uno strano disco del 1982 che vedeva Kris dividere il campo con Willie Nelson, Brenda Lee e Dolly Parton: qui ci sono chiaramente solo i pezzi dove compariva Kristofferson, tra cui una trascinante The Bandits Of Beverly Hills https://www.youtube.com/watch?v=VBGrqZaJXi0 , una ripresa da pelle d’oca di The Bigger The Fool (The Harder The Fall) con la Lee (e che voce lei), la sempre magnifica Casey’s Last Ride (con Willie) https://www.youtube.com/watch?v=6ZgPRqBf2zs , ed anche una imbarazzante Ping Pong con la Parton. Chiudono il CD sei brani tratti da Songwriter, colonna sonora di un film del 1984 con Kris e Nelson come interpreti principali, e la versione un po’ etilica di I’ll Be Your Baby Tonight di Bob Dylan suonata nel 1992 alla BobFest del Madison Square Garden.

L’ultimo CD del box è forse il più interessante: intitolato Demos, prende in esame sedici incisioni mai sentite di canzoni rare di Kris (in molti casi con canzoni mai più riprese in seguito), non acustiche ma con la band, anche se non sono indicati né i musicisti né, fatto più grave, le date (anche se sembrerebbe un Kris di fine anni sessanta/primi settanta), un dischetto comunque che da solo quasi vale l’acquisto del box, con brani che non sembrano demos ma canzoni fatte e finite, molto country, e con alcune chicche assolute, come la strepitosa A Stich In The Hand, l’emozionante Fallen Woman o la splendida Nobody Owns My Soul, country song purissima sullo stile di Hank Williams.

E veniamo ai giorni nostri, con il bellissimo doppio The Cedar Creek Sessions, nel quale Kris rilegge per l’ennesima volta i suoi classici (lo aveva già fatto nel 1999 con The Austin Sessions), aggiungendo però qualche brano minore, ma sempre bellissimo, del suo repertorio: lo aiuta in questa missione un ristretto combo di musicisti, guidato dal chitarrista Shawn Camp (collaboratore fisso di Guy Clark), con Kevin Smith al basso, Michael Ramos al piano, Fred Remmert e Mike Meadows alla batteria e Lloyd Maines alla steel. E’ comunque sempre un piacere ascoltare queste canzoni, e qui Kris le propone con la sua voce odierna, un po’ impastata ma di grande fascino e se possibile ancora più calda ed emozionante. Mancano purtroppo The Pilgrim, Chapter 33 e Why Me, ma tutte le altre ci sono, e questa rilettura elettroacustica è perfetta. Tra le chicche, una Me And Bobby McGee con un arrangiamento alla Johnny Cash, una To Beat The Devil forse ancora più profonda dell’originale, e soprattutto una riproposizione della splendida The Loving Gift, un brano portato al successo proprio da Cash, con la brava Sheryl Crow nella parte di June Carter, un sentito omaggio all’Uomo In Nero che ebbe il merito per primo di credere in lui ed aprirgli le porte di Nashville.

E’ ora dunque di porgere il giusto tributo a Kris Kristofferson, e queste due pubblicazioni sono il modo migliore per farlo: imperdibili.

Marco Verdi

Uscite Prossime Venture: Esattamente Tra Un Mese, Il 20 Maggio. Bob Dylan, Eric Clapton, Mudcrutch 2 (Tom Petty), Day Of The Dead Tribute, Highwaymen Box Live + Allen Ginsberg Cofanetto (con Dylan)

bob dylan fallen angels

Tutti i nomi riportati nel titolo del Post sono previsti in uscita per il 20 maggio (e sono solo i più importanti, ho visto annunciati per quella data anche i No Sinner di Colleen Rennison, Posies, Brett Dennen, Marissa Nadler e altri meno conosciuti o che non interessano per i contenuti del Blog). Del nuovo Bob Dylan Fallen Angels abbiamo già parlato nei giorni scorsi con la  recensione dell’EP giapponese http://discoclub.myblog.it/2016/04/08/gustoso-antipasto-attesa-maggio-della-portata-principale-bob-sinatra-scusate-dylan-melancholy-mood/, quindi veniamo alle altre uscite.

eric clapton still i do 

Il 20 maggio si ricostituirà anche la coppia Eric Clapton – Glyn Johns, con “Manolenta” che tornerà a farsi produrre da colui con il quale realizzò nel 1977 appunto il celebre Slowhand (e Johns fu quello che produsse il primo Led Zeppelin, Get Yer Ya-Ya’s Out degli Stones, alcuni dei primi album degli Humble Pie e della Steve Miller Band, dei Family, Who’s Next, i primi Eagles, in anni recenti l’ultimo bello di Ryan Adams, Ashes & Fire, il cui album migliore, Heartbreaker, di prossima ristampa il 6 maggio, in versione tripla, era stato prodotto dal figlio di Glyn, Ethan Johns, insomma uno “bravino”). Clapton aveva annunciato il suo “ritiro”, ma evidentemente solo dai tour lunghi e stressanti (infatti il 13 aprile di quest’anno era in concerto a Tokyo, https://www.youtube.com/watch?v=CfjgDNMzGTA, mi sembra tanto che si ripeta la storia di Tina Turner che è si ritirata a ripetizione) comunque ad un anno dai concerti alla Royal Albert Hall eccolo in pista con un album nuovo.

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Vi pareva che non dovessero uscire edizioni Deluxe dell’album nuovo? Certo che no, ed infatti I Still Do, uscirà nelle due versioni che vedete effigiate qui sopra, una definita (da me) del “tubo”, che è quella in formato chiavetta USB, e l’altra Deluxe Denim Box, del colore dei giubbetti che usava Eric, in teoria saranno in vendita solo sul sito di Clapton, a prezzi esorbitanti, ma quella più lussuosa andrà anche nei canali normali, distribuita dalla Universal, la major che pubblica i prodotti della Bushbranch/Surfdog, ossia l’etichetta del nostro. E che mirabolanti bonus conterrà, per un prezzo che è previsto circa del quadruplo rispetto alla versione singola? Ben 2 bonus tracks, Lonesome Freight Train, più un video di 45 minuti con il Making Of, e qualche filmato in studio e dal vivo, nonché la versione in WAV dell’album e due videoclip. Però, direi che questa è la sublimazione della “fregatura” della Deluxe Edition, per due canzoni inedite questa volta si sono superati.

Comunque questa è la tracklist della versione normale:

1. Alabama Woman Blues
2. Can’t Let You Do It
3. I Will Be There
4. Spiral
5. Catch The Blues
6. Cypress Grove
7. Little Man, You’ve Had A Busy Day
8. Stones In My Passway
9. I Dreamed I Saw St. Augustine
10. I’ll Be Alright
11. Somebody’s Knockin’
12. I’ll Be Seeing You

Tra i musicisti annunciati nell’album, Henry Spinetti, Dave Bronze, Andy Fairweather-Low, Paul Carrack, Chris Stainton, Simon Climie, Dirk Powell, Walt Richmond, Ethan Johns (toh!) e Michelle John Sharon White, le due vocalist di colore, viene riportato anche l’Angelo Mysterioso, chitarra acustica e voce, che era lo pseudonimo che usò George Harrison in Badge dei Cream, chi sarà questa volta?

Comunque devo dire che però dell’album si parla bene, e a giudicare dalla prima canzone rilasciata potrebbe essere vero, quindi può “ritirarsi” tutte le volte che vuole se poi fa dei dischi belli.

mudcrutch 2

Per il recente Record Store Day sono usciti due prodotti legati al nome di Tom Petty, uno è il vinile di Kiss My Amps 2, con materiale dal vivo raro e di cui più avanti parleremo nel Blog, e un un 7″ con due canzoni dei Mudcrutch (che non sono inedite, ma verranno pubblicate nel prossimo album della band).

Mudcrutch 2 uscirà per la Reprise/Warner con questo contenuto:

1. Trailer
2. Dreams Of Flying
3. Beautiful Blue
4. Beautiful World
5. I Forgive It All
6. The Other Side Of The Mountain
7. Hope
8. Welcome To Hell
9. Save Your Water
10. Victim of Circumstance
11. Hungry No More

Il bassista del gruppo, quel Tom Petty, mi sembra bravo!

day of the dead

In passato erano usciti parecchi tributi dedicati ai Grateful Dead (penso a Deadicated del 1991 come al migliore https://www.youtube.com/watch?v=1CDuQmhTyD4), ma dopo il cinquantennio della band hanno deciso di fare le cose in grande e la 4AD pubblicherà questo mastodontico Day Of The Dead, un box di 5 CD curato da Aaron and Bryce Dessner dei National, con un cast di partecipanti veramente strepitoso, molti nomi noti ma anche “promesse”, emergenti e nomi che mi sono del tutto ignoti.

Ecco la lista completa, quando sarà il momento ne parleremo diffusamente (come per tutti gli album del post odierno):

1. Touch of Grey – The War on Drugs
2. Sugaree – Phosphorescent, Jenny Lewis & Friends
3. Candyman – Jim James & Friends
4. Cassidy – Moses Sumney, Jenny Lewis & Friends
5. Black Muddy River – Bruce Hornsby and DeYarmond Edison
6. Loser – Ed Droste, Binki Shapiro & Friends
7. Peggy-O – The National
8. Box of Rain – Kurt Vile and the Violators (featuring J Mascis)
9. Rubin and Cherise – Bonnie ‘Prince’ Billy & Friends
10. To Lay Me Down – Perfume Genius, Sharon Van Etten & Friends
11. New Speedway Boogie – Courtney Barnett
12. Friend of the Devil – Mumford & Sons
13. Uncle John’s Band – Lucius
14. Me and My Uncle – The Lone Bellow & Friends
15. Mountains of the Moon – Lee Ranaldo, Lisa Hannigan & Friends
16. Black Peter – Anohni and yMusic
17. Garcia Counterpoint – Bryce Dessner
18. Terrapin Station (Suite) – Daniel Rossen, Christopher Bear and The National (featuring Josh Kaufman, Conrad Doucette, So Percussion and Brooklyn Youth Chorus)


19. Attics of My Life – Angel Olsen
20. St. Stephen (live) – Wilco with Bob Weir
21. If I Had the World to Give – Bonnie ‘Prince’ Billy
22. Standing on the Moon – Phosphorescent & Friends
23. Cumberland Blues – Charles Bradley and Menahan Street Band
24. Ship of Fools – The Tallest Man On Earth & Friends
25. Bird Song – Bonnie ‘Prince’ Billy & Friends
26. Morning Dew – The National
27. Truckin’ – Marijuana Deathsquads
28. Dark Star – Cass McCombs, Joe Russo & Friends
29. Nightfall of Diamonds – Nightfall of Diamonds
30. Transitive Refraction Axis for John Oswald – Tim Hecker
31. Going Down The Road Feelin’ Bad – Lucinda Williams & Friends
32. Playing in the Band – Tunde Adebimpe, Lee Ranaldo & Friends
33. Stella Blue – Local Natives
34. Eyes of the World – Tal National
35. Help on the Way – Bela Fleck
36. Franklin’s Tower – Orchestra Baobab
37. Till the Morning Comes – Luluc with Xylouris White
38. Ripple – The Walkmen
39. Brokedown Palace – Richard Reed Parry with Caroline Shaw and Little Scream (featuring Garth Hudson)
40. Here Comes Sunshine – Real Estate
41. Shakedown Street – Unknown Mortal Orchestra
42. Brown-Eyed Women – Hiss Golden Messenger
43. Jack-A-Roe – This Is the Kit
44. High Time – Daniel Rossen and Christopher Bear
45. Dire Wolf – The Lone Bellow & Friends
46. Althea – Winston Marshall, Kodiak Blue and Shura
47. Clementine Jam – Orchestra Baobab
48. China Cat Sunflower -> I Know You Rider – Stephen Malkmus and the Jicks
49. Easy Wind – Bill Callahan
50. Wharf Rat – Ira Kaplan & Friends
51. Estimated Prophet – The Rileys
52. Drums -> Space – Man Forever, So Percussion and Oneida
53. Cream Puff War – Fucked Up
54. Dark Star – The Flaming Lips
55. What’s Become of the Baby – s t a r g a z e
56. King Solomon’s Marbles- Vijay Iyer
57. Rosemary – Mina Tindle & Friends
58. And We Bid You Goodnight – Sam Amidon
59. I Know You Rider (live) – The National with Bob Weir

higjwaymen live american outlaws

Nel 1991 uscì una VHS intitolata Highwaymen Live, registrata l’anno prima al Nassau Coliseum. Poi negli anni di quel concerto si sono perse le tracce, ora la Sony/Bmg pubblicherà un box quadruplo, tre CD + DVD o tre CD + Blu-Ray, con il concerto completo del 14 marzo 1990 al Nassau Coliseum, Uniondale, New York, 35 brani in tutto, sia nei due CD come nel video, con in più 11 brani nel terzo CD, 10 registrati dal vivo ai Farm Aid del 1992 e 1993 e una versione inedita di One Too Many Mornings, un pezzo di Dylan che Johnny Cash Waylon Jennings incisero nell’album Heroes del 1986, al quale Willie Nelson Kris Kristofferson, gli altri due Highwaymen, hanno aggiunto nuova parti vocali nel 2014.

Ecco la lista dei brani contenuti nelle varie edizioni:

[CD1]
1. Mystery Train
2. Highwayman
3. Mammas Don’t Let Your Babies Grow Up To Be Cowboys
4. Good Hearted Woman
5. Trouble Man
6. Amanda
7. There Ain’t No Good Chain Gang
8. Ring Of Fire
9. Folsom Prison Blues
10. Blue Eyes Crying In The Rain
11. Sunday Morning Coming Down
12. Help Me Make It Through The Night
13. The Best Of All Possible Worlds
14. Loving Her Was Easier (Than Anything I’ll Ever Do Again)
15. City Of New Orleans
16. Always On My Mind
17. Me And Bobby McGee

[CD2]
1. Silver Stallion
2. The Last Cowboy Song
3. Two Stories Wide
4. Living Legend
5. The Pilgrim: Chapter 33
6. They Killed Him
7. I Still Miss Someone
8. Ragged Old Flag
9. (Ghost) Riders In The Sky
10. Are You Sure Hank Done It This Way
11. Night Life
12. The King Is Gone (So Are You)
13. Desperados Waiting For A Train
14. Big River
15. A Boy Named Sue
16. Why Me
17. Luckenbach, Texas
18. On The Road Again

[CD3]
1. Mystery Train
2. Highwayman
3. The King Is Gone (So Are You)
4. I ve Always Been Crazy
5. The Best Of All Possible Worlds
6. City Of New Orleans
7. Folsom Prison Blues
8. Intro/Highwayman
9. Shipwrecked In The Eighties
10. Desperados Waiting For A Train
11. One Too Many Mornings (Previously Unreleased)

[DVD or Blu-ray]
1. Concert Film

Come detto il DVD o il Blu-Ray ripetono (con la parte video, e non è secondario) la tracklist dei due CD.

allen ginsberg the last words

Perché parlare di un triplo cofanetto di Allen Ginsberg? Perché come risulta chiaro nel titolo del Post, alle sessions che diedero vita al materiale contenuto in questo triplo CD The Last Word On First Blues, che verrà pubblicato dalla Omnivore Recordings, partecipò in modo massiccio un certo Bob Dylan, chiamato proprio da Ginsberg, insieme a David Amran, Happy Traum e al giovane (allora, siamo nel 1971) cellista Arthur Russell. Autore dei testi (ovviamente) e voce solista fu Allen Ginsberg. Le registrazioni rimasero inedite fino al 1983 quando furono pubblicate in un doppio vinile chiamato First Blues, insieme ad altre sessions, una del 1976 prodotta da John Hammond e una del 1981, a cui parteciparono anche Peter Orlovsky David Mansfield. Nella nuova versione tripla della Omnivore ci sono altri 11 brani inediti, anche live con Dylan, e un brano dove Don Cherry si esibisce al kazoo.

Quindi chi sarà interessato a questo cofanetto? Fans della Beat Generation o di Bob Dylan? Voi che dite? Io pensi entrambi. Comunque questa è la lista completa dei brani:

Tracklist
[CD1]
1. Going Down To San Diego
2. Vomit Express
3. Jimmy Bergman (Gay Lib Rag)
4. Ny Youth Call Annunciation
5. Cia Dope Calypso
6. Put Down Yr Cigarette Rag
7. Sickness Blues
8. Broken Bone Blues
9. Stay Away From The White House
10. Hardon Blues
11. Guru Blues

[CD2]
1. Everybody Sing
2. Gospel Nobel Truths
3. Bus Ride To Suva
4. Prayer Blues
5. Love Forgiven
6. Father Death Blues
7. Dope Fiend Blues
8. Tyger
8. You Are My Dildo
10. Old Pond
11. No Reason
12. My Pretty Rose Tree
13. Capitol Air

[CD3: Bonus Disc – More Rags, Ballands, and Blues 1971-1985]
1. Nurses Song
2. Spring (Merrily Welcome)
3. September On Jessore Road
4. Lay Down Yr Mountain
5. Slack Key Guitar
6. Reef Mantra
7. Ny Blues
8. Come Along Vietnam (Rehearsal)
9. Airplane Blues (Live at Folk City)
10. Feeding Them Raspberries To Grow (Live at Folk City)
11. Do The Meditation Rock

Direi che anche per oggi è tutto.

Bruno Conti

Continuano I Lutti In Questo 2016 Maledetto: Ora E’ La Volta Di Merle Haggard, Aveva 79 Anni!

merle haggard death 1

Sinceramente comincio ad essere un po’ stufo di scrivere necrologi,  non perché non voglia occuparmene, ma insomma i musicisti continuo a preferirli nettamente da vivi. *NDB Anche se è una occasione per parlare diffusamente di musicisti che meritano comunque di essere ricordati!

Oggi devo purtroppo ricordare Merle Ronald Haggard, scomparso ieri per complicazioni dovute ad una brutta polmonite (tra l’altro proprio nello stesso giorno in cui era nato, esattamente 79 anni fa):  uno per il quale il termine “leggenda” non è assolutamente esagerato, dato che nei suoi cinquant’anni di carriera ha collezionato una serie impressionante di successi, ha scritto diverse canzoni diventate poi degli standard della musica country e ha anche contribuito alla creazione di un suono. Oltre ad essersi fumato e “pippato” una quantità impressionante di sostanze non perfettamente legali (nonostante quello che diceva nelle sue canzoni)..

Nato a Bakersfield, California, Haggard ha avuto una gioventù parecchio problematica, un periodo nel quale entra ed esce con regolarità da riformatori e patrie galere (tra cui San Quintino), prima per piccoli furtarelli e poi per vere e proprie rapine a mano armata: nel suo caso si può quindi affermare a ragion veduta che la musica gli ha salvato la vita. Dopo qualche timido tentativo all’inizio degli anni sessanta, è dal 1965 che Merle inizia ad incidere singoli ed album con una certa regolarità, e non ci mette molto a diventare una delle figure di riferimento in ambito country, grazie ad un’abilità innata nel songwriting, un’ottima voce (anche se non eccelsa) ed al fatto che, insieme al compaesano Buck Owens, è uno dei creatori del cosiddetto “Bakersfield Sound”, che ai classici strumenti come steel e violino affiancava il suono delle chitarre elettriche suonate in modalità twang (cioè utilizzando le corde alte), con arrangiamenti diretti e che poco avevano da spartire con le sonorità di Nashville. Gli anni sessanta ed i primi anni settanta sono quelli ricchi di maggior successo per il nostro, con una lunga serie di canzoni andate al primo posto in classifica (a fine carriera i singoli al numero uno saranno addirittura una quarantina), brani epocali come Mama Tried (riproposta più volte dal vivo anche dai Grateful Dead), la splendida Sing Me Back Home, Hungry Eyes, The Legend Of Bonnie And Clyde, I Wonder If They Ever Think Of Me, If We Make It Through December, solo per citare le più note (ma anche gli album del periodo sono notevoli, specie Swinging Doors, Sing Me Back Home, Hag, It’s Not Love (But It’s Not Bad)).

Un caso a parte è rappresentato da Okie From Muskogee, un brano del 1969 (anch’esso un numero uno), in cui Merle, ormai identificato come la voce della working class e dell’americano medio, se la prende con gli hippies ed il loro modo di vivere e di concepire l’amore; un pezzo che gli attira addosso una lunga serie di critiche dall’intellighenzia di sinistra per le sue posizioni largamente conservatrici: non è mai stato molto chiaro se Merle ce l’avesse davvero con gli hippies o se la sua fosse una parodia del classico redneck reazionario (ma io propendo per la prima ipotesi), certo che il suo singolo successivo The Fightin’ Side Of Me, brano farcito di patriottismo e che deride le posizioni anti-guerra in Vietnam, non contribuisce a placare gli animi.

Dalla seconda metà degli anni settanta (durante i quali viene associato al movimento degli Outlaws, anche se non ne farà mai veramente parte) e per tutti gli anni ottanta, complici anche le mode che cambiano, i successi si diradano, anche se in maniera minore rispetto ad altri colleghi (come Johnny Cash): le belle canzoni non mancano di certo, come I Think I’ll Just Stay Here And Drink, Big City, e duetti fortunati come Yesterday’s Wine con George Jones e Pancho And Lefty con Willie Nelson (bello il video, al quale partecipa anche l’autore del brano, Townes Van Zandt), e proprio con Nelson incide negli eighties anche due album, Pancho And Lefty appunto (che vende moltissimo), e Seashores Of Old Mexico (che vende molto poco).

Gli anni novanta sono ancora più avari, solo tre album, che seppur buoni (specie 1994 e 1996, della serie la fantasia al potere…) vengono praticamente ignorati; fortunatamente nel nuovo secolo Merle ricomincia ad incidere dischi con più regolarità e con una qualità mediamente alta, con punte come If I Could Only Fly (2000), Roots, Volume 1 (2001), Haggard Like Never Before (2003) e I Am What I Am (2010), anche se i due successi più grandi li ha ancora con Wille Nelson, prima con l’album in trio assieme anche a Ray Price, Last Of The Breed (2007) e soprattutto con lo splendido Django And Jimmie dello scorso anno, che ci presenta due artisti in forma smagliante e con un’intesa incredibile, un disco che al momento dell’uscita mai avrei immaginato che sarebbe diventato il canto del cigno di Haggard (ed è stato anche il suo primo numero uno dopo una vita) http://discoclub.myblog.it/2015/07/07/due-vispi-giovanotti-willie-nelson-merle-haggard-django-and-jimmie/ .

Se ne va quindi una delle figure centrali della country music, che ha influenzato legioni di musicisti venuti dopo di lui, come Dwight Yoakam, George Strait, Alan Jackson, Brad Paisley e Jamey Johnson, e che ci lascia un songbook che pochi tra i suoi colleghi possono vantare. Ora me lo immagino già formare una superband con Cash, George Jones e Waylon Jennings, quasi una sorta di Highwaymen In Heaven.

E sono sicuro che il più rompiscatole dei quattro sarà proprio lui.

Marco Verdi

P.S: magari sarò smentito, ma sono praticamente certo che la morte di Haggard verrà praticamente ignorata dai media italiani, specie quelli televisivi, dato che la sua figura (ma tutto il country in generale) non è mai stata popolarissima nel nostro paese. Ma forse è meglio così, già tremo al pensiero di ciò che potrebbe dire di lui il mitico Mollicone (uno che ha riassunto la figura di Elvis Presley con “un simpatico mascalzone”).

Una Nuova” Promettente” Artista Di Talento! Loretta Lynn – Full Circle

loretta lynn full circle

Loretta Lynn – Full Circle – Sony Legacy CD

Il titolo del post è volutamente ironico, in quanto ci troviamo di fronte ad una vera e propria leggenda vivente della country music (e non solo): Loretta Lynn (nata Webb), 84 anni il mese prossimo, è sulla breccia da più di cinquant’anni, e la sua serie di successi e di premi meriterebbe un post a parte (basti sapere che è, dati alla mano, l’artista donna più di successo in ambito country di tutti i tempi). Sono già passati dodici anni da quel Van Lear Rose, che ci aveva mostrato un po’ a sorpresa un’artista ancora in grandissima forma, perfettamente a suo agio anche con una produzione non proprio tradizionale, come quella dell’eclettico Jack White: ma la strana coppia aveva funzionato, e l’album era stato uno dei migliori del 2004 in ambito country. Ora Loretta ci riprova, e con Full Circle centra nuovamente il bersaglio: ben bilanciato tra brani originali (alcuni rivisitati), cover e pezzi tratti dalla tradizione, il disco ci mostra una cantante che non ha la minima intenzione di appendere il microfono al chiodo, ed anzi è ancora in possesso di una voce formidabile, pura, limpida e cristallina, di certo non tipica di un’ottuagenaria.

La produzione è più canonica rispetto a Van Lear Rose, ed è nelle mani comunque esperte di John Carter Cash (figlio di Johnny e June), che ha cucito attorno all’ugola di Loretta un suono molto classico, con piano, steel, violini e chitarre acustiche sempre in primo piano: la lunga lista di musicisti presenti comprende alcuni veri e propri luminari come Sam Bush (mandolino), Shawn Camp (chitarra, di recente stretto collaboratore di Guy Clark), Paul Franklin (steel), Ronny McCoury (figlio di Del, al mandolino), Randy Scruggs (chitarra), oltre allo splendido pianoforte di Tony Harrell (già con Don Henley, Johnny Cash, Vince Gill, Sheryl Crow e nel bellissimo Django And Jimmie di Willie Nelson e Merle Haggard). Tredici canzoni, non una nota da buttare, con alcune vere e proprie perle ed un paio di sorprese finali che vedremo.

Con i primi due brani, due lentoni intitolati rispettivamente Whispering Sea e Secret Love, Loretta sembra quasi scaldare la sua ugola ed il gruppo i muscoli, ma già con la seconda delle due la nostra dimostra di essere nel suo elemento naturale, e la voce sembra di una con trent’anni di meno. Who’s Gonna Miss Me? ha una melodia diretta ed il gruppo offre una performance cristallina, grande classe e grande canzone, ma le cose vanno ancora meglio con la splendida Blackjack David, un famoso traditional attribuito alla Carter Family, rilasciato con un arrangiamento da pura mountain music, una versione imperdibile; e che dire di Everybody Wants To Go To Heaven, ritmo spedito, grande assolo di piano, chitarrina elettrica, melodia dalla struttura gospel e Loretta che canta con la grinta di una ventenne.

Always On My Mind è una delle grandi canzoni del songbook americano (ricordo le versioni più famose, ad opera di Elvis Presley e Willie Nelson) e l’arrangiamento pianistico è più vicino a quello di Willie che a quello un po’ pomposo del King: comunque sempre un grande brano, con la Lynn che canta con un’intensità da pelle d’oca. Anche Wine Into Water è una gradevolissima country ballad, suonata alla grande (ma tutto il disco è a questi livelli: è forse brutta la rilettura del traditional In The Pines?); Band Of Gold è un honky-tonk perfetto, che sembra provenire direttamente dalla golden age di questo tipo di musica, così come la mossa Fist City (un vecchio successo rifatto), fulgido esempio di come si possa fare del vero country tradizionale nel 2016.

I Never Will Marry (ancora Carter Family, qui John Carter deve aver detto la sua) precede Everything It Takes, uno scintillante honky-tonk che Loretta ha scritto con Todd Snider, suonato e cantato con la consueta classe, con la partecipazione straordinaria (e riconoscibilissima) di Elvis Costello alle armonie vocali. Chiude il CD la tenue Lay Me Down, un vero e proprio duetto vocale con Willie Nelson (poteva mancare?), due voci superbe, una chitarra, un mandolino, un violino e feeling a palate.

Full Circle è il titolo più appropriato per questo album, in quanto ci riporta una Loretta Lynn in forma Champions (per dirla in termini calcistici), e su territori che conosce a menadito e che ormai le appartengono di diritto.

Ed è ancora la numero uno.

Marco Verdi

Ma Sbagliare Un Disco Ogni Tanto No? Willie Nelson – Summertime

willie nelson summertime

Willie Nelson – Summertime: Willie Nelson Sings Gershwin – Sony Legacy CD

A pochi mesi di distanza dall’eccellente disco in duo con Merle Haggard (Django & Jimmie) http://discoclub.myblog.it/2015/07/07/due-vispi-giovanotti-willie-nelson-merle-haggard-django-and-jimmie/  torna il grande Willie Nelson, 83 anni fra poco più di un mese e nessuna voglia di rallentare il ritmo (e la qualità) delle pubblicazioni. Nella sua ormai quasi sessantennale carriera, Willie ha inciso diversi album composti da evergreen della musica americana: proprio un suo LP di standard (Stardust, 1978) fu un enorme successo, ed ancora oggi è uno dei suoi lavori più venduti, e da allora periodicamente il nostro ne ha pubblicati altri, tutti molto belli anche se con risultati commerciali inferiori (qualche titolo sparso: Somewhere Over The Rainbow, What A Wonderful World, Moonlight Becomes You, American Classic); inoltre, Nelson ha anche al suo attivo più di un disco interamente dedicato ai brani di un singolo artista (Lefty Frizell, Kris Kristofferson, Cindy Walker) e quindi, fondendo assieme le due cose, non è una sorpresa la decisione del barbuto texano di pubblicare un intero album di classici di George Gershwin, uno dei più grandi compositori del secolo scorso, che insieme al fratello Ira ha scritto un’incredibile serie di canzoni che sono poi diventate degli standard assoluti, quasi alla stregua di brani tradizionali, un songbook inarrivabile che è stato (ed è ancora) un punto di riferimento per molti artisti, ponendo le basi per la nascita della musica moderna: uno insomma per cui la parola “genio” non è assolutamente fuori luogo.

Summertime (sul titolo forse Willie poteva spremersi un po’ di più) è composto da undici pezzi, e vede il nostro accompagnato non da un’orchestra (ci poteva stare, ma è meglio così) ma da una super band, che vede, oltre ai fidi Mickey Raphael all’armonica e a Bobbie Nelson (sua sorella) al piano, lo straordinario pianista Matt Rollings (già con Lyle Lovett e Mark Knopfler, ed anche il produttore del CD insieme allo specialista Buddy Cannon), il chitarrista Dean Parks (presente su almeno, sparo, 1.200 album di gente che conta), il batterista Jay Bellerose (idem come per Parks, è anche il drummer preferito di T-Bone Burnett e Joe Henry), il leggendario steel guitarist Paul Franklin, oltre ai due bassisti David Piltch e Kevin Smith. Il disco è, manco a dirlo, bellissimo (come direbbe il Mollicone nazionale): innanzitutto ha un suono stellare (e qui la coppia Cannon-Rollings dice la sua) e poi è suonato in modo strepitoso dalla band presente in studio, con una miscela di sonorità jazzate (la base di partenza dello stile di Gershwin) e texane (Willie) che rende Summertime l’ennesima perla di una collana che sembra non avere fine. E, last but not least, c’è la voce del leader, che più passano gli anni e più fa venire la pelle d’oca: secondo me la sua ugola in America andrebbe dichiarata patrimonio nazionale, e non esagero.

But Not For Me apre il CD alla grande, uno slow caldo e jazzato che ricorda non poco lo stile dell’ultimo disco di Bob Dylan dedicato a Sinatra, con la voce di Willie ben centrale ed il gruppo che lo segue con sicurezza. Anche Somebody Loves Me è un esercizio di classe, con tempo swingato ed il piano di Rollings assoluto protagonista: grandissima musica; Someone To Watch Over Me è ancora lenta e raffinata, ma, grazie ad un feeling formato famiglia, non è solo un mero esempio di stile (e Willie fa sembrare canzoni che hanno più della sua età come se le avesse scritte lui il giorno prima). Let’s Call The Whole Things Off vede la presenza in duetto di Cyndy Lauper (che dopo il disco blues sta per pubblicarne a maggio uno country, Detour), e la strana coppia funziona, malgrado un testo non proprio da dolce stil novo ed un’atmosfera un po’ da cabaret (ma la band suona davvero alla grande) https://www.youtube.com/watch?v=tJq1NCCvICU .

It Ain’t Necessarily So è finora quella con il suono più texano, sembra davvero una (bella) western ballad tipica di Willie, mentre I Got Rhythm, che conoscono anche i sassi, viene proposta in una strepitosa versione western swing, una cover da manuale che dimostra come Nelson possa veramente far sua qualunque canzone. Love Is Here To Stay è ancora leggermente jazzata, con la batteria spazzolata e la steel che si insinua tra i solchi; splendida anche They All Laughed, ancora con il piano sugli scudi e l’ormai abituale mood country-jazz, e Willie che appare perfettamente rilassato ed a suo agio.

Anche Sheryl Crow di recente è rimasta folgorata sulla via del country, e qui presta la sua ugola a Embraceable You, altra ballad raffinatissima https://www.youtube.com/watch?v=8wwlW8h0wD8 : Sheryl è brava, ma in quanto a carisma Willie vince a mani basse; chiudono il disco, in tutto trentasei minuti praticamente perfetti, la fluida They Can’t Take That Away From Me, di nuovo con parti strumentali di grande godimento, e la superclassica Summertime, forse il brano più noto dei fratelli Gershwin, un pezzo che ha avuto decine di interpretazioni (alcune imperdibili, ad opera di gente del calibro di Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Sam Cooke e Janis Joplin), ed anche Willie centra il bersaglio con una rilettura che mette il piano (splendido) in evidenza e con lui che tira fuori la solita voce da brividi.

Grandi canzoni, due produttori straordinari, una grande band e Willie Nelson con la sua chitarra: devo aggiungere altro?

Marco Verdi

Un “Sudista” Alla Francese – Leadfoot Rivet – Southern Echoes

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Leadfoot Rivet – Southern Echoes – Dixiefrog/Ird 

Ammetto di non conoscere molto il personaggio, ricordo il nome Leadfoot Rivet perché era uno dei partecipanti al tributo a Roy Buchanan che era uscito a nome Fred Chapellier & Friends nel 2007 e so che ha registrato sei o sette album, tra cui un ottimo Live lo scorso anno https://www.youtube.com/watch?v=VIMhPpWCtw4 . Anche Rivet, come Chapellier è francese, ma non è un chitarrista, più cantante e armonicista, per quanto se la cavi alla electric resonator. Nel libretto del nuovo CD Southern Echoes c’è una lista di tutte le sue collaborazioni passate e presenti, che è lunga come un elenco telefonico, ma che sinceramente non ricordo: da Albert King, Wilson Pickett, Bobby Bland, Irma Thomas, i Flying Burrito Brothers, agli Ozark Mountain Daredevils, Irma Thomas, Steve Young, Duke Robillard, Tom Principato, e mille altri, sarà vero, può essere, visto che il nostro non è più un giovanotto, boh! Sicuramente Larry Garner gli ha dato il soprannome “Leadfoot” mutuato da nomignoli che girano in Louisiana, ma anche se il cognome d’arte viene da quella zona, però non è quello vero, in quanto il nostro all’anagrafe fa Alain Rivey. Al di là di tutto comunque il disco è piacevole, undici pezzi firmati da Rivet e quattro cover, con un buon gruppo di musicisti che lo accompagnano, in gran parte francesi e non particolarmente noti, a parte il texano Anson Funderburgh che suona la solista in Highly Educated Fool, uno dei brani migliori, più vicino al blues elettrico, dove si gusta anche la guitar-sitar di Thomas Weirch.

Per il resto lo stile musicale è molto ibrido, “sudista” nelle intenzioni (Leadfoot viene dalla Provenza, quindi sud della Francia), con elementi country, cajun, zydeco, soul e R&B bianco, un po’ di jazz after-hours leggerino, una sorta di Willie Nelson “de noantri”, anche se lì siamo su ben altri livelli. Comunque la voce è piacevole, rauca, vissuta, non memorabile, ma ben impostata, specie quando si cimenta con una versione gospel-soul di He Ain’t Heavy (He Is My Brother), il famoso brano portato al successo dagli Hollies, qui in una versione quasi knopfleriana, che al primo ascolto mi era parsa abbastanza pacchiana, anche per il lavoro forse troppo complesso alla batteria di Stephane Avellaneda, dalla band di Ana Popovic, ma poi la doppia voce di Slim Batteux e le armonie delle coriste alla fine portano a casa il risultato. Per il resto troviamo pigre ma grintose tracce tra country, soul e blues, come l’iniziale The Bullfrog, dove armonica, chitarre slide e soliste si intrecciano con gusto o Shed My Old Skin dove il profumo delle paludi della Louisiana è insaporito da tocchi R&B, e ancora Hangover In Hanover, che al di là del gioco di parole da quattro soldi è un buon country-folk alla Willie Nelson, non fosse per il vocione di Rivet.

Highly Educated Fool è il blues elettrico con Funderburgh di cui si è detto, e Ghost Train è un veloce country-rockabilly gospel à la Johnny Cash. Slow Motion, cover di tale Billy Stone si muove tra gospel e deep soul, quindi nuovamente territori sudisti, anche grazie alla presenza delle coriste, con JP Avellaneda (fratello del batterista) che rilascia un buon solo di chitarra. Di nuovo aria di New Orleans per Livin’ With Me Is Funny, con l’armonica che fa la parte della fisa, con He Is A Loner di nuovo una di quelle ballate country soul valzerate di cui Willie Nelson è maestro. Somewhere South Of Macon, dall’andatura più marcata e rock è un ottimo brano dal songbook della sottovalutata Marshall Chapman, mentre Damned Tourist con un bel piano elettrico a menare le danze è di nuovo New Orleans style. Non entusiasma il jazz-blues afterhours di una raffinata ma loffia Miss Paranoia, meglio l’ultima cover, ma di poco, il country-swing di Dinosaur, scritta da Hank Williams Jr., a tratti fin troppo gigionesca, Bromberg questo tipo di brani li farebbe molto meglio. Rimangono Why Lie? Need Beer!, una bella traccia countryfied elettroacustica con uso di mandolino e la conclusiva, discorsiva, lunghissima (oltre 8 minuti) The Game Of Love, di nuovo in area country got soul, o se preferite soul blues, con un crescendo intenso e ricco di spirito gospel sudista.

Bruno Conti

Gli Amici “Leggendari”, Lui Meno! T.G. Sheppard – Legendary Friends & Country Duets

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T.G. Sheppard – Legendary Friends & Country Duets – Cleopatra Records 

Quando leggo Cleopatra Records vedo subito rosso, ma non per la rabbia, come i tori, è piuttosto un effetto simile a quello di trovarsi di fronte ad un semaforo: ti fermi e guardi bene, a destra e sinistra, per capire cosa succede e dove dirigerti, perché la “fregatura” spesso è lì, vicino all’incrocio. Cosa ti hanno combinato questa volta? E soprattutto chi è questo T.G. Sheppard che ha “Leggendari Amici”? In effetti già quando avevo visto nella lista delle uscite questo Legendary Friends & Country Duets, senza sapere che era su etichetta Cleopatra, mi aveva incuriosito per lo schieramento di cantanti celebri che Sheppard era riuscito a riunire per questo album: un onesto, ma non celeberrimo cantante country, in azione già dagli inizi anni ’70, sia come cantante che come discografico, senza mai raggiungere vette qualitative particolarmente significative e operando in quel di Nashville in un ambito country-pop, ben rappresentato sia dai suoi successi come “A.R. Man” per Elvis, Perry Como e John Denver e poi con una serie di dischi a nome proprio che non hanno mai infiammato noi appassionati di un country più illuminato e meno legato all’industria.

Già leggendo la lista, peraltro importante, dei partecipanti ai duetti, si intuisce il solito “progetto” Cleopatra dalla temporalità dubbia: cioè, quando è stato inciso il disco? Conway Twitty è morto dal 1993, George Jones da un paio di anni, Jerry Lee Lewis non incide più molto spesso. Ma proprio il brano scritto da Sheppard con la moglie Kelly Lang (non è quella di Beautiful) e lo stesso Lewis, The Killer, prende bene, oltre che per il suo spirito autobiografico, anche per l’andamento country-soul, tra chitarre, fiati, il piano inconfondibile e le belle voci di T.G. e Jerry Lee, niente di imprescindibile, ma una bella canzone, come quella posta in apertura, Down In My Knees, un gradevole country-gospel cantato in coppia con gli Oak Ridge Boys https://www.youtube.com/watch?v=FjlCSdxSCHs , e niente male, anche se i primi segnali zuccherosi si fanno strada, la versione di Why Me Lord un brano di Kris Kristofferson sotto forma di tipica ballata country, cantata proprio con Conway Twitty. Pure Song Man, un brano di Merle Haggard cantato in coppia con l’autore, non dispiace, con una pedal steel ed una acustica che convivono con una marimba (??) che fa molto Nashville pop, ma non riesce a rovinare del tutto la canzone. Piacevolissimo viceversa l’arrangiamento, in puro stile country-Tex Mex Mariachi, di una divertente Fifteen Rounds Of Jose Cuervo, cantata con Delbert McClinton https://www.youtube.com/watch?v=HSgC-Sv6dTA .

E fin qui tutto bene, diciamo che l’album si è guadagnato la sufficienza risicata, ma da qui in avanti l’effetto Cleopatra si fa sentire: già il duetto con Lorrie Morgan, in una The Next One orchestrale, molto crooner after hours, che c’entra come i cavoli a merenda con il resto del disco, potrebbe essere piacevole in un tributo a Sinatra, ma in un disco country? 100% Chance Of Pain, cantata con BJ Thomas e Jimmy Fortune degli Statler Brothers (che a dispetto del nome non erano neppure parenti), è quanto di più pacchiano ci si potrebbe aspettare e anche It’s A Man Thing, il duetto con uno sfiatatissimo George Jones a fine carriera, rischia di rovinare la reputazione del grande “Possum” e sarebbe stato meglio lasciarlo negli archivi https://www.youtube.com/watch?v=rPndtDldf14 . Wine To Remember And Whiskey To Forget, il duetto con Mickey Gilley, l’urban cowboy più famoso per essere stato il cugino di Jerry Lee Lewis che per la sua carriera e Dead Girk Walking, in coppia con la moglie Kelly Lang (che ha scritto anche la gran parte dei brani), sono senza infamia e senza lode, belle voci tutti, anche lo stess T.G. Sheppard, ma suscitano poche emozioni. Quelle che crea Willie Nelson anche quando è alle prese con l’elenco telefonico, ma che nel caso è ben servito da una ottima In Texas, un brano di Dennis Linde che risolleva in parte le sorti di questo album, anche se l’arrangiamento sfiora sempre il pacchiano https://www.youtube.com/watch?v=QRnZN0Rn620 . Ma il duetto con Engelbert Humperdinck sembra un pezzo di Iglesias (il babbo) in versione country e anche nell’accoppiata con Crystal Gaylein I’m Not Going Anywhere, si rischia un attacco di diabete. If You Knew, una ballata malinconica con Ricky Skaggs e le Whites, non sarebbe neppure male, ma l’arrangiamento è da denuncia penale!

Bruno Conti

Ancora Più Che Gagliardo Dal Vivo! Charlie Daniels Band – Live At Billy Bob’s Texas

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Charlie Daniels Band – Live At Billy Bob’s Texas – Smith Music Group 

Credo che, jam band, Allman e Grateful Dead esclusi, Charlie Daniels e la sua band siano uno dei gruppi che abbia realizzato il maggior numero di album dal vivo nella storia del rock (e del country): solo le Volunteer Jam costituiscono un bel gruzzolo (40° Anniversario quest’anno), ma poi tra CD e DVD ne sono usciti veramente tanti, per esempio questo http://discoclub.myblog.it/2012/04/17/vecchi-sudisti-charlie-daniels-band-live-at-rockpalast/, e compreso uno in Iraq (!?!) https://www.youtube.com/watch?v=skPd-8dmkfQ , nel 2007, senza contare anche un paio di broadcasts anni ’70-’80 usciti nel 2015. Eppure mancava un concerto registrato al famoso locale di Forth Worth, il Billy Bob’s Texas, in questa famosa serie che raccoglie soprattutto artisti country e Red Dirt ma ogni tanto si concede anche al (southern) rock. Se ne sentiva la mancanza? Forse no, ma il concerto è molto piacevole e coinvolgente, quindi se siete dei fans di Charlie Daniels è da aggiungere alla vostra collezione, se siete dei novizi potrebbe essere un buon inizio per fare la conoscenza dell’artista di Wilmington, North Carolina, che dall’alto delle sue 78 primavere (anzi 79 nel frattempo) è una delle icone nel suo genere. Senza fare per la ennesima volta la sua storia, diciamo che il buon Charlie ha iniziato come sessionman nella seconda metà anni ’’60 (ma il suo primo singolo è del 1961), tra i tanti, come bassista per Dylan nel periodo 1969-70, poi, tornato ai suoi strumenti, chitarra e violino, ha iniziato la sua carriera solista, partecipando però come ospite anche a cinque album della Marshall Tucker Band, e volendo sintetizzare al massimo si può dire che è il più country degli artisti southern rock, ma anche, viceversa, uno dei più rock tra quelli country.

Quindi espletate le formalità, la seconda domanda che interessa a chi legge è ovviamente, si tratta di un buon album? Direi che la risposta è più che affermativa, 14 brani, circa 80 minuti, eventualmente disponibile anche in versione DVD, accompagnato dalla sua band, dove fa un certo effetto non leggere dopo tanti anni il nome del tastierista “Taz” DiGregorio, scomparso in un incidente nel 2011, quindi già assente nell’ottimo Off The Grid, il disco dove reinterpretava Dylan ( http://discoclub.myblog.it/2014/04/04/cover-cover-charlie-daniels-band-off-the-grid-doin-it-dylan/), comunque Shannon Wickline, il suo sostituto è più che adeguato, e la formazione a tre chitarre è ancora in grado di sfornare del southern rock da antologia in alcuni momenti del concerto. Si parte subito a velocità forsennata con Southern Boy, Charlie Daniels è in gran forma vocale (avete mai fatto caso alle similitudini vocali con Joe Ely?), gli assolo si susseguono copiosi e la band tira, come testimonia la successiva Drinkin’ My Baby Goodbye, country music Doc, poi è il turno del primo omaggio a Dylan, una intensa versione di Tangled Up In Blue, leggermente accelerata e “countryzzata”, con violino e slide in evidenza, e ancora, via via, ottime versioni di The Legend Of Wooley Swamp, southern rock tiratissimo, El Toreador, uno dei classici, l’ironica, ma non troppo (What The World Needs Is) A Few More Rednecks, e ancora, In America, seguita da una versione monstre, oltre quindici minuti, dello strumentale Black Ice, un turbinio di soli, compreso uno lunghissimo di batteria di cui forse non si sentiva la mancanza, ma ci può stare.

Altro classico, Long Haired Country Boy, una country ballad molto bluesata con uso di slide, ed ecco l’altra cover dylaniana, I’ll Be Your Baby Tonight, sotto forma di valzerone country con armonica aggiunta, in onore dell’autore. Folsom Prison Blues di Johnny Cash è entrata di recente nel repertorio della band, bella versione, semiacustica e molto raffinata, ed eccellente anche il gospel tradizionale di How Great Thou Art, molto alla Willie Nelson, a parte il vocione, solo chitarra acustica e un organo da funzione religiosa, prima del finale con tutta la band. Potevano mancare The South’s Gonna Do It (Again) e The Devil Went Down To Georgia? Domanda pleonastica, certo che no! E infatti ci sono, in versioni pimpanti e scintillanti, come del resto tutto l’album che si rivela uno dei migliori Live della sua carriera!

Bruno Conti

Tre Album Belli Di Fila Non Sono Un Caso, Ormai E’ Uno Dei “Nostri”! Tom Jones – Long Lost Suitcase

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Tom Jones – Long Lost Suitcase – Virgin/EMI CD

Thomas Jones Woodward, meglio conosciuto come Tom Jones, a settant’anni suonati (75, per la precisione) si è finalmente deciso a fare musica come si deve. Per più di cinque decenni infatti il cantante gallese ha messo la sua formidabile voce al servizio di canzonette pop di poco conto ( non sempre), che hanno sicuramente contribuito a portare il suo conto in banca a livelli notevoli, ma lo hanno sempre reso indigesto ai veri music lovers, perdendo poi anche una buona parte di dignità a inizio secolo con il suo comeback nelle classifiche grazie allo strepitoso successo della pessima Sex Bomb, dopo che ormai buona parte del pubblico lo riteneva artisticamente sepolto in quel cimitero degli elefanti che può essere per certi artisti Las Vegas. Poi, nel 2010, il clamoroso colpo di coda con l’ottimo Praise & Blame, un bellissimo disco nel quale Tom esplorava le sue radici folk, blues e gospel con un suono spoglio ed in gran parte acustico, con Ethan Johns (figlio del grande Glyn) in cabina di regia: un disco in cui il nostro dava nuova linfa a brani della tradizione più profonda, ai quali affiancava covers (Tom è sempre stato un interprete più che un autore) di gente come Bob Dylan, Billy Joe Shaver e Pops Staples.

Una metamorfosi che aveva dell’incredibile, con Johns nei panni di quello che Rick Rubin è stato per Johnny Cash nell’ultimo periodo della carriera dell’Uomo in Nero (che però non aveva mai smesso di fare buona musica, ma veniva soltanto da uno sfortunatissimo periodo alla Mercury, dopo essere stato lasciato a casa negli anni ottanta dalla Columbia) e, in parte, per Neil Diamond (gli album 12 Songs e Home Before Dark), che invece non aveva mai avuto un problema di vendite o di bontà nel songwriting, ma semmai di arrangiamenti gonfi e ridondanti e attitudine da superstar (del tipo “Io sono Neil Diamond e voi non siete un c****!”). La reazione a Praise & Blame fu tale che Tom nel 2012 bissò con l’altrettanto valido Spirit In The Room, che con lo stesso tipo di arrangiamenti essenziali prendeva in considerazione più che altro autori contemporanei (ancora Dylan, Tom Waits, Leonard Cohen, Paul McCartney, Paul Simon, Richard Thompson) ed anche talenti più recenti del calibro di Joe Henry e dei bravi Low Anthem. Ora Tom completa quella che può sembrare una trilogia con l’eccellente Long Lost Suitcase (che viene proposto come il CD di accompagnamento alla nuovissima autobiografia del gallese), un nuovo, bellissimo lavoro che dopo appena un paio di ascolti si rivela perfino superiore ai due precedenti.

Sempre prodotto da Johns Jr., Long Lost Suitcase vede il solito schema, cioè Jones che riprende classici del presente e del passato che hanno avuto una qualche influenza su di lui, ma stavolta con una maggiore propensione elettrica e diversi omaggi al blues (ma folk e anche qualcosa di country non mancano). Tom ha sempre una voce straordinaria nonostante i 75 anni (e l’età gli ha conferito anche un feeling che, repertorio commerciale a parte, in passato non aveva mai palesato), ha ormai trovato la sua dimensione ideale in queste interpretazioni, e Johns è il suo perfetto alter ego: in questo CD c’è molto blues come ho già accennato, ma anche più chitarre ed una sezione ritmica che si fa sentire in misura maggiore rispetto ai due album precedenti, decisamente più folk oriented. I musicisti presenti nel disco non sono molti: a parte Johns, che suona un po’ di tutto, abbiamo l’ottimo Fiachra Cunningham al violino, il noto chitarrista Andy Fairweather-Low (Eric Clapton, Roger Waters, ecc.) alla ritmica, Jeremy Stacey alla batteria, mentre al basso si alternano Ian Jennings e Dave Bronze.

L’album si apre con un pezzo poco noto di Willie Nelson, Opportunity To Cry (era su Pancho & Lefty, il disco del 1983 con Merle Haggard): la melodia è tipica del barbuto countryman texano, e l’arrangiamento spartano non fa che rendere giustizia al brano, con Tom che vocalmente si allinea alle performance da brivido di Willie. Honey Honey è la prima scelta sorprendente, un brano dei Milk Carton Kids, riproposto come se fosse un bluegrass di quando Tom aveva sì e no dieci anni, con banjo e violino a dettare legge e la brava irlandese Imelda May alla seconda voce; Take My Love (I Want To Give It) è il primo blues del CD (di Little Willie John), un giro classico, cantato in maniera potente dal gallese e la band che lo accompagna in maniera tesa ed elettrica, con un bel assolo centrale di Ethan. La nota Bring It On Home (Sonny Boy Williamson, ma anche Led Zeppelin) mantiene il disco in territori blues, con il gruppo che qui è molto più discreto e lascia campo libero alla voce di Tom, il quale si comporta come il più consumato dei bluesman; Everybody Loves A Train è un’altra bella scelta trasversale, un brano poco noto dei Los Lobos (era su Colossal Head, forse il disco più ermetico dei Lupi): Tom con la voce fa ciò che vuole, inizia parlando, quasi gigioneggia, poi nel refrain si lascia andare in tutta la sua potenza, mentre la band commenta in maniera quasi sporca, in pieno stile Lobos.

Nella sua biografia Jones darà sicuramente spazio anche ad Elvis Presley (nel booklet del CD è ritratto insieme a lui e Priscilla), ma invece di scegliere un brano del King opta per Elvis Presley Blues di Gillian Welch, offrendone un’interpretazione sofferta, drammatica, quasi alla Odetta, con Johns che lo circonda con una chitarra vibrata al limite della distorsione: quasi impensabile pensare che stiamo parlando dello stesso personaggio che cantava Delilah. Ed eccoci all’high point del disco (a mio parere): He Was A Friend Of Mine è un pezzo inciso da molti in passato, soprattutto in ambito folk (di Dave Van Ronk la versione più nota, ma anche Dylan la cantava spesso nelle coffeehouses del Village), e qui troviamo solo Tom ed Ehtan con la slide acustica, con il nostro che tira fuori una performance da pelle d’oca, al limite della commozione, sentire per credere. Factory Girl è proprio quella dei Rolling Stones, e qui Jones rispetta la melodia originale (ma che voce) e Johns la riveste di sonorità decisamente bucoliche, mentre con I Wish You Would (Billy Boy Arnold) si torna al blues ruspante, con una versione spedita e roccata, molto anni sessanta, ed una serie di assoli quasi ipnotici.

‘Til My Back Ain’t Got No Bone (di Eddie Floyd, l’ha fatta anche Albert King) rimane in zona blues, ma in maniera più tranquilla, con la solita voce che si staglia imperiosa; Why Don’ You Love Me Like You Used To Do? è un noto brano di Hank Williams, che vede Tom divertirsi con una interpretazione gioiosa e solare, in linea con l’originale, dandoci una delle prove più godibili del disco, quasi non avesse fatto altro che country nella sua carriera. L’album si chiude con la famosa Tomorrow Night (Lonnie Johnson, ma anche Elvis e Dylan), qui in veste jazz afterhours, molto raffinata, e con la deliziosa e countreggiante Raise A Ruckus, un traditional che hanno rifatto in mille, da Jesse Fuller a Uncle Earl, passando per Bill Kirchen e gli Old Crow Medicine Show.

Tom Jones è definitivamente rinsavito (meglio tardi che mai), e Long Lost Suitcase è indubbiamente uno dei dischi più belli del 2015.

Marco Verdi