E Dopo Bob Sinatra Ecco A Voi Willie Dylan: Comunque Un Grande Disco! Willie Nile – Positively Bob

willie nile positively bob

Willie Nile – Positively Bob: Willie Nile Sings Bob Dylan – River House/Pledge CD

Robert Noonan, meglio conosciuto come Willie Nile, è un rocker di razza, ed è forse il mio preferito tra i  molti outsiders della musica americana: Willie è uno che non ha mai deluso, a partire dal fulminante esordio omonimo del 1980 (un disco da cinque stelle anche dopo 37 anni), passando per il suo seguito, l’inferiore ma sempre ottimo Golden Down (1981), per l’album della rinascita Places I Have Never Been (1991, forse il suo lavoro più “mainstream”, e comunque avercene), ma anche se si parla dei dischi usciti nel nuovo millennio, tra i quali i più riusciti sono senz’altro Streets Of New York (2006), American Ride (2013) ed il recente World War Willie (2016). Tutti album di puro rock’n’roll, suonato a cento all’ora da parte di uno degli artisti più sinceri ed onesti in circolazione; ma Nile non è solo un (grande) rocker, è anche un cantautore di alto livello, cosa che si notava appieno nel sorprendente If I Was A River (2014), intensissimo ed inatteso album di ballate pianistiche, tra gli episodi più riusciti della sua carriera. Oggi però Willie decide di riporre momentaneamente la penna per omaggiare in maniera lussuosa uno dei suoi miti assoluti, Bob Dylan, e lo fa con un lavoro bellissimo, Positively Bob: Willie Nile sings Bob Dylan, un disco nel quale il nostro riprende dieci gemme del leggendario cantautore di Duluth (volevate che dicessi menestrello?), dieci capolavori assoluti che Willie rifà in maniera decisamente intelligente, lasciando cioè intatte le melodie e le strutture di base, ma dando il suo tocco personale e condendo il tutto con una gran dose di ritmo e chitarre, rockeggiando alla grande e portando a casa quindi il risultato pieno: merito anche della solida band che lo accompagna (tra i cui membri troviamo la nostra vecchia conoscenza James Maddock alla chitarra, doppiato da Matt Hogan, con Johnny Pisano al basso e l’ex Spin Doctors Aaron Comess alla batteria) e del produttore Stewart Lerman, che ha dato al disco un suono diretto e potente.

Willie (che pare abbia anche pronto un disco di brani originali) ha realizzato l’album con il crowdfunding, tramite la piattaforma Pledge Music, e, se vogliamo, Positively Bob ha come unico difetto il fatto che contiene solo dieci pezzi (in un primo momento ne erano stati annunciati nove): due o tre brani in più, data anche la durata non lunghissima di quelli presenti, non avrebbero infatti guastato (ad esempio avrei visto benissimo Positively 4th Street, così da ricollegarsi anche al titolo del disco, un brano che secondo me Willie avrebbe rifatto in maniera meravigliosa). The Times They Are A-Changin’ apre il CD, ma la canzone, da inno folk che era, diventa un tipico rock’n’roll di Willie, ritmo alto e chitarre in gran spolvero: la melodia resta intatta ma il brano ne esce completamente trasformato ed anche, perché no, rivitalizzato. Con Rainy Day Women # 12 & 35 Nile è nel suo ambiente naturale: cadenzata, con una bella slide a dare un sapore bluesato, e con il motivo un po’ cambiato, risulta però decisamente trascinante; Blowin’ In The Wind è una sorpresa: velocissima, quasi punk, con un feeling alla Ramones e chitarre decisamente in palla, davvero strepitosa.

A Hard Rain’s A Gonna Fall (come vedete Willie predilige il Dylan dei sixties) è invece trasformata in un valzerone lento, una versione scintillante e piena d’anima di uno dei vertici assoluti del songbook dylaniano, anche se manca la drammaticità dell’originale, mentre I Want You ha una veste completamente diversa dal classico proveniente da Blonde On Blonde, è più intima, quasi folk, ma non per questo meno interessante, con un leggero feeling bucolico ed ottimi “fill” di piano. Subterranean Homesick Blues è puro rockabilly, anche se i ripetuti interventi dei backing vocalists sono forse superflui (ma rimane godibile), Love Minus Zero/No Limit era già splendida in origine, e qua Willie fa una mossa intelligente non cambiandola più di tanto, solo accelera leggermente il ritmo e ci consegna uno degli highlights del disco (sempre per il discorso che non basta cantare dei capolavori per fare un bel disco, bisogna anche essere bravi): davvero bellissima; Every Grain Of Sand è la più recente (1981), ma qui la versione di Bob è di quelle che non si possono avvicinare: Willie comunque se la cava egregiamente, con un delizioso accompagnamento elettroacustico (ed ancora un tempo un tantino più mosso). L’album si chiude con una squisita rilettura in puro country style di You Ain’t Goin’ Nowhere, nella quale il nostro tiene presente la versione dei Byrds, e con la rara Abandoned Love (una outtake di Desire che Dylan recuperò su Biograph), un folk-rock cristallino e dalla melodia stupenda, che Willie interpreta alla grande.

Positively Bob è dunque uno dei dischi più piacevoli da ascoltare tra quelli finora usciti in questo 2017, ed in generale anche nella discografia di Willie Nile, e mi ha messo una gran voglia di ascoltare il bis, nel quale magari il rocker di Buffalo potrebbe omaggiare il suo amico Bruce Springsteen.

Marco Verdi

Alcune Prossime Interessanti Uscite Estive, Parte II. Beach Boys, Jason Isbell, Joe Bonamassa, Jeff Tweedy, Willie Nile, Peter Perrett, Sonny Landreth

jason isbell the nashville sound

Proseguiamo con la disamina delle prossime uscite, sempre quelle in uscita dopo il 15 giugno. Le altre, tipo Roger Waters, Fleet Foxes (entrambe già pronte le recensioni), Gov’t Mule (in preparazione), Buckingham-McVie, Chuck Berry, e altre, le leggerete quanto prima sul Blog. Oggi partiamo con il nuovo album solista dell’ex Drive-by-Truckers.

Jason Isbell And The 400 Unit – Nashville Sound – Southeastern/Thirty Tigers

Contrariamente a quanto potrebbe far supporre il titolo, questo nuovo disco di Isbell è annunciato come il più rock e tirato della sua carriera solista (ma non mancano le ballate), l’aggancio con Nashville è dato dal fatto che l’album è stato registrato al famoso RCA Studio A, appunto nella capitale del Tennessee, con la produzione di Dave Cobb (ultimamente forse si fa prima a dire quelli che non ha prodotto), sinonimo di garanzia, e già dietro la consolle anche nei due precedenti dischi di Isbell. Lo accompagnano i 400 Unit: il tastierista Derry deBorja, il batterista Chad Gamble, il bassista Jimbo Hart, l’atro chitarrista Sadler Vaden e la violinista, nonché moglie di Jason, Amada Shires. Dieci brani nuovi, composti per l’occasione, dal due volte vincitore di Grammy, Jason Isbell.

Ecco i titoli dei brani del CD, previsto in uscita il 16 giugno:

1. Last Of My Kind
2. Cumberland Gap
3. Tupelo
4. White Man’s World
5. If We Were Vampires
6. Anxiety
7. Molotov
8. Chaos And Clothes
9. Hope The High Road
10. Something To Love

Dai tre brani che potete vedere ed ascoltare qui sopra mi sembra ottimo.

Joe Bonamassa Live At Carnegie Hall An Acoustic Evening

Il 23 giugno uscirà anche il nuovo Joe Bonamassa Live At Carnegie Hall: An Acoustic Evening, etichetta Mascot/Provogue/J&R Adventures, Sono già passati ben otto mesi, anzi quasi nove, dal precedente disco http://discoclub.myblog.it/2016/10/03/finche-fa-dischi-cosi-belli-puo-farne-quanti-ne-vuole-joe-bonamassa-live-at-the-greek-theater/ , ma il chitarrista di New York ci stupisce ancora una volta con un eccellente disco dal vivo, forse il migliore della sua carriera (e ne ha fatti parecchi “non male”, per usare un eufemismo, sempre molto diversi tra loro). Per l’occasione il concerto verrà pubblicato in tre diversi formati separati: doppio CD, doppio DVD o Blu-Ray.

La recensione la leggerete in anteprima sul Buscadero di giugno (sì, l’ho scritta io) e poi a seguire sul Blog. Nel frattempo ecco la lista completa dei brani:

[CD1]
1. This Train
2. Drive
3. The Valley Runs Low
4. Dust Bowl
5. Driving Towards The Daylight
6. Black Lung Heartache
7. Blue And Evil
8. Livin’ Easy
9. Get Back My Tomorrow

[CD2]
1. Mountain Time
2. How Can A Poor Man Stand Such Times And Live
3. Song Of Yesterday
4. Woke Up Dreaming
5. Hummingbird
6. The Rose

E i nomi dei musicisti impegnati nel concerto: Mahalia Barnes alla guida dei 3 backing vocalists australiani (gli altri due Juanita Tippins e Gary Pinto) , la cellista acustica ed elettrica di origine cinese Tina Guo (impegnata anche al erhu) e il percussionista egiziano Hossan Ramzy (che era quello utilizzato da Page & Plant per l’album No Quarter e nel Unledded Tour). Nella band di Bonamassa a fianco dei soliti Reese Wynans (piano), e Anton Fig batteria), troviamo anche Eric Bazilian, l’eccellente multistrumentista degli Hooters). Il concerto è fantastico ed elettrizzante, come si desume dai due video inseriti nel Post.

jeff tweedy together at last

“Strano” disco solista per Jeff Tweedy dei Wilco, Together At Last, in uscita il 23 giugno prossimo per la Anti/Epitaph, conterrà rivisitazioni acustiche di brani già incisi dal nostro con i gruppi in cui ha militato, Wilco appunto, Loose Fur e Golden Smog. Quest’anno anche il musicista di Belleville, Illinois (ma residente a Chicago) taglia anche lui il traguardo dei 50 anni ad agosto e decide di pubblicare questo disco particolare, forse non del tutto comprensibile, o forse sì. anche alla luce dell’ultimo Wilco Schmilco che era già un album intimista e a tratti acustico, ma questa volta Tweedy è proprio da solo, e si dovrebbe trattare del primo di una serie di album chiamati Loft Acoustic Sessions, Produce lo stesso Jeff, insieme a Tom Schick, per un totale di 11 brani.

1. Via Chicago
2. Laminated Cat
3. Lost Love
4. Muzzle Of Bees
5. Ashes Of American Flags
6. Dawned On Me
7. In A Future Age
8. I Am Trying To Break Your Heart
9. Hummingbird
10. I’m Always In Love
11. Sky Blue Sky

Sembra interessante, lo preferisco in versione elettrica, o quantomeno accompagnato da una band, ma comunque il primo brano rilasciato non è affatto male.

willie nile positively bob

Disco nuovo, sempre previsto per il 23 giugno, anche per Willie Nile: il titolo, e pure il sottotitolo, dicono tutto. Positively Bob, Willie Nile Sings Bob Dylan, autofinanziato con il solito sistema del crowdfunding via Pledge Music, parte dei proventi andrà alla The Light Of Day Foundation. Si sa abbastanza poco del disco, che uscirà su etichetta River House Records, ma dal teaser video qui sotto, sembra un album elettrico.

Nove brani in tutto, direi tutte prime scelte, ecco i titoli:

1. The Times Are A’ Changin’
2. Rainy Day Women #12 & 35
3. Blowin’ In The Wind
4. A Hard Rain’s A’ Gonna Fall
5. I Want You
6. Subterranean Homesick Blues
7. Love Minus Zero, No Limit
8. Every Grain Of Sand
9. You Ain’t Goin’ Nowhere

peter perrett how the west was won

Il prossimo album, previsto per il 30 giugno in questo caso, è quello di un’artista ignoto ai più, ma che al sottoscritto è sempre piaciuto molto: Peter Perrett, leader sul finire degli anni ’70 di una delle migliori e più misconosciute band inglesi dell’epoca, gli Only Ones, autori di alcuni splendidi album, dove a fianco della voce di Perrett si apprezzava anche il grande lavoro alla chitarra di John Perry. Senti che musica.

Tre dischi, tra il 1978 e il 1980, se vi capita cercateli, si trovano ancora facilmente in giro, poi tentativi di reunion varie, carriere soliste mai decollate per entrambi (in effetti Perrett avrebbe pubblicato nel 1996 anche un disco come Peter Perrett in The One – Woke Up Sticky, che non era neppure male, ma se ne sono accorti in pochi); per cui How The West Was Won deve essere considerato il suo esordio da solista. Non ho sentito l’album integralmente, ma a giudicare dallo splendida title track, che potete ascoltare di seguito, e anche da An Epic Story, mi sembra abbia tutte le carte in regola, se non per vendere, quanto meno per allietare le giornate degli appassionati della buona musica. Prodotto da Chris Kimsey (esatto, quello dei Rolling Stones), esce su etichetta Domino.

Accompagnato dai figli Jamie and Peter Jr., il disco ci propone dieci splendide canzoni (vado sulla fiducia, ma la classe non è acqua):

1. How The West Was Won
2. An Epic Story
3. Hard To Say No
4. Troika
5. Living In My Head
6. Man Of Extremes
7. Sweet Endeavour
8. C Voyeurger
9. Something In My Brain
10. Take Me Home

beach boys sunshine tomorrow

Nel post precedente, di due o tre giorni fa, dedicato soprattutto alle ristampe, questo era sfuggito: però a ben vedere, visto che uscirà il 30 giugno, per la Capitol/Universal, Sunshine Tomorrow dei Beach Boys è destinata a diventare un’altra delle ristampe più attese e sorprendenti della prossima estate: Un altro disco dei Beach Boys? Ebbene sì: si tratta della versione stereo del disco del 1967 Wild Honey, ma arricchito da una pletora di brani provenienti da varie fonti. Outtakes da quel album, ma anche da Smiley Smile, pezzi dal vivo registrati tra le Hawaii, Washington, DC e Boston, e tantissimo altro.

Leggete i contenuti, 65, dicasi, sessantacinque brani, tra cui moltissimo materiale inedito:

CD 1

Wild Honey (New Stereo Mix) (original mix released as Capitol ST 2859, 1967)
(New stereo mix, except as noted *. Recorded September 15 to November 15, 1967 at Brian Wilson’s house and at Wally Heider Recording in Hollywood, California)

1. Wild Honey (2:45)
2. Aren’t You Glad (2:16)
3. I Was Made To Love Her (2:07)
4. Country Air (2:21)
5. A Thing Or Two (2:42)
6. Darlin’ (2:14)
7. I’d Love Just Once To See You (1:49)
8. Here Comes The Night (2:44)
9. Let The Wind Blow (2:23)
10. How She Boogalooed It (1:59)
11. Mama Says * (Original Mono Mix) (1:08)

Wild Honey Sessions: September – November 1967 (Previously Unreleased)
12. Lonely Days (Alternate Version) (1:45)
13. Cool Cool Water (Alternate Early Version) (2:08)
14. Time To Get Alone (Alternate Early Version) (3:08)
15. Can’t Wait Too Long (Alternate Early Version) (2:49)
16. I’d Love Just Once To See You (Alternate Version) (2:22)
17. I Was Made To Love Her (Vocal Insert Session) (1:35)
18. I Was Made To Love Her (Long Version) (2:35)
19. Hide Go Seek (0:51)
20. Honey Get Home (1:22)
21. Wild Honey (Session Highlights) (5:39)
22. Aren’t You Glad (Session Highlights) (4:21)
23. A Thing Or Two (Track And Backing Vocals) (1:01)
24. Darlin’ (Session Highlights) (4:36)
25. Let The Wind Blow (Session Highlights) (4:14)

Wild Honey Live: 1967 – 1970 (Previously Unreleased)
26. Wild Honey (Live) (2:53) – recorded in Detroit, November 17, 1967
27. Country Air (Live) (2:20) – recorded in Detroit, November 17, 1967
28. Darlin’ (Live) (2:25) – recorded in Pittsburgh, November 22, 1967
29. How She Boogalooed It (Live) (2:43) – recorded in Detroit, November 17, 1967
30. Aren’t You Glad (Live) (3:12) – recorded in 1970, location unknown

31. Mama Says (Session Highlights) (3:08)
(Previously unreleased vocal session highlights. Recorded at Wally Heider Recording, November 1967)

CD 2

Smiley Smile Sessions: June – July 1967 (Previously Unreleased)
(Recorded June and July 1967 at Brian Wilson’s house, Western Recorders, SRS, and/or Columbia Studios, except as noted *)
1. Heroes And Villains (Single Version Backing Track) (3:38)
2. Vegetables (Long Version) (2:55)
3. Fall Breaks And Back To Winter (Alternate Mix) (2:28)
4. Wind Chimes (Alternate Tag Section) (0:48)
5. Wonderful (Backing Track) (2:23)
6. With Me Tonight (Alternate Version With Session Intro) (0:51)
7. Little Pad (Backing Track) (2:40)
8. All Day All Night (Whistle In) (Alternate Version 1) (1:04)
9. All Day All Night (Whistle In) (Alternate Version 2) (0:50)
10. Untitled (Redwood) * (0:35)
(Previously unreleased instrumental fragment. Studio and exact recording date unknown. Discovered in tape box labeled “Redwood”)

Lei’d In Hawaii “Live” Album: September 1967 (Previously Unreleased)
(Recorded September 11, 1967 at Wally Heider Recording in Hollywood, CA, with additional recording September 29, 1967 (except as noted *). Original mono mixes from assembled master ½” reel, dated September 29, 1967, discovered in the Brother Records Archives.)
11. Fred Vail Intro (0:24)
12. The Letter (1:54)
13. You’re So Good To Me (2:31)
14. Help Me, Rhonda (2:24)
15. California Girls (2:30)
16. Surfer Girl (2:17)
17. Sloop John B (2:50)
18. With A Little Help From My Friends * (2:21)
(Recorded at Brian Wilson’s house, September 23, 1967)
19. Their Hearts Were Full Of Spring * (2:33)
(Recorded during rehearsal, August 26, 1967, Honolulu, Hawaii)
20. God Only Knows (2:45)
21. Good Vibrations (4:13)
22. Game Of Love (2:11)
23. The Letter (Alternate Take) (1:56)
24. With A Little Help From My Friends (Stereo Mix) (2:21)

Live In Hawaii: August 1967 (Previously Unreleased)
(The Beach Boys recorded two complete concerts and rehearsals in Honolulu on August 25 and 26, 1967. Brian Wilson rejoined the group onstage for these shows; Bruce Johnston was not present. The following tracks derive from the original 1″ 8-track master reels discovered in the Brother Records Archives.)
25. Hawthorne Boulevard (1:05)
26. Surfin’ (1:40)
27. Gettin’ Hungry (3:19)
28. Hawaii (Rehearsal Take) (1:11)
29. Heroes And Villains (Rehearsal) (4:45)

Thanksgiving Tour 1967: Live In Washington, D.C. & Boston (Previously Unreleased)
(The touring Beach Boys – Mike, Carl, Dennis, Al, and Bruce – embarked on a Thanksgiving Tour immediately after delivering the finished Wild Honey album to Capitol Records. For this tour, the band was augmented by Ron Brown on bass and Daryl Dragon on keyboards.)
30. California Girls (Live) (2:32) – recorded in Washington, DC, November 19, 1967
31. Graduation Day (Live) (2:56) – recorded in Washington, DC, November 19, 1967
32. I Get Around (Live) (2:53) – recorded in Boston, November 23, 1967

Additional 1967 Studio Recordings (Previously Unreleased)
33. Surf’s Up (1967 Version) (5:25)
(Recorded during the Wild Honey sessions in November 1967)
34. Surfer Girl (1967 A Capella Mix) (2:17)
(Previously unreleased mix of Lei’d In Hawaii take from the Wally Heider Recording sessions in September 1967)

Per la gioia di grandi e piccini, ed estratti dal periodo più fertile e creativo della band di Brian Wilson, e avrà pure un prezzo speciale, un doppio CD al costo di uno. Non ci sono ancora video specifici dedicati a questa ristampa, ma due o tre canzoni (!!!) tra cui scegliere mi sembra si possano trovare

sonny landreth recorded live in lafayette

Un’altra uscita interessante prevista per il 30 giugno è questo Live In Lafayette, doppio CD dal vivo per uno dei migliori chitarristi in circolazione, maestro della slide guitar e non solo, Sonny Landreth registra questo album proprio nella sua città adottiva (perché, per la precisione, è nato a Canton, Mississippi). Un album con un disco acustico ed uno elettrico, pubblicato dalla Mascot/Provogue:

CD1: Acoustic]
1. Blues Attack
2. Hell At Home
3. Key To The Highway
4. Creole Angel
5. A World Away
6. The High Side
7. Bound By The Blues
8. The U.S.S. Zydecoldsmobile

[CD2: Electric]
1. Back To Bayou Teche
2. True Blue
3. The Milky Way Home
4. Brave New Girl
5. Überesso
6. Soul Salvation
7. Walkin’ Blues
8. The One And Only Truth

Peccato che non sia stato accluso anche un video con le riprese del concerto, visto che a giudicare dal filmato qui sopra, pare esista.

Fine della seconda parte, alla prossima.

Bruno Conti

L’Ultima Volta Dell’Indimenticabile “Big Man”! Bruce Springsteen & The E Street Band – HSBC Arena, Buffalo, NY 11/22/09

bruce springsteen buffalo 2009

Bruce Springsteen & The E Street Band – HSBC Arena, Buffalo, NY 11/22/09 – Bruce Springsteen/Nugs.net 3CD/Download

Nel 2016 la pubblicazione di storici concerti d’archivio da parte di Bruce Springsteen (di cui avevo fatto un riassunto in questo blog http://discoclub.myblog.it/2016/02/14/supplemento-della-domenica-bruce-springsteen-sempre-comunque-grandissimo-performer-il-punto-sugli-archivi-live-del-boss/ ) ha subito un rallentamento, principalmente per lasciare spazio agli instant live tratti dagli 89 shows del River Tour: solo il doppio The Christic Shows, da due esibizioni acustiche del 1990 http://discoclub.myblog.it/2016/07/03/il-supplemento-della-domenica-dello-springsteen-dagli-archivi-live-del-boss-ottimo-anche-senza-la-band-bruce-springsteen-the-christic-shows-1990/ , e, sotto Natale, questo triplo tratto da un concerto svoltosi a fine 2009 a Buffalo, nello stato di New York, per la serata conclusiva della tournée a supporto dell’altalenante album Working On A Dream, forse il meno riuscito della carriera del Boss dopo il raffazzonato High Hopes (la recensione del live arriva solo adesso in quanto ho atteso più di due mesi che mi arrivasse il CD). Il perché di questa scelta apparentemente strana, visto che questo tour, pur presentando un Bruce in grande forma (avevo assistito alla serata di Torino, una delle migliori da me mai viste per quanto riguarda il Boss) non è certo passato alla storia come tra i suoi più leggendari, è presto detta: il concerto di Buffalo è anche l’ultimo con il grande Clarence “Big Man” Clemons in formazione, dato che il sassofonista di colore morirà per malattia nel Giugno del 2011. Chiaramente all’epoca nel concerto ancora non si sapeva che la E Street Band, già orfana di Danny Federici, avrebbe avuto un altro lutto, e proprio nell’elemento più amato dal pubblico (a parte Bruce naturalmente), vecchio amico e compagno di scorribande del Boss, un vero gigante buono che è anche sempre stato una parte fondamentale nel suono degli E Streeters, pur non essendo certo considerato tra i fenomeni mondiali del suo strumento.

In questo concerto quindi si respira la solita aria di festa, ed il triplo CD si ascolta che è un piacere: l’apertura è potente con Wrecking Ball, all’epoca ancora inedita su disco, poi si entra subito in clima “arena rock” con The Ties That Bind e Hungry Heart, ed un dovuto omaggio a Working On A Dream con l’obamiana title track, una canzone assolutamente normale che infatti sparirà dalle scalette dei successivi tour. Ed ecco la parte più ghiotta della serata: sappiamo che ormai da anni il Boss ha preso l’abitudine di omaggiare ogni tanto i suoi album più popolari del passato suonandoli da cima a fondo (Born To Run, Darkness On The Edge Of Town, Born In The U.S.A., The River lo scorso anno), ma questa sera decide di fare una cosa mai vista, cioè riproporre in versione aggiornata il disco da cui è nato tutto, ovvero il suo esordio del 1973, Greetings From Asbury Park, NJ, un album all’epoca passato quasi inosservato ma ampiamente rivalutato negli anni (e Bruce stasera lo dedica al suo scopritore, il leggendario produttore John Hammond). Si parte quindi con la solare Blinded By The Light, piena di suoni e ritmo, per finire con la fluida It’s Hard To Be A Saint In The City (che chiude anche il primo CD): in mezzo, la sempre bellissima Growin’ Up, la drammatica Lost In The Flood, interpretata con la solita incredibile intensità, le travolgenti Does This Bus Stop At 82nd Street? e Spirit In The Night, la poco conosciuta The Angel: davvero una gradita sorpresa.

Il secondo CD presenta alcuni classici (The Promised Land, Born To Run, The Rising, Tenth Avenue Freeze-Out), ma anche diverse chicche, a partire, visto che siamo a fine Novembre ed è l’ultimo concerto del tour, da un uno-due formato dalle festose Merry Christmas Baby e Santa Claus Is Coming To Town; poi abbiamo la rara Restless Nights (era sul cofanetto Tracks), dedicata a Little Steven dato che è anche il suo compleanno, ed un trittico molto interessante di cover formato dal mitico strumentale di Booker T & The MG’s Green Onions, da una Boom Boom molto più rock’n’roll e meno blues di quella di John Lee Hooker, e da Hang Up My Rock And Roll Shoes di Chuck Willis, arrivata sul palco come richiesta e con conseguente siparietto di Bruce che se la prende con l’autore del cartello per non aver incluso anche il testo, dato che dichiara di non ricordarlo (ma poi la canterà in maniera impeccabile). Il terzo ed ultimo dischetto è incentrato sui bis, tra i quali troviamo una Thunder Road full band, la sempre irresistibile American Land e le ormai classiche Dancing In The Dark e Rosalita. Come conclusione abbiamo una torrenziale ed incandescente Higher And Higher, noto brano di Jackie Wilson (e con Willie Nile ospite ai cori) ed un finale a tutto rock’n’roll con la famosa Rockin’ All Over The World di John Fogerty. Gran concerto, inciso anche splendidamente, il modo migliore per omaggiare il grande Clarence Clemons.

Marco Verdi

Ecco Un “Piccolo” Cofanetto Fatto Come Si Deve! Ian Hunter – Stranded In Reality Parte II

ian hunter stranded in reality

Ian Hunter – Stranded In Reality – Proper Box Set 28CD + 2DVD

Ed ecco la Parte II.

Rant (2001): dopo altri cinque anni senza dischi, Ian torna con il suo lavoro più “politico”, profondamente critico verso la sua patria ma pure verso l’amministrazione Bush in America (e prima delle Torri Gemelle), ma anche il suo migliore da vent’anni a questa parte, con una solida band capitanata dal chitarrista Andy York (che si porta dietro Willie Nile come ospite), al punto che ancora oggi il gruppo che accompagna il nostro si fa chiamare The Rant Band. Fin dalle prime note dell’energica Rip Off si capisce che Ian è in gran forma ed il gruppo è quello giusto, un disco di rock’n’roll forte ed ispirato, con punte come la potente American Spy, la fluida Wash Us Away, la vibrante Knees Of My Heart (bellissima) e la travolgente Still Love Rock And Roll, nella quale l’ex Mott dimostra di avere ancora la forza di un ragazzino.

String Attached (2003): altro splendido doppio CD dal vivo, registrato ad Oslo con Andy York più musicisti norvegesi e la sezione archi dei Trondheimsolistene Strings, che accompagna le canzoni di Ian con misura e mai in modo invasivo: il risultato è il miglior live di Ian dopo Welcome To The Club, con il repertorio del riccioluto rocker rivisitato in chiave elettroacustica: intanto, finalmente troviamo su un live di Hunter la fantastica Roll Away The Stone, uno dei miei brani preferiti dei Mott (anche se questa versione rallentata non mi convince pienamente), ma in aggiunta il CD offre versioni strepitose di grandi canzoni come I Wish I Was Your Mother, una maestosa Boy, All The Young Dudes, Irene Wilde, Once Bitten, Twice Shy, Michael Picasso e Saturday Gigs, due rarità del periodo Hoople come Rest In Peace e la splendida Waterlow, una favolosa rilettura rallentata di All Of The Good Ones Are Taken, che diventa praticamente un’altra canzone, e perfino pezzi nuovi come Twisted Steel, Rollerball e, in esclusiva per questo box, Your Way.

Shrunken Heads (2007): Ian conferma il suo ottimo momento di forma, che culminerà con il disco seguente; Shrunken Heads è comunque ancora meglio di Rant, inciso con l’ormai abituale partner Andy York e con la Rant Band (e Jeff Tweedy ospite in tre brani), l’album si apre con la scintillante Words (Big Mouth), un uptempo decisamente riuscito ed orecchiabile, ma presenta diversi pezzi degni di nota, come l’accattivante When The World Was Round, all’epoca scelta come singolo, la lunga e bellissima title track, una ballata delle sue, lo splendido folk-rock elettrico Soul Of America, la rootsy I Am What I Hated When I Was Young e, tra le bonus tracks (uscite allora su un EP limitato), la toccante Wasted, uno slow che sarebbe dovuto finire sul disco principale.

Man Overboard (2009): ed ecco il capolavoro: Man Overboard è a mio parere il miglior disco di Hunter dopo Schizofrenic (per chi scrive, disco dell’anno 2009), con uno Ian in forma ed ispirato come raramente gli è capitato. Il brano centrale è sicuramente la title track, una delle più belle canzoni del nostro, una fantastica folk ballad dal sapore marinaresco, suonata e cantata in modo strepitoso; dovrei citarle tutte, ma poi diventa una recensione a parte: non posso però non menzionare l’irresistibile The Great Escape, un folk-rock di grande presa, la fluida Arms And Legs, lussuosa rock ballad, la ficcante Up And Running, la trascinante e divertente The Girl From The Office, tra le migliori del disco, l’impeccabile Flowers, dal ritornello vincente, la dolce Win It All, una ninna nanna d’autore, e la conclusiva River Of Tears, altra splendida ballata rock dal sapore folk e melodia di prim’ordine.

When I’m President (2012): uno dei dischi più rock’n’roll di Ian, e solo di poco inferiore al suo predecessore (ed ancora con la Rant Band protagonista), When I’m President è un concentrato di energia e grandi canzoni, a partire dalla trascinante (ed ironica) title track, e proseguendo con le irresistibili Comfortable, What For e Wild Bunch, tre brani ad alta gradazione rock, o le saltellanti Saint e Just The Way You Look Tonight, dalle melodie dirette e coinvolgenti. Ma la ballate non mancano, e tra loro spicca la favolosa Life, dal testo toccante e musica pure.

Live In The UK 2010 (2015): primo live ufficiale di Ian con la Rant Band, registrato in varie locations nel Regno Unito, contiene meno classici del solito (Ships, Irene Wilde, Michael Picasso, All The Young Dudes, la sempre meravigliosa Waterlow, oltre ad una oscura Sea Diver, un brano poco noto del periodo Mott The Hoople) e si concentra principalmente sugli ultimi dischi, con ottime riletture di Words (Big Mouth), Flowers, Soul Of America, Man Overboard (sempre una goduria) e 23a Swan Hill, per finire con una cover a tutto rock’n’roll di Sweet Jane (Velvet Underground), un classico nei concerti dei Mott ma una rarità in quelli di Ian solista.

Per i completisti, questo è il mio recente post sull’ultimo album di Ian, Fingers Crossed (http://discoclub.myblog.it/2016/09/28/altro-grande-vecchiosempre-forma-smagliante-ian-hunter-fingers-crossed/), da qui in poi iniziano i CD esclusivi per questo box, a partire da

Tilting The Mirror: un doppio CD che “recupera” rarità varie, pubblicate su antologie, tributi o colonne sonore, con anche però una manciata di inediti assoluti, come Common Disease e If The Slipper Don’t Fit (outtakes di Alien Boy), due ottimi rock’n’roll, il primo fatto e finito, mentre il secondo è solo una backing track senza voce, ed una Waterlow eseguita in trio in studio. Il primo CD, oltre a qualche single versions degli anni settanta, presenta una prima versione di The Outsider, già splendida, e diverse outtakes da Short Back’n’Sides (già uscite in una edizione del 1994), con almeno due di esse (la ballata You Stepped Into My Dreams e lo scatenato rock’n’roll Na Na Na) meglio di molto materiale poi finito sul disco originale. Il secondo dischetto recupera quattro pezzi tratti da colonne sonore degli anni ottanta, da tempo fuori catalogo (gli unici brani registrati da Ian tra il 1983 ed il 1990), tra i quali spicca la roccata e grintosa Great Expectations, l’unica tra l’altro a non risentire delle sonorità fasulle e gonfie tipiche dell’epoca, e si conclude con One More Time, scritta da Alejandro Escovedo e tratta da Por Vida, disco tributo dedicato al rocker texano.

If You Wait Long Enough For Anything, You Can Get It On Sale: altro doppio, questa volta dal vivo, che presenta per la prima volta (nel primo CD e parte del secondo) il leggendario concerto di Ian & Band (con Ronson) all’Hammersmith Odeon il 22 Novembre del 1979, uno show di cui per decenni i fans hanno favoleggiato e che è considerato il Santo Graal di Hunter. Ed in effetti qui siamo a livelli altissimi, addirittura meglio di Welcome To The Club (il tour è lo stesso, e pure la scaletta, anche se con le canzoni in ordine diverso), con i nostri in serata di grazia e nessun brano che sia a livelli meno che strepitosi, con punte di eccellenza assoluta quali Laugh At Me, una cover molto dylaniana di un brano di Sonny Bono come solista, Sons And Daughters, Just Another Night, Bastard e, come finale, una stratosferica When The Daylight Comes di quasi 17 minuti, che da sola vale il prezzo (in una veste tra l’altro molto diversa, quasi blues). Basterebbe questo concerto, ma il secondo CD offre altri otto pezzi tratti da varie serate del 1979 e 1981, tra i quali spicca una rara Is Your Love In Vain? di Bob Dylan.

Bag Of Tricks: tre CD molto interessanti (presentati separatamente), sottotitolati Live Rarities, e che quindi prendono in esame brani suonati poche volte dal vivo dal nostro, oppure anche brani noti ma eseguiti in occasioni particolari, come il caso, nel primo CD, dei due pezzi proposti nel 1994 al concerto in memoria di Mick Ronson, cioè la prima esecuzione in assoluto di Michael Picasso (e se non vi commuovete vuol dire che siete dei robot) e la Resurrection Mary più bella di sempre. C’è anche qualche cover (Day Tripper, molto più rock di quella dei Beatles, una tosta e vigorosa While You Were Looking At Me di Little Steven, la dylaniana Knockin’ On Heaven’s Door e la poco nota Isolation di John Lennon) e diversi pezzi rari dei Mott The Hoople, come Rock’n’Roll Queen, Death May Be Your Santa Claus, Hymn For The Dudes, The Original Mixed-Up Kid e le oscure Alice e The Moon Upstairs, oltre ad una Roll Away The Stone finalmente fatta come si deve. Il resto è repertorio “minore” di Hunter solista, ma non per questo meno interessante: i titoli a mio avviso più riusciti sono American Spy, la ballata semi-acustica Death Of A Nation (in origine molto più rock), Twisted Steel, una strepitosa The Truth, The Whole Truth And Nothin’ But The Truth di otto minuti e con un Andy York stratosferico, la sempre magnifica The Outsider, che nonostante sia una delle più belle ballate del nostro non viene suonata spesso, l’intensa The Ballad Of Little Star, la brillante Just The Way You Look Tonight e When I’m President, trascinante anche in questa versione elettroacustica.

Acoustic Shadows: nel 2008 Ian intraprese una breve tournée acustica in patria, accompagnato da due membri della Rant Band (James Mastro alla chitarra e Steve Holley, ex Wings, alle percussioni): qui c’è un estratto dal concerto di Dartford, nel Kent, nel quale Ian rivisita anche pagine minori del suo repertorio mantenendo grande freschezza anche in questa veste spoglia, ed accentuando ulteriormente il suo stile dylaniano. Hunter non ha paura di affrontare pezzi più mossi, come Where Do You All Come From, originariamente uno lato B dei Mott che il nostro non suonava dal 1973, Sweet Jane, Honaloochie Boogie (finalmente!) e Once Bitten, Twice Shy, ma chiaramente il meglio lo dà nelle ballate, tra le quali emergono le ottime Scars e Shrunken Heads. Ma gli highlights assoluti sono due strepitosi medley, di dieci e sette minuti rispettivamente, che fondono insieme Irene Wilde-Ships-Letter From Britannia From The Union Jack l’uno (solo con Ian ed il suo pianoforte) e Soul Of America-I Wish I Was Your Mother l’altro.

Experiments: l’ultimo CD è anche quello più interessante di tutti, e da solo vale parte della spesa richiesta per il box: infatti, a parte tre prime versioni di Too Much, Artful Dodger e Michael Picasso (quest’ultima gareggia in bellezza con quella poi pubblicata), il dischetto contiene quindici canzoni mai sentite, provenienti dall’archivio personale di Hunter, ma non takes differenti di brani già conosciuti, bensì proprio pezzi inediti, che in seguito Ian non riprenderà più in mano. La maggior parte sono canzoni fatte e finite, c’è anche qualche demo casalingo in cui il nostro suona tutti gli strumenti, ed un paio di abbozzi, almeno dal punto di vista del testo (come You’re Messin’ With The King Of Rock’n’Roll, musicalmente trascinante ma si capisce che le parole non sono quelle definitive). Ed i brani degni di nota non mancano di certo, in alcuni casi non avrebbero sfigurato su qualsiasi disco di Ian, come Money Can’t Buy Love, forse con qualche synth di troppo ma servita da una squisita melodia pop, l’orecchiabile Look Before You Leap, un potenziale singolo di successo, Demolition Derby, un home demo un po’ troppo elettronico ma che con un arrangiamento differente poteva diventare una grande canzone, la vivace e solare San Diego Freeway, parzialmente ispirata dai Beach Boys, ed una versione molto soulful di The Man In Me, un brano “minore” di Bob Dylan.

It Never Happened: la parte visiva del cofanetto, due DVD che spaziano lungo tutta la carriera del nostro. Il primo dischetto comprende 24 canzoni e scorre in un battibaleno, riproponendo più o meno tutti i classici di Ian sfruttando rari filmati promozionali, apparizioni televisive, brani dal vivo (tra i quali tre pezzi al Rockpalast nel 1980 e quattro a Londra nel 1989, dallo stesso concerto del CD BBC Live In Concert) e diversi videoclip (divertente quello di All Of The Good Ones Are Taken, parodia del film Arthur con Dudley Moore). Peccato per l’assenza della All The Young Dudes suonata nel 1992 al concerto tributo per Freddie Mercury, con i tre Queen superstiti, David Bowie e, soprattutto, Mick Ronson alla sua ultima apparizione prima della tragica scomparsa. Il secondo DVD è tutto dal vivo, con dieci pezzi a Toronto nel 1979 (lo stesso tour dal quale è stato tratto Welcome To The Club, quindi qualità super), altrettanti a New York nel 1981 (usciti all’epoca su VHS con il titolo Ian Hunter Rocks e pubblicati in CD nel 2012 dentro l’antologia From The Knees Of My Heart, ma mai in DVD prima d’ora), ed infine il concerto completo ad Oslo dal quale è stato tratto Strings Attached, che non è proprio una rarità dato che è ancora reperibilissimo in DVD.

Sperando di non avervi fatto addormentare, concludo affermando che questo Stranded In Reality è un box, l’avrete capito, difficile da ignorare (non dico imperdibile perché capisco che la spesa è notevole): mi sbilancio e lo eleggo ristampa dell’anno (Pink Floyd permettendo).

Marco Verdi

Un Altro Grande Vecchio…Sempre In Forma Smagliante! Ian Hunter – Fingers Crossed

ian hunter fingers crossed

Ian Hunter & The Rant Band – Fingers Crossed – Proper CD

Alla tenera età di 77 anni, Ian Hunter non ha la minima intenzione di appendere la chitarra al chiodo, ma anzi è più attivo che mai. Infatti, nell’attesa di vedere pubblicato il mese prossimo il monumentale box a lui dedicato Stranded In Reality (28CD + 2DVD, che doveva uscire ai primi di Settembre ma è stato rimandato pare per problemi di produzione), l’ex leader dei Mott The Hoople  ha messo fuori questo Fingers Crossed, quattordicesimo album solista di studio, a quattro anni di distanza dall’ottimo When I’m President http://discoclub.myblog.it/2012/09/17/anche-per-lui-il-tempo-si-e-fermato-ian-hunter-when-i-m-pres/ , che a sua volta veniva tre anni dopo lo strepitoso Man Overboard, per chi scrive disco dell’anno 2009 e suo miglior album dai tempi del lontano You’re Never Alone With A Schizofrenic. Fingers Crossed non fa che confermare l’eccellente momento di forma del riccioluto rocker inglese, che nonostante le primavere che si accavallano non ha perso la grinta e la voglia di fare del sano e corroborante rock’n’roll, né l’ispirazione per scrivere quelle ballate pianistiche per le quali va giustamente famoso; la sua ugola non ha perso smalto, e la Rant Band che come al solito lo accompagna (James Mastro e Mark Bosch alle chitarre, Paul Page al basso, l’ex Wings Steve Holley alla batteria e Dennis DiBrizzi al piano, oltre ad Andy York, ex John Mellencamp band ed ultimamente con Willie Nile, che produce anche il tutto) ha il suono perfetto per le sue tipiche ballate rock.

Un altro bel disco quindi, che non fa che confermare il trend positivo nella carriera del nostro (dopo che gli anni ottanta e novanta erano stati piuttosto difficili), ancora più prezioso in quanto non sono rimasti in molti a fare del sano rock come il suo. Una ritmica molto Stones introduce That’s When The Trouble Starts, un rock’n’roll tosto e grintoso, con il nostro che mostra di avere ancora la voglia (e la voce), e la band che lo accompagna in maniera potente e sicura. Dandy è un sentito omaggio all’amico David Bowie (che non dimentichiamolo aveva rilanciato la carriera dei Mott scrivendo per loro l’inno All The Young Dudes), una ballata cadenzata e vibrante con un ritornello classico che rimanda direttamente agli anni settanta, con Ian che nel testo cita diversi titoli di brani dello scomparso Duca Bianco (Heroes, Life On Mars, The Jean Genie): bella canzone. Splendida invece Ghosts, un folk-rock dylaniano (Bob è sempre stata la sua fonte d’ispirazione principale) dal gran ritmo e sviluppo trascinante, con un bellissimo gioco di chitarre, una delle migliori composizioni di Ian degli ultimi anni; la title track è uno slow pianistico, una delle specialità della casa, e Hunter canta con anima e passione quella che si rivela da subito una grande canzone, con una struttura melodica splendida che si apre nota dopo nota: toccante, a dir poco.

White House è un rock’n’roll decisamente divertente ed ironico, che sbeffeggia la figura di Donald Trump, ma con classe e finezza tipicamente britannica (e la musica è alquanto coinvolgente), mentre Bow Street Runners è un brano dal testo molto più duro, che parla della criminalità in aumento a Londra (ed in generale nel mondo) e della paura che ci circonda, il tutto con un ritmo sempre sostenuto, chitarre in primo piano ed un mood simile a quello di Willie Nile (lo zampino di York si sente, il ritornello corale ricorda molto certe cose di Willie). Morpheus è ancora uno slow dal pathos molto alto, che inizia con voce e piano nel nulla, poi a poco a poco entra il resto della band, che trasforma il pezzo in una ballata rock coi fiocchi, con bel assolo finale di Bosch. Stranded In Reality (stesso titolo del box di prossima uscita) inizia un po’ come un brano degli U2, ma Ian prende subito le redini e sciorina un motivo fluido e di grande presa, altra rock song di gran lusso, con un testo un po’ amaro sui tempi in cui viviamo, che culmina con la frase finale “Why am I losin’ my enthusiasm?” ripetuta ad libitum. L’album termina con l’asciutta You Can’t Live In The Past, dal tempo quasi reggae, unico pezzo di livello leggermente inferiore, e con la vivace e folkeggiante Long Time, melodia orecchiabilissima e prestazione vocale del nostro sempre più convincente.

Che altro dire…lunga vita a Ian Hunter!

Marco Verdi

Una Bella Dose Di Rock And Roll Non Fa Mai Male! Willie Nile – World War Willie

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Willie Nile – World War Willie – River House Records/Blue Rose/Ird

Partiamo da un fatto assodato: Willie Nile (nome d’arte di Robert Anthony Noonan), rocker di Buffalo, ma trapiantato a New York, nel corso di 36 anni di attività non ha mai sbagliato un disco, anche se ne ha incisi appena una decina, sebbene le premesse di inizio carriera fossero ben diverse dallo status di cult artist al quale è ormai ancorato. Infatti il suo omonimo esordio del 1980, un disco di pura poesia rock’n’roll tra Byrds, Bob Dylan, punk e Lou Reed, era una vera e propria bomba, un album che personalmente avrei giudicato il migliore di quell’anno se un certo rocker del New Jersey non avesse pubblicato un doppio intitolato The River: il suo seguito, Golden Down (uscito l’anno seguente), non aveva la stessa forza, ma era comunque un gran bel lavoro, e lasciava presagire l’ingresso di Willie nell’olimpo dei grandi.

Poi, all’improvviso, ben dieci anni di silenzio, pare dovuti a beghe contrattuali con l’Arista e problemi personali, un’assenza che in buona fine gli ha stroncato la carriera (almeno a certi livelli): il ritorno nel 1991 con l’eccellente Places I Have Never Been, uno scintillante album con almeno una mezza dozzina di grandi canzoni ed una produzione di lusso, prima di ricadere nell’oblio per altri otto lunghi anni (in mezzo solo un EP, Hard Times In America, oggi introvabile), quando Willie pubblica il buon Beautiful Wreck Of The World, che ci mostra un artista un po’ disilluso ma sempre in grado di fare grande musica. Ancora sette anni di nulla, poi dal 2006 Nile si mette finalmente a fare sul serio, facendo uscire ben quattro lavori in otto anni (gli splendidi Streets Of New York e American Ride ed i discreti House Of A Thousand Guitars e The Innocent Ones): in tutto questo tempo Willie non è cambiato, fa sempre la sua musica, un rock urbano con pezzi al fulmicotone e ballate di grande impatto, dimostrando una coerenza ed una rettitudine che gli fa onore (io gli ho parlato brevemente una sera del 2008 a Sesto Calende e ho trovato una persona modesta, gentile e disponibilissima, e stiamo parlando di uno che da del tu a Bruce Springsteen).

Meno di un anno e mezzo fa , un po’ a sorpresa, Willie ha pubblicato il bellissimo If I Was A River http://discoclub.myblog.it/2015/01/12/fiume-note-poetiche-notturne-willie-nile-if-i-was-river/ , un disco di ballate pianistiche, un lavoro molto diverso dai suoi soliti, ma di una profondità ed intensità notevole, che un po’ tutti hanno giudicato uno dei suoi migliori di sempre: oggi, esce World War Willie (titolo un po’ così così, ed anche la copertina non è il massimo), un album che ci riporta il Willie più rocker, quasi fosse la controparte del disco precedente. Prodotto da Willie insieme a Stewart Lerman, e suonato con una solida band formata da Matt Hogan alle chitarre, Johnny Pisano al basso ed Alex Alexander alla batteria (e con la partecipazione di Steuart Smith, chitarrista dal vivo degli Eagles, in tre pezzi, e della nostra vecchia conoscenza James Maddox ai cori, oltre che a Nile stesso a chitarre e piano), World War Willie ci mostra il lato rock del nostro, e meno quello cantautorale, un disco di chitarre e ritmo altro che palesa l’ottimo stato di forma del riccioluto musicista, anche se, forse, si pone un gradino sotto i suoi lavori migliori. Ma forse la cosa è voluta: dopo due dischi come American Ride (uno dei suoi più belli di sempre) e If I Was A River Willie ha deciso di divertirsi e di fare solo del sano rock’n’roll senza fronzoli…e chi siamo noi per disapprovare?

Forever Wild ha un inizio pianistico alla Roy Bittan, poi entrano le chitarre, la sezione ritmica e la voce riconoscibilissima del nostro ad intonare una tipica rock ballad delle sue, con un bel ritornello corale ed una generosa dose di elettricità. La discorsiva Let’s All Come Together è classico Willie, sembra uscita da uno dei suoi primi due album, con la voce che non ha perso smalto, altro chorus da singalong e feeling a profusione; l’energica Grandpa Rocks è a metà tra Clash e rock urbano della New York anni ’70 (CBGB e dintorni), forse poco originale ma di sicuro impatto adrenalinico, mentre con Runaway Girl Willie stempera un po’ gli animi con una canzone elettroacustica che rivela il suo lato più romantico.

La title track è un boogie frenetico che ha la freschezza del primo Link Wray ed il solito mix tra ironia ed amarezza nel testo, niente di nuovo dal punto di vista musicale, ma ormai è chiaro che in questo disco il Willie songwriter si è preso una piccola vacanza in favore del suo gemello rocker. L’annerita Bad Boy è un travolgente e ritmato swamp-rock con venature blues, meno tipico ma decisamente riuscito, anche qui con un ritornello killer; Hell Yeah non avrà un testo da dolce stil novo ma ha un tiro irresistibile, un boogie frenetico e tostissimo, mentre Beautiful You fa calare un po’ la tensione e si rivela forse la meno riuscita del CD, priva com’è di una vera e propria melodia.

Splendida per contro When Levon Sings, un sentito omaggio a Levon Helm, suonata e cantata con un’andatura quasi da country ballad, ritmo saltellante e motivo di prim’ordine: il miglior Willie (come spesso capita quando dedica una canzone a qualcuno, pensate alla stupenda On The Road To Calvary, scritta in memoria di Jeff Buckley). L’album si chiude in deciso crescendo con il bel rock’n’roll urbano di Trouble Down In Diamond Town, un brano scintillante che rivela echi di Springsteen, seguito dalla divertente Citibank Nile, costruita intorno ad un tipico giro di blues, e soprattutto da una rilettura potente del superclassico di Lou Reed (e dei Velvet Underground) Sweet Jane, un brano che già in passato aveva avuto cover di livello (ricordo in particolare quelle, molto diverse tra loro, dei Mott The Hoople e dei Cowboy Junkies): Willie preme l’acceleratore, lascia in primo piano il mitico riff e ci consegna una versione piena di feeling e di rispetto per lo scomparso Lou.

Fa sempre bene un po’ di rock’n’roll ogni tanto, e Willie Nile è uno che non ce lo fa mai mancare.

Marco Verdi