Vecchi Amici Di Woodstock E Della Band. Professor Louie And The Crowmatix – Crowin’ The Blues

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Professor Louie And The Crowmatix  – Crowin’ The Blues – Woodstock Records          

Professor Louie & The Crowmatix, probabilmente il nome non vi dirà nulla, anche se vantano già dodici album e una lunga ed onorata carriera che li vede calcare i palcoscenici da oltre 15 anni. Se aggiungessi che il vero nome di “Professor Louie” è Aaron Hurvitz potrebbe aiutarvi? Niente eh. E si vi dicessi che in questa guisa, nei quindici anni precedenti, è stato il factotum, pianista e tastierista, vocalist, nonché co-produttore degli album della Band pubblicati negli anni ’90, questo invece mi pare aiuterebbe ad inquadrare il personaggio. Il nomignolo, tra l’altro, glielo ha assegnato proprio Rick Danko, con il quale Hurvitz ha collaborato durante gli anni ’90. Non trascuriamo che i dischi (di non facile reperibilità) del gruppo, vengono pubblicati dalla Woodstock Records, e che i musicisti vengono più o meno tutti da New York e dintorni. Caliamo un altro paio di ulteriori assi: il batterista è Clem Burke (esatto, quello con Dylan nella Rolling Thunder Revue e poi per quindici anni con Joe Jackson) e il chitarrista John Platania (se scorrete le note dei dischi di Van Morrison vi potrebbe capitare di incontrarlo), e, a completare la formazione, l’eccellente bassista Frank Campbell (che ha suonato “solo” con Levon Helm & Rick Danko, poi Steve Forbert e 10 anni con gli Asleep At The Wheel) e “Miss Marie” Spinosa (la trovate nei credits dei dischi della Band, dei Four Men And A Dog, sempre prodotti da Professor Louie), vocalist aggiunta a fianco di Hurvitz e anche pianista.

Comunque se il CV non vi convince del tutto c’è il solito sistema infallibile Guido Angeli, provare per credere: ascoltate questo Crowin’ The Blues e sarete conquistati da questa miscela musicale che, oltre ai nomi citati, rievoca anche le scorribande della Midnight Ramble Band di Levon Helm, ma anche (questo a livello personale) il sound del gruppo di David Bromberg, a cui la voce di Hurvitz mi pare si avvicini: quindi blues, rock, r&b,,un buon uso globale delle voci, visto che oltre a Miss Marie, anche gli altri armonizzano di gusto, e, quello che più conta un’aria di leggero e complice divertissement di fondo nella musica. Music for fun, ma eseguita con classe, semplicità e grande perizia tecnica. Come è immaginabile, vista la notevole sezione ritmica a disposizione, si va molto pure di groove, come esemplifica subito I’m Gonna Play The Honky Tonks, un classico pezzo tra gospel e errebì, dal repertorio di Marie Adams (vecchia cantante nera molto popolare negli anni ’50), comunque la cantava anche Levon Helm: il classico brano che ti aspetti da una band come questa, pianoforte, e la chitarra di Platania, subito sugli scudi, da notare anche un assolo di organo old time che fa molto anni ’60. Prisoner Of Your Sound è uno dei pezzi firmati dalla premiata ditta Hurwitz/Spinosa, un agile R&B misto a Americana Music, con la chitarra slide di Platania che si insinua negli spazi lasciati dal piano del Professor, e un intervento vocale che ricorda molto il miglior Bromberg citato poc’anzi; e anche la loro versione della classica High Heel Sneakers è deliziosa, ci trasporta dalle parti della New Orleans di Dr. John, sempre con un ottimo Platania alla solista e l’immancabile duopolio piano-organo vintage.

Love Is Killing Me, è un altro brano originale della band, cantato all’unisono dal Prof, che poi lascia spazio a Miss Marie, per una ipnotica blues ballad, che si innerva anche per la presenza di ben due chitarristi ospiti, Josh Colow e Michael Falzarano.. Ed estremamente piacevole anche il quasi latineggiante strumentale Blues & Good News, “fischiettato” con grande perizia dalla Spinosa, giuro! Quando le cose si fanno serie la band si rivolge ad un classico di Elmore James come Fine Little Mama per esplorare il blues, Hurvitz va di barrelhouse piano, e canta con intensità, mentre Platania è di nuovo alle prese con il bottleneck, il tutto a tempo di shuffle; I Finally Got You, un successo di Jimmy McCracklin, ci raccontano nelle note che glielo ha insegnato Levon Helm e dalla classe con cui lo eseguono non si fatica a crederlo.

E anche Big Bill Broonzy riceve un trattamento deluxe in Why Did You Do That To Me?, che grazie alla fisarmonica e al piano di Professor Louie ci trasporta quasi d’incanto negli anni ’20 del primo Blues swingante; non poteva mancare un brano di B.B. King con l’eccellente Confessin’ The Blues, cantata da Miss Marie, mentre come al solito il gruppo, e soprattutto Platania e Hurvitz ci danno dentro alla grande. Brights Lights, Bright City sarebbe il classico di Jimmy Reed, ma i Crowmatix la fanno come se fosse On Broadway di George Benson, geniale! That’s Allright di Jimmy Rogers è uno slow blues di quelli duri e puri, cantato con classe da Marie, mentre per il traditional I’m On My Way, con le sue derive gospel e un organo da chiesa, si inventano ritmi di cha cha cha, e cantano alternandosi alla guida. Il finale Blues For Buckwheat è proprio un omaggio a Buckwheat Zydeco, a tutta fisa, divertente ed irriverente come tutto l’album. Sono proprio bravi!

Bruno Conti

Era Ora, Finalmente Un Bel Johnny Winter Dal Vivo: Woodstock Revival 10 Year Anniversary Festival 1979

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Johnny Winter – Woodstock Revival 10 Year Anniversary Festival 1979 – Klondike

Oh, finalmente un bel Johnny Winter dal vivo! Ironie a parte (ma non troppo, se è la verità), anche questo Live radiofonico relativo ad un broadcast del 1979 è molto buono. Leggendo le note, l’estensore ci ricorda che per il Festival di Woodstock ci sono stati concerti per festeggiare i 10, 25 e 30 anni (ma anche nel 2009, quello per il 40° Anniversario, e già progettano il 50° per il 2019): ma poi ci informa che però quello del decennale è stato uno dei migliori in assoluto perché la memoria dell’evento era fresca e i partecipanti ancora in forma e pimpanti (più o meno, a parte quelli morti). Ci viene comunicato che l’evento si tenne ai Park Meadows Racetrack di Long Island, Brookhaven, stato di New York e non nel sito originale, e che, a dimostrazione del fatto che i tempi erano cambiati, la Pepsi era lo sponsor della serata. Comunque, come detto, dettagli a parte, il concerto dell’8 settembre è decisamente buono; Johnny Winter si presenta con il suo classico trio dell’epoca, Jon Paris, basso e armonica e Bobby T Torello, alla batteria.

Non vi ricordo per l’ennesima volta l’immenso talento di Winter (ma l’ho appena fatto) sia come chitarrista che come portabandiera del blues più sanguigno, ma anche del R&R più selvaggio, entrambi ottimamente rappresentati in questa serata. Quindi se non ne avete ancora abbastanza di concerti del musicista texano, questo si situa su una fascia medio-alta, sia come contenuti che come qualità sonora, eccellente (tra le migliori dei molti broadcast a lui dedicati), e il menu della serata comprende l’apertura affidata a una sparatissima Hideaway di Freddie King, presa a velocità di crociera elevatissima e con rimandi e citazioni anche per Peter Gunn e inserti wah-wah hendrixiani, gran versione, con la ritmica che pompa di brutto, assolo di basso di Paris incluso. Messin’ With The Kid, il brano di Junior Wells, era di recente apparso su Red Hot & Blue, il disco del 1978, ma dal vivo è tutta un’altra storia, Winter è in gran forma anche a livello vocale e dopo il vorticoso pezzo di Wells si lancia subito nel riff immortale di Johnny B. Goode, preceduto dal suo classico urlo “Rock and Roll” e quello è, la sua versione sempre una tra le più belle di questo standard del R&R.

Ma pure l’omaggio al blues e a Robert Johnson con una splendida Come On In My Kitchen è da manuale, con Jon Paris anche all’armonica e Winter che passa alla slide, dove è uno dei maestri assoluti dello stile, come dimostra la turbinosa ripresa di Rollin’ And Tumblin’, un Muddy Waters d’annata, in cui il bottleneck di Winter viaggia come un treno senza guidatore, a livelli di intensità micidiali, in uno dei momenti migliori di un concerto comunque sempre ad alto livello. Help Me rallenta i tempi ma non il vigore della performance, il classico groove del pezzo viene illuminato da altri sprazzi di bravura di Johnny con la sua solista. Perfino un brano “minore” come Stranger, che era su John Dawson Winter III, riceve un trattamento sontuoso, con la solista accarezzata, titillata, strapazzata, con grande ardore, e il nostro che canta con verve decisa, in una serata di quelle ottime, senza lati negativi, solo musica di grande qualità. Serata che si conclude con una versione squassante di Jumpin’ Jack Flash che forse neppure gli Stones migliori avrebbero potuto pareggiare, quanto a potenza e grinta. E, non contento, richiamato a gran voce dal pubblico, ritorna per un altro mezzo terremoto R&R (breve drum solo di Torello annesso) sotto forma di Bony Moronie di Little Richard via Larry Williams, altro devastante esempio di quello che poteva regalare Johnny Winter quando era in una serata giusta, e questa lo era. Solo 63 minuti, ma non un secondo superfluo!

Bruno Conti

Henry McCullough – Hell Of A Record: Un “Ultimo” Ricordo, A Seguito Della Sua Recente Scomparsa!

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Henry McCullough  – Hell Of A Record – Silverwolf Music         

Henry McCullough è stato uno dei nomi storici del pop e del rock britannico, nato nell’Irlanda del Nord nel 1943: prima negli anni ’60 con gli Eire Apparent, una band di buono spessore che aveva lo stesso management di Jimi Hendrix, con il quale furono spesso in tour https://www.youtube.com/watch?v=338eGI8y2pc . Ma poi si è ritagliato uno spazio nella musica che conta come membro della Grease Band, il gruppo che accompagnò Joe Cocker nei suoi anni migliori (esibizione di Woodstock inclusa) e di cui fu la chitarra solista anche nell’omonimo album del 1971 https://www.youtube.com/watch?v=7WMLRuSyWBg . Nel 1972 entrò a far parte dei Wings di Paul McCartney, con cui aveva già collaborato all’album Ram, e rimase solo per Red Rose Speedway (suo l’assolo di My Love), il disco del 1973 https://www.youtube.com/watch?v=InoG6rhZZRE .

Poi negli anni ’70 una onesta carriera da sessionmen, con la punta della partecipazione all’album The Rock di Frankie Miller (una occasione per ricordare anche questo grande e sfortunato cantante, da tempo malato, https://www.youtube.com/watch?v=GpRg88VUbE8 e nello stesso anno, il 1975, il suo primo album solista, Mind Your Own Business, bissato nel 1984 da questo Hell Of A Record, distribuito brevemente anche in CD dalla etichetta Line, e in seguito alcuni altri album a nome proprio, fino al 2012, quando è stato colpito da un infarto che lo ha lasciato da allora incapace di lavorare, e anche dato per morto dalla televisione irlandese. Purtroppo il 14 giugno scorso ci ha lasciato anche lui.

Ammetto di non conoscere molto della Silverwolf Music che ha ristampato questo CD, con delle note assai scarne che riportano solo i nomi dei musicisti e i titoli dei brani e relativi autori: comunque il disco è piacevole ma nulla più, una serie di brani firmati dallo stesso Henry McCullough, che suona la chitarra, il mandolino e canta, più alcune cover, un paio di brani country, uno di Hank Williams e uno degli Shelton Brothers, oltre ad una versione reggae/country (giuro) di Can’t Help Falling In Love che non entrerà negli annali della musica che conta, con una pedal steel (Troy Klontz) molto in evidenza https://www.youtube.com/watch?v=iq3HkJlqdAc . Diciamo che il genere, a grandi linee è country, forse potrebbe rientrare nel pub-rock (ma Brinsley Schwarz e soci sono stati su ben altri livelli).

Per quanto un brano come Shining Star, con il violino di Shelby Eicher in primo piano assieme all’organo di Dick Simms e all’acustica di Henry, ha un suo fascino di country “straccione” e minimale, anche se i coretti femminili te li raccomando. Per il resto Here We Go Again sembra un pezzo di Albert Lee, Tears On Your Face ha qualche eco della vecchia Grease Band, misto a JJ Cale, e sempre quel tocco country, ma la voce, per usare un eufemismo, non è particolarmente memorabile, Whispering Love e Down In The Amusements profumano appena di pub-rock, mentre Foolish Heart, fosse stata cantata dal suo vecchio datore di Joe Cocker forse avrebbe fatto un altro effetto. Too Upset To Say Goodbye è un valzerone country di nuovo con uso di pedal steel e fiddle e in Just Because con McCullough al mandolino si cerca di ricreare, senza troppo successo, il sound dei vecchi Heads, Hands & Feet. In definitiva sarebbe un CD da due stellette ma per rispetto di una onorata carriera ne andrebbe aggiunta una di stima, ma il disco non è memorabile comunque, ha fatto di meglio nella sua carriera.

Bruno Conti

Come Direbbero I Romani: E Mo’ Basta! Ci Ha Lasciato Anche Paul Kantner!

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Il Gennaio più nero della storia del rock si sta finalmente per chiudere, e dopo le premature scomparse di David Bowie e Glenn Frey (ma anche di Otis Clay e Dale Griffin), è ora purtroppo la volta di Paul Kantner, leader e fondatore di uno dei gruppi americani principali della seconda metà degli anni sessanta, ovvero i Jefferson Airplane, forse la band che più di tutte le altre è stata il simbolo della controcultura hippy e della Summer Of Love.

Paul (scomparso all’età di 74 anni per una setticemia dovuta ad un attacco cardiaco) fondò gli Airplane nel 1965 insieme a Marty Balin, ed in breve tempo (nella formazione classica con Jorma Kaukonen, Jack Casady, Spencer Dryden e la splendida vocalist Grace Slick) diede vita ad uno dei gruppi che, insieme ai Grateful Dead, meglio rappresentavano la scena musicale di San Francisco, grazie anche alla partecipazione a festival come Monterey e Woodstock, ma soprattutto con canzoni del calibro di Somebody To Love, White Rabbit, Crown Of Creation, Volunteers ed album diventati pietre miliari del periodo come Surrealistic Pillow, After Bathing At Baxter’s e Volunteers; la loro musica, un misto di rock, blues e psichedelia, unita a testi di attualità dalla forte impronta politica (e polemica), diventò presto la colonna sonora degli hippies e dei movimenti di sinistra statunitensi (anche se indubbiamente oggi certe tematiche e certe sonorità suonano un po’ più datate di altre appartenenti allo stesso periodo), con il nostro visto quasi alla stregua di un “santone acido”, parallelamente a Jerry Garcia.

Dopo uno storico e bellissimo album solista e corale del 1970 (Blows Against The Empire, un perfetto manifesto del Laurel Canyon Sound https://www.youtube.com/watch?v=ZaHNAVgVkDY , con membri degli Airplane, dei Dead, dei Quicksilver Messenger Service e degli Electric Flag, oltre a Graham Nash e David Crosby, quasi un prologo del magnifico album solo di quest’ultimo, If I Could Only Remember My Name) ed un paio di dischi, quasi altrettanto belli come Sunfighter e  Baron Von Tollbooth  in duo con la Slick, a lui sentimentalmente legata in quel periodo, Kantner sciolse gli Airplane e formò i Jefferson Starship, evoluzione della band precedente ma con un occhio più attento alle classifiche (e con un messaggio politico via via sempre più flebile). Quando però il gruppo negli anni ottanta arriverà a sfiorare il ridicolo, Kantner li lascerà obbligandoli anche a togliere il “Jefferson” dal nome.

Nel 1989, a sorpresa, un nuovo disco omonimo dei Jefferson Airplane con la formazione classica, un album assolutamente non disprezzabile e che andrebbe rivalutato; Kantner riprenderà poi in mano la sigla Jefferson Starship fino ai giorni nostri, con risultati alterni ma anche ottimi come nel caso di Jefferson’s Tree Of Liberty del 2008.

Resta il ricordo di un artista tutto di un pezzo, che ha sempre combattuto le sue battaglie con estrema coerenza e buona fede, anche se a volte poteva sembrare un sognatore un po’ fuori dal suo tempo: vorrei ricordarlo con una delle mie canzoni preferite degli anni settanta (in assoluto), un brano tratto da un album abbastanza dimenticato intitolato Baron Von Toolbooth And The Chrome Nun ed accreditato a Kantner con Grace Slick e David Freiberg e dedicato alla figlia di Paul e Grace.

So Long Paul, sia che tu ci guardi dal tuo Airplane o dalla tua Starship.

Marco Verdi