Dagli Archivi Inesauribili Dei Gov’t Mule Ecco Le Tel-Star Sessions.

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Gov’t Mule – The Tel-Star Sessions – Mascot/Provogue EU/Evil Teen USA

Praticamente le conosciamo già tutte le canzoni contenute in questo The Tel-Star Sessions, ma in queste versioni registrate nel 1994 in Florida a Bradenton, appunto ai Tel- Star Studios, con l’apporto dell’ingegnere del suono Bud Snyder, non le avevano mai sentite. I brani nascevano come demo in preparazione di quello che sarebbe stato il primo album della band, in uscita per la Relativity nell’ottobre del 1995. In quegli anni, fino al 1997, sia Warren Haynes che Allen Woody suonavano ancora con gli Allman Brothers, mentre i Gov’t Mule erano una sorta di side-project dove li aveva raggiunti Matt Abts, il batterista che aveva già fatto parte, con Haynes, della band di Dickey Betts.  Diciamo subito che l’album è notevole e vale la pena di averlo, a maggior ragione se siete fans dei “Muli”, ma anche se amate in generale il miglior rock-blues, versione power trio, nella tradizione che discende da Cream, Jimi Hendrix Experience, Taste, Free, Hot Tuna e poi giù fino a Mountain, ZZ Top e tantissime altre band che hanno influenzato Haynes e soci. Il disco, pur partendo da semplici demo, è stato amorevolmente completato a livello tecnico dal buon Warren e suona come se fosse stato registrato ieri mattina, ed è il tassello mancante che va a completare la storia di una delle più gloriose formazioni del rock americano classico.

La partenza è affidata a Blind Man In The Dark, un brano scritto da Warren Haynes che non sarebbe apparso su disco fino a Dose del 1998, ma faceva già parte del repertorio live del band, un pezzo sintomatico dello stile del trio: voce dura, rauca e possente, una sezione ritmica scintillante, basata sui giri armonici vorticosi di Woody, degno erede di bassisti come Jack Bruce soprattutto, ma anche Andy Fraser dei Free, a cui si ispirava, e alla batteria agile ma potente di Matt Abts, in possesso pure lui di una notevole tecnica individuale. Sul tutto la chitarra di Haynes, sempre in grado di disegnare linee soliste di grande fascino e varietà, inserendosi anche in quel filone delle jam band, dove l’improvvisazione è principe e fa sì che un brano non sia mai uguale alle volte precedenti, e quindi anche i sette pezzi presenti nel disco di esordio (uno ripetuto due volte) sono comunque abbastanza differenti da quelli presenti in questo Tel- Star Sessions: bellissimo l’assolo di Warren,in questo brano che rimane uno dei loro migliori in assoluto. Notevole anche Rocking Horse, un pezzo che oltre a quelle di Haynes e Woody, porta anche le firme di Gregg Allman Jack Pearson del giro Allman Brothers, e quindi ha una impronta più “sudista” nello stile, sempre bluesato e incalzante ma anche con le stimmate del gruppo di Macon presenti nel sound del brano, con Haynes che si sdoppia su due chitarre soliste, lavorando di fino sia con gli assolo come con il raccordo ritmico, ottima versione. Il wah-wah è il tratto distintivo di Monkey Hill, come la voce filtrata dell’artista di Asheville, NC nella parte iniziale, che poi lascia posto ad una traccia dal suono di nuovo molto alla Cream. Mr Big, estratta da Fire And Water dei Free, è uno dei riff di chitarra più classici del rock (grazie a quel chitarrista splendido e sottovalutato che fu Paul Kossoff) ma vive anche sul lavoro agli armonici di Allen Woody che ripropone quel assolo nell’ assolo di Andy Fraser contrapposto a Kossoff nel brano originale, una canzone difficile da migliorare e che si può solo cercare di riproporre con fedeltà ed amore, e i Gov’t Mule ci riescono alla perfezione.

The Same Thing è un brano scritto da Willie Dixon per Muddy Waters, il classico brano blues che diventa l’occasione per un’altra scorribanda alla Cream (pur se il brano era anche nel repertorio di Allman, Thorogood, Grateful Dead, della Band e di moltissimi altri), ancora con il trio impegnato nelle classifiche jam di libera improvvisazione e interscambio tra i tre musicisti, basate sulle 12 battute. Anche Mother Earth di Memphis Slim ha chiare origini nel blues ma viene rifatta con uno spirito direi hendrixiano, l’arcirivale di Clapton, che aveva comunque le basi della propria musica ben piantate nella tradizione, poi riveduta e corretta attraverso delle derive decisamente più rock, come dimostra anche questa versione dei Gov’t Mule, poderosa ed intensa, con la chitarra di Haynes che scivola fluida e decisa nel magma sonoro del trio. Classico da terzetto è anche Just Got Paid dei ZZ Top, altro brano che non avrebbe fatto parte dell’esordio dei Muli del 1995, un boogie blues tra i più belli e famosi del trio texano di Gibbons e soci, con il nostro amico che si raddoppia di nuovo alle chitarre, questa volta aggiungendo una slide minacciosa e turbolenta che duella con il basso pompatissimo di Allen Woody, prodigioso come sempre. E pure in Left Coast Groovies Woody si inventa un giro armonico sinuoso e geniale, decisamente funky, che stimola Warren Haynes ad inventarsi un assolo di rara tecnica e precisione, ben sostenuto anche dal lavoro tentacolare della batteria di Abts, tre virtuosi al lavoro. Chiudono queste Tel-Star Sessions due diverse versioni di World Of Difference, ovvero il pezzo che chiudeva anche il disco di debutto omonimo: un brano che, come l’iniziale Blind Man, ha anche elementi psych ed hendrixiani, e persino tocchi dark, che poi sarebbero stati sviluppati nel successivo Dose, la seconda versione leggermente più breve, mantiene il mixaggio originale ed è riportata come bonus track.

Ho anche colto l’occasione per andarmi a risentire il disco originale che era almeno dieci o quindici anni che non ascoltavo, e devo dire che è sempre un grande album, tra l’altro ristampato lo scorso anno in Europa dalla Retroworld. Se vi manca potreste fare un bel uno-due, della serie un mulo tira l’altro, se no comunque il “nuovo” Tel-Star Sessions è un ottimo disco (per quanto ovviamente leggermente inferiore all’originale, più completo e rifinito). Esce oggi.

Bruno Conti

Husky Burnette – Ain’t Nothin’ But A Revival. Catalogare Sotto Southern-Blues-Rock, “Bizzarro” Ma Efficace!

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Husky Burnette – Ain’t Nothin’ But A Revival – Rusty Knuckles Music

Husky Burnette appartiene a quella variegata schiatta di artisti, bizzarri e sopra le righe, che popolano il mondo della musica indipendente americana. Spesso autodefinitisi “leggendari”, o per meriti propri, o perché a loro volta hanno frequentato musicisti cosiddetti leggendari: tipo, nel caso di Burnette, che è stato il loro chitarrista, ci viene detto di Roger Alan Wade e Hank Williams III, mica cotica! Al di là del fatto che ero convinto che i musicisti leggendari fossero ben altri, e forse il nostro amico, di leggende ne ha in effetti un paio nel proprio albero genealogico, due tra gli inventori del R&R e del rockabilly, Johnny & Dorsey Burnette (della stessa dinastia anche Rocky, Billy e Tim). Comunque, per inquadrarlo, questo signore è nato in quel di Chattanooga, Tennessee, un imprecisato numero di anni fa, ha al suo attivo già tre album solisti https://www.youtube.com/watch?v=wF9DMjvI_f0 , compreso questo Ain’t Nothin’ But A Revival, e anche se forse probabilmente non sarà mai una leggenda, fa comunque della buona musica, un blend di blues, rock, southern, armato della sua chitarra https://www.youtube.com/watch?v=_UaZWtcciWw e di un bella voce, potente e vissuta, il nostro amico ci regala undici brani di sapida musica di marca sudista.

Best I Can, posta in apertura, non ha nulla da invidiare ai migliori brani degli ZZ Top degli anni ’70, chitarre a manetta, anche con pedale wah-wah innestato, ritmi boogie e voce polverosa. Trucco che viene ripetuto anche in Kick Rocks https://www.youtube.com/watch?v=itRv-BMEBNg , di nuovo vocione in evidenza, una armonica soffiata con potenza, aggiunta per alzare la quota blues e chitarra che spara riff a raffica; 36 Degrees illustra il lato più gentile dell’animo di Burnette, una bella ballata che profuma di sapori del Sud, illuminata da un pregevole assolo di slide nella parte centrale https://www.youtube.com/watch?v=Rcyc0vMacXU . Pay By The Hour, il brano più lungo dell’album, è un altro pezzo di chiara impostazione blues, ancora con l’armonica in evidenza (suonata nell’album da JD Wilkes dei Legendary Shack Shakers), mentre altrove Andy Gibson,  anche lui dalla band di Hank III unisce la sua chitarra a quella di Husky e i ritmi sono più canonici e tradizionali, a momenti anche presi a prestito dai classici (mi è sembrato di cogliere il riff di Spoonful).

Chicken Grease è un breve momento di follia sonora, in comune con certe cose di Scott H. Biram, altro personaggio bizzarro con cui ha diviso i palcoscenici, mentre Southbend/High Head ritorna al granitico southern boogie à la ZZ Top con chitarre fumanti in bottleneck style. Dog Me Down, costruita intorno ad un giro di basso, è un altro tuffo nel blues sporco e cattivo persino con richiami a Tom Waits, con armonica ed una seconda voce femminile aggiunta alle procedure (Bethany Kidd, non conosco, ma comunque brava). O’Neal Dover, batteria e Yattie Westfield, basso, tengono il ritmo con caparbia grinta in tutto l’album, meno che in Busted Flat, un blues acustico per sola chitarra, voce ed armonica. Ma Husky Burnette eccelle soprattutto quando può alzare il volume e tuffarsi in un blues-rock sanguigno e tosto come in See, I Moan The Blues, dove può smanettare la sua chitarra con libidine e pure in When My Train Comes, sempre a tutto riff. Di nuovo slidin’ blues per la conclusione di questo Ain’t Nothin’ But A Revival, affidata a Dirty Gettin’ Down, un proclama fin dal titolo https://www.youtube.com/watch?v=38NkLVZRrBY . Personaggio minore ma non privo di attrattive per gli amanti del genere: file under southern-blues-rock.

Bruno Conti

Occhio Alla Fregatura, Sembra Diverso? Pat Travers & Carmine Appice – The Balls Album

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Pat Travers & Carmine Appice – The Balls Album – Cleopatra Records 

A chi è capitato di leggere le mie recensioni sa che, per usare un eufemismo, non sono un fan particolare delle produzioni dell’etichetta californiana Cleopatra Records, non tanto per la qualità dei contenuti, ma spesso proprio per i contenuti stessi. Mi spiego: l’arte del riciclo, soprattutto per quanto riguarda il problema dei rifiuti, è una iniziativa nobile, ma quando viene applicata alle produzioni discografiche incontra meno la mia approvazione. Spesso e volentieri nelle loro produzioni (e penso soprattutto ai tributi, ma anche ai cosiddetti dischi “nuovi”), i nostri amici di Los Angeles hanno l’abitudine di riciclare vecchi dischi già usciti, con nuovo titolo e copertina, ma con lo stesso contenuto, però senza dirlo o scriverlo sul CD, e questo è un comportamento da veri str…zi (sono stato autorizzato a usare il termine, quando ci vuole ci vuole). Qualche mese fa mi era capitato di parlarvi di The House Is Rockin’ il tributo a SRV, da loro pubblicato nel 2015, ma già uscito nel 1996 come Crossfire per un’altra etichetta http://discoclub.myblog.it/2015/08/14/sembra-nuovo-the-house-is-rockin-tribute-to-stevie-ray-vaughan/ , succede spesso anche con i dischi di Judy Collins e vari altri titoli.

Ora la storia si ripete, in quanto questo The Balls Album è praticamente la ripubblicazione di It Takes A Lot Of Balls (questa volta non hanno nemmeno cambiato il titolo di  molto), pubblicato in origine dalla SPV/Steamhammer nel 2004, naturalmente con la sequenza dei brani mescolata, senza dichiararlo da nessuna parte, anzi aggiungendo pure due brani come bonus. Oltre a tutto non stiamo parlando di un capolavoro assoluto della discografia, questo disco dell’accoppiata Travers/Appice non entrerà certo negli annali della storia, ma gli amanti di questo hard-rock-blues di grana grossa comunque non mancano e penso che non faccia piacere comprarsi lo stesso titolo due volte. Se però vi manca e l’accoppiata (che ha registrato vari album insieme) vi attizza, i due picchiano come fabbri, in brani che rispondono al nome di Taken, un poderoso boogie-blues che sembra il figlio bastardo di certe composizioni degli ZZ Top, con la chitarra di Travers che taglia in due l’etere e Carmine che una o due cose su come si suona la batteria comunque le conosce, in fondo neanche male. Better From A Distance alza subito la quota heavy e da lì in avanti non si fanno più prigionieri.

Il bello (o il brutto) è che anche i titoli cambiano leggermente, la prima canzone perde il sottotitolo Iguana Song, il successivo brano Escape The Fire, aveva un prefisso Can’t che nella nuova versione sparisce, e nonostante intermezzi acustici è sempre durissimo, per quanto, bisogna ammettere, ben suonato. In Rock Me, anche se sembra un pezzo degli Sweet gonfiato con il testosterone, Travers brandisce la sua chitarra con vigore e wah-wah a manetta, mentre la batteria di Appice è di una potenza devastante, e pure I Don’t Care è una fabbrica di riff, Remind Me To Forget You è hard rock brutale, con tocchi di slide, però una ballata pseudoacustica come Hey You non mi sembra nelle loro corde, anche se il lavoro della solista è sempre pregevole, e pure il reggae alla Police di I Can’t let you go era meglio lasciarlo alla band di Sting che lo faceva molto meglio: per il resto c’è molto hard rock violento, con titoli come Keep On Rockin’ o Gotta Have Ya (pure leggermente rappata?!?, ma per favore) e simili. Le due bonus Tonite e una cover di Never Gonna Give You Up, una cover di Barry White quasi metal, non sono memorabili. Proprio se siete in astinenza di “air guitar” davanti allo specchio.

Bruno Conti

Dalla Louisiana A Nashville, Tra Country E Southern. Frank Foster – Boots On The Ground

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Frank Foster – Boots On The Ground – Lone Chief/Malaco Records 

Voce profonda e risonante, ben al di là delle sue 34 primavere compiute da poco, cappello d’ordinanza, Frank Foster, da Cypress Bottom, Louisiana, ma residente da tempo a Nashville, è il prototipo perfetto dell’outlaw singer. I dischi se li scrive (tutte le canzoni sono sue), adesso se li produce anche, con l’aiuto della sua ottima band, è il risultato è un rockin’ country energico, con ampie spruzzate di southern rock, la giusta dose di honky tonk e nessuna concessione al country commerciale e fiacco, misto a pop, che domina in molte recenti produzioni della Music City. Insomma siamo dalle parti del vecchio Waylon Jennings, di Hank Williams Jr., perfino di Steve Earle, senza dimenticare il lato più country del southern, e penso a Charlie Daniels. In definitiva uno di quelli bravi e questo nuovo Boots On The Ground conferma le sensazioni positive che avevano dato i quattro precedenti dischi, tutti rigorosamente pubblicati a livello indipendente, come anche il nuovo album. Registrato ai Welcome To 1979 Studios di Nashville, Tennessee (ma forse come sound si risale ancora più indietro del nome degli studi) il disco ha i canonici dieci brani del classico album country, 37 minuti di musica, forse non molti, ma il giusto per gustare questo disco, che non avrà le stimmate del capolavoro o brani particolarmente memorabili, ma tutta una serie di solide canzoni con una qualità media decisamente buona.

Al tutto giova sicuramente la band di Foster, dove si distinguono i due chitarristi, Rob O’Block e Topher Petersen, entrambi sia all’elettrica come all’acustica, e che sono protagonisti alla pari con la bella voce, maschia ed espressiva del nostro. Si parte subito bene con una Redneck Rock’n’Roll, che tenendo fede al proprio nome è una scarica di energia, con le chitarre a tutto riff, su una ritmica molto southern boogie e la voce potente di Frank, tra Waylon e Charlie Daniels, che si fa largo tra le sferzate soliste dei due chitarristi. Anche Blue Collar Boys, più bluesata e sinuosa, ha comunque energia da vendere, una costruzione più vicina al country classico, che poi si estrinseca a fondo in I-20 Troubadour, dove grazie agli interventi della pedal steel dell’ospite Kyle Everson si vira decisamente verso il puro outlaw country a tempo di honky-tonk. Outlaw Run è una bella ballata, sempre con uso di pedal steel, e con un riff iniziale che ricorda Games People Play di Joe South, per poi diventare un brano avvolgente e di grande pathos, tra i migliori del CD.

In Tuff le chitarre tornano a ruggire, in un pezzo che non ha nulla da invidiare ai migliori ZZ Top (neanche il titolo), con la voce di Foster che assume tonalità alla Billy Gibbons (e pure le chitarre non scherzano), gagliarda. Build A Fire, anche con un bel organo sullo sfondo, ma sempre con le chitarre, pure in modalità slide, pronte a graffiare, è un mid-tempo che entra in circolo subito grazie alla sua grinta. Di nuovo outlaw country per la suggestiva Dear Heroes, evocativa ed incalzante grazie ad un ritornello vincente e alla pedal steel che si prende i suoi spazi insieme alle altre chitarre. Romance In The South, come lascia intuire il titolo è un’altra bella ballata, solo voce e chitarra acustica, con la band che rientra per l’ottima Blow My High (Turkey Song), un altro brano in bilico tra rock classico e country di classe, dal ritmo meno incalzante di altre canzoni ma sempre molto piacevole da ascoltare grazie all’eccellente lavoro dei musicisti di Foster, che ci congeda con la title track, una Boots On The Ground che gli stivali li pianta sempre solidamente sul terreno della buona country music, per un lavoro solido ed onesto.

Bruno Conti    

Sconosciuta La Popolazione, La “Creatura Misteriosa”, Ma Anche Il Disco! Mississippi Bigfoot – Population Unknown

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Mississippi Bigfoot – Population Unknown – Silver Tongue 

Questi non li conoscevo proprio, ma girando in internet ogni tanto ti imbatti in un nome che ti colpisce, approfondisci e scopri che meritano https://www.youtube.com/watch?v=6BZV6Ls-VuQ . E’ il caso di questi Mississippi Bigfoot, una band “nuova”, nata nel maggio del 2015, anche se guardando le foto dei principali protagonisti del disco non sembrano proprio di primo pelo: la cantante si chiama Christina Vierra, viene da Boston, è sotto contratto per la Warner, e recentemente è stata utilizzata come “la voce” di Janis Joplin nel prossimo film biografico che uscirà per la Sony Pictures. Anche se, lo confesso, la prima volta che ho ascoltato il disco, non conoscendoli, mi sono detto; “ma che strana voce ha questo cantante?”, effetto straniante durato lo spazio di pochi istanti, ma che indica le peculiarità di una cantante sicuramente “strana” nel suo approccio vocale. Ashley Bishop, uno dei chitarristi, viene da Memphis, Tennessee, dove, ai famosi Ardent Studios, è stato registrato questo Population Unknown, e nella sua biografia si legge che ha suonato con i “famosi” Blind Mississippi Morris, Earl The Pearl e Big Gerry (chi cacchio sono?) e che si autodefinisce il Guardiano di Beale Street. Doug McMinn, anche da lui da Memphis, guida la sua blues band da una trentina di anni, suona l’armonica, la chitarra e canta, ma nella band è alla batteria e quando serve all’armonica, mentre Cade Moore, detto Mississippi Mud, viene da Clarksdale, dovrebbe essere il bassista e ha suonato con Cedric Burnside e Pinetop Perkins: questi li conosco! La chitarra solista la suona John Holiday e in alcuni video che si trovano in rete, spesso sono anche in sette sul palco https://www.youtube.com/watch?v=NxFcFy57mPU .

Tutto abbastanza confuso ma il risultato finale pare comunque eccitante. Tra blues elettrico vibrante, heavy rock anni settanta (Led Zeppelin e ZZ Top, che hanno registrato puree loro ai vecchi Ardent Studios) e anni sessanta (la già citata Janis Joplin, ma qualcuno ha intravisto anche somiglianze con Mavis Staples, non chi scrive) non ci si annoia certo con questi Mississippi Bigfoot https://www.youtube.com/watch?v=OwscH6_5TgA  . Da una Burn That Woman Down che con la sua slide tangenziale si insinua nelle radici del blues-rock con influenze sudiste, attraverso la voce vissuta di Christina Vierra, che a tratti ricorda quella del vecchio Paul Rodgers nei primi Free, per poi esplodere in un finale parossistico tra Janis e Plant, passando per il downhill blues di una elettroacustica Mighty River che risale il Mississippi verso le radici del blues, e ancora il R&R misto a blues della scatenata Wag The Dog, dove l’armonica si aggiunge alle evoluzioni delle chitarre e della voce della Vierra. Per non parlare di una funky No Flesh In The Outerspace dove chitarre in modalità wah-wah e con strane sonorità ci riportano nuovamente al vecchio rock anni ’70, anche grazie alla potente voce della brava Christina, fino a lasciarsi andare in una serie di soli che profumano di vecchio rock classico.

La sferragliante Who’s Gonna Run This Town, tutta riff e grooves ci riporta dalle parti dei vecchi Zeppelin con un tocco hendrixiano, con Clarksdale guidata da una voce maschile duettante con quella della Vierra e da una armonica che ci riporta sulle rive del Mississippi. La lunga ballata pianistica You Did illustra il lato più delicato e vicino alla soul music della band, che non dispiace per nulla anche in questa veste più intima, grazie alla voce espressiva della bravissima Christina Vierra, la quale nel finale si scatena in un modo che mi ha ricordato la migliore Beth Hart. The Hunter a tempo di boogie e vicina al sound degli ZZ Top, è proprio il vecchio classico di Booker T. Jones che facevano anche i primi Free, Albert King e mille altri, qui in versione ad alta carica jopliniana. Si chiude con la corale e minacciosa Tree Knockin’ altro ottimo esempio di southern blues-rock di marca texana. Bravi, son bravi, spargiamo la voce https://www.youtube.com/watch?v=UwLSVt3Vsq4 , anche se il disco fiisico non è per nulla facile da reperire, per usare un eufemismo, se no, per una volta, ma non prendete l’abitudine, bisogna andare di download.

Bruno Conti