Grande musica dal Canada. Blue Rodeo All the things we left behind

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Blue Rodeo All things we left behind. Warner Music Canada.

Chi li conosce e li ama (e il sottoscritto fa parte della famiglia, quindi sarò parziale) non ha bisogno di presentazioni: la miglior band canadese degli ultimi venti anni, due autori, cantanti e chitarristi formidabili, Jim Cuddy e Greg Keelor, i Lennon-McCartney canadesi, o se preferite i degni eredi di Robbie Robertson e la Band, una lunga serie, dodici, di album sempre di pregevole fattura con la vetta di Five Days in July. Quattro milioni di copie di dischi vendute in Canada, 5 Juno awards (l’equivalente dei Grammy), una lunga militanza sempre svolta nel territorio canadese (non sono degli espatriati come la Mitchell, Cohen o Neil Young, che è forse quello con cui hanno maggiori affinità musicali).

E dopo tutto questo po’ po’ di roba escono con un nuovo album, doppio, pure in vinile che forse è il più bello della loro carriera, circa novanta minuti che toccano tutti i generi: ballate stupende con ampio uso di piano, rocker grintosi e gagliardi, lunghi brani con aperture ora jazzate, ora psichedeliche, brani country-rock che neanche gli Eagles dei tempi d’oro, armonie vocali alla Lennon-McCartney, o alla CSN&Y, o per restare in tempi recenti alla Jayhawks (ma è viceversa i Blue Rodeo sono in pista da piùdi venticinque anni.

Questo album è uscito in Canada il 10 novembre, uscirà negli States a fine gennaio, si spera per un’uscita europea in mezzo alle due date. Appena pubblicato, in Canada è andato al secondo posto delle classifiche (ma allora qualche speranza per la buona musica e per queste operazioni spericolate e gloriose c’è ancora!).

Ma partiamo dalla fine: Venus Rising di Greg Keelor, è un brano stupendo e tormentato, lungo, oltre dieci minuti, mi ha ricordato il Neil Young epico di Cortez the Killer, un inizio soffuso con organo e piano, una batteria cadenzata, chitarre arpeggiate, la voce di Keelor dolce e melliflua, con un leggero eco, la musica sale poco a poco, entra la voce di Cuddy e i due armonizzano come loro sanno fare, melodici e incisi, partono i primi strali di elettrica, lirica e distorta, molto younghiana, ne entra una seconda, le due chitarre si rispondono dai canali dello stereo in una jam psichedelica emozionante, poi una pausa e riprende il tema della canzone, fino alla cavalcata finale chitarristica, un brano memorabile.

Vedo già delle faccine perplesse: ma come, niente electro-soul, post-rock, math-rock, electro hip-hop dance, ante-punk, neo swing, orrore, fanno rock e pure con venature country, ampie concessioni alle armonizzazioni vocali beatlesiane dei due leader. Facciamo un passo indietro, addirittura l’iniziale All the things we left behind si apre con alcuni colpi di timpani minacciosi e quelli che sembrano degli archi e un flauto ma in effetti è un mellotron, poi si sviluppa con le consuete ariose atmosfere tipiche dei canadesi.

One more night dall’andatura decisamente più rockeggiante e il leggero falsetto di Jim Cuddy illustra il lato più estroverso della musica dei Blue Rodeo come pure il classic rock della spensierata Never Look Back o il quasi Everly Bros meets Poco di Sheba, molto country-rock con un bel pianino elettrico aggiunto.

Ognuno può trovare elementi per gustare la musica dei Blue Rodeo, il secondo cd ha atmosfere molto più dilatate, più spazio a jam chitarristiche ma anche alle tastiere: qualcuno ha notato, in alcuni brani, addirittura delle affinità con i Pink Floyd più bucolici e rurali dei primi anni ’70, Don’t the let the darkness in your head per esempio. In definitiva un gran bel disco, inaugurato in Canada con un bel concerto sul tetto di un edificio pubblico, un negozio credo.

Per la gioia di grandi e piccini, ma non la mia, la versione dell’album in Itunes ha cinque brani in più.

Se volete approfondire questo è il sito dei Blue Rodeo.

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Voto 8

Bruno Conti

 

Grande musica dal Canada. Blue Rodeo All the things we left behindultima modifica: 2009-11-27T10:19:00+01:00da bruno_conti
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