Morbide Piacevolezze Americano-Latine E “Asprezze Indie Folk” Josh Rouse El Turista & Tom McRae Alphabet Of Hurricanes

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Un americano e un inglese accomunati da una vena “malinconica”, interpreti minori ma validi di quel sottobosco di cantautori che tanto soddisfa i “carbonari” della musica che sono in noi.

Partiamo da Josh Rouse americano trapiantato in Spagna, dal Nebraska a Valencia è un bel passo ma dal country-folk-roots dei suoi primi album al pure pop di 1973 (un modo come un altro di festeggiare il suo anno di nascita) finire a questa strana miscela di samba bossanova musica cubana mista alle sue radici è veramente un viaggio ancor più strano.

il disco, influenzato dalla musica del cantante cubano Bola De Nieve di cui Rouse rivisita alcuni brani, è abbastanza inusuale nel panorama attuale, diciamo pure non straordinario per essere sinceri, ma ha i suoi momenti. L’apertura strumentale di Bienvenido con il suo contrabbasso pulsante, un piano, vibrafono, archi ci scaraventa in quei paesaggi sonori molto simili agli esperimenti di bossanova dei primi anni ’60 (ovviamente senza la classe di Stan Getz, Joao Gilberto e compagnia bella), questo preludio ci avvicina a Duerme, sorta di bossanova sui generis, fa uno strano effetto sentire un americano che canta, in spagnolo, temi brasiliani, ma così è la vita; oltre a tutto quando canta questo repertorio la voce di Rouse diventa strana, più bassa e sussurrata, diversa dal suo stile abituale.

Lemon Tree sempre infarcita da ritmi latini si avvicina di più alle piacevolezze pop di 1973, mentre Sweet Elaine fa emergere il Paul Simon che è in lui, quel musicista innamorato di temi e ritmi di altri continenti ma ancorato alla canzone popolare americana, la somiglianza è impressionante, vi viene voglia di controllare se non avete inserito nel lettore cd un disco di Simon, ma con I Will Live On islands ne avete la conferma, poche storie, state ascoltando una outtake di Graceland. Il singolo Valencia, come la precedente Mesie Julian ci riporta a quello strano alterego latino del “vero” Josh Rouse. Cotton Eyed Joe con le sue malinconiche e maestose avvolgenti melodie è il miglior episodio dell’album insieme alla conclusiva Don’t act tough un brano folk con appigli sonori jazzy, bello quel sax insinuante quasi alla Mark-Almond. In definitiva torna fra noi Josh, lascia stare il Brasile c’è gente che lo fa molto meglio.

Tom McRae quest’anno compirà quarant’anni, quindi non è più il pischello che veniva nominato al Mercury Prize inglese con il suo primo omonimo album del 2001 (anche se facendo due conti aveva già trentuno anni, ritiro il pischello). I critici allora lo avevano paragonato, è un classico per tutti quelli che fanno del folk con chitarra acustica o comunque con strumentazione minimale a Bob Dylan e Nick Drake.

Non saprei definire con precisione il suo stile, l’indie folk del titolo ormai si addice a chiunque sia nato dopo il 1970 e faccia della musica acustica non influenzata da country-roots o Americana (come dite? E’ del 1969, va be’ non sta’ a guardare il capello). Tipicamente inglese, anche se McRae ha vissuto lungamente in America, questo disco, registrato in quel di Londra mi sembra un capitolo importante della sua discografia: dal valzerone alternativo di Won’t Lie, passando per il folk malinconico e minimale dell’iniziale Still Love You, ma anche le atmosfere dolci e nordiche alla Drake della bellissima Summer of John Wayne, dove la voce evocativa di McRae viene insidiata da una ricorrente chitarra elettrica che si insinua nelle pieghe del brano donandogli una acidità quasi alla Radiohead, bello ed originale. Il mandolino dell’iniziale Still Loves You ritorna nella minacciosa Told my troubles to the river dove la voce trattata del nostro amico si staglia su uno sfondo plumbeo. American Spirit è un altro bellissimo brano, una ballata dolce e malinconica cantata con grande partecipazione sostenuta solo da una tenue chitarra elettrica che sottolinea senza prevaricare la voce di Tom. Please con le sue atmosfere folk e i suoi crescendo mi ricorda molto la musica di Mumford and Sons, questo ritorno alle radici del folk revival britannico con un retrogusto gospel.

Out of the walls, con il suo falsetto sofferente ricorda ancora il Thom Yorke meno criptico, solo voce e piano nella parte iniziale poi un bel crescendo liberatorio, mentre Me and Stetson, già dal titolo è un episodio più influenzato da certo country-blues americano. Can’t find you minimale e pastorale ci riporta alle influenze Drakiane di cui si diceva così come la successiva Best Winter. A concludere Fifteen Miles Down River l’unico brano che si concede alle atmosfere roots americane, peraltro in modo perfetto, un brano bellissimo che conclude alla grande la sesta prova di questo piccolo grande cantautore inglese, un disco che mi sento di consigliarvi caldamente, esce il 22 febbraio.

Bruno Conti

Morbide Piacevolezze Americano-Latine E “Asprezze Indie Folk” Josh Rouse El Turista & Tom McRae Alphabet Of Hurricanesultima modifica: 2010-02-03T20:08:00+01:00da bruno_conti
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