Un Onesto Rocker Da NY City. Jesse Malin – LOve It To Life

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Jesse Malin & The St. Marks Social – Love It To Life – Side One Dummy Records

Questo è il quinto disco da solista di Malin se si esclude il live Mercury Retrograde e un altro strano disco dal vivo, chiamiamolo un bootleg ufficiale che, bizzarramente, tanto per non creare confusione, aveva lo stesso titolo di questo album.

Per molti, giustamente, la figura di Jesse Malin è legata al brano Broken radio, una intensa ballata pianistica cantata in duetto con Bruce Springsteen che appariva su quello che è forse il suo disco migliore, quel Glitter in The Gutter che gli aveva regalato recensioni positive un po’ sulla stampa di tutto il mondo, Italia compresa. Ma già il suo primo album The Fine Art Of Self Destruction, prodotto dall’amico Ryan Adams, conosciuto ai tempi del suo primo gruppo i D Generation, di cui Adams era un fans, aveva generato buone vibrazioni musicali. Dopo l’album del 2007 Malin aveva avuto un periodo di super attività, con il bootleg live dello stesso anno, il disco di cover On Your Sleeve nel 2008 e, sempre nello stesso anno, il live ufficiale, poi silenzio. Cominciavano a correre voci su un suo presunto ritiro o forse era semplicemente la difficoltà di trovare una nuova etichetta o un semplice calo di ispirazione, fatto sta che dopo avere vissuto sul divano della sorella per qualche mese (pur essendo proprietario di bar e ristoranti in quel di New York), la ri-lettura di JD Salinger e la visione di un film sullo scrittore americano lo ha convinto a riprendere la chitarra in mano. A questo punto ha sospeso il progetto di un documentario sui Bad Brains ed insieme an un gruppo di amici definiti The St. Marks Social ha realizzato questo nuovo disco.

Prodotto da Ted Hutt, ex membro fondatore dei Flogging Molly (di cui è stato anche produttore, così come di Gaslight Anthem e Lucero), non si avvale dell’operato di nomi noti o collaboratori illustri, se vogliamo escludere la presenza del batterista Randy Schrager che ha suonato nei Scissor Sisters.

A richiesta diretta, in un’intervista, gli hanno chiesto di che genere musicale si trattasse e Malin ha risposto, testualmente: “Power-punk-pop-tribal-roots-new Wave-New York-shake appeal-Wang Chung-emo-singer-songwriter-cultural folk-peace punk liberation!”, sottoscrivo il tutto e concluderei la recensione qui. Scherzi a parte, ma non troppo, gli hanno anche chiesto le sue influenze musicali: “I Clash, l’Elton John di Goodbye Yellow Brick Road, Neil Young, Bad Brains, Cheap Trick e Replacements, tombola! Tra i contemporanei Wilco, Spoon, Gaslight Anthem, Hold Steady e Lucinda Williams. Anche in questo caso sottoscrivo e concludo. Non si può? Vabbè.

L’album contiene dieci brani, trentacinque minuti di musica, sano rock’n’roll con qualche pausa di riflessione: le danze si aprono con l’ottima Burning The Bowery, il singolo di cui si farà anche un video, due chitarre, basso e batteria, la voce particolare di Jesse Malin, un inno alla città di New York, cori antemici, chitarre tintinnanti alla Big Country degli esordi, un inizio perfetto, come in tutti i dischi di rock che si rispettino il 45 giri di traino all’inzio del disco. Coretti stile sixties, un basso pulsante, chitarre in overdrive, ritmi “forti”, come se i Replacements non si fossero mai sciolti, energia allo stato puro, cantato con inusitata veemenza da un Malin motivatissimo, ah il titolo All The Way From Moscow, dimenticavo! The Archer, chitarre acustiche e tastiere, un melodico midtempo da cantautore “puro”, è un altro bell’esempio della bella scrittura di un Malin ispiratissimo. Lo stato di grazia prosegue con l’ottima e antemica St. Marks Sunset, chitarre in Paradiso e ritmi spezzati, ritornelli che ti rimangono in testa, insomma quel genere di musica citato dall’autore stesso, quale? Non saprei.

Jesse Malin non ha la voce di Willy DeVille, ma Lowlife in High Rise potrebbe averla scritta il gitano newyorkese: atmosfere sixties, ritmi vagamente latini, una melodia gentile ed insinuante, brano meraviglioso e accattivante ti entra sottopelle. Viceversa Disco Ghetto potrebbero averla scritta solo i Clash, basso pulsante, ritmi spezzati, chitarre choppate, direi epoca tra Sandinista e la svolta commerciale di Combat Rock, come dite? Rock The Casbah parte 2, potrebbe, più o meno, comunque non male. Con Burn The Bridge i tempi accelerano, i cori sono di nuovo antemici, le chitarre tornano a ruggire, Malin ci mette la solita energia inesauribile e il risultato ti soddisfa. Revelations si situa in quei territori frequentati anche da Hold Steady e Gaslight Anthem, la lezione Springsteeniana rivisitata attraverso l’ottica di vecchi punkers invecchiati, marurati ma non pentiti, con tanto di uoh uoh uoh immancabili, dal vivo dovrebbe fare un figurone. Black Boombox, velocissimo superpunk alla Stiff Little Fingers è l’unico brano non particolarmente memorabile di questo album.

La conclusione è affidata a Lonely At heart, inizio alla Lou Reed, svolgimento in crescendo Orbisoniano, altro monumento alla ritrovata creatività del nostro amico Jesse Malin, un onesto rocker from New York City che fa dall’ottima musica.

Per chi se la fosse persa, tanto per avere una idea di cosa vi aspetta, il disco nuovo esce la settimana prossima.

Bruno Conti

Un Onesto Rocker Da NY City. Jesse Malin – LOve It To Lifeultima modifica: 2010-04-25T19:53:00+02:00da bruno_conti
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