Un Disco Di Transizione? Hold Steady – Heaven Is Whenever

hold steady heaven os whenever.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Hold Steady – Heaven Is Whenever – Vagrant Usa 04-05-10 – Rough Trade UK 03-05-10 & Ita 07-05-10 Rough Trade/Self

Così sono tranquillo, vi ho dato le date esatte paese per paese, da noi esce a fine settimana prossima, ma, ovviamente, come al solito import circolerà con qualche giorno di anticipo.

Perché disco di transizione con il punto di domanda? Non perché non sia la verità ma a causa del fatto che, di solito, quando si dice di un disco di qualsivoglia artista, che si tratta di un lavoro di transizione di solito si intende che ha fatto una tavanata galattica o giù di lì! Visto che non è questo il caso vado ad elaborare il concetto.

Prima di tutto, e non è secondario anzi, gli Hold Steady sono diventati un quartetto a causa della dipartita del tastierista e unica potenziale “rock-star” a livello visivo del guppo Franz Nicolay (i sintomi erano già nell’aria, visto che Nicolay aveva già iniziato una carriera parallela come solista): questo ha causato un “impoverimento” del sound del gruppo, non ci sono più quelle fioriture tastieristiche che tanto avevano avvicinato gli Hold Steady di Boys And Girls In America e Stay Positive alla E Street Band degli anni ’70, ma il nocciolo del suono è rimasto quello solito, si tratterà solo di completare la trasformazione e decidere quale nuova strada intraprendere.

The Sweet party of the city con la sua slide e le sue chitarre acustiche, un sound quasi roots, dal profondo Sud degli States, potrebbe essere una delle possibiltà. La lunga, conclusiva, A Slight Discomfort dall’inizio “strano”, con ritmi inconsueti e sonorità quasi dub (ho detto quasi) che poi si apre a sonorità più “spaziali” e ad una lunga coda strumentale quasi orchestrale (e questi potrebbero i paesaggi cinematografici e musica da colonne sonore citate dal chitarrista Tad Kubler come possibile svolta influenzata dal lavoro di Terence Blanchard e Jon Brion).

In mezzo ci sono i “soliti” Hold Steady: da Soft In The Center che non è per niente soffice, ma vibra del solito rock urbano dal piglio chitarristico anche se un timido plink plink pianistico si insinua nel sottofondo, passando per The Weekenders, a cavallo tra Springsteen e U2 dei bei tempi che furono con più di un accenno al sound dei mai troppo celebrati Thin Lizzy di Phil Lynott con cui Craig Finn condivide più di un timbro vocale, Tad Kubler ci regala un bel solo di chitarra in questo brano.

Il suono del disco è affidato nuovamente al produttore Dean Baltolunis che aveva prodotto i primi due dischi della band, privilegiando un suono più scarno rispetto a quello più epico degli ultimi due, ma senza voler ritornare per forza alle origini “punk” del gruppo.

Qualche momento di stanca non manca: The Smidge, al sottoscritto non piace per nulla, solo riff messi a caso senza costrutto, Rock Problems è meglio ma non entusiasma, forse potrebbe crescere col tempo e con gli ascolti, intendiamoci è sempre meglio del novanta per cento di quello che si ascolta in giro, ma gli Hold Steady ci avevano abituato al meglio. Viceversa We can get together, anche senza le tastiere di Nicolay è una stupenda ballata ambientata in quel di New York, dove si aggirano i “classici personaggi” delle storie in musica di Finn ed il brano che contiene il verso che intitola questo disco Heaven is Whenever We can Get Together. Il brano è dedicato alla memoria del batterista Matthew Fletcher degli Heavenly e contiene un verso che vale cento canzoni: “Non era solo il batterista, era anche il fratello minore di qualcuno”. Hurricane J, il singolo, è il classico brano alla Hold Steady riffato il giusto, antemico quel che basta, con un ritornello che ti rimane uin testa, rock classico e senza tempo. Barely Breathing dai ritmi vagamente reggae mi ha ricordato moltissimo il Graham Parker del primo periodo, un altro con cui Craig Finn condivide timbro di voce ed attitudini musicali, in mancanza delle tastiere c’è uno strano assolo di clarinetto. Our Whole Lives è un altro pezzo rock intemerato in puro stile Hold Steady, tirato e chitarristico e con una bella sezione fiati che aggiunge pepe al sound del brano, molto bello.

Craig Finn in un’intervista ha detto che con Nicolay si sono lasciati in amicizia; Nicolay in un’altra ha detto che aveva registrato con loro alcuni brani prima di andarsene ma che il gruppo ha preferito reinciderli. Comunque sia, transizione o no, sempre un sano disco di rock come Dio comanda.

Bruno Conti

Un Disco Di Transizione? Hold Steady – Heaven Is Wheneverultima modifica: 2010-05-02T13:50:00+02:00da bruno_conti
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato ma sarà visibile all'autore del blog.
I campi obbligatori sono contrassegnati *