Un Altro Disco Che (Forse) Non C’era. Ava Cherry – The Astronettes Sessions

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In effetti per essere un disco che non c’era è uscito in fin troppe versioni: Ava Cherry – The Astronettes Sessions e Ava Cherry and The Astronettes – People From Bad Homes in due versioni con copertine e contenuto diversi: il minimo comun denominatore del tutto è David Bowie. Diciamo che la sua reperibilità non è massima, ma se girate un po’ di siti che trattano rarità lo trovate a prezzi non proibitivi e, forse anche nei negozi italiani nella versione Astronettes Sessions, l’ultima a sinistra, visto che è stato distribuito regolarmente anche da noi nell’estate del 2009, la domanda principale è un’altra: ma ne vale la pena?

Probabilmente se siete fans di David Bowie e non l’avete già, direi di sì. Per gli altri vediamo.

La nostra storia inizia a New York nella primavera del 1973 e precisamente a un party per Stevie Wonder: Ava Cherry, una modella molto famosa in quegli anni era l’animatrice della serata e David Bowie uno degli ospiti principali. Un complimento sul taglio di capelli fu l’approccio di Bowie e da allora, per alcuni anni, i due sono diventati amanti. Ma questo non ci interessa. Quando deciderò di aprire un Blog chiamato Disco Club Passione Gossip eventualmente ve lo faccio sapere.

Per non fare la storia troppo lunga, Ava Cherry è stata reclutata come backing vocalist per le sessions di Diamond Dogs, il disco che traghetterà la sua immagine e la musica, dalla figura dell’alieno Ziggy Stardust al Duca Bianco della svolta soul che durerà fino alla trilogia berlinese con alcuni passaggi intermedi. Gli altri due componenti degli Astronettes erano Geoff MacCormack, un amico di infanzia di Bowie che aveva già cantato in Pinups e in alcune Peel Sessions e Jason Guess, che era stato presentato a Bowie da un amico comune. Nell’autunno del 1973 i tre superano una audizione per la Mainman di Tony De Fries, il manager di Bowie di allora e lo stesso Bowie, come raccontato da Ava Cherry che, evidentemente, lo ha conosciuto bene anche nel privato, che era un maniaco del lavoro ed era capace di lavorare per 48 ore consecutive o appassionarsi ad un argomento e leggere cinquanta libri su quell’argomento, ma contemporaneamente!

Bowie prenota delle sessioni agli Olympic Studios negli spazi liberi della registrazione di Diamond Dogs: i musicisti sono più o meno gli stessi, i più noti sono il batterista Aynsley Dunbar, il bassista Herbie Flowers, il bravissimo pianista Mike Garson e il chitarrista Mark Carr-Pritchard che si occupa più precisamente di questo progetto. Per alcune registrazioni americane che avverranno qualche mese dopo a New York, nell’aprile 1974 e che produrranno una cover di God Only Knows dei Beach Boys per un nuovo, ipotetico, disco solista della sola Ava Cherry, vengono utilizzati anche Carlos Alomar, Andy Newmark e Willie Weeks. Ma non se ne farà nulla perché nel frattempo i soldi erano finiti e Tony De Fries con la sua casa di produzione negli anni successivi si occuperà di lanciare un promettente cantante americano, tale John Mellencamp, ma come John Cougar (cosa di cui Mellencamp si vergogna ancora, insieme all’episodio degli orsi alla televisione italiana ma questa ve la racconto un’altra volta), all’inizio la cosa non funzionò, poi, come per Bowie, il talento non si può “mascherare”.

Ma torniamo a queste registrazioni che non vedranno la luce per oltre venti anni, fino a che nel 1994/95, una etichetta di proprietà di De Fries, guarda caso, la Trident Music International, pubblica un album People From Bad Homes che viene ritirato dal commercio quasi immediatamente.

La seconda edizione esce nel 2009, con un brano in più e il titolo The Astronettes Sessions ed è quella che circola, più o meno, ancora oggi.

Il brano d’apertura si chiama I Am A Laser un buon brano di Bowie, tipico del sound di quegli anni, tanto buono che verrà ripreso e trasformato in Scream Like A Baby per Scary Monsters, Ava Cherry lo canta con convinzione e trasporto, la voce è bella e particolare, il piano di Garson e una chitarra funky si inseriscono su una sezione ritmica molto marcata e il risultato è estremamente piacevole. Seven Days è la prima cover, un brano della grande Annette Peacock, una delle cantanti più originali degli anni ’70, casualmente anche lei sotto contratto per De Fries ma senza nessun risultato, poi alla fine degli anni ’70, in piena era new Wave, vado a memoria, pubblicherà due album straordinari per la Aura Records, ma anche questa è un’altra storia. God Only Knows viene rallentata ad arte per trasformarla in una canzone tipica del repertorio di Bowie di quegli anni, la Cherry ci mette del suo, l’assolo di sax è figlio della sua epoca ma quella spruzzata di mandolini nell’arrangiamento fanno tanto Bella Napoli. Having A Good Time con il suo intreccio di voci maschili, tra cui si riconosce anche quella di Bowie è un episodio minore, ma piacevole, del canone Bowiano. People From Bad Homes sembra un brano tratto da qualche musical rock di quegli anni, Hair o simili, corale e con arrangiamenti vocali molto curati, mentre Highway Blues è una cover di uno dei brani più belli di Roy Harper, proprio del 1973, tratto da Lifemask uno dei suoi dischi più affascinanti, riceve un ottimo trattamento con le voci dei tre cantanti, soprattutto la Cherry ma anche gli altri che si intrecciano con le vigorose pennate della chitarra acustica e un agile drumming per creare un effetto non dissimile dal sound di Harper, originale ma rispettoso di un brano affascinante.

Only me non è proprio uno dei brani più memorabili del repertorio di Bowie e caviamocela così, oltre a tutto Jason Guess non è un cantante formidabile e quindi rimane solo il piano di Garson a cercare di salvare il risultato, un po’ poco. Anche Things To Do direi che fatica a rientrare tra le migliori 200 canzoni scritte da Bowie, come dite ne ha scritte meno? Pazienza! Anche la versione di How Could I Be Such A Fool, sempre cantata da Guess, si sa che è un brano scritto da Frank Zappa, ma solo perché ve lo dico io, fidatevi.

Viceversa il trittico finale non è niente male: si parte con una versione quasi scat di I’m In The Mood For Love con la voce di Ava Cherry che galleggia sulle improvvisazioni vocali di MacCormack e le tastiere futuristiche di Mike Garson, breve ma intenso. Pochi sanno che la musica del primo Bruce Springsteen è stata una delle grandi passioni del Bowie di quegli anni, la versione di Spirit in The Night presente in questo disco non è niente male, Garson rivaleggia alle tastiere con quello che David Sancious aveva realizzato nel disco di Springsteen e il risultato è soddisfacente. I Am Divine, la cosidetta traccia nascosta è l’ultima composizione originale di Bowie (diventerà Somebody Up There Likes me) e indica la strada verso Young Americans che il Duca Bianco avrebbe intrapreso nei mesi successivi.

In definitiva molto brava Ava Cherry, che da lì a poco avrebbe diviso la sua strada con quella di Teddy Pendergrass, futuro backing vocalist di Bowie e poi stella della disco e soul music in proprio, meno gli altri due anche se Geoff MacCormack è diventato un rispettato autore di musiche per la televisione e il cinema vincitore anche del premio musicale Ivor Novello.

Filmati non ne esistono ma questo medley è interessante.

Bruno Conti

 

Un Altro Disco Che (Forse) Non C’era. Ava Cherry – The Astronettes Sessionsultima modifica: 2010-06-06T19:28:00+02:00da bruno_conti
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