Anche Lui Di Nome Fa Conor. The Villagers – Becoming A Jackal

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The Villagers – Becoming A Jackal – Domino/Self

Mi vedo costretto a ribadire (ma con piacere) un concetto espresso qualche tempo fa: sarà che la case discografiche (major e non) sono talmente disperate da pubblicare qualsiasi cosa gli venga proposta, sarà che l’acqua nei rubinetti è addizionata da qualche sostanza proibita “euforizzante, sta di fatto che ultimamente escono sempre più spesso dischi di spessore e contenuto “inconsueti”, dagli Slummers di ieri, passando per John Grant, da Jesca Hoop a Anais Mitchell, lo stesso CD doppio della Natalie Merchant, Susan Cowsill, Carrie Rodriguez, lo stesso Micah P.Hinson, ma ne sto citando, alla rinfusa,  alcuni di cui vi ho parlato in tempi più o meno recenti, sembrano ritrovare il gusto per la ricerca di sonorità meno artefatte più acustiche, o elettriche, a seconda dei casi, un ritorno a una sorta di neotradizionalismo come ribellione ai cantanti da “talent show” o ai “campionatori” selvaggi che si fanno belli con i (vecchi) successi degli altri.

Mi sembra che uno dei punti di svolta (ma era già in corso) sia questo ritorno della musica “Folk” nell’accezione più ampia del termine iniziata da gruppi come i Low Anthem, i Deer Tick, i Mumford and Sons in Inghilterra… Ecco che ci siamo arrivati, l’ho presa un po’ lunga ma ci siamo arrivati – dimenticavo,  anche alcuni “grandi vecchi”, tipo Robert Plant con Alison Krauss o Peter Wolf, stanno sfornando fior di dischi e che dire di John Mellencamp, il nuovo Better Than This è bellissimo, mi prudono i polpastrelli dalla voglia di scriverne (l’ho sentito, l’ho sentito!) ma esce il 24 agosto mi sembra un po’ prestino, va bene l’elasticità dei Blog ma ora che esce se ne sono dimenticati tutti, fine della digressione – dicevo del nuovo movimento folk che conta tantissimi altri nomi che non citeremo. Una volta nell’ambito folk era compresa gente come Dylan, Joni Mitchell, Eric Andersen, Simon & Garfunkel che poi inglobavano altri mille generi nella loro musica: proprio Mumford and Sons, per lo spirito e l’attitudine e Simon And Garfunkel, per la musica sono i due nomi che mi sentirei di accostare a Conor O’Brien, irlandese ventisettenne (ma dalla foto ne dimostra molti meno), factotum di questi Villagers.

Nel senso che fa tutto lui: con pazienza certosina, uno alla volta, ha registrato lui tutti gli strumenti, archi e flicorno esclusi, ottenendo un risultato sorprendente, un disco che profuma di folk, rock da camera, musica tipicamente britannica dell’epoca dorata a cavallo tra Sessanta e Settanta, ma anche brillanti melodie vicine al sound di Paul Simon o Neil Young, e tra i contemporanei il geniale Paddy McAloon dei Prefab Sprout o i Divine Comedy, ma anche i canadesi Arcade Fire o, un altro che di eccessi sonori, se ne intende, Rufus Wainwright. Nei brani più intimisti l’intenso e lennoniano Elliot Smith, ma se ne potrebbero citare altri, tutta gente brava, il risultato finale, per quanto, ovviamente, derivativo, allo stesso tempo è originale e assai intrigante.

Dall’iniziale “sinfonietta” alla Scott Walker di I Saw The Dead, complessa e molto arrangiata, che ci riporta anche ai fasti del Nick Drake o di David Ackles, due che archi e arrangiamenti complessi li maneggiavano con cura e grande arte si passa a Becoming A Jackal, un brano che ricorda il Paul Simon dell’epoca del sodalizio con Garfunkel, armonie vocali, sempre di O’Brien le voci, che si intrecciano con chitarre acustiche, tastiere e una sezione ritmica molto variegata e inventiva, in un suono al contempo deliziosamente pop e raffinato.

Ship Of Promises con la sua andatura mossa mi ha ricordato i crescendi voluttuosi dei Mumford and Sons, con la sua voce che si carica di eco, ora epica ora secca, la batteria galoppante, un organo avvolgente, e mille altri strumenti che strato dopo strato arricchiscono un suono geniale.

The meaning of the ritual, con archi e corno inglese (avevo detto flicorno, correggo) è una folk song cameristica, dolce e malinconica nella migliore tradizione dei folksingers britannici. Home, con il suo leggiadro call and response con un coro di tanti piccoli O’Brien è un altro delizioso esempio della sua classe cristallina, le improvvise aperture strumentali con quei crescendi raffinatissimi sono tocchi di genio. Ma non ne saprei scartare una: That Day con i suoi continui cambi di ritmo, colpi di timpano, acustiche arpeggiate, piano e voci che si sovrappongono continuamente, in quel giusto equilibrio tra pop e canzone d’autore. Non dimenticate che questo disco è andato come un siluro alle vette delle classifiche irlandesi, indie ma anche mainstream e lì continua a rimanere.

The Pact (I’ll Be Your Fever) è un allegro brano pop tra un Simon & Garfunkel d’annata e i Prefab Sprout meno intimisti, i coretti e la voce di O’Brien tra falsetto e vibrato sono una gioia per le nostre orecchie e il ritmo ti fa muovere il piedino inesorabilmente.

Ripeto sono belle tutte: Set The Tigers Free, la malinconica Twenty-Seven Strangers e To be Counted Among Men ma un’ultima citazione la vorrei dedicare a Pieces, un altro brano dal crescendo irresistibile cantato in un falsetto quasi da crooner che lentamente cresce fino a “diventare veramente uno sciacallo”, come recita il titolo dell’album, con un ululato liberatorio e sorprendente che ti diverte e ti intriga per la follia improvvisa che ne scaturisce, fantastico.

Piccoli talenti (nel senso di statura) crescono: da Jools Holland in solitaria e il video di Becoming A Jackal.

P.s L’altro Conor era Oberst, quello dei Bright Eyes, altro grande “nuovo” talento.

Bruno Conti

Anche Lui Di Nome Fa Conor. The Villagers – Becoming A Jackalultima modifica: 2010-06-18T19:33:00+02:00da bruno_conti
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