Un Consiglio Da Amico. Natalie Merchant – iTunes Session

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Natalie Merchant – iTunes Session

Se avete 6 dollari e 93 centesimi da investire non potrei pensare ad una idea migliore di questo EP con 7 pezzi pubblicato il 27 luglio per il download digitale. id380357318

Contiene alcuni suoi brani rivisitati per chitarra acustica o piano (e sax, come in Ribbon Bow) e alcune cover tra cui una bellissima del brano di Randy Newman Political Science di cui vi avevo parlato giusto qualche giorno fa in riferimento al DVD sull’Old Grey Whistle Test. fantastici-quegli-anni-old-grey-whistle-test-bbc.html.

Bruno Conti

Dan Stuart Speaks – 1

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Eccoci qua, come promesso. Intervista con Mr. Dan Stuart, tramite i buoni auspici del suo compagno di avventure negli Slummers, Antonio Gramentieri, produttore, musicista e chitarrista di grande pregio che aveva apprezzato quanto scritto dal sottoscritto in merito al loro disco Love Of The Amateur ( e, che volendo vi potete leggere o rileggere qui peccato-non-parlarne-slummers-love-of-the-amateur.html) e che mi ha messo in contatto con Dan, poi da cosa nasce cosa e gentilmente ha risposto ad alcune domande che gli ho posto. Il resoconto completo dovrebbe uscire nel numero di ottobre del Buscadero ma per i lettori del Blog una piccola anticipazione della parte iniziale dell’intervista.

Per motivi di fascino ho lasciato sia la parte inglese che la traduzione in italiano (mentre sulla rivista per motivi di spazio sarà, ovviamente, solo in italiano). Quello che parla bene l’inglese naturalmente è il sottoscritto, mentre l’altro è un modesto comprimario. Purtroppo scherzo, con lui mi sono già scusato, mi scuso anche con chi leggerà questa intervista in inglese, ma vuoi mettere l’internazionalità e l’immediatezza del tutto.

Una piccola chicca che vi anticipo è che gli slummers (minuscolo, visto che preferiscono così) sono già in studio a registrare il nuovo album, ma la promozione per quello attuale prosegue.

Un’ultima cosa, dato che l’intervista è un work in progress e ci sono ancora alcune settimane prima che il prossimo numero vada alle stampe se avete nel frattempo qualche domanda o curiosità che volete che io porga a Dan Stuart mettetele pure nei commenti a questo post ed io proverò a girargliele, poi vedremo se gentilmente (ma credo di sì, visto che siamo rimasti in contatto e ci scambiamo link su nuovi musicisti) vorrà rispondere. Chiaramente non sapendo le altre domande che gli ho fatto dovete un po’ tirare ad indovinare ma poi provvede il sottoscritto a fare un riassunto, quindi procediamo pure:

<< Let’s begin with the beginnings or we start from the end?

Cominciamo dagli “inizi” o partiamo dalla fine?

Life is uncertain, eat dessert first..

.La vita è incerta, mangiamo il dessert per cominciare

…<< Some curiosity for starting out. Where you live at the moment and are you still involved as an editor with the Brinkmag? It’s that you day job or have you found out something else?

Qualche curiosità per cominciare. Dove vivi al momento e sei ancora coinvolto come “editore” con il sito Brinkmag? E’ il tuo lavoro attuale oppure hai trovato qualcos’altro da fare?

You can put a fork in the Brink. The age of free content has brought us first rate mediocrity, and I’m being kind. I live on “Satan” Island, the forgotten borough of New York City. I live in Jimmy Knepper’s old house, pretty much on the harbor. Knepper played trombone in Charlie Mingus’ band.  Knepper’s Puerto Rican common law wife was friends with Pete Seeger. Pete’s sailboat used to dock down below and she would bring him homemade pies. Up the street from me is the very tough neighbourhood of Park Hill where Wu Tan Clan came out of, now it’s full of West Africans, you can buy smoked bush meat in the delis. As for work, I’m just another starving writer…

“Puoi infilare una forchetta sul Bordo” (Nda. Ogni tanto il buon Dan non può trattenere la sua ironia e amarezza e ci regala qualche battuta e perla di saggezza che nella traduzione in italiano si perdono un poco). Questa epoca di contenuti liberi ci ha regalato anche mediocrità di prima categoria e sono molto gentile. Vivo a “Satan” Island nei sobborghi di New York City, Nella vecchia casa che fu di Jimmy Knepper, praticamente vicino al porto. Knepper suonava il trombone nella band di Charles Mingus. La compagna (convivente) Portoricana di Knepper era amica di Pete Seeger. La barca di Pete era ormeggiata nel molo vicino e lei spesso gli portava delle torte fatte in casa. All’altro lato della strada dove vivo c’è il vicinato tosto di Park Hill da dove sono usciti i Wu-tang Clan, ora è pieno di Africani Occidentali, puoi comprare carne affumicata di animali selvatici nelle bancarelle.
Riguardo al lavoro al momento sono un “autore affamato in difficoltà”…

<< The second is a consequence. You’ve said that, at the moment, you’re an amateur musician, what’s changed over the years? And are you’re still happy with music, touring, promotion and all the usual suspects?

La seconda domanda è una conseguenza della prima. Hai detto che al momento sei un musicista “dilettante”, cosa è cambiato con lo scorrere del tempo? Sei ancora felice della solita trafila, musica, tournée, promozione, le solite cose?

An amateur in the classic sense, doing things out of love and passion, for their own reward.  JD feels the same. In the slummers, he doesn’t produce, doesn’t engineer, he just writes, sings and plays along with me. Two middle aged kids. We’re too old to care about things like “success”, I never enjoyed it when I had it anyway. We’ll tour at the drop of a hat, we really want to play more shows. We both are trying to reach back to why it all mattered in the first place.

Un dilettante nel senso più nobile del termine, facendo le cose per amore e passione, per quello che ti regalano. JD (Foster. Nda) la pensa allo stesso modo. Negli “slummers”, non produce, non fa l’ingegnere del suono, scrive I brani, canta e suona con me. Due bambini di mezza età. Siamo troppo vecchi per curarci di cose come il “successo”, che non ho mai goduto neppure quando lo avevo, comunque. Siamo pronti a partire in tour in un batter d’occhio, vorremmo fare molti più concerti. Stiamo entrambi cercando di tornare al perché tutto era importante all’inizio.

<< I’ve read in an interview that you have, if counts are rights, a 12 year old kid. Which kind of father are you and which kind of music he loves? And, that’s very, very important, he likes your music, that it’s not the typical 12 years old kids music (even if I hoped and still hope that it will be)?

Ho letto in una intervista che hai, se ho fatto I conti giusti, un figlio di dodici anni. Che tipo di padre sei per lui e che tipo di musica gli piace? E, questo è molto, molto importante, gli piace la tua musica che non è proprio quella per ragazzini di 12 anni (anche se, per il sottoscritto, dovrebbe essere così)?

Well he’s a much better musician than me, he gets that from his Andalucian grandfather. We recently went to see my old friend and bandmate Jack Waterson play drums for the “Black Dynamite Sound Orchestra” and after the gig Jack gave him the drum set! Pretty cool for a 12 year old, no? I’m a good father in the sense that he knows how to bodysurf, how to wing a Frisbee or hit a baseball. As for music, he likes a lot of the modern punk stuff that I like to remind him is not punk rock at all. He can’t say much to that since I’m a 1977 veteran. We talk a lot about John Bonham’s drumming versus Charlie Watts or whoever, you know, musician talk. Our current car’s stereo has only one side working so we’re only getting half the stereo mix on a lot of old classic rock stuff… I love that, don’t even want to fix it. I tell him he’s gonna grow up and mix records like that… just like Brian Wilson being deaf in one ear!

Beh, intanto è un musicista molto più bravo di me e gli viene dal nonnno Andaluso. Recentemente siamo andati a vedere il mio vecchio amico Jack Waterson suonare la batteria per la “Black Dynamite Sound Orchestra” (Nda. Non Conosco ma investigherò, come altri nomi che farà più avanti nell’intervista) e dopo il concerto Jack gli ha dato la batteria. Non male per uno di 12 anni? Sono un buon padre nel senso che conosce come fare del Surf, lanciare un frisbee o colpire una palla da baseball. Per quello che riguarda la musica, gli piace un casino il punk moderno e mi piace ricordargli che non si tratta di punk rock per niente. Non può dirmi nulla visto che sono stato un veterano del punk nel 1977. Parliamo molto del modo di suonare la batteria di John Bonham confrontato con quello di Charlie Watts o chiunque altro, capisci, dialogo tra musicisti. Lo stereo della nostra macchina attuale ha solo un canale che funziona così sentiamo solo metà del missaggio stereo del vecchio materiale rock. E devo dire che mi piace, non vorrei neppure farlo riparare. Gli dico che quando sarà grande dovrà mixare i dischi così…come Brian Wilson che era sordo da un orecchio!

Come direbbe il baffuto, il resto è vita.

Bruno Conti

Sandy Denny Box 19 CD Island – Alcune Precisazioni

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Visto che nei “commenti” sono stato tirato in ballo per “una recensione disinformante e piagnucolosa”, già che ci siamo e visto che ci sono stati ulteriori sviluppi sul box di Sandy Denny colgo l’occasione per parlarne.

Innanzitutto vorrei dire che io cerco di praticare, evidentemente non sempre riuscendoci, l’arte della autoironia, quindi il “lamentarsi” per l’uscita di un ennesimo box dedicato a Sandy Denny fa sempre parte di quella mia teoria sui “pirla” alla Mourinho, ovvero noi stessi (esposta in un vecchio post): quindi ne consegue il fatto di ricomprarsi più volte gli stessi dischi nelle varie edizioni che man mano le case discografiche ci propinano nel corso degli anni.

E’ ovvio che si tratta di una scelta volontaria ma nonostante ciò le case discografiche (le majors soprattutto) se ne approfittano ben sapendo che il mercato delle ristampe (o comunque del materiale d’archivio) è rimasto uno dei pochi che “tirano” ancora, visto che quelli che comprano, di solito, sono gli appassionati di musica (aldilà dei collezionisti, un mondo a parte, che fanno il loro mestiere, cioè collezionano).

Quindi quando ai box fanno seguito altri box, poi le ristampe dei singoli album rimasterizzati, rimasterizzati con bonus, ri-rimasterizzati con bonus artwork, con un nuovo packaging e quant’altro il marketing, in questo caso marchetting, si può inventare.

Questo box, come vi avevo già anticipato in un post dedicato alle nuove uscite discografiche, non sarà pubblicato sul mercato italiano dalla Universal per problemi di diritti discografici, vale a dire che alcuni brani sono stati licenziati alla Island/Universal solo per il mercato inglese.

Per quanto riguarda la Island sono stato rimproverato, sempre nei commenti, nel modo seguente:

“Who knows…” (4LP/3CD) non è nemmeno stato pubblicato dalla Island ma dalla Hannibal, e per quanto fosse ben fatto e un vero oggetto d’amore da parte del patron della Hannibal, quel Joe Boyd grandissimo produttore e amico di SD, non era altro che una antologia che toccava più o meno velocemente i singoli album, con qualche inedito.”

Ora, io sarò un rimbambito piagnucoloso, però mi documento oppure molte cose le so per conoscenza diretta, quindi per la precisione: il Box Who Knows Where The Time Goes (titolo anche di una delle 10 canzoni più belle di tutti i tempi) è uscito originariamente nel 1985 su quadruplo vinile (lo so perchè lo avevo) su etichetta Island in Inghilterra e poi l’anno successivo per la Hannibal/Carthage distribuzione Rykodisc negli Stati Uniti. Il box da 3 CD all’origine avevo il formato 12″ di un LP poi è stato ridotto. Per quanto riguarda il contenuto, all’epoca (e ancora oggi) il cofanetto conteneva 43 brani, di cui 18 erano inediti, quindi più del 40% a fronte del 15-20% che il compilatore della nuova antologia stima come inediti del prossimo box.

Anche il cofanetto quintuplo A Boxful of Treasures (anche questo della Fledg’ling e non della Island) conteneva una valanga di inediti, addirittura il quinto cd era totalmente inedito, 17 brani.

Quanto al Live At the BBC fortunatamente non è stato inserito in questo Box che, in caso contrario, avrebbe raggiunto dimensioni ancora più pantagrueliche, ma, per la serie strano ma vero, contiene comunque alcuni ulteriori brani inediti da sessioni per la BBC.

Riguardo a Sandy e North Star Grassman… leggendo con attenzione le tracklist pubblicate sotto, gli inediti “veri” (non già usciti nei vari box e ristampe con bonus) sembrerebbero solo tre in tutto.

Per finire nel sito della Island 50 Official Store potete trovare le tracklist complete dei brani contenuti e la possibilità di pre-ordinare anche una versione in tiratura limitata di 100 copie (e te pareva!)oppure quella “normale, rispettivamente per 175.99 e 145.99 sterline, più spese di spedizione, presumo. Nello stesso spazio del sito cliccando su more on studio recordings, bonus recordings e track details vi si apre un mondo intero. Dimentico qualcosa, ah sì il link DII-5658-5-sandy+denny++limited+edition+box+set.html.

Si andrà ad aggiungere a tutto il materiale già posseduto oppure, non avendo la mania del collezionismo, magari regalerò le vecchie edizioni a mio nipote (come ho fatto per Beatles e altri comprati più volte), comunque, ripeto, “rompe le balle!”.

Infine, senza polemiche, concordo su Joe Boyd non solo per Sandy Denny e Fairport Convention ma anche per Nick Drake e Incredible String Band e decine di altri. Molto bella, a questo proposito la sua autobiografia White Bicycles – Making Music in The ’60’s.

Tutto ciò per ristabilire la mia reputazione minacciata (scherzo, ma a questo punto è meglio dirlo). Comunque richiesta di pace.

Oggi vi tedierò ancora con un breve estratto dall’intervista che Dan Stuart (non so perché, forse per simpatia!) mi ha concesso e che dovrebbe uscire in versione integrale sul Buscadero di Ottobre.

Bruno Conti

Un Altro “Nuovo” Texano. Shinyribs – Well After Awhile

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Shinyribs – Well After Awhile – Nine Mile Records

Non è Garibaldi e neppure Peter Green, per quanto, potrebbe sembrare. Il signore che vedete effigiato sulla copertina del disco degli Shinyribs Well After Awhile è nientepopodimenoche Kevin Russell anzi Kevin “Shinyribs” Russell from Austin, Texas. Ah bè però allora, direte voi! Ma chi cacchio è questo ennesimo Carneade o Beautiful Loser meglio definito?

Si tratta di una ennesima “scoperta”? Non direi. Il Signore in questione guida anche un’altra band texana che definirei di culto ma che è anche una delle migliori in circolazione, i Gourds, di cui è cantante e chitarrista.

Non pago delle imprese del suo gruppo (con cui, giustamente, è subito partito per una tournée degli States, dopo aver pubblicato il disco con l’altra ragione sociale, ma essendo sempre lui si può anche fare da gruppo di spalla), dopo un paio di anni di gestazione ha partorito questa nuova creatura (nel 2008 già eseguiva questo brano).

Ma noi siamo qui per parlare di questo gioiello di disco che si chiama Well After Awhile: il brano di apertura Who Built The Moon (nella versione definitiva) dopo una apertura alla In The Summertime dei Mungo Jerry, illumina subito la nostra giornata con un sound che oscilla tra country, soul, rock, swamp e quanto di meglio potete pensare, come se la Band non si fosse mai sciolta, esatto, è musica di quella qualità sopraffina. La voce ha un piglio autorevole, con mille sfumature, come si conviene alla musica che convoglia e ti fa godere piacevolmente anche nella successiva Devilsong, una gospel song per bianchi rockers intemerati, a cavallo tra Fogerty e Levon Helm con un piano elettrico come ciliegina sulla torta.

Country Cool con armonica e pedal steel, come da titolo, è una lezione nella creazione della perfetta country song, quella che sprizza soul da tutti i pori se li avesse, perfetta musica dallo stato del Texas e suprema scioltezza nelle sue note, musica che scivola facile facile. Shores Of Galilee, in duetto con Phoebe Hunt, è una meravigliosa fusione di due voci che si completano a vicenda e sono veramente perfette nella loro misurata collaborazione, grandissima musica.

(If You need the) 442 è una gioiosa contaminazione tra la musica di New Orleans e quella di Austin con un pizzico di yodel aggiunto, Fats Domino meets Creedence con la benedizione della Band. Poor People’s Store (con Christina Aguilera che rima con Black mascara, ma pensate alla pronuncia!), è puro R&B Acustico anni ’50, minimale, divertente e divertito. Torna la Band di Levon Helm per una trascinante e funky East Tx Rust, ma anche i Little Feat e i Radiators (e perchè no, i Gourds) ogni tanto prendono questo groove, a bordo c’è anche Ray Wylie Hubbard per duettare con suprema indolenza con il nostro Kevin Russell.

Un bel valzerone country con influenze cajun (sarà il violino?) non ce lo vogliamo mettere? Piatto servito con una intensa Fisherman’s Friend, cantata con tutti i crismi da un ispiratissimo Russell e suonata anche meglio dai musicisti che lo accompagnano in questa avventura Shinryribs (che pare avrà altre puntate): oltre al batterista Keith Langford, anche nei Gourds e al bassista Jeff Brown nonchè al tastierista Winfield Cheek (vero protagonista del suono dell’album) sono della partita anche, oltre ai già citati Hunt e Hubbard, Scrappy Jud Newcomb e Michael Fracasso altri luminari della scena texana.

Morning’s Night è una ballata spaziale (nel senso degli ampi spazi che evoca) e anche un brano che ancora una volta ridefinisce il termine di buona musica.

La conclusione, solo Kevin Russell, con un mandolino o un ukulele o una chitarra non saprei ma non importa, interpreta da par suo A Change Is Gonna Come di Sam Cooke, la versione è piena di “anima” e la voce raggiunge vette inaspettate di partecipazione e conclude in gloria un altro piccolo tesoro nascosto della discografia “minore” americana.

Bruno Conti

E Se Prima Eravamo In Tre…Frazey Ford – Obadiah

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Frazey Ford – Obadiah – Nettwerk/Self

Frazey Ford è una delle fondatrici della band canadese Be Good Tanyas che tra il 2000 e il 2008 ci ha regalato tre bei dischi di country, folk, bluegrass e poi nel 2008 ha annunciato di prendersi una pausa sabbatica per riposarsi dagli stress del continuo girare il mondo per concerti e dedicarsi ai loro progetti personali (in effetti Trish Klein aveva già un progetto collaterale le Po’Girl che, a oggi, hanno realizzato tre album, mentre Jolie Holland se ne era andata da parecchi anni sostituita da Samantha Parton che è l’unica a non avere ancora dato notizia di sé).

La nostra amica stava lavorando a questo nuovo CD da un paio di anni e il risultato finale (disponibile nei negozi dal 20 luglio, anche, incredibile, in Italia) è un disco molto piacevole, pieno di belle canzoni, solido, pervaso da uno spirito indipendente e dalla bella voce di Frazey che potrebbe ricordare vagamente quella di Feist (forse più di gola) se quest’ultima non fosse apparsa sulle scene molto dopo la Ford. Ma lo spirito è quello, un folk-pop-rock molto lineare arricchito dalla chitarra di Jess Klein (che collabora fattivamente all’album) e da nuove coloriture soul nel suono finale.

La voce della Ford fluttua sul background musicale con grande morbidezza e una misura quasi maniacale nei particolari e quel tocco vocale “esotico” che già caratterizzava le Be Good Tanyas ma si è aggiunto questo retrogusto soul (Frazey Ford ha citato Anne Peebles, Robert Flack e Donny Hathaway tra le fonti di ispirazione, tre maestri del soul più mellifluo e vocalmente in punta d’ugola ma dalla grande qualità finale): un percorso non dissimile da quello percorso dalla collega Cat Power anche lei approdata ad un genere che attinge dalla grande musica nera.

Un brano come Bird Of paradise, con il suo basso funky, una chitarrina ritmica molto presente, il batterista che si “lavora” il ritmo, un assolo di tromba cristallino e una seconda voce femminile che supporta il falsetto di Frazey e quei piccoli tocchi di percussioni e battiti di mani e odo forse anche una marimba, è lontano anni luce dal suono della Be Good Tanyas o forse no? Lo spirito è quello, il recupero di una tradizione musicale, allora country e bluegrass, oggi soul ma sempre visto in una ottica da cantante folk.

L’iniziale Firecracker, con il banjo strumento guida che abbellisce un groove molto Youngiano (sempre nel senso di Neil) è un esempio dello stile molto laid-back del disco, anche l’organo e le tastiere in generale illustrano i particolari di una musica semplice ma curata nei minimi particolari per valorizzare la voce non potente ma affascinante e coinvolgente della Frazer.

Anche il suono minimale ma curato della chitarra elettrica di Jess Klein disegna giri armonici elementari e concentrici che uniti all’organo donano un carattere ipnotico alla voce della nostra amica, come nella dolce e malinconica If You Gonna Go dai registri folk-soul con la sua piccola bella sezioni di fiati e il sempre “misurato” crescendo finale watch?v=LewMMgUN6Tg

Un lavoro artigianale e certosino che supplisce ad una certa ripetitività di fondo: dovete ascoltare con attenzione per carpire i particolari e non sempre i risultati sono completamente soddisfacenti come nella vagamente funky Blue Streak Mama che non decolla nonostante l’uso della doppia voce.

Lost Together vicerversa ha un suo pathos, una intensità che si percepisce nella forma della ballata classica mentre I Like You Better con quello che sembra un brano fretless a caratterizzare il sound è di nuovo lanciata verso quelle modalità soul che sembrauno dei fari musicali del disco, anche il piano elettrico rievoca le atmosfere di Hathaway e Flack forse senza la grande classe vocale di quei cantanti, anche senza il forse.

Ogni tanto riaffora lo spirito folk del suo vecchio gruppo come nella delicata Hey Little Mama, arricchita da una nuova vena pop che rende più gioioso lo spirito del brano, quasi radiofonico e non è una offesa.

Lo spirito di Neil Young (ma anche quello di Al Green) aleggiano sulle operazioni, come nella evocativa e sofferta The Gospel Song, dove la voce di gola della Ford sempre molto misurata e quasi calibrata si lancia in vocalizzi non spericolati ma significativi mentre i suoi musicisti misurano i ritmi e la coloritura con grande abilità.

Anche Going Over musicalmente proviene da quei più volte citati primi anni ’70, l’era dei cantautori intimisti e nella sua semplicità ti regala piccoli brividi di piacere, l’interscambio tra la chitarra elettrica, il contrabbasso e la voce è quasi telepatico nella sua precisione ma c’è anche molta passione.

Per la serie “ma questa la conosco!” c’è anche una bella cover di One More Cup Of Coffee di Bob Dylan, tratta da Desire, che se nulla aggiunge all’originale nemmeno toglie e spesso anche questo non è un risultato facile da ottenere, fedele nei secoli dicevano dell’Arma!

Un bel dischetto, gradevole, ben cantato, suonato anche meglio, fondamentalmente uno quei dischetti piacevolmente superflui ma che è bello avere!

Poteva non esserci al Lilith Fair, il Festival tutto al femminile organizzato da Sarah McLachlan? Certo che no…

Bruno Conti

Un Altro Carneade? Darren Hanlon – I Will Love You At All

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Darren Hanlon – I Will Love You At All – Yep Rock Usa 21-09-2010

Nella mia indefessa ricerca di nuovi “chi è costui o chi sono costoro?” mi sono imbattuto in questo Darren Hanlon, musicista australiano, ma nato in Inghilterra, che ha già una sostanziosa discografia australiana alle spalle (tre album e vari Ep e singoli oltre ad una militanza nei “notissimi” Simpletons). Questo è il suo disco di esordio per il mercato americano ed uscirà a settembre per la Yep Rock, chissà che non approdi anche sugli scaffali dei negozi italiani, nel frattempo è già disponibile per il dowload digitale.

Come avrebbero detto (anzi, come dissero!) i Groundhogs intitolando un loro disco Who Will Save The World? – The Mighty Groundhogs” con tanto di finto fumetto in copertina dove si presentano come improbabili Supereroi, probabilmente, anzi sicuramente, questo disco non salverà il mondo però e piacevole e divertente, rilassante perfino.

Hanlon non è un genio della musica ma, conoscendo i suoi limiti, e i suoi meriti, crea questi dischi zeppi di vignette buffe, con accompagnamenti musicali scarni (chitarre acustiche ed elettriche, banjio, ukulele che suona lui stesso, una spruzzata di pian) ma che vedono la presenza di ben quattro batteristi diversi tra cui Rachel Blumberg, collaboratrice di Bright Eyes, Decemberists, She & Him, che canta pure) e diverse voci femminili a duettare con il nostro amico.

Il risultato finale ricorda il sound dei Violent Femmes più riflessivi, oppure di Billy Bragg o dei Magnetic Fields che guarda caso hanno tutti fatto dei tour con Hanlon! Ma il nome magico che mi è girato in testa per parecchio tempo (sapete quando ce l’avete lì sulla punta della lingua ma non vi viene, per non usare paragoni più scurrili), dicevamo di questo nome, lo sparo? Jonathan Richman, ecco l’ho detto! Quello della fine anni ’70, non quello più rocker del primo album con i Modern Lovers, uno degli inventori del cosiddetto indie-folk che imperversa ancora ai giorni nostri.

I brani hanno quel ritmo da simpatica filastrocca pop-folk-rock come evidenziato per esempio dal singolo (e video) All These Things, introdotto da un ukulele sbarazzino, sostenuto da una gentile voce femminile i due duettano su temi di improbabili extraterrestri e poi partono per la tangente ben sostenuti dal pianoforte, una sezione ritmica presente ma non invadente e coretti deliziosi, potrebbe andare anche sulle nostro radio o diventare un tormentone di qualche spot, take a look!

Ma il nostro amico sa essere anche raffinato, malinconico e raffinato come nella lunga House, che inizia con un soffuso accompagnamento di una elettrica appena sfiorata e poi si lancia in un crescendo musicale per certi versi sorprendente ma di grande impatto sonoro con la batteria padrona della scena con le sue improvvise accelerazioni e sparizioni in un perfetto equilibrio musicale, che dire? Molto bello, è bravo questo Darren Hanlon!

Se volete ulteriormente approfondire questa è la pagina del sito Yep Rock dedicata all’album con informazioni e streaming vari album.php?id=15175.

Senza voler essere didascalici in una disamina brano per brano e senza dimenticare l’importanza del produttore Adam Selzer (lo stesso, guarda caso di Decemberists, She And Him, M Ward) vorrei ricordare ancora il piacevole duetto quasi country di If Only my heart was made of stone con la citata Blumberg e le derive da perfetto folksinger (fuori di testa, molto alla Richman ma anche il primo Loudon Wainwright III e John Prine balzano in mente) in un brano che è un manifesto già dal titolo, Folk Insomnia, qui alla radio australiana ma anche in video watch?v=6ABnwTVv_Pw.

Essendoci un brano intitolato House (e visto il tipo) ne poteva mancare uno intitolato Home? Certo che no ed è altrettanto bello e delicato, con un piccolo arrangiamento di archi ed un sorprendente, ma mica poi tanto, senso della melodia che ti entra in testa e lì rimane.

Visto il personaggio il brano che segue è un bel rocker alla Modern Lovers intitolato Buy me presents, breve e divertente con tanto di assolo di sax in puro stile R&R.

Il resto ve lo lascio scoprire. Come si diceva, non salverà il mondo, ma lo renderà un po’ migliore per una quarantina di minuti.

Sto sentendo il nuovo David Gray, Foundling, bello e il nuovo Richard Thompson Dream Attic, molto, ma molto bello (ma non è un caso) e, tra le piacevoli sorprese, quello di Frazey Ford Obadiah (oltre a una valanga di altri). Nei prossimi giorni riferisco, sempre che all’ultimo minuto non se ne aggiunga qualche altro, così quando tornate dalle vacanze avete abbondante materiale di lettura.

Bruno Conti

Un Affare Di Famiglia. Eliza Carthy & Norma Waterson – Gift

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Eliza Carthy & Norma Waterson – Gift – Topic Records

Eliza Carthy e Norma Waterson sono figlia e madre, hanno fatto molti dischi insieme ad altri componenti della famiglia (la Waterson Family, Waterson:Carthy) ma mai come duo. Questo disco colma la lacuna e si candida autorevolmente a miglior disco folk tradizionale dell’anno.

A questo punto sapete di che argomento si tratta ( e sapete che a me, e quindi in questo blog, piace spaziare in tutti generi) e quindi chi non è interessato all’argomento se ne può andare!

Siamo rimasti in pochi? Spero di no, comunque aggiungiamo qualche altro elemento: il babbo di Eliza e quindi marito di Norma è il grande Martin Carthy, membro fondatore degli Steeleye Span e poi autore di una gloriosa carriera solista, ma spesso in coppia (Dave Swarbrick) o in gruppo (i Brass Monkey, Blue Murder) con altri artisti del folk tradizionale e quindi spesso anche con i Watersons, ma in questo caso svolge, in modo impeccabile, il ruolo di comprimario e collaboratore, con lui ci sono Oliver Knight, cugino di Eliza, chitarrista e polistrumentista, che cura con la stessa Carthy la produzion del disco, Danny Thompson, magnifico come sempre al contrabasso e Marry Waterson, la sorella di Oliver Knight a confermare che trattasi di “Affare di Famiglia”. In effetti ci sarebbero anche Martin Simpson e Aidan Curran, ma diciamolo!

Il risultato è strepitoso: spesso si usa il termine Grande Vecchio per indicare un personaggio fondamentale nell’ambito di un genere musicale, ma trattandosi di una signora, Norma Waterson userei il più rispettoso Gran Dama del folk britannico (Sandy Denny non c’è più ma operava in un ambito diverso e secondo me è fuori concorso, Shirley Collins si è ritirata da molti anni, Maddy Prior e Jacqui McShee operano in un ambito più elettrificato e possono competere più con Eliza Carthy). Alla tenera età di 71 anni (oltre un certo limite si può dire anche l’età di una signora) è ancora in possesso di una voce straordinaria, potente ed espressiva come poche e la pur brava figlia, se si può dire, non gli fa un baffo, ma è soprattutto quando cantano insieme che diventano straordinarie.

Si capisce fin dall’iniziale strepitosa rilettura del tradizionale Poor Wayfaring Stranger dove le voci di Norma e Eliza con il contributo non indifferente di Marry si alternano e si intrecciano con incredibile naturalezza con la chitarra di Curran e il contrabbasso di Thompson, ma è subito chiaro che l’assoluta protagonista è Norma Waterson che l’autorevole rivista Mojo ha definito la più squisita voce del panorama musicale inglese, così, senza distinzione di sesso e genere.

La figlia Eliza Carthy, anche eccellente violinista e mandolinista, ha provato anche varie escursioni in un genere più mainstream anche cantautorale (lo so, l’ho detto ancora!) con una decina di album a nome proprio e innumerevoli collaborazioni, familiari e non: in Little Grey Hawk conduce lei le danze, con la sua voce caratterizzata da una leggera raucedine, meno potente della mamma ma sempre rispettabile ed espressiva, il suo violino e il banjo di Martin Simpson accompagnano le operazioni.

Ma vediamo quelli che sono i brani fondamentali di un album tutto di alto livello ma che raggiunge i suoi picchi oltre che nel brano iniziale, nell’ottima e trascinante Bonaparte’s Lament, con anche un consistente lavoro strumentale di tutto l’ensemble di musicisti. The Rose And Lily è fantastica, un brano tradizionale che condivide un’atmosfera rarefatta e sospesa con la conosciutissima (anche dai profani del folk visto che l’hanno suonata un po’ tutti) John Barleycorn: l’interpretazione, in questo caso di Eliza Carthy, è magistrale, accompagnata da un violino, dal piano e dalla chitarra elettrica di Oliver Knight, oltre naturalmente alla mamma Norma, ci regala oltre 6 minuti di grande musica. watch?v=w_CxR3rkoZs

Ottima anche Bunch of Thyme con la voce senza tempo di Norma Waterson che intona uno dei brani tradizionali più affascinanti del canone folk britannico, ben coadiuvata dalle armonizzazioni della figlia Eliza, alle prese anche con viola e violino.

Interludio.

Se volete approfondire la grande tradizione di questa musica, nel 2009 la Topic Records ha pubblicato un fondamentale Box di 7 CD intitolato Three Score & Ten – A Voice To The People, con annesso libro formato LP di oltre 100 pagine, cofanetto che traccia i 70 anni di storia di questa etichetta che ha fatto la storia della musica popolare in Gran Bretagna (il prezzo è abbordabile).

Torniamo al CD: a questo punto c’è un delizioso medley tra Ukulele Lady e (If Paradise Is) Half As Nice), devo dire che Battisti/Mogol in chiave folk tradizionale inglese non li avevo mai sentiti ma escono vincenti anche da questa prova. Per gli inglesi il brano è famosissimo, è stato un numero 1 in Inghilterra nel 1969 per gli Amen Corner ma non sanno che, scritta originariamente per Ambra Borelli/La Ragazza 77 come il Paradiso della vita, un flop incredibile, è poi rimbalzata di ritorno dal Regno Unito ed è diventata Il paradiso di Patty Pravo. Ebbene la versione che ne fa il duo Carthy/Waterson in medley con l’old time jazz di Ukulele Lady è assolutamente imperdibile, in quanto i due brani prima eseguiti separatamente, nel finale si combinano, verso dopo verso fino a diventare un tutt’uno indivisibile. Una pausa di lievità in un disco altrimenti molto “serio”, ma il genere lo richiede.

L’ultimo brano che vorrei citare (ma, ripeto, è tutto di ottima fattura) è la conclusiva Shallow Brown, dove le famiglie Waterson e Carthy uniscono le loro voci (sette in tutto perché ci sono anche gli zii, Anne & Mike Waterson) in una versione corale e trascinante di questa ulteriore gemma della tradizione folk inglese.

Per molti ma non tutti, ma provate e potreste essere piacevolmente sorpresi anche già sapendo cosa vi aspetta.

Bruno Conti

A Volte Si Sbaglia! Ray LaMontagne & The Pariah Dogs – God Willin’ And The Creek Don’t Rise

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Ray LaMontagne & The Pariah Dogs – God Willin’ And The Creek Don’t Rise – Rca

Che cosa volete che vi dica? Ritiro tutto quello che ho detto, mi ero sbagliato? Questo è un gran disco, le mie perplessità iniziali dovute ai primi ascolti sono state spazzate via e quasi mi sbilancio a dire che questo potrebbe addirittura essere il miglior disco in assoluto di LaMontagne (ma questo si vedrà, gli altri hanno avuto anni per sedimentare e rafforzarsi, questo è nuovo ma cresce ascolto dopo ascolto e questo è un bene).

Una ulteriore serie di ascolti con volume alto a finestre spalancate (quindi Play Loud!) hanno rivelato una serie di particolari e nuances nelle prestazioni stellari dei vari musicisti coinvolti e nelle composizioni del nostro amico per questo God Willin’.

La prima cosa che balza all’occhio anzi all’orecchio è quella sensazione di gruppo compatto, ben rodato, con un suono che ricorda molto quello dei concerti dal vivo (guarda che circonvoluzione devi usare per dire quello che gli americani direbbero con un semplice Live Feel!): sicuramente ha giovato all’ottenimento di questo risultato il fatto che il disco sia stato registrato in un breve arco temporale di un paio di settimane nella fattoria ristrutturata nell’ovest Massachussetts che il buon Ray ha trasformato in uno studio di registrazione, forse ha contribuito il fatto che la produzione non sia più nelle mani di Ethan Johns (poteva essere un disastro ma evidentemente la lezione era stata ben imparata) ma curata dallo stesso LaMontagne, qualunque sia la ragione il risultato finale è notevole.

L’iniziale Repo Man è strepitosa (anche se non indicativa del suono del resto del disco): sei minuti di rock and roll carnale, misto a soul, con la sezione ritmica di Jay Bellerose, indiavolato alla batteria e Jennifer Condos con il suo basso pulsante che attizzano le due chitarre di Eric Heywood e Greg Leisz che si rispondono dai canali dello stereo con un riff eccellente che ricorda l’attacco di Who Do You Love dei Quicksilver anche se l’assolo di Cipollina e Duncan non parte mai, ma quella è un’altra storia, comunque quel suono tintinnante e ribaldo ricorda anche quello del Tim Buckley più ruspante di Greetings from LA o della Grease Band di Joe Cocker dei tempi d’oro. Proprio al Joe Cocker degli inizi si avvicina moltissimo la voce maschia, rauca e profonda che Ray LaMontagne sfodera per questo brano, istigato dal groove irresistibile che la sua band gli ha costruito intorno, la voce è lasciata libera di dare sfogo alla sua potenza con echi anche del primo Gerg Allman o del Van Morrison (sua grande influenza) più dedito al soul e al R&B. Comunque la si giri, grande inizio che varrebbe da solo il prezzo di ammissione ma che, come detto, non è indicativo delle atmosfere del resto dell’album. watch?v=F59JVJ2k00A (sound primitivo, ma rende l’idea!)

Già dal secondo brano dell’album. la peraltro bellissima New York City’s Kiiling me, prende piede un’attitudine roots, quasi country, quel famoso Americana Sound tanto citato a sproposito ma che in questo caso ben inquadra il sentimento del disco, le chitarre “sofferenti” di Leisz (una pedal steel strepitosa che ricorda i grandi dello strumento degli anni ’70, Sneaky Pete Kleinow, Buddy Cage e Al Perkins tanto per citarne alcuni) e Heywood evocano appunto quel suono “country” vintage ma con i crismi di una grande composizione perché la qualità dei brani contenuti in questo album è sempre elevata.

God Willin’ and The Creek Don’t Rise oltre ad essere il titolo dell’album è anche quello di una bellissima canzone, avvolgente, con la batteria di Bellerose che scandisce i tempi con una serie di rullate urgenti che ricordano lo Steve Gadd più ispirato e la voce di Ray LaMontagne ancora una volta sicura e potente a guidare il suo fido manipolo di musicisti in un altro brano decisamente sopra la media di gran parte della produzione attuale.

Beg Steal or borrow, il potenziale singolo dell’album, è un’altra piccola perla con un ritmo più incalzante dei brani che l’hanno preceduta ma anche più rilassata al tempo stesso, filante, scivola che è un piacere, gioia per le orecchie dell’ascoltatore con la solita steel di Leisz in grande evidenza mentre le tastiere di Patrick Warren l’unico musicista non ancora citato sono quasi sempre molto discrete ai limiti dell’impercettibile, rafforzando l’idea di un disco “chitarristico”.

La seconda parte del disco ci porta verso il lato Youngiano di Lamontagne, ma non prima del quasi folk-soul acustico della dolcissima Are We Really Through, prima di una serie di brani sulla fine di una relazione che sfocia in This Love Is Over, quasi una bossanova country, la solita steel di Leisz domina le operazioni.

Si diceva del lato Youngiano (nel senso di Neil) della musica di LaMontagne, Old Before Your Time è una bellissima canzone, serena e pacifica, con un banjo (o è un mandolino) che crea il tema musicale ricorrente del brano. Più urgente anche se sempre dai tempi rilassati Fot The Summer è un altro brano più simile al canone abituale delle canzoni del nostro amico anche se una slide mordente e un’armonica aggiungono spessore al brano, sempre caratterizzato da quella vivacità del sound di un gruppo ben amalgamato e che sa sempre dove andare a parare musicalmente.

Like Rock And Roll Radio sembra proprio una di quelle lunghe cavalcate acustiche del nostro amico canadese, cantata però dalla caratteristica voce di Lamontagne, ormai “uno strumento” riconoscibile al primo ascolto a dimostrazione della popolarità e della considerazione raggiunte dal musicista del Maine, l’armonica a bocca aggiunge quel tocco in più allo scarno accompagnamento delle sole chitarre acustiche.

Gran finale con l’altro pezzo rock (e blues) del disco, The Devil’s In The Jukebox, già suggestiva dal titolo, movimentata e brillante con una slide acustica insinuante ad aggiungere pepe all’arrangiamento tipicamente roots del brano e se non fosse per il titolo verrebbe voglia di dire che tutti i salmi finiscono in gloria.

Ray LaMontagne sarà in tour negli States, in concomitanza con l’uscita del disco il 17 agosto, dalla settimana prossima, con lui David Gray che presenta l’altrettanto nuovo Foundling che esce lo stesso giorno (sentito, bello, recensione nei prossimi giorni).

In tre parole, gran bel disco!

Bruno Conti

Chi Sono Costoro? Spring And The Land – Outside My Window

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Spring And The Land – Outside My Window – Early Morning Melody Records

Chi siano costoro dirvi non so. Parlo in un modo un poco aulico relativamente a questo disco che mi hanno dato dicendomi, ascoltalo è bello! Io non resisto e investigo, ma non si trova molto in rete: dovrebbero essere austriaci (in effetti il Cd è stato acquistato in Germania), anche se i nomi Jacques Bush e Marino Acapulco non lo farebbero supporre, prima si facevano chiamare DogBoy e facevano electro-pop.

Comunicato stampa dell’etichetta: “Primavera e la Terra. Dipingi scorci di vita con canzoni che esprimono la sottile linea tra tutte le emozioni. La poderosa miscela di melodia e il malinconico, sentito sapore…eccetera”. Capito che qui non si approda a nulla infilo il Cd nel lettore e me lo ascolto.

Perbacco, controllo, ho inserito per sbaglio il quinto Cd di Los Angeles Nuggets della Rhino? Impossibile, è un quadruplo, eppure la musica che esce dalle casse è puro psych-folk-flower power californiano fine anni’ 60, con bellissime armonie vocali, chitarre elettriche ed acustiche ben miscelate, un synth primitivo, il brano si chiama The outside e sembrano i Byrds di Notorious Byrd Brothers.

Who will applaud è una variazione sul tema, con più tastiere ma queste sonorità vintage sempre presenti, voci filtrate per confondere le idee ma belle melodie. Il terzo brano si chiama Dylanesque, se due indizi fanno una prova, tre a cosa ci portano? A un totale cambio di sonorità? No, però quell’aria vagamente folkeggiante alla Paisley Underground, con la voce di Bush che ricorda il Dan Stuart più morbido e il sound che ricorda quello dei Three O’Clock che erano il versante meno “acido” e più tranquillizzante di quel movimento.

Poi arriva Conversation che rimane ancora su queste coordinate di folk leggermente psichedelico, mentre Homeless con la voce in falsetto di Jacques Bush meno nascosta da filtri e diavolerie varie è più nuda e fragile, sottolineata anche da un vibrafono! e dai synth di Acapulco (che negli altri brani si occupa della batteria). Morning ancora acustica e sommessa, potrebbe essere cantata da un Neil Young “alternativo” watch?v=lbDpjIFbisc, mentre in Straight for the sun ritornano quelle sonorità tipicamente sixties filtrate da un suono vagamente lo-fi e Spring And The land potrebbe essere addirittura un episodio minore dei Buffalo Springfield (oltre a tutto credo che queste presunte influenze me le stia inventando al momento, probabilmente non sanno neanche chi sono i nomi citati dal vostro recensore, ma il risultato finale rimane quello, oppure chi lo sa, ho indovinato tutto, e mi è capitato in altre occasioni!).

Wasn’t I The One è una bellissima ballata acida a cavallo tra Neil Young e Peter Perrett (alzi la mano chi ricorda gli Only Ones?), il tipo di voce è quello e si ripete su tempi più acustici nella conclusiva Friend. (e i Mad River di Lawrence Hammond, citazione colta, dove li vogliamo mettere? Magari in un CD della Collectors’ Choice che raccoglie entrambi gli album di fine anni ’60 in unico CD, investigare, gente, investigare!).

Così, tanto per gradire!

P.S. Già che ci sono rispondo a Tommaso che mi chiede dove si può trovare il Box di On Tour di Delaney and Bonnie a un prezzo umano. Purtroppo non si trova, perchè si può avere solo tramite la Rhino Handmade americana e il prezzo è quello indicato nel Post. Il sottoscritto ha fatto il sacrificio e qualche giorno fa mi hanno mandato una mail dalla Rhino dell’avvenuta spedizione del disco, addirittura due giorni prima della data di uscita (il giorno 8 agosto che era una domenica, vedi gli americani). Sono in trepida attesa, appena ricevo provvedo, come promesso, a parlarne.

Bruno Conti

Q 1001 Songs The Ultimate Playlist

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Ufficialmente è estate, oggi è il 13 agosto del 2010, quindi è tempo di quelle classifiche che lasciano il tempo che trovano ma sono tanto divertenti da leggere. L’ultima della serie è questa The Ultimate Playlist 1001 Songs To Download Now del mensile inglese Q numero di agosto. Per chi vuole sapere tutto, 3,99 sterline o 8,60 euro se abitate in Italia, per gli altri qualche estratto.

Prima di tutto non è, come speravo, una sorta di nuova megaclassifica dopo quella dei 500 Top Album e 500 Top Songs di Rolling Stone ma una serie di interventi di musicisti e personalità dello spettacolo ai quali è stato chiesto di fare una playlist e scegliere i loro 10 brani preferiti, a qualcuno su tutto lo scibile umano ad altri su un cantante o un gruppo ben definito e non sembrerebbero neppure in ordine di preferenza ma secondo un ordine casuale (chissà se ci sarà qualcuno che si prenderà la briga di fare le somme, ma valgono di più le scelte di La Roux (quella di Bulletproof) o Chuck Palahniuk (quello di Fight Club)?

O meglio i primi 10 e il 1001° non sono per niente a caso: per i posti dall’1 al 10 abbiamo dieci brani dei Beatles scelti da Nicky Wire dei Manic Street Preachers mentre il 1001, ovvero il brano che non dovrebbe mancare in nessuna playlist (che si rispetti!) è Good Vibrations dei Beach Boys.

I video che vedete qui e là, non sono volutamente le versioni più famose, questo è del 1976 e quelli sono proprio Paul & Linda McCartney al 34° compleanno di Brian Wilson.

Tra i 10 brani dei Beatles scelti da Nicky Wire (e anche io so che agonia è quando devi scegliere, dimmi i tuoi brani preferiti, i tuoi dischi preferiti, e naturalmente si dicono quelli validi in quel millisecondo in cui lo dici ma ti stai già pentendo e te ne vengono in mente altri 753): a fianco di scelte ovvie come Strawberry Fields Forever, Paperback Writer (parla un bassista), For No One e Here Comes The Sun, Carry That Weight, Golden Slumbers e Magical Mistery Tour non sono proprio le prime che ti vengono in mente (io per esempio nelle migliori 10 canzoni di sempre, non solo dei Beatles, a fianco di A Day In The Life ci metto sempre e sottolineo sempre Happiness is a warm gun).

Ci sono poi le playlists di Danger Mouse (Little Wing di Jimi Hendrix, concordo, sempre nelle mie prime dieci non variabili, la versione dal vivo che era in Hendrix in The West, One Of These Days dei Pink Floyd e I Put A Spell on You di Screamin’ Jay Hawkins tra le altre), Dave Gahan (Hang on to your ego dei Beach Boys, A Man needs a maid di Neil Young e It Serves you right to suffer di John Lee Hooker!?!), le Female Icons scelte da Florence Welch (Janis Joplin con Cry Baby, Grace Slick con White Rabbit e Etta James con Something’s Got a Hold On Me vanno benissimo, Kate Bush e Bjork OK, ma Roisin Murphy e Diane Chuck? Chi è costei non conosco?).

I 10 brani di David Bowie sono scelti dal comico inglese Ricky Gervais che essendo un comico racconta un episodio divertente: Al 57° compleanno di Bowie nel bigliettino di auguri scrive “Non sarebbe ora di trovarsi un lavoro fisso? Firmato Ricky Gervais, 42 anni comico. La risposta di Bowie. Ce l’ho già, David Bowie, anni 57, Rock God” non male. Tra i brani scelti Can you hear me?, Sweet Thing e Letter To Hermione watch?v=6HuGqCJlTeM (peraltro molto bella) non sono le prime che ti vengono in mente, ma ci sono Heroes, Life on Mars, Changes e Ziggy Stardust.

Visto che la cosa si fa lunga (magari ci ritorno su con calma in uno dei prossimi giorni) ricorderei ancora Wayne Coyne dei Flaming Lips che sceglie dieci brani dei Pink Floyd (e, stranamente visto l’elemento, sono proprio 10 delle più famose), Paolo Nutini che sceglie i cantautori (OK Van Morrison, Neil Young, Leonard Cohen, John Martyn, Richard Thompson e Nick Drake, ma Rodriguez e Fu Man Chu di Desmond Dekker watch?v=hVxFfD_jX3E, se proprio vuoi magari Israelites? Ma bisogna sorprendere!), gli MGMT che scelgono la psichedelia, Funkadelic, Pink Floyd e Skip Spence, vabbè ma Harry Nilsson, Giacinto Scelsi e i Beach Boys? Allora perché non Luciano Berio e Lulu?

Jenson Button ve lo risparmio, i Gaslight Anthem hanno scelto i pezzi dei Rolling Stones visto che per Bruce Springsteen sono stati fregati da Craig Finn degli Hold Steady. Ancora alla rinfusa Plan B sceglie il soul (non sapevo che Nutini praticasse il genere). Irvine Welsh sceglie quelli di Iggy Pop, Alice Cooper gli Who, La Roux sceglie Michael Jackson!?! Chris Shiflett dei Foo Fighters sceglie i Clash e i Mumford and Sons scelgono i 10 brani Alt-Country. Amy MacDonald sceglie gli U2 e gli OMD scelgono i brani degli anni ’80. Richard Hawley sceglie quelli di Elvis Presley, Slash i Guitar Heroes e Alicia Keys il meglio del R&B e qui ci riprendiamo (anche se per ragioni di opportunismo Jay-Z e Beyoncé a fianco di Aretha Franklin, Stevie Wonder, Marvin Gaye e Otis Redding ce li poteva risparmiare, e pure Mariah Carey!). Ce ne sono mille altri, Bob Dylan scelto da Tim Robbins (che sta per esordire il mese prossimo come cantante) è un’ottima scelta, ma Like A Rolling Stone dove se l’è dimenticata? Prima del finale dedicato al 1001° Beach Boys, Jason Bonham giustamente sceglie i brani dei Led Zeppelin.

Ragionamenti pelosi sul sesso degli angeli ma piacevolmente estivi (ma pure invernali, volendo).

Bruno Conti