Un Segreto Ben Custodito! Darden Smith – Marathon

darden smith marathon.jpgdarden after all this time.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Darden Smith – Marathon – Darden Smith records

Questo signore è un altro dei segreti meglio custoditi del cantautorato (l’ho detto di nuovo!) di qualità. Texano, residente a Austin, con una discografia nutrita che parte dal lontano 1986 con lo stupendo Native Soil e passando per l’omonimo esordio per la CBS/Epic del 1988 e il disco in coppia con l’inglese Boo Hewerdine, Evidence del 1989 arriva ai giorni nostri. Se volete farvi un’idea dei suoi dischi, questa è una discografia molto dettagliata che ho trovato in rete compilata da un “benefattore” darden.html.

Per chi già lo conosce e ammira la sua musica, per cominciare dirò che questo Marathon è uno dei dischi più belli di Darden Smith, forse il più bello in assoluto e guardate che molti erano veramente belli. Per chi vuole farsi un’idea, un paio di anni fa è uscita l’antologia AFter All This Time The Best Of Darden Smith: per entrambi il problema è la reperibilità, Www.Darden Smith Records non è viatico di facile ricerca ma ne vale assolutamente la pena.

Intanto facciamo un po’ di nomi per inquadrarlo: è stato paragonato a Nick Drake (per la malinconia di fondo), Leonard Cohen (non per la voce, ma per la profondità dei temi e le atmosfere musicali assai raffinate), John Hiatt (e qui, a parte il fatto che sono entrambi bravissimi non ho notato molte analogie), Elvis Costello (non so, non mi pare!). Io aggiungerei il Bruce Cockburn infallibile degli anni ’70 (nel senso che non faceva un disco brutto e le due voci hanno molte cose in comune), il Jackson Browne balladeer romantico della prima parte della carriera. Come vedete non sparo basso ma l’amico merita. Tra i “contemporanei” quello con cui vedo più analogie ed unità di intenti musicali è Joe Henry, sarà l’uso della tromba, saranno certe atmosfere vagamente jazzate ma secondo me Darden Smith è anche più bravo dell’ottimo Henry che mi piace moltissimo sia come cantante che come produttore e al quale non saprei trovare difetti, beh forse uno, aver sposato la sorella di Madonna, ma nessuno è perfetto e poi se a lui piace saranno affari suoi.

Tornando a questo disco, narra la storia di Marathon una piccola cittadina texana che è però un pretesto per quello che lui racconta come “Un luogo della mente, qualche parte dove volevo andare e un luogo che non potevo raggiungere. Il deserto mi ricorda tutto ciò: è arido e duro. Sei da solo là fuori. E’ scoraggiante ma ne sono attratto!”

Quello che sembra il rumore di un treno e una sirena (ma forse è un pick-up o un camion) apre il disco e lo chiude come fosse un viaggio. Il primo brano Sierra Diablo è una meraviglia della Canzone, il piano e l’organo di Michael Ramos (che è texano pure lui e ha suonato con Mellencamp e BoDeans ma da anni è compagno di avventura di Smith e che cura anche la produzione dell’album) costruiscono una struttura sonora densa e raffinata, con l’ottimo bassista Roscoe Beck (vi cito solo tre con cui ha suonato e ho detto tutto, Robben Ford, Eric Johnson e Leonard Cohen, perché i nomi sono importanti, non è solo noziosismo) e il batterista J.J.Johnson (anche lui di Austin, suona nella band di John Mayer). A questo punto basta parentesi, se no ne devo aprire una quadra, gigantesca per contenerle tutte. Torniamo al brano: si diceva di questa atmosfera musicale raffinata e assai ricercata che avvolge la voce calda e partecipata di Smith nella sua descrizione di questa Sierra Diablo, luogo vero o della mente che sia la musica ti affascina.

Michael Ramos è anche un ottimo virtuoso dell’accordion e lo dimostra nella successiva Bull by the horns, dove ritmiche rock più energiche si uniscono al suono della fisarmonica. Gli undici brani principali sono uniti fra loro da alcuni intermezzi strumentali come l’affascinante Vertigo ancora per piano e fisarmonica.

Delle vigorose pennate di una chitarra acustica suonata dallo stesso Darden Smith (che suona anche il piano) ci introducono ad un altro brano magnifico Don’t It Go To Show dove l’eclettico Ramos aggiunge ai suoi strumenti anche una evocativa tromba che va ad affiancare l’accordion già citato e l’agile sezione ritmica per un brano che non ha nulla da invidiare ad alcuni momenti tra i più gloriosi dei citati Cockburn  e dell’ultimo Joe Henry (sarà la tromba?). Made It back to you è una bellissima ballata che ci spedisce dritti filati nella California degli anni ’70 e del Jackson Browne più malinconico ma anche sulle coordinate sonore di altri cantautori texani, non dimentichiamo che nel suo album d’esordio partecipavano Nancy Griffith e Lyle Lovett che di talenti e talento se ne intendono.

Ultimamente sto recensendo molti album dove la pedal steel fa la sua bella figura: anche in questo disco e in particolare nel brano Mortal Coil appare questo strumento affidato all’ottimo Mike Hardwick, tra l’altro utilizzato non nella sua forma più vicina al country ma come strumento di coloritura del suono per aggiungere spessore sonoro alle percussioni, alla chitarra acustica e al contrabbasso in un brano prettamente acustico ma sempre avvolgente nei suoi risultati finali.

Dopo un altro breve intermezzo strumentale ci tuffiamo di nuovo nella raffinata Truth Of The Rooster caratterizzata ancora dal suono della tromba e del piano e della voce più sussurrata di Darden Smith che ha delle improvvise aperture ma rimane molto cockburniana in questo brano e quindi a maggior ragione affascinante, i deserti texani e le vaste distese nevose del Canada evidentemente hanno dei punti in comune (a proposito di canadesi, il buon Darden ha imparato a suonare la chitarra studiando ogni singolo brano di Harvest e After The Gold Rush di Neil Young).

That water esce pari pari dal songbook di Leonard Cohen: Smith per l’occasione, nella parte iniziale, canta con una tonalità bassa e profonda, quasi recitata che ricorda moltissimo quella del citato Cohen.

Over my beating heart con una bella chitarra elettrica con il vibrato a dividersi con il piano le trame sonore è un brano più aperto, allegro mi pare troppo, diciamo più movimentato. breve ma intenso come sempre.

Escalator con il suo inizio di chitarra acustica pizzicata potrebbe ricordare certe atmosfere malinconiche del citato Nick Drake, magari quello di Bryter Layter anche se la tromba non era tra gli strumenti utlizzati e il brano nel prosieguo assume calde tonalità quasi messicane, in ogni caso un bellissimo brano. 75 Miles of Nothing, già dal titolo è una canzone “desertica”, giocata sui vibrati di chitarre e steel che circondano la voce misteriosa di Smith.

Ci avviciniamo alla conclusione del viaggio, l’ultimo intermezzo, preceduto e percorso da treno e sirena si chiama Tinaja, mentre la conclusiva, maestosa No One Gets Out Of here è un altro fulgido esempio delle capacità compositive di questo magnifico compositore, serena e malinconica conclude alla grande un disco che mi sento di consigliarvi quasi accoratamente. Uno dei casi in cui la ricerca vale la pena di essere fatta! Quello che trovate di Darden Smith vale comunque la pena di essere ascoltato, questo è uno dei suoi brani più famosi, suonato ad un tavolo da picnic!! Per la serie ottimizzare i costi.

Rispetto alla richiesta nei Commenti su dove trovare il box di Emerson, Lake & Palmer, io, purtroppo, non ho più il negozio il cui logo campeggia nell’intestazione del Blog e quindi non vi posso aiutare direttamente ma so che il cofanetto è stato importato regolarmente anche in Italia per cui si dovrebbe trovare abbastanza facilmente anche a un prezzo piuttosto contenuto (occhio se vi chiedono cifre elevate perché vi stanno turlupinando!).

Bruno Conti

Un Segreto Ben Custodito! Darden Smith – Marathonultima modifica: 2010-09-16T19:04:00+02:00da bruno_conti
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato ma sarà visibile all'autore del blog.
I campi obbligatori sono contrassegnati *