Una Donna “Indipendente” – Michelle Malone – Moanin’ In The Attic

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Michelle Malone Banned – Moanin’ In The Attic – SBS Record

Questa signora è indipendente in tutti i sensi: perché, da anni, si è creata la sua etichetta discografica e perché non fa parte di nessun filone musicale o genere particolare. Nella sua musica confluiscono mille influenze, dal blues al rock classico, al southern rock, agli amati Stones, ma poi viene frullato tutto e il risultato è una delle più eccitanti, e sconosciute, voci femminili in circolazione. Una vera rocker in gonnella che si mangia Sheryl Crow per colazione (e badate bene che a me la Crow, pur con le sue cadute di stile, piace parecchio), compete con Bonnie Raitt e Susan Tedeschi come chitarrista (soprattutto slide ma ha anche una grinta riffaiola degna del miglior Keith Richards) e ha una “gemella virtuale” nella altrettanto poderosa Dana Fuchs che probabilmente (anzi sicuramente) a livello vocale le è superiore ma in quanto a grinta è una bella lotta.

La nostra amica è originaria di Atlanta, Georgia, una delle patrie del southern rock e ha iniziato la sua carriera nel 1988 con l’album New Experience (votato tra i Top 5 dell’anno da, tra tutte le riviste, Playboy), è stata subito “scoperta” da Clive Davis che l’ha messa sotto contratto per la Arista, affidandola alle cure di Lenny Kaye (Patti Smith Band e “inventore” di Nuggetts) che ha prodotto il suo disco con i Drag The River Relentless tra gli osanna della critica e discrete vendite. Risultato: scaricata in un nanosecondo. Da lì ha iniziato il suo pellegrinaggio transitando anche per la Velvel records di Walter Yetnikoff un altro dei grandi della musica “prodotta”.

Per farla breve, come tanti prima e dopo di lei, ha deciso di fondare la propria etichetta e distribuirsi in proprio (croce e delizia degli appassionati, perché i risultati sonori spesso sono decisamente migliori ma trovare i dischi diventa un’impresa): risultato, secondo Wikipedia la sua discografia consta di 14 album, secondo il suo sito http://michellemalone.com/, dove li trovate tutti (meno un paio) sono 12 in studio e 11 dal vivo, mica male per una che gira con una chitarra con la scritta “Indipendent”.

Quindi questo è l’undicesimo dal vivo e, forse, il migliore, registrato l’8 maggio di quest’anno all’Eddie’s Attic di Atlanta (anzi per la precisione a Decatur, ho dato un’occhiata e dalla lista di musicisti che ci hanno suonato mi è venuta voglia di trasferirmi lì!). Particolare non trascurabile quel giorno era il suo compleanno, ma veniamo alle operazioni.

Si parte con un’orgia di slide intitolata Tighten Up The Springs dove la brava Michelle ricorda una sorta di Thorogood in gonnella con un groove boogie scatenato che apre la danze alla grande e poi sfocia nell’eccellente Undertow, uno dei suoi brani migliori, ancora con la slide in evidenza ma anche la chitarra nell’altro canale dello stereo non scherza e comincia a macinare assoli (il sound è molto vintage e ricorda quello dei grandi dischi dal vivo degli anni ’70, Johnny Winter Live, i Vinegar Joe di Elkie Brooks e Robert Palmer per chi li ricorda, una Bonnie Raitt infoiata dagli AC/DC e l’immancabile Janis Joplin).

I musicisti della sua band con tanto di batterista donna (Katie Herron) e con l’eccellente Jonny Daly alla chitarra sanno come costruire un groove ma sono anche capaci di finezze all’interno di un brano, ad esempio Camera un ondeggiante e vagamente funky canzone dove Michelle Malone estrae anche l’armonica d’ordinanza e ci delizia con la sua grinta mista a dolcezza. Flagpole mi ricorda quei brani southern-rock alla Outlaws con un misto di acustico ed elettrico, tra country e rock, con il ritmo che accelera in un crescendo inarrestabile e dove le chitarre prima acustiche e poi elettriche si scatenano ben coadiuvate da un pianino insinuante e tu ti ritrovi con il piedino che segue irretito il tempo sempre più coinvolgente.

Ma la nostra amica è anche balladeer di grande fascino e lo dimostra nel duetto con l’ospite Tim Tucker nella delicata Go easy, un brano di quelli che non si dimenticano, molto bello. Beneath The Devil Moon del 1997 è uno dei dischi migliori della sua discografia (ma ce ne sono di brutti?), quello dove appaiono come ospiti le Indigo Girls e che contiene In The Weeds una bellissima rock ballad qui ripresa in una versione monstre di oltre dieci minuti, dove Michelle Malone e il suo gruppo dimostrano di essere all’altezza della loro fama come uno dei migliori Live Acts in circolazione (un’altra che, soprattutto dal vivo, non scherza un c…o è Grace Potter & The Nocturnals peccato per l’ultimo disco). Il crescendo chitarristico nella parte centrale ti inchioda alla poltrona e se ami il rock puro e duro godi come un riccio.

Miss Mississippi è quasi meglio, introdotto da una Michelle Malone in trip vocale si dipana lentamente come un figlio illegittimo di On The Road Again e di Lagrange degli ZZTop tra sventagliate di chitarra, armoniche impazzite e la sezione ritmica implacabile e la Malone che invoca la presenza di qualche ZZTop tra il pubblico, poi evolve, dopo qualche cazzeggiamento con il pubblico e altre schitarrate in libertà, in una versione micidiale di Roadhouse Blues dei Doors con Tim Tucker che ha aggiunto il suo piano al procedere delle operazioni.

Teen lament se non sapessi che si chiama così perché c’è scritto sulla copertina del disco potrebbe essere una versione al femminile di Honky Tonk Women degli Stones, stesso DNA, probabilmente stessi accordi, ma chi se ne frega, il risultato è fantastico, rock coinvolgente come poche volte capita di sentire e una Malone ormai preda dei suoi istinti di diabolica performer che improvvisa sul nome Tim una improbabile lista di variazioni sul tema, da sentire per credere.

Dopo un altro gagliardo rock che risponde al nome di Yesterday’s Make Up c’è anche tempo per una cavalcata rock-blues vecchio stile che risponde al nome di Restraining Order Blues dove la slide fa la sua riapparizione e per un bis sul tema nell’ottima Rooster 44 prima di concludere le operazioni in una orgia di boogie e rock and roll, Traveling and Unraveling altri dieci minuti di musica ad altissima tensione con i musicisti ancora preda dei fumi del R&R di qualità e chitarre in libertà come nei concerti che si rispettino.

Il brano finale è un sentito omaggio ai più volte citati Rolling Stones, tutti calmi, tranquilli e seduti ad ascoltare una bella versione di Wild Horses.

Per i fans e gli estimatori un disco da non perdere, per chi non conosce un eccellente punto di partenza. Musica Viva e dal vivo.

Bruno Conti

Una Donna “Indipendente” – Michelle Malone – Moanin’ In The Atticultima modifica: 2010-09-21T14:05:00+02:00da bruno_conti
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