Vecchie E Nuove Glorie. Black Country Communion – Black Country

Black_Country_(album).jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Black Country Communion – Black Country – Mascot/Provogue/Edel

Per tutti quelli che hanno sentito il nuovo corso di Robert Plant come un tradimento, per quelli che amano il vecchio “classico” hard rock, in una parola per i nostagici della musica (buona) degli anni ’70 ecco pronto un nuovo supergruppo che unisce appunto “vecchie” e nuove glorie del rock duro ma ruspante.

Quando sono andato a controllare, tra l’altro, con mia somma sorpresa, ho scoperto che Glenn Hughes, il vecchio bassista di Trapeze e Deep Purple (tra tanti, ma ha suonato anche con i Phenomena, Gary Moore, Hughes/Thrall, con i Black Sabbath e con Tony Iommi da solo) ha “solo” 58 anni essendo del 1952. Quindi quando è uscito il primo disco dei Trapeze nel 1970 aveva a malapena 18 anni. Poi si è sniffato tutto il pianeta ma da anni è libero da ogni dipendenza e la voce non ha perso un grammo della sua potenza, ovviamente per gli amanti del genere.

Gli altri tre sono a loro volta dei numeri uno nei loro strumenti: Joe Bonamassa è forse il miglior chitarrista rock-blues delle ultime generazioni, un prodigio di tecnica autore di molti ottimi album e concerti più volte citato con ammirazione nelle pagine di questo blog.

Jason Bonham, il batterista è uno di quei rari figli d’arte che sembra in grado di ripetere le gesta del genitore (l’unico che non ha fatto rimpiangere il grande Bonzo nelle rare reunion dei Led Zeppelin). Derek Sherinian, il meno conosciuto, ex tastierista dei prog-metaller Dream Theater è stato consigliato al gruppo dal produttore Kevin Shirley, in quanto Bonamassa non voleva la formula del power trio.

Il nome del gruppo non ha connotati “oscuri” ma più semplicemente la parte iniziale del nome (il Communion l’hanno dovuto aggiungere perché c’erano già dei gruppi con lo stesso nome), Black Country indica un parte geografica del Regno Unito da cui provengono sia Hughes che Bonham (quella dove ci sono le miniere di carbone e molte fabbriche, da qui il nome). Fine della breve parentesi culturale.

Nell’ambito dei moderni supergruppi i loro rivali potrebbero i Them Crooked Culture di Grohl, Homme e John Paul Jones ma lo stile è diverso i Black Country Communion anche per la presenza di Glenn Hughes sono più song oriented come dicono quelli che parlano bene mentre i TCC sono più portati alla jam. Ma la presenza di Bonamassa alla chitarra si sente e come, gli assoli si sprecano, la batteria viene percossa con inusuale veemenza da Bonham e Hughes, come dicevo, ha ancora la voce dei tempi d’oro. Il suono è quello, Deep Purple, Led Zeppelin, Black Sabbath aggiornati ai giorni nostri ma non troppo.

Però il tutto è fatto molto bene (niente di trascendentale, l’autorevole Mojo gli ha comunque dato le sue belle 4 stellette e per un disco del genere è un evento): è il classico disco di cui è bello vergognarsi, se siete un po’ passatelli come il sottoscritto, andare in giro con il lettore portatile per ascoltarlo (non ho mai tempo per ascoltare tutto, quindi sfrutto ogni occasione) magari sul tram ed essere guardato con curiosità, come a dire “ma che cacchio ascolti” (a tutto volume).

Qualche titolo! Il singolo One last soul molto riffato ma anche con la giusta melodia che gli consente un sentire quasi radiofonico ricorda più band come Journey e Van Halen che il classic rock già citato ma i brani di Bonamassa (pochi per la verità), come la lunga Song Of Yesterday che ricorda un misto tra Hendrix e Led Zeppelin con qualche citazione di Free e di Bonamassa stesso e anche un breve intermezzo di cornamuse e tin whistle e la granitica The Revolution In Me con le tastiere di Sherinian in evidenza, bilanciano le cose.

L’unica cover è Medusa un vecchio brano di Hughes che si trovava sul secondo disco dei Trapeze del 1970 (era anche il titolo) e gli permette di sfoderare la sua voce più al naturale senza le forzature tipiche da metallaro, con quei vaghi retrogusti funky e soul che hanno contrassegnato anche il suo stile di bassista ( e suona ancora un gran bene lo strumento).

L’unico tour de force (ma gli assoli ci sono in tutti i brani e il virtuosismo, anche un po’ tamarro di tanto in tanto, non manca nel resto del disco) lo trovate nella conclusiva Too late for the sun, oltre undici minuti di grande rock come si faceva un tempo, le chitarre schitarrano, il basso basseggia, la batteria rolla, le tastiere…mmhh e il lupo ululà. Mi è venuto così ma vi posso assicurare che nella seconda parte del brano ci danno dentro veramente alla grande.

Per amanti del genere hard and heavy ma con gusto e classe.

Bruno Conti

Vecchie E Nuove Glorie. Black Country Communion – Black Countryultima modifica: 2010-09-25T19:06:00+02:00da bruno_conti
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato ma sarà visibile all'autore del blog.
I campi obbligatori sono contrassegnati *