Quietamente…Dal Canada. Doug Paisley – Constant Companion

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Doug Paisley – Constant Companion – No Quarter Records

Un disco così potrebbero farlo o Nick Drake o un cantante canadese. Per la serie “Elementare Watson!” non essendo più tra noi, purtroppo, Nick Drake (in questo caso il Drake “vero” per gli appassionati di musica) rimane l’opzione canadese. E in effetti Doug Paisley, di cui questo Constant Companion è il secondo album, viene da Toronto, Canada e ama circondarsi di altri compratrioti nei suoi dischi creando quel suono indefinibile ma inequivocabilmente tipico di chi è nativo dello stato più a nord del continente americano (l’Alaska non la contiamo). Quel suono che viene dalle grandi distese canadesi, molto quieto e tranquillo, dove sembra che succeda poco ma ogni volta che lo riascolti ti si aprono nuovo orizzonti, sonorità misurate con il bilancino e poi rilasciate nei solchi “ideali” di questo album (ne dovrebbe per l’appunto esistere pure una versione in vinile con download digitale incluso).

Perché l’accostamento a Nick Drake? Se altri hanno parlato di Neil Young e della Band (ci arriviamo subito) ma anche del primo James Taylor, di Cat Stevens, persino di Jim Croce e, tra i contemporanei, di Bonnie Prince Billy (con cui ha condiviso spesso il palco), il sottoscritto avrà il diritto di dire di avere “percepito”, in alcuni brani che poi vi citerò, e comunque nelle atmosfere sonore generali delle analogie con la musica del grande cantautore inglese.

Partiamo dai “legami” con la Band: il primo brano, stupendo, No One But You si apre su una chitarra acustica accarezzata, una sezione ritmica discreta ma molto variegata e soprattutto il suono magico di un organo che disegna sonorità direi inconfondibili, si tratta dello strumento di Garth Hudson della Band, uno dei maestri indiscussi delle tastiere in un ambito rock. Vi trovate immersi in una musica serena e senza tempo che rievoca quell’epoca dorata a cavallo tra la fine anni ’60 e inizio anni ’70 quando una serie di musicisti dopo la sbornia rock e psichedelica degli anni precedenti riscopriva un suono pastorale che risaliva alle “radici” della musica popolare americana e del folk o country (rock). Doug Paisley è un degno esponente di questo ciclico revival che risale a quelle “fonti”: si fa aiutare anche da alcune voci femminili, Jennifer Castle dei Fucked Up, Julie Faught dei Pining e un’altra di cui vi riferirò fra un attimo, anzi subito perché l’ascoltiamo nella evocativa What I Saw (uno dei brani che mi ha ricordato moltissimo Nick Drake ma anche il primo Cockburn, altro grande canadese), si tratta di Leslie Feist che vocalizza con grande compartecipazione in questo brano dove domina ancora il suono maestoso dell’organo di Hudson.

Per completare la fantastica tripletta iniziale, Don’t Make Me Wait ha ancora un incipit Drakiano fantastico, con il suono delle dita che scivolano sulle corde della chitarra, un piano (l’ottimo Robbie Grunwald) e di nuovo la voce di Feist che questa volta duetta alla pari con la sua controparte maschile per creare un brano minimale ma al contempo avvolgente e assolutamente soddisfacente per chi ascolta, fantastica canzone. Bluebird è un’altra meraviglia sonora, ancora quell’organo quasi mistico, la chitarra acustica discreta ma presente e la sezione ritmica precisa e inventiva formata dal batterista Rob Drake (ma allora è scritto nel destino!) e dal bassista Bazil Donovan (esatto proprio quello dei Blue Rodeo).

End Of The Day è un brano acustico, chiaramente di derivazione folk (non vi cito più chi sapete ma lì stiamo) molto raccolto e scarno mentre Always Say Goodbye ricorda nella musica, con la sua andatura marcata, il suono del Neil Young “acustico” più classico, sarà anche la presenza di una chitarra elettrica discreta ma efficace nei suoi interventi, mentre la voce assume tonalità più profonde e risonanti mentre una seconda voce inserisce periodicamente il suo controcanto, quando arriva l’armonica, brevemente, nel finale ti ritrovi tra i solchi di Harvest.

Heart è un’altra meraviglia sonora, con il basso rindondante di Donovan, la batteria avvolgente di Drake e il pianoforte evocativo di Grunwald che creano degli interi universi sonori dove la voce di Doug Paisley può sprigionare la sua piena potenza. Anche I stand alone con quel verso fantastico che recita “the sun goes down and the ground is waiting” è pura poesia, anche sonora, nuovamente nobilitata dalle tastiere di Hudson e Grunwald e dalle armonie vocali della consueta voce femminile (mai scontata nei suoi interventi). Il tema dell’attesa ricorre nei testi di Paisley anche quel “Everyone is waiting” che apre Come here and love me dispiegato su una meravigliosa base di piano e chitarra acustica è il viatico per un’ennesima stupenda canzone fedele al motto dell’album che si potrebbe definire Meno è meglio!

Nove canzoni, poco più di trentacinque minuti di musica ma sono brani che potete risentire e gustare più volte come si era soliti fare con i vecchi vinili dei tempi che furono che rimanevano tuoi compagni di ascolto per mesi e mesi e ad ogni ascolto svelavano “nuove verità” e delizie nascoste. Questo Constant Companion, dal titolo profetico, potrebbe affiancare i Drake, Stevens, Taylor e Young, citati all’inizio e, quietamente, insinuarsi nei vostri ascolti quotidiani.

Per i San Tommaso dell’ascolto ho inserito i soliti stuzzichini audio e video.

Bruno Conti

Quietamente…Dal Canada. Doug Paisley – Constant Companionultima modifica: 2010-11-08T18:47:00+01:00da bruno_conti
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