L’Ultimo Saluto Di Un “Vecchio Amico”. John Martyn – Heaven and Earth

john martyn heaven and earth.jpg

 

 

 

 

 

 

 

John Martyn – Heaven And Earth – Hole In The Rain Ltd

Iain David McGeachy, per tutti semplicemente John Martyn ha lasciato questa terra il 29 gennaio del 2009 in seguito ad una doppia polmonite. Questo Heaven and Earth, il suo testamento sonoro, esce a più di due anni dalla sua morte ed aveva comunque avuto una lunga gestazione. Secondo uno dei produttori Gary Pollitt questo disco esce esattemente come era stato concepito eccettuate delle piccole aggiunte effettuate dopo la scomparsa di Martyn.

Ad esempio l’aggiunta della seconda voce del suo grandissimo amico Phil Collins nell’iniziale Heel Of The Hunt un bel pezzo funky-jazz nello stile inconfondibile della seconda parte della carriera di John Martyn, quel Grace and Danger che narrava la fine della sua storia d’amore con la moglie Beverley, uscito nel 1980 e che vedeva appunto la partecipazione di Phil Collins alla batteria e alle armonie vocali, forse il disco che più di tutti seppe fondere la sua voglia di grande sperimentatore in ambito folk e rock con un suono più “facile” e comprensibile per tutti.

Ovviamente sia in quel disco (che peraltro Martyn considerava il suo migliore) che in questo siamo lontani dalla grandezza dei suoi dischi migliori, tipo Solid Air, Inside Out o One World, dove la sua voce e la sua chitarra spesso filtrata dalla pedaliera dell’Echoplex raggiungevano livelli di raffinatezza e ricerca sonora fantastici.

Il sottoscritto ha avuto un “incontro ravvicinato” con John Martyn nel maggio del 1979 in occasione del suo concerto italiano al Teatro di Porta Romana di Milano. Era un tour in solitaria ma con la sua chitarra e i pedali dell’Echoplex era in grado di creare sonorità ai limiti dell’incredibile. Personaggio “strano” e particolare, in bilico tra la poesia della sua canzoni e la brusca carnalità del suo essere scozzese, ricordo che entrando a metà pomeriggio nella sala deserta del teatro (davo una mano come collaboratore della radio che organizzava il concerto) per uno spuntino con un panino al salame seduto su una poltrona mi sentivo osservato e girandomi vidi un giovane uomo sulla trentina, riccioluto, i cui lineamenti mi dicevano qualcosa ma non sapevo chi era. Dopo avere guardato a lungo il mio panino mi si è avvicinato e mi ha borbottato qualcosa su dove poteva prendere il suddetto e dopo pochi minuti è rientrato con aria soddisfatta con spuntino al seguito e una quantità impressionante di lattine di birra che avrebbe consumato poi durante il concerto iniziando anche una gara di rutti con il pubblico e questo era nel suo personaggio. Naturalmente l’esibizione è stata stupenda!

La sua carriera da allora è stata ancora lunga e gloriosa con alti e bassi (soprattutto negli anni ’90) fino alla malattia del 2003 che lo ho portato all’amputazione della gamba, probabilmente generata dai lunghi anni di eccessi sul suo corpo. Lo spirito era ancora vivo e il suo ultimo album On The Cobbles uscito nel 2004 è stato quello che più di altri lo ha riavvicinato allo spirito dei primi dischi più “acustici” ottenendo anche ottimi riscontri dalla critica.

La sua voce in quel disco, e anche in questo, non era più (o non completamente) quel meraviglioso strumento in grado di spazialità e di “slurring” (ovvero la capacità di scivolare da una nota all’altra senza soluzione di continuità nella stessa emissione vocale che è diverso dal melisma): in questo disco, echi del vecchio splendore (sia pure su note più basse) si riscontrano nella bellissima ballata notturna che dà il titolo a questo CD Heaven and Earth, dove la voce di John Martyn improvvisa quasi fosse un jazzista sul tappeto del basso di Alan Thompson e la batteria di Arran Ahmun, con gli interventi del sax di Martin Winning e delle tastiere di Spencer Cozens quasi come ai vecchi tempi, sette minuti di pura magia che rendono ancora più triste la sua dipartita.

Non tutti i brani sono a questo livello: nove in tutto e abbastanza lunghi, ogni tanto il suono si perde in coordinate più banali, come in Stand Amazed dove la fisarmonica dell’amico Garth Hudson, l’elettrica di John Martyn e sax e piano elettrico non riescono a mascherare una certa ripetitività anche nell’uso di voci femminili di supporto non brillantissime, tra funk morbido quasi soul e voglia di improvvisare quasi a tempo di tango, il tutto un po’ irrisolto e tirato per le lunghe, “rimprovero” finale al cane Gizmo lasciato a testimoniare l’aria “familiare” di queste registrazioni avvenute nella sua casa di Woolengrance Thomastown in Irlanda.

Detto dell’ottima title-track, l’intro pianistico di Bad Company e alcuni interventi pungenti della elettrica di Martyn non sempre salvano il brano dalla “invadenza” delle voci femminili e il suo falsetto non è più vellutato come un tempo. I tempi più mossi di Could’ve Told You Before I Met You ci regalano la voce “legata” (sarebbe la traduzione ma slur rende meglio l’idea)  del nostro amico che si avvicina allo splendore dei tempi andati salendo e scendendo con grande vigore. In Gambler fa capolino anche una chitarra acustica, il basso fretless è in primo piano e i suoni più sommessi e raccolti ricordano il sound anni ’80, non il migliore ma sempre rispettabile nella sua discografia. 

Can’t Turn Back The Years è una cover di un brano di Phil Collins e la voce grave e profonda di John sovrasta dall’alto della sua classe quella di Collins per una ballata che riafferma la malinconia insita nella sua musica, tratto che aveva in comune con il vecchio “amico” Nick Drake con il quale condivideva questa passione per i sentimenti umani più autunnali e tristi. Bella canzone, anche se i coretti del buon Filippo non mi convincono a fondo, ma il brano è suo e quindi…

Un synth ci introduce ad un’altra bella ballata, Colour, ancora con echi del vecchio splendore nelle improvvisazioni vocali di Martyn ma senza raggiungere i vertici della sua produzione migliore, comunque anche nel suo “crepuscolo” si mangiava il 90% dei suoi concorrenti (forse solo con l’eccezione di Van Morrison e pochi altri).

L’ultimo brano, Willing To Work, è forse il migliore del lotto, con derive jazz vocali quasi al limite dello scat con una chitarra elettrica che riprende sonorità care al Martyn di One World o Inside Out. Anche se l’effetto jam ogni tanto prende il sopravvento sulla forma canzone in questo brano la sua capacità improvvisativa e vocale ricorda le sue migliori e uniche qualità.

Non un capolavoro ma un “saluto” a chi ha amato e seguito la sua musica lungo tutti questi anni da uno dei musicisti più “originali” degli ultimi 40 anni. Sarà quello finale?

Bruno Conti

L’Ultimo Saluto Di Un “Vecchio Amico”. John Martyn – Heaven and Earthultima modifica: 2011-05-30T19:21:00+02:00da bruno_conti
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato ma sarà visibile all'autore del blog.
I campi obbligatori sono contrassegnati *