Nuovamente Waterboys! An Appointment With Mr. Yeats

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Waterboys – An Appointment with Mr. Yeats – Puck Records/Proper

Dopo il disco d’archivio pubblicato ad aprile Mike Scott rispolvera ancora una volta i suoi “ragazzi d’acqua” e bisogna ammettere che questa volta il risultato è molto convincente, uno dei migliori della loro carriera. Ricordo ancora i tempi del mio primo incontro ravvicinato con i Waterboys: e qui rispolvero la mia personalità da Numero Uno, correva l’anno 1983 (credo, ma poteva essere anche fine 1984, non sono sicuro), località sicuramente Castello Sforzesco, Milano, come gruppo di supporto dei Pretenders, me lo ricordo perché, poco dopo l’inizio del concerto, sento un “toc-toc” sulla spalla, mi giro e vedo un giornalista di uno scomparso quotidiano, La Notte (noto nell’ambiente perché si dice portasse sfiga, lui, non il giornale) che con fare terrorizzato mi chiede chi fossero costoro? Non vorrei prendermi meriti che non ho, anche se il primo disco della band, quello con A Girl called Johnny già lo avevo scoperto, ma il nome del gruppo era scritto ovunque sui manifesti, “gruppo di supporto i Waterboys”, ma si sa che i giornalisti musicali dei quotidiani italiani non erano (e non sono) il massimo. Comunque avvenuto il primo felice contatto, il gruppo di Mike Scott è rimasto tra i miei preferiti nel corso degli anni, con le punte di eccellenza di This Is The Sea, Fisherman’s Blues e Room To Roam e altri dischi solisti o con il gruppo meno soddisfacenti ma sempre con momenti di grande musica, la famosa “Big Music”!

Ebbene, questa volta il disco è decisamente bello, forse, ma forse, non “molto” bello (e poi vi dico perché). Intanto l’assunto di partenza è sicuramente affascinante, musicare alcune poesie di William Butler Yeats, il grande poeta irlandese non è opera da poco e le quattordici canzoni contenute in questo CD (dalle iniziali venti registrate per il progetto) rendono pieno giustizia all’autore (per la smania di recensirlo prima sul Buscadero si parla di dieci brani e della lunghezza contenuta dell’album, che invece alla fine dura quasi 57 minuti). Naturalmente non è la prima volta che l’opera di Yeats viene avvicinata da musicisti rock: gli stessi Waterboys incisero una superba versione di The Stolen Child per Fisherman’s Blues (ma anche in Dream harder ce n’è un’altra), e il grande “Van The man” Morrison ha trattato l’argomento in più occasioni nonostante i problemi con gli eredi di Yeats, ma nessuno aveva mai registrato un intero album (in inglese) dedicato ai suoi poemi e Scott stesso ricorda che ha preferito aspettare lo scadere dei diritti d’autore dell’opera di Yeats, morto nel 1939, piuttosto che affrontare gli stessi problemi, anche economici con gli eredi. Tra gli altri che hanno ripreso il grande irlandese vorrei ricordare Donovan in H.M.S. nel lontano 1971, Angelo Branduardi che ha registrato un intero album nel 1986 che comprendeva anche il brano di Donovan (ma allora Scott mente e i diritti erano già scaduti? O forse tradotti in italiano non conta?). Anche Loreena McKennitt ne ha incise un paio e pure i Cranberries e gli Smiths lo citano nei loro testi.

In ogni caso questo An Appointment With Mr. Yeats piace: non mi entusiasma ogni tanto il tipo di suono della batteria suonata da Ralph Salmins, troppo meccanico e marziale, quasi fosse una batteria elettronica, soprattutto nell’iniziale The Hosting Of The Shee, brano epico e cadenzato nel loro stile tipico, ma forse troppo caricato di effetti e strumenti che distolgono dall’andamento della musica, chitarre, fiati, violino, tastiere si perdono in un marasma sonoro esagerato ma già da Song Of Wandering Aengus (proprio quella di Donovan e Branduardi) le cose si aggiustano, introdotto da una doppia tastiera, piano elettrico e organo, il brano si distende con la grande partecipazione tipica delle migliori canzoni di Mike Scott, con gli strumenti che entrano ad uno ad uno, in una sequenza continua che sparge semi di serenità e con il flauto di Sarah Allen che regala momenti di grande musica nella lunga coda strumentale, veramente bellissimo. Anche News For The Delphic Oracle è un bel brano: dopo una breve introduzione quasi folk-cameristica che mi ha ricordato l’Incredible String Band il brano assume quelle cadenze celtiche tanto visitate nella lunga permanenza irlandese con il violino di Steve Wickham che assurge a grande protagonista nel cambio di tempo della parte centrale e poi la musica ritorna a cadenze quasi da cabaret mitteleuropeo nella parte finale. A Full Moon March è semplicemente una bellissima canzone dalla struttura rock con chitarre distese e l’organo di supporto con vaghe riminescenze Beatlesiane stampate nel DNA.

Sweet dancer è una piccola gemma, una di quelle ballate mid-tempo alla Van Morrison, con Mike Scott che canta meravigliosamente ben supportato dalla voce della giovane irlandese Katie Kim che in questo brano si amalgama alla perfezione con quella di Scott (mentre in altri brani mi sembra troppo sottile e acerba, simile a quella di Kylie Minogue nelle sue collaborazioni con Nick Cave), il violino di Steve Wickham (anche all’armonica) presiede sugli avvenimenti con grande nonchalance sostenuto dal flauto e dal sax di Kate St.John (già con Eno, Roger e Morrison, Van). Molto bella anche White Birds altro avvolgente e sereno brano in mid-tempo e in leggero crescendo con quella tipica cantabilità delle canzoni più belle del nostro amico, con le tastiere, in particolare un organo maestoso, suonate da Mike Scott, un trombone insinuante e l’effetto “gabbiani” o “white birds” nella parte finale affidata a Steve Wickham. The Lake Isle Of Innisfree è uno dei poemi più famosi di Yeats, ma forse questa versione breve e sussurrata, troppo sussurrata dalla Katie Kim si apprezza soprattutto per il violino di Wickham, ancora una volta protagonista.  

Mad As The Mist And Snow ci fa, gioiosamente e magicamente, ripiombare nelle atmosfere celtiche ed irlandesi di Fisherman’s Blues, e lo fa con una energia e una grinta incredibili e con il violino che sale fino a vette incredibili come se il tempo non fosse passato. Molto piacevole anche la brevissima Before The World was Made con la vocina della Kim che affianca quella di Mike per questo piacevole intermezzo che ci introduce alla lunga September 1913 (oltre 7 minuti), vero centrepiece dell’album che ci riporta questa volta alla Big Music di This Is The Sea con il piano di James Hallawell a disegnare arabeschi sonori mentre Mike Scott canta con una passione rinnovata che sembrava scomparsa dalla sua musica, inutile dire che il violino di Wickham è ancora una volta decisivo mentre la chitarra elettrica di Scott mena fendenti rock in sottofondo e la vocina della Kim accarezza dolcemente il finale!

Uno si potrebbe anche accontentare e invece il finale è ancora da applausi: la breve, marziale An Irish Airman Foresees His Death con il corno inglese di Kate St.John in evidenza è, come dire, “poetica”. Politics riprende i temi musicali epici del brano iniziale ma lo fa con un controllo del suono molto migliore e più definito e l’interscambio tra le voci di Scott e della Kim (che comincia a piacermi) è molto più riuscito e ben integrato con i fiati. Let The Earth Bear Witness è una di quelle ballate meravigliose che avevano fatto considerare Mike un potenziale erede per Van Morrison quando mai vorrà ritirarsi (a proposito che fine ha fatto? Tutto tace), si chiama Celtic Soul, cari miei! E anche il significato sociale non è secondario.

E per una conclusione degna ci si affida a The Faery’s Last Song un’altra notevole costruzione musicale di Scott e dei suoi ottimi musicisti, con Mike che si cimenta (come in altri brani) al mellotron, che conferisce un’aura quasi fiabesca e un po’ progressiva (alla Caravan) alla canzone.

Adesso, caro Mike Scott, non vorremmo aspettare venti anni per un nuovo grande album!

Bruno Conti

Nuovamente Waterboys! An Appointment With Mr. Yeatsultima modifica: 2011-09-25T18:36:00+02:00da bruno_conti
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