Giovani Talenti. Lydia Loveless – Indestructible Machine

lydia loveless_cvr.jpglydia loveless_poster2.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Lydia Loveless – Indestructible Machine – Bloodshot/Ird

Quando mi hanno dato il “promo” di questo CD da ascoltare la prima cosa che mi aveva incuriosito era sapere se fosse parente o meno della più famosa Patty. Appurato che Lydia Loveless, nativa di Coshocton, una piccola località vicino a Columbus, Ohio, non ha nessun legame di parentela con la citata Patty, mi sono detto già che ci sono diamogli una ascoltata. E questo Indestructible Machine si è rivelato una gradevole sorpresa. La nostra amica, come si vede dalla foto, è giovanissima, 21 anni compiuti da poco, ma ha già la grinta e la classe di una veterana. Dotata di una pimpante e squillante voce e di un repertorio che come per molti colleghi alla Bloodshot mischia country e punk, “roots” e tradizione a sonorità rock, la giovane Loveless è stata definita da molti giornali e riviste (americani, qui ancora non pervenuta) come un incrocio tra Neko Case ed Exene Cervenka, una novella Shane MacGowan al femminile, con abbondanti spruzzate di Loretta Lynn e Jeannie C. Riley. Lei cita tra le sue influenze giovanili (cioè di ieri) Charles Bukowksi, Richard Hell e Hank Williams III (ma anche il nonno fa capolino tra le pieghe).

Confermo tutto ma, se devo essere sincero, il primo nome che ho pensato mentre ascoltavo il brano di apertura Bad Way To Go è stato quello di Maria Mckee e dei suoi Lone Justice ad inizio carriera (che fine ha fatto? E’ un po’ che tace). Con i dovuti aggiustamenti da allora ad oggi, ma la grinta nella voce, l’abilità, condivisa con i suoi musicisti, nel miscelare un banjo tipicamente country a velocita supersonica a delle chitarre elettriche sferraglianti come nemmeno Jason and Scorchers ai tempi d’oro, fanno del brano iniziale un viatico per un viaggio divertente tra le pieghe di un country-punk-rock di grande impatto.

Can’t Change Me con il suo riff alla London Calling e la voce sicura e matura di una cantante di grande appeal è persino meglio e le chitarre elettriche ruggiscono con il giusto abbandono del rock di qualità. More Like Them è power pop rock and roll irresistibile con le chitarre, elettriche e pedal steel, ancora sugli scudi e quella voce fantastica a narrare la solita storia dell’outsider come neppure Willie Nile avrebbe saputo fare in modo migliore.

Dopo un inizio così scoppiettante Lydia Loveless lascia spazio anche alla sua anima più country e How Many Women è una stupenda ballata con una seconda voce maschile e un violino insinuante nel corpo della canzone con un contrabbasso che si insinua tra le pieghe del ritmo, e la voce sempre magnetica. Il suo sestetto con Todd May alla chitarra solista, il banjo di Rob Woodruff, la pedal steel di Barry Hensley, il violino di Adrian Jusdanis, il basso slappato di Ben Lamb, e papà Parker Chandler alla batteria ha una perfetta conoscenza della materia e un brano come Jesus Was A Wino avrebbe fatto felice la giovane Emmylou Harris. Poi racconta anche storie divertenti come Steve Earle, titolo della canzone, giuro! Le avventure del “damerino” del paese a tempo di honky tonk, quello che insidia le ragazze, autonominatosi “lo Steve Earle di Columbus”. E anche magnifiche canzoni cantate a piena voce come Learn to say no con un ritornello che ti si insinua nel cervello e non se ne vuole andare, marchio della buona qualità.

I brani sono “solo” nove e quindi ci avviamo alla conclusione ma non prima di avere ascoltato Do Right un’altra scatenata sarabanda country-punk a velocità supersonica, pensate ai Pogues se avessero vissuto in America. Conclude Crazy, un’altra bellissima canzone che sembra incredibile provenga da una ragazza di soli 21 anni, se nella sua prossima carriera vorrà dedicarsi alla musica folk, questo brano accompagnato solo da chitarra acustica e violino è un punto di partenza magnifico. Ma attenzione, questa ragazza, a 19 anni, aveva già pubblicato un album (non so quanto reperibile), The Only Man per la Peloton Records da cui è tratta questa Back On the Bottle che ascoltate qui sotto.

Lydia Loveless, appuntatevi questo nome perché se ne parlerà nei prossimi mesi. Il mensile inglese Uncut (non ho ancora letto il nuovo numero) le ha dato quattro meritatissime stellette. Approvo!

Bruno Conti

“Sudisti e Sudati”! Ma Non Solo. 38 Special – Live From Texas

38 special.jpg

 

 

 

 

 

 

 

38 Special – Live From Texas – 38 Special Records

Qualche giorno fa parlando con un amico gli ho detto che dovevo recensire il nuovo 38 Special e la prima cosa che mi ha chiesto è stata “ma c’è ancora Jeff Carlisi?”. Per essere onesti lui è l’unico non presente in questo Live From Texas. Gli altri, ovvero Donnie Van Zant, fratello di mezzo della famiglia dei due cantanti dei Lynyrd Skynyrd e a sua volta cantante (e chitarrista) dei 38 Special, Don Barnes, l’amico d’infanzia di Jacksonville, Florida e chitarrista del gruppo, nonché il bassista Larry Junstrom, bassista dal 1977 ci sono, e con loro il terzo chitarrista (il minimo sindacale per un gruppo southern) Danny Chauncey in formazione dal 1987, i tastieristi e i batteristi si cambiano senza problema (magari Bonham, Watts, Moon e Ringo Starr con difficoltà) in questo genere di musica.

Già ma di che musica parliamo? Nei primi due album, l’omonimo del 1977 e Special Delivery, sicuramente del solido southern rock, poi da Rockin’ Into Night (la cui title-track apre questo disco dal vivo) del 1980 e passando per Wild-Eyed Southern Boys che conteneva Hold On Loosely (anche questa presente verso la fine del concerto) del classico rock americano e poi man mano che il successo cresceva dell’Arena Rock. Però sempre bello tosto e grintoso, con le chitarre  in grande evidenza, la voce di Van Zant potente e coinvolgente e i ritmi tirati e con quella punta di tamarritudine che non guasta finché non si spinge verso quel rock troppo ruffiano e radiofonico, qui esemplificato da Back Where You Belong per il sottoscritto troppo alla Foreigner o Reo Speedwagon, ma il pubblico va in estasi e quindi, forse, mi sbaglio.

Wild-eyed Southern Boys (il brano), cantato da Barnes è in giusto equilibrio tra i due generi con le chitarre sudiste che tirano alla grande e cori e arrangiamenti da rock americano di qualità. Comunque rock tirato e sventagliate chitarristiche sono all’ordine del giorno in The Squeeze e nel lungo medley che comprende Back To Paradise, Somebody Like You, Teacher Teacher, Rough Housin’, Stone Cold Believer, Like No Other Night e Second Chance. Ma anche i momenti più orecchiabili e melodici come la trascinante If I’d Be The One sono molto godibili. Help Somebody è una bella hard ballad country cantata in duetto con Johnny Van Zant  e le conclusive Back In the Usa e Travelin’ Band (quella dei Creedence) sprizzano rock e energia da tutti i pori. 

Non pubblicavano dischi dal 2004 ma direi che non hanno perso del tutto (o per niente) il vecchio tocco e ci regalano un’oretta abbondante di sano rock magari non del tutto “politicamente corretto” ma assolutamente godibile. Ero pronto al peggio invece mi devo ricredere!

Bruno Conti    

Non Si Riesce A Fermarlo! Joe Bonamassa & Beth Hart – Don’t Explain

bonamassa & beth hart.jpghart-bonamassa-01.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

Joe Bonamassa & Beth Hart – Don’t Explain – Mascot/Provogue/Edel -27-09-2011

Per me Joe Bonamassa è l’Eric Clapton del ventunesimo secolo. Sì, Kenny Wayne Sheperd, Johnny Lang, John Mayer sono bravi, ma non gli fanno un baffo, Derek Trucks è più vicino a Duane Allman, ci sarebbe Warren Haynes che è una categoria a parte e c’è stato Stevie Ray Vaughan. Questo per semplificare molto senza dimenticare che molti dei “grandi” sono ancora in attività e ci sono tanti altri chitarristi bravi in circolazione, però Bonamassa mi sembra l’epitome del Clapton degli anni ’70, un uomo per tutte le stagioni e tutti i generi, in grado di spaziare dal blues (punto di partenza), al rock, passando per il soul e sfiorando altri generi.

Se proprio vogliamo trovargli un difetto è la prolificità, non si riesce a fermarlo, 2 dischi con i Black Country Communion, 3 da solista + le BBC sessions nel biennio 2010-2011 sono un ritmo da tempi d’oro della musica rock. Nei tre da solista ho già conteggiato questo Don’t Explain con Beth Hart, un disco di cover di blues, rock, soul e anche jazz, un signor disco, bellissimo, tanto per mettere le cose in chiaro subito, con i due protagonisti al meglio delle loro possibilità. Prodotto da Kevin Shirley (vedo già le faccine leggermente disgustate) con gusto e misura, si avvale della band che Bonamassa aveva usato per The Ballad Of Joe Henry, ovvero Anton Fig alla batteria, Carmine Rojas al basso, Blondie Chaplin alla seconda chitarra e Arlan Scheirbaum alle tastiere.

E poi ci sono loro due: Beth Hart era già apparsa come ospite in un brano di Dust Bowl ma qui è la vera protagonista, canta tutti i brani e si divide equamente con la chitarra di Bonamassa gli spazi di questo disco. E canta con voce misurata ma grintosa e libera, come l’erede naturale di Janis Joplin (con Dana Fuchs) dovrebbe fare: nei suoi dischi, ogni tanto, diventa “sguaiata”, sopra le righe, come peraltro questo tipo di musica richiede, ma nei concerti dal vivo è sempre stata una vera forza della natura. In questo disco è riuscita a far convivere le due anime, quella rock intemerata e quella raffinata à la Etta James. Bonamassa d’altro canto questa volta è più defilato, meno “all over the place” che in altri suoi dischi e si limita (si fa per dire) ad una serie di interventi solisti sempre vari ed efficaci.

Anche il repertorio è da tripla A: dall’apertura di Sinner’s Prayer che era un brano di Ray Charles con BB King, dove la coppia Bonamassa/Heart mi ha ricordato moltissimo l’accoppiata Beck/Stewart del primo Jeff Beck Group, con Joe alle prese con un’inconsueta slide e lei che emoziona con una interpretazione da blues woman consumata. In Chocolate Jesus di Tom Waits la voce della Hart assume inconsuete tonalità alla Mary Coughlan e complice anche una fisarmonica malandrina il brano è raffinato e complesso ma sempre illuminato da un fulminante intervento della chitarra di Bonamassa. Per non farsi mancare nulla la coppia rivisita anche un brano della “giovane” Melody Gardot, una delicata e sofferta Your Heart Is As Black As Night ricca di suggestioni jazz. For My Friend di Bill Withers viene sottoposta ad un trattamento alla Zeppelin o alla Free e diventa un blues-rock dove voce e chitarra si dividono il proscenio con grande energia.

Tra i brani lenti si segnala anche una rilettura di Don’t Explain di Billie Holiday cantata con grande classe e misura dalla Hart che si supera poi in una versione fantastica di I’d Rather Go Blind di Etta James, otto minuti di pura magia che rivaleggia con le versioni, e le supera, di Christine Perfect e Rod Stewart e si avvicina alla perfezione della versione originale con un continuo rilancio del cantato da parte di Beth e con un assolo lancinante e in crescendo di Bonamassa, tra i migliori della sua carriera. Da prendere e incorniciare, nella parte centrale mi ha ricordato anche Janis Joplin quando si “perdeva” nella sua musica. Difficile fare meglio e allora affidiamoci ad un altro grande brano di Etta James, Something’s Got A Hold On Me ma questa volta la avviciniamo dal lato più ritmato, molto R&B.

Un’altra ballata coinvolgente è l’eccellente cover del brano di Gil Scott-Heron, I’ll Take Care Of You che è anche il singolo scelto per lanciare questo album. Una coppia che se ne intendeva di questa esplosiva miscela di generi erano sicuramente Delaney & Bonnie e Well, Well è l’occasione per tirare fuori il Clapton che si cela in Bonamassa. La conclusione è affidata all’altro masterpiece dell’album, una versione bluesata e sontuosa di Ain’t No Way di Aretha Franklin con Beth Hart e Joe Bonamassa che danno ancora il massimo nei loro rispettivi ruoli senza eccessi ma con grande classe.

Molto bello e super consigliato, esce il 27 settembre.

A ottobre esce il DVD dei Black Country Communion. Qualcuno lo fermi!

Bruno Conti                                                   

Non Ci Ha Riflettuto Abbastanza! Keb’ Mo’ – The Reflection

keb mo'.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Keb’ Mo’ – The Reflection – Yolabelle-Ryko             

Mah, che dire? Keb’ Mo’ ha iniziato la sua carriera una ventina di anni fa con una serie di album (alcuni recensiti con gioia da chi vi scrive) dove il suono della sua chitarra acustica (e anche elettrica) e una voce ricca di sfumature si ispiravano al Blues quanto al soul per creare una musica ricca di qualità. Nei suoi primi dischi il blues era comunque la fonte primaria, il primo omonimo conteneva anche due brani di Robert Johnson poi utlizzati nella serie televisiva dedicata da Martin Scorsese alla musica del diavolo. Nel secondo, ottimo, Just Like You, apparivano Bonnie Raitt e Jackson Browne e le influenze si allargavano anche alla musica soul (peraltro sempre presente) con la bella voce di Kevin Moore che assumeva anche timbriche melliflue alla Sam Cooke o Otis Redding, un po’ come era stato prima di lui per Robert Cray, e questo disco gli fruttò un Grammy.

Anche il terzo album Rainmaker vinse un Grammy e conteneva anche dei brani già pubblicati ad inizio anni ’80 quando si faceva chiamare ancora Kevin Moore. E così via con The Door e Keep It Simple. Poi Suitcase del 2006 lo riuniva con il produttore del primo album John Porter ancora con ottimi risultati. Prima e dopo erano usciti anche album dal vivo e dischi per bambini.

Poi, improvvisamente, questo The Reflection, il primo per una nuova etichetta, confezione curatissima con libretto ricco di informazioni, testi, i musicisti che suonano nell’album, molti ospiti. Mi riscappa un mah! Tre stellette di stima (che sarebbero un 6 -) si danno ad un album così ed in effetti il primo brano un po’ funky, The Whole Enchilada con la slide di Keb’ Mo’ e la sua voce setosa in evidenza non è una cattiva apertura anche se cominciano i coretti della voci femminili e un sound che potrebbe ricordare il B.B. King degli anni ’70 delle collaborazioni con i Crusaders, quindi volendo non male. Ma già il secondo brano Inside Outside con Reggie McBride al Lead bass! e sintetizzatori e programmazioni a go-go, oltre ai soliti coretti comincia a sfociare in quello smooth jazz & soul molto anni ’80 o nel sound di Stevie Wonder di quegli anni. All The Way potrebbe ricordare certe cose di Earl Klugh con una voce aggiunta o gli Steely Dan più blandi dopo una iniezione calmante. I See Myself In You prosegue in un tripudio di tastiere e ritmi molto smooth jazz, se vi piacciono Jonathan Butler, Kenny G o il Michael McDonald (sempre anni ’80) siamo in quei paraggi. Insomma ci siamo capiti, in Crush On You c’è anche un duetto con India Arie (bellissima voce), senza che il ritmo cambi di una virgola rispetto al brano precedente.

Ma la cover di One Of These Nights per favore no! Già il brano degli Eagles non è movimentatissimo per usare un eufemismo, ma quando parte l’assolo di sax di Dave Koz stavo per cadere sotto il tavolo per un eccesso di zuccheri. Quindi questo sarebbe Blues? E Vince Gill cosa c’entra in tutto ciò nel duetto in My Baby’s Tellin’ Lies? Mistero!

Per dovere ho proseguito fino alla fine beccandomi anche My Shadow con Marcus Miller al basso slappato molto alla Level 42 e Mindi Abair al sax. C’è una piacevole oasi del Keb’ Mo’ vecchio stile in We don’t need it con tanto di dobro e pedal steel e country-soul di qualità. Poi ritorna il drum programming in puro stile fusion di Just Lookin’ di nuovo con coretti e Marcus Miller al basso, e pure Walk Through Fire non apporta grandi variazioni. Poi per farti inc…re in conclusione c’è il gospel rivisitato di Something Within’ con le voci di babbo, mamma e sorella di supporto. Blues poco, ma se vi piacciono fusion e smooth jazz  vi troverete bene.

Bruno Conti

Un “Fenomeno” Della Chitarra! Johnny Hiland -All Fired Up

johnny hiland.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

Johnny Hiland – All Fired Up – Shrapnel/Provogue

Vi risparmio la battuta sul “grosso” talento (tanto l’ho già fatta) su questo pacioso e robusto ragazzone americano che è considerato uno dei nuovi talenti della chitarra negli Stati Uniti. Scoperto da Steve Vai nel 2004 che gli ha anche pubblicato il primo album per la sua Flavored Nations lo stesso anno (ma già da metà anni ’90 aveva suonato come session-man con molti artisti country come Toby Keith, Ricky Skaggs e Hank Williams III), nel 2008 ha pubblicato un disco autogestito Loud And Proud ed ora approda alla Shrapnel/Provogue di Mike Varney che produce questo All Fired Up. Evidentemente i “metallari” ma virtuosi (nel senso dello strumento) hanno una predilezione per questo chitarrista, cieco dalla nascita, che è un iradiddio al suo strumento, una Fender Telecaster (che lo sponsorizza da un po’ di anni, caso raro per un musicista senza un contratto con una grande casa) dove è in grado di creare vere cascate di note in uno stile che sta fra country, bluegrass elettrico (se esiste) ma anche tanto rock e blues.

Quando ho messo nel lettore il dischetto ed è partito il primo brano mi è venuto uno scioppone, vuoi vedere che ho inserito Hiding di Albert Lee o qualche disco degli Hellecasters per sbaglio? No, no è proprio lui, che fa tutto da solo (con un consistente aiuto dal bassista Stuart Hamm e del batterista Jeremy Colson, e nel primo disco c’era Billy Sheehan al basso) con vere e proprie cascate di note che si susseguono velocissime, una tecnica mostruosa che non ha nulla da invidiare, nel proprio ambito, a un Danny Gatton o a un Roy Buchanan, oltre al già citato Albert Lee.

Anche quando si cimenta in pezzi decisamente country come la deliziosa Bakersfield Bound con un sound che vira quasi verso quello di una pedal steel, gli assoli di Hiland sono una vera miniera di trovate e ricchi di inventiva. Forse mi sono dimenticato di dirvi che è tutto rigorosamente strumentale, ma penso che si intuisse. Non mancano momenti più lirici e melodici come Forever Love dove anche il tastierista Jesse Bradman si ritaglia un suo spazio.

Six String Swing come da titolo si avvicina a tematiche più jazzate sempre con la chitarra di Hiland in un perenne overdrive tecnico mentre la conclusiva Bluesberry Jam dai tempi decisamente rock darebbe dei punti anche allo Steve Morse più inventivo dei tempi dei Dixie Dregs, un vero fulmine di guerra, o meglio di note.

E non contento di tutto ciò il nostro amico nelle due bonus vocal tracks finali si rivela anche un ottimo cantante country nelle scintillanti Breaker, Breaker 1-9 e Party Time. Se le scrive, se le suona e volendo, se le canta. Un vero mostro di tecnica, magari soprattutto per appassionati della chitarra elettrica e il giudizio molto positivo è anche mirato in quel senso ma molto piacevole da ascoltare per tutti.

Una bella sorpresa.

Bruno Conti

Vecchie Glorie 8. Paul Rodgers & Friends – Live At Montreux 1994

paul rodgers live cd.jpgpaul rodgers live dvd.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

Paul Rodgers & Friends – Live At Montreux 1994 – CD o DVD – Eagle Records/Edel

Sicuramente Paul Rodgers è stato una delle più grandi voci prodotte dal rock(blues) britannico sin dal lontano 1968 quando alla guida dei grandi Free (dove nessuno aveva ancora compiuto 20 anni e il bassista Andy Fraser ne aveva 16 e Paul Kossoff 18), si proponeva come uno dei migliori interpreti del british blues dell’epoca. Finita l’avventura Free è stato poi il leader dei Bad Company, altro grande gruppo rock che è durato fino alla fine anni ’70 con alcune riprese. Poi da allora non ne ha azzeccata una, tra Firm, Law e carriera solista non si ricordano dischi memorabili, sempre una gran voce ma il resto…Con una eccezione. Nel 1994 decide di incidere un disco, Muddy Water Blues:A Tribute To Muddy Waters, un disco potente e sanguigno dove Rodgers rivisita il repertorio del grande Muddy con una all-star band dove brillano le chitarre di Buddy Guy, Jeff Beck, Steve Miller, David Gilmour, Gary Moore, Brian May e Neal Schon, tra gli altri. E con lo stesso Schon pubblica anche un EP dal vivo, The Hendrix Set di notevole impatto. Nel tour mondiale che segue, nel luglio del 1994 lo spettacolo approda al Festival di Montreux dove viene organizzata una delle loro tipiche serate “Friends and stars” che viene registrata e oggi dopo 17 anni diventa un CD o DVD. Nel frattempo il repertorio si è ampliato fino a contenere molti dei suoi cavalli di battaglia anche se il Blues rappresenta il “cuore” del concerto. Poteva mancare una nutrita serie di ospiti? Certo che no, ma il grosso è rappresentato da bluesmen neri sia pure solo in un brano: la band fissa è composta da Jason Bonham alla batteria, John Smithson al basso e Ian Hatton e Neal Schon alle chitarre, ma sul palco si alternano anche Brian May, Steve Lukather e un manipolo di prodi musicisti blues, Eddie Kirkland, Sherman Robertson, Luther Allison, Robert Lucas e Kenny Neal per l’ultimo brano.

16 brani in totale, una ottantina di minuti di power-rock-blues con la voce di Rodgers in grande spolvero e una serie di canzoni che spaziano tra i due generi: Travelling Man, Wishing Well, Lousiana Man, Muddy Water Blues, Good Morning Little Schoolgirl con Brian May, ma anche Mr. Big con il suo giro di basso inconfondibile, Feel Like Makin’ Love, una scintillante The Hunter che era di Booker T & the Mg’s ma i Free l’avevano fatta loro nel primo album, dove la voce di Rodgers ricorda moltissimo quella di Steve Marriott, altra grande voce del rock inglese di quegli anni. E ancora, in sequenza, due belle versioni di Can’t Get Enough (of your love) e All Right Now,con il suo riff immortale. Poi il gran finale Blues con Crossroads e Hoochie Coochie Man, tutti insieme sul palco per due pietre miliari della storia della musica.

Negli anni a venire, Paul Rodgers avrebbe registrato altri mediocri dischi da solista, quelli dal vivo buoni (ma non come questo) e partecipato alla reunion dei Queen in sostituzione di Freddie Mercury (non una buona idea) e riformato i Bad Company per una serie di concerti e dischi (e DVD dal vivo) non male. Ma questa serata rimane sicuramente una delle migliori testimonianze della sua bravura di cantante, play loud!

Data di uscita 13-09 internazionale e il 20 settembre in Italia.

Bruno Conti

Ben Ritrovato! Popa Chubby – Back To New York City

popa chubby back to new york.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Popa Chubby – Back To New York City –Mascot/Provogue – 18-10-2011

Questa volta Ted Horowitz ha cercato a fondo dentro di sè per ritrovare il Popa Chubby che c’è in lui (e ce n’è tanto!) e dopo una serie di dischi francamente deludenti (alcuni recensiti anche dal qui presente) ha estratto dalla bombetta un disco degno della sua fama. Già il titolo era una promessa, Back To New York City, ma questa volta anche il contenuto è assolutamente all’altezza delle aspettative per uno dei migliori chitarristi rock-blues in circolazione. Dagli esordi discografici ad inizio anni ’90 fino al triplo album dedicato a Jimi Hendrix, Electric Chubbyland, il nostro amico, tra alti e bassi, raramente aveva sbagliato un colpo e, in ogni caso, dal vivo la sua musica era rimasta viva e vibrante ma nei dischi in studio mancava quel quid che fa scattare la lode.

Negli undici brani che compongono questo nuovo album, nove originali e due cover di pregio, la qualità rimane elevata quasi costantemente e le idee, gli arrangiamenti e le esecuzioni sono nuovamente fresche e vivaci in modo palpabile, anche se ovviamente non ci dobbiamo aspettare innovazioni particolari. Il disco piace (almeno a chi scrive) già al primo ascolto e dal primo brano, una poderosa ed hendrixiana fino al midollo Back To New York City, accompagnato dai soliti Aj Pappas al basso e Dan Hickey alla batteria più il tastierista Dave Keyes, Popa Chubby inizia a creare la “solita” sequenza di assoli inventivi e tecnicamente sempre ricercati con una ritrovata voglia di fare del sano rock-blues per i suoi fans sparsi per il mondo. She Loves Everybody But Me è un torrido Texas boogie che riprende temi cari allo scomparso SRV di cui il “Chubby” è stato uno dei candidati alla successione come miglior “guitar slinger in town”, e la chitarra viaggia che è un piacere. Pound Of Flesh (saranno i suoi) è uno dei brani più belli dell’album, su un ritmo agile e variegato, con degli interventi mirati di organo, la band costruisce un arrangiamento che ricorda i migliori Cream, quelli di White Room, con continue rullate alla Ginger Baker e repentini cambi di tempo e la chitarra di Popa Chubby che assume tonalità inconsuete, il tutto sfocia poi in un inaspettato intervento all’acustica quasi in modalità flamenco, molto bello.

Warrior God è un’altra scorribanda chitarristica in “aria” ZZTop con la sezione ritmica che picchia di gusto e riff e assoli (anche con wah-wah) che si susseguono nella migliore tradizione del rock-blues di qualità. La prima cover è una bella versione di The Future di Leonard Cohen dove il vocione di Popa Chubby ben si adatta alla visione apocalittica della canzone, che oltre a tutto non viene stravolta più di tanto, solo punteggiata dalla solista ricorrente che ricorda per certi versi la versione di First We Take Manhattan che appariva in Famous Blue Raincoat di Jennifer Warnes con Stevie Ray Vaughan e Robben Ford alle chitarre e il “repent” ripetuto risuona assolutamente sincero. It’s About You è un altro brano che si rifà alla lezione imparata con Tom Dowd (il produttore di Clapton, Allman Brothers e Derek & the Dominos) ai tempi di Booty And The Beast e il nuovo batterista Hickey con il suo stile più tecnico ben si accoppia alla varietà degli arrangiamenti. Ottima anche A Love That Will Not That Die con delle belle aperture melodiche. Per Keep Your Woodpile Dry sfodera anche una inconsueta slide mentre anche Stand Before The Sun beneficia del ritrovato vigore con un organo insinuante tra le pieghe quasi prog del brano. She Made Me Beg For It è forse l’unico brano non memorabile, un funkettino piacevole mentre la conclusione è affidata all’altra cover, dal repertorio di Johann Sebastian Bach la rilettura di Jesus Joy Of Man’s Desire che è da tempo uno dei punti di forza del suo concerto e viene fissata in studio per i posteri.

Ben ritrovato, Popa! Recensione un po’ in anticipo, esce il 18 ottobre p.v.

Bruno Conti

Ma Allora Escono Ancora Dischi Belli! Tom Russell – Mesabi

tom russell mesabi.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Tom Russell – Mesabi – Proper/Shout Factory/Ird

Non solo escono “dischi” belli ma in questo anno ne sono usciti parecchi, questo Mesabi di Tom Russell è uno dei migliori del 2011. So che per molti la parola disco è un termine desueto ma chiamarlo “raccolta di MP3 per l’Ipod” sinceramente non mi entusiasma.

Il penultimo disco di Russell era quel Blood And Candle Smoke del 2009 fatto in compagnia dei Calexico ed era un album notevole e nello stesso anno era uscito anche il disco in compagnia di Gretchen Peters One To The Heart One To The Head e non era male neppure quello. Ma il nostro amico Tom nella sua lunga carriera iniziata 35 anni fa di dischi belli ne ha fatti tanti, quasi tutti. Eppure questo nuovo mi sembra uno dei suoi migliori in assoluto.

Intanto i Calexico ci sono ancora (non in tutti i brani) ma questa volta il cantautore californiano ha scelto di optare per varie scelte sonore e ha registrato questo album tra Nashville, Los Angeles, Tucson Arizona negli studi dei Calexico con una capatina anche in Texas. Un altra cosa che balza all’occhio sono i testi (contenuti in un succoso libretto all’interno della bella confezione digipack apribile in cartoncino del CD): testi ricchi e variegati che girano intorno alla memoria e a personaggi memorabili, veri o verosimili, ricchi di umanità, inseriti all’interno di canzoni che raccontano delle storie, belle storie, epiche o semplici ma sempre piene di umanità.

Il suo punto di riferimento in questo senso (anche se il suo genere, forse, è diverso, ma il mestiere, per entrambi è scrivere belle canzoni) è sicuramente Bob Dylan e in questo album gli rende omaggio con una straordinaria versione di A Hard Rain’s A-Gonna Fall, in occasione del 70° compleanno del cantatutore di Duluth, Minnesota. Ed indovinate cosa, o dove sono, i Mesabi Range? Ad uno sputo da Duluth e Hibbing, le località storiche delle gioventù di Dylan, a due passi dal Lago Superiore e a nord di Minneapolis e Saint Paul,  poco lontano dai confini canadesi.

Ma torniamo a questo brano che si snoda in quasi nove magici minuti a partire dal celebre incipit “Oh Where Have You Been My Blue Eyed Son…” accompagnato solo da una chitarra pizzicata e poi si trasforma in una versione epica con gli altri musicisti che entrano di volta in volta. Prima la classica voce “dolente” di Lucinda Williams, poi la tromba di Jacob Valenzuela, il basso e la batteria di Burns e Convertino‘, ovvero i Calexico e poi la solista di Will Kimbrough, in un crescendo trascinante che ti avvince e ti affascina, con le due voci, quella maschia e profonda di Tom Russell e quella tipica di Lucinda, che si avvicendano alla guida del brano. Questa è musica per le mie orecchie ed è solo il 14° brano, prima c’è tutto un universo sonoro. Questa arte è nota anche come storytelling e Russell ne è uno dei massimi esponenti ma il signore con gli occhi blu è il numero uno!

L’apertura è affidata a Mesabi, un brano tipico della sua discografia, dall’andatura galoppante e con un testo che rievoca alcuni dei primi “miti” della sua giovinezza, da Howlin’ Wolf a Buddy Holly passando per La Bamba di Richie Valens. Sembra quasi un brano di Joe Ely con le trombe di Valenzuela e Schumacher che si alternano con la ficcante chitarra di Will Kimbrough che fa l’Andrew Hardin della situazione (o il Grissom se preferite) con degli assoli perfetti. E Ely quelle “due o tre canzoni” di Russell le ha cantate in passato a partire da una meravigliosa Gallo del Cielo che rimane negli annali del rock texano. Il brano ha una andatura country-rock, quasi radiofonica (con qualche accenno di All Along The Watchtower), con il basso di Viktor Krauss e la batteria di John Gardner a dettare i ritmi e il piano di Barry Walsh a colorare il sound insieme alle citate trombe.

When The Legends Die è una clamorosa e dolcissima ballatona registrata nei Brushfire Studios di Los Angeles, con Bob Glaub e Don Heffington ai ritmi, Van Dyke Parks a magheggiare al piano e alla fisarmonica e la chitarra di Thad Beckman a cesellare note. Tom Russell la canta con voce struggente e partecipe. Non accreditata, anche una tromba accentua il tono malinconico del brano.

In Farewell Never Never Land la voce di supporto, carezzevole, in sottofondo, di Gretchen Peters si amalgama alla perfezione con quella di Russell per raccontare la storia di Bobby Driscoll, lo sfortunato giovane attore, collaboratore di Walt Disney creatore del mito a cartoni di Peter Pan, di cui fu la voce nel film e il modello per il personaggio, una storia triste resa vibrante da una grande interpretazione di tutto il gruppo di musicisti che ruota attorno alla voce sempre all’altezza di Tom Russell, a partire dalla slide di Kimbrough e dalle tastiere di Walsh che si occupa anche dell’arrangiamento dei fiati. Ci sono anche storie divertenti, con ukulele e pianino, come quella di Cliff Edwards (l’autore di Singin’ In The Rain),  in The Lonesome Death Of Ukulele Ike che ci trasporta indietro nel tempo, anche musicalmente.

Sterling Hayden è stato uno dei grandi caratteristi del cinema americano (Giungla d’asfalto, Johnny Guitar, Il Dottor Stranamore, Il padrino) e Russell gli cuce addosso questa stupenda canzone che ne racconta la storia, con Fats Kaplin che si destreggia tra oud, viola e accordion e Will Kimbrough alla resonator per creare un tappeto sonoro degno del testo del brano, e direi che ci riescono, alla grande. Furious Love (for Liz) è una breve struggente ninna nanna con uso di cello dedicata con amore a Liz Taylor. Altra grandissima ballata corale con i Calexico al completo che tornano per questa memorabile canzone, A land called way out there, dedicata a James Dean. Anche Roll the Credits Johnny prende la forma della ballata e si trova nella colonna sonora del film di Monte Hellman Road To Nowhere, inutile dire che anche questa è molto bella, con Gretchen Peters di nuovo alla seconda voce e la ricorrente tromba di Valenzuela con la chitarra di Kimbrough vere protagoniste di questo album.

In Heart Within A Heart ritorna Van Dyke Parks e le voci femminili di supporto conferiscono tratti tra gospel e soul a questa altra piccola perla con il dobro di Kimbough che cura i piccoli particolari sonori con grande perizia. Con And God Created Border Towns ci trasferiamo ai confini tra Texas e Messico, anche musicalmente, con la fisarmonica di Joel Guzman che interagisce con il piano di Augie Meyers e le immancabili trombe di Valenzuela, per ascoltare la storia dei migranti messicani sulle rive del Rio Grande. Anche Goodnight Juarez tra chitarre spagnole, Calexico e Gretchen Peters in ordine sparso, più la fisarmonica di Guzman è un’altra canzone di frontera di quelle memorabili che ogni tanto Russell ci regala, la vedo bene in futuro per Ely anche se sarà difficile superare l’originale.

Quel diavolo di un Russell riesce a costruire una canzone anche intorno al vecchio gioco del Jai Alai, che sarebbe la vecchia pelota basca, con il personaggio principale in trasferta da San Sebastian in quel di Tijuana per un incontro tra flamenco e musica messicana che aggiunge ulteriore varietà ad un menu già ricchissimo. E già che c’è rivisita anche la vecchia Love Abides, solo voce e chitarra, in una versione che supera anche quella che chiudeva The Man From God Knows Where. Detto del brano di Dylan a chiudere un altro brano tratto dalla colonna sonora di Road To Nowhere, proprio quello che dà il titolo al film e con i Calexico più Will Kimbrough il nostro amico Tom ci regala un’altra canzone intensa e trascinante, cinematografica e ci mancherebbe altro, comunque molto bella, per finire in gloria un album che si merita le classiche quattro stellette di giudizio critico. Quasi sessantacinque minuti e neanche un secondo inutile!

Bruno Conti

Un Bel Box Set Di Leonard Cohen Ci Mancava! The Complete Studio Albums Collection

leonard cohen complete studio albums.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Leonard Cohen – The Complete Studio Albums Collection – Sony Music – 11CD – 11-10-2011

Nel 2007 la Sony aveva iniziato la ripubblicazione dell’intero catalogo di Leonard Cohen rimasterizzato e con bonus tracks, poi, dopo l’uscita dei primi tre album, silenzio assoluto. Ora viene annunciato che l’11 ottobre verrà pubblicato questo cofanetto di 11 CD con l’intera discografia in studio, ovvero:

Songs of Leonard Cohen
Songs from a Room
Songs of Love and Hate
New Skin for the Old Ceremony
Death of a Ladies’ Man
Recent Songs
Various Positions
I’m Your Man
The Future
Ten New Songs
Dear Heather

Le confezioni dovrebbero riprodurre la grafica dei vecchi album in una sorta di mini-lp vinyl replicas e tutti dovrebbero avere una nuova rimasterizzazione ad eccezione dei 3 già rimasterizzati nel 2007.

Sarà vero questo fatto del remastering? Vedremo, manca poco più di un mese. Il prezzo dovrebbe essere “interessante” tra i 40 e i 50 euro. Nel frattempo è stato confermato che il nuovo album di studio di Cohen è stato completato, uscirà la prossima primavera e si chiamerà Old Ideas. Ovviamente sarà il 12° album e conterrà tutti brani nuovi con l’eccezione di Darkness l’unica canzone inedita eseguita nel recente tour.

Per il momento è tutto.

Bruno Conti

Novità Di Settembre Parte I. Southside Johnny, Chris Rea, Martin Simpson, Richmond Fontaine, Kd Lang, Lindsey Buckingham, Slaid Cleaves, Horrible Crowes, Eccetera

southside johnny cadillac jack's.jpgmartin simpson purpose.jpgrichmond fontaine.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Ripartiamo con le uscite della prima settimana di settembre, giorno 6 per la precisione. Ricordato che martedì escono Jeff Bridges e Ry Cooder per il mercato europeo (e italiano) nonché il nuovo Eric Sardinas già recensito in illo tempore e il secondo tributo a Buddy Holly di cui vi ho riferito ieri. Vi ricordo altresì che considerando che spesso non ho poi il tempo (nonostante tutta la buona volontà) di ritornarci con recensioni più apporfondite spesso approfitto di questo spazio delle anticipazioni per delle mini-recensioni.

Per esempio quel Southside Johnny & The Asbury Jukes arriva assolutamente a sorpresa. Si tratta di un CD doppio dal vivo che esce per la Secret Records (!?!) a prezzo speciale, registrato in quel di Newcastle, Opera House il 26 novembre 2002 e riporta anche una presentazione brano per brano dei contenuti ad opera dello stesso Southside Johnny. Occhio perché era già uscito nel 2009 con il titolo From Southside to Tyneside e in DVD come Live At The Opera House. Se non lo avete vale la pena.

Questi i brani:

  1. Take It Inside
  2. Baby Don’t Lie
  3. All Night Long
  4. Long Distance
  5. Gin Soaked Boy
  6. Without Love
  7. No Easy Way Down
  8. Coming Back
  9. All I Needed Was You
  10. Living With The Blues
  11. Help Me
  12. Cadillac Jack’s Number One Son
  13. This Time Baby’s Gone For Good
  14. Some Thing’s Just Don’t Change
  15. I Won’t Sing
  16. Pipeline
  17. Sleepwalk
  18. I Don’t Want To Go Home
  19. I Don’t Want To Go Home – Reprise
  20. Passion Street
  21. This Time Is For Real
  22. Hearts Of Stone

Martin Simpson è uno dei cantautori (e chitarristi) più talentuosi della scena folk britannica, e non solo. Questo nuovo Purpose + Grace prosegue nella sua rinascita artistica ed è forse il suo album più bello e compiuto di sempre. C’è solo un brano originale firmato da Simpson più uno strumentale, ma covers di Brothers Under The Bridge di Springsteen con Richard Thompson all’elettrica, Little Liza Jane con BJ Cole alla pedal steel, Brother Can You Spare A Dime cantata da Dick Gaughan, Strange Affair di Richard Thompson con la voce di June Tabor, compensano abbondantemente. Senza dimenticare la title-track, un brano scritto da Yip Harburg, lo stesso di Somewhere Over The Rainbow. Etichetta Topic Records. 

Nuovo album per i Richmond Fontaine, The High Country. Il gruppo di Willy Vlautin, uno dei migliori della scena indipendente americana questa volta si è spinto fino a realizzare quello che loro hanno definito una song-novel. Un vero e proprio romanzo breve che racconta, attraverso 17 brani, la travagliata storia d’amore tra un meccanico e una cassiera, ambientata in una piccola cittadina dell’Oregon. Se mantiene fede alle premesse potrebbe essere un ennesimo grande disco di questo misconosciuto gruppo. Bravissimi e da conoscere, se non avete già provveduto. Esce per la El Cortez Records.

chris rea santo spirito blues.jpgchris rea santo spirito blues cd singolo.jpglindsey buckingham.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Anche questa volta non manca “a volte ritornano”: Chris Rea su Rhino Records pubblica questo nuovo Santo Spirito Blues che continua nel suo riscoperto spirito Blues. C’è la versione singola con 13 brani nuovi e quella quintupla con altri due CD e due DVD. Questi ultimi sono un documentario sul duro mondo delle corride e uno sulla città di Firenze entrambi con la colonna sonora di Rea. Costa poco più di un doppio, quindi vedete voi.

Lindsey Buckingham in questo Seeds We Sow che esce per la Eagle Records, suona tutti gli strumenti, canta, mixa e produce. Il suo sesto album da solista ritorna alle sonorità del periodo Tusk (più o meno).

jessi colter.jpgkd lang summertime.jpggerry rafferty.jpg

 

 

 

 

 

 

 

La BGO pubblica questo doppio CD con i primi tre album di Jessi Colter, I’m Jessi Colter, Jessi e Diamond in The Rough, tutti e tre gli album pubblicati negli anni ’70 e molto belli per la moglie di Waylon Jennings. Outlaw Country di gran classe. Attenzione perchè l’australiana Raven ha messo in circolazione un doppio Cd piuttosto caro dove ci sono solo il primo e il terzo disco.

La Left Media inglese continua nella sua serie di pubblicazione di dischi dal vivo (semi) ufficiali, dopo Springsteen e Jackson Browne adesso è la volta di K.D. Lang con questo Summertime In The Windy City The Lost Transmission che è appunto un broadcast radiofonico dai Soundstage Studios di Chicago nel 1993. 15 brani più 5 bonus registrate tra il 1987 e il 1992 nei vari Tonight Show, SNL, Letterman e Arsenio Hall Show. Per i fans (e le fans soprattutto direi, in questo caso)!

All’inizio dell’anno è scomparso silenziosamente Gerry Rafferty (anch’io mi sono dimenticato di segnalarlo), ora la EMI gli dedica giustamente una doppia Collector’s Edition di City to City il suo album più celebre quello con Baker Street. Una curiosità: nel secondo CD, quello con i demo originali inediti c’è una versione di “quel brano” che sostituisce il famoso assolo di sax di Raphael Ravenscroft con un assolo di wah-wah.

horrible crowes.jpgstephin merritt.jpg16 horsepower yours truly.jpg

 

 

 

 

 

 

Gli Horrible Crowes sono il side project di Brian Fallon dei Gaslight Anthem in coppia con Ian Perkins. Meno roots ed atmosferico, li hanno paragonati a Tom Waits e Afghan Whigs. A me questo Elsie sembra decisamente bello ed in alcuni brani affiora una spirito Springsteeniano come in Behold The Hurricane e Go tell everybody. Etichetta SideOne Dummy Records.

Stephin Merritt sarebbe Mr. Magnetic Fields e questo Obscurities, come da titolo, è una raccolta di rarità sia come solista che con il gruppo (che poi è sempre lui). Domino Records.

Questo doppio dei 16 Horsepower su Glitterhouse più o meno è la stessa cosa, rarità e b-sides nel secondo CD e nel primo i brani preferiti dai fans scelti in rete. Da lì il titolo, Yours Truly.

cecil sharp project 2011.jpg slaid cleaves live.jpgbuddy whittington.jpg

 

 

 

 

 

 

Per gli appassionati di folk inglese questa è un’altra bella sorpresa. Si chiama Cecil Sharp Project 2011 e prende lo spunto dal grande musicologo inglese. Una confezione CD e DVD che riporta i risultati dell’incontro di otto musicisti britannici, prima in un cottage inglese e poi in una serie di concerti tra cui uno alla Cecil Sharp House a Londra (mai stati? E’ da vedere se capitate a Londra).Si tratta di Steve Knightley, Jackie Oates, Andy Cutting, Caroline Herring, Jim Moray, Patsy Reid, Leonard Podolak and Kathryn Roberts. Alcuni li conosco e sono molto bravi altri mi sono ignoti ma il progetto sembra intrigante. Temo una non facile reperibilità, etichetta Shrewsbury Folk Fest.

Altro doppio, questa volta solo CD, sempre dal vivo, per Slaid Cleaves uno dei migliori cantautori folk-country dei giorni nostri, una sorta di Townes Van Zandt senza le stesse tendenze autodistruttive. Si chiama Sorrow And Smoke: Live at The Horsehoe Lounge ed esce per la Music Road Records.

Secondo John Mayall è stato il miglior chitarrista che ha militato nei suoi Bluesbreakers (ma si sa che Mayall è un po’ anzianotto, meglio di Clapton, Peter Green e Mick Taylor? Shurely sham misstake come direbbe un inglese ubriaco). Comunque Buddy Whittington è un signor chitarrista e questo Six String Svengali, il suo secondo disco da solista pubblicato dalla Manhaton Records è un ottimo esempio di Texas Blues-rock. Tra l’altro Whittington dopo aver suonato con Clapton al concerto per i 70 anni di Mayall aveva dichiarato che Eric era il suo “eroe” da sempre.

That’s All Folks. A proposito di Blues, visto che entriamo in periodo Busca e quindi nei prossimi giorni sarò alla prese con alcune interessanti uscite nel genere, non le ho inserite nelle Anticipazioni.

Come il nuovo, fantastico, Tom Russell, Mesabi cui dedicherò uno spazio apposito. Comunque esce anche lui martedì 6 settembre per la Shout Factory in Usa e il 12 per la Proper in UK. Recensione in mezzo a quelle date. In ogno caso la cover di A Hard Rain’s A Gonna di Dylan con Lucinda Williams e Calexico è uno dei brani dell’anno!

Bruno Conti