Tre Pere E Palla Al Centro! Dwight Yoakam – 3 Pears

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Dwight Yoakam – 3 Pears – Warner Nashville

Come già scritto da Bruno tempo fa in uno dei suoi post in cui annuncia le uscite future, in Italia il termine “3 pere” ha connotati calcistici, di solito irrisori nei confronti della squadra che ha subito la sconfitta incassando, appunto, tre reti (e meno male che le pere non erano due, se no si finiva a parlare di anatomia femminile…).

Titolo un po’ idiota a parte (e digiamolo, direbbe La Russa), e copertina perfettamente in linea…pure, sono molto contento di avere finalmente tra le mani il nuovo disco di Dwight Yoakam, sicuramente il miglior countryman degli ultimi 25 anni, a ben un lustro di distanza dalla sua precedente fatica, Dwight Sings Buck, composto però totalmente di covers del suo idolo Buck Owens: per avere un disco di brani originali, bisogna infatti risalire al 2005, quando uscì il discreto Blame The Vain, che precedeva a sua volta di due anni quel Population Me che è il preferito in assoluto del sottoscritto (assieme a Buenas Noches From A Lonely Room, If There Was A Way e This Time.

La cosa che mi fa più piacere è notare che Dwight non ha perso un’oncia del suo smalto: 3 Pears è un signor disco, suonato alla grande, cantato ancora meglio (ma la voce di Yoakam non la scopriamo oggi) e prodotto con grande pulizia e professionalità da Dwight stesso (da circa dieci anni infatti il nostro ha rinunciato alla collaborazione di Pete Anderson, e di conseguenza ha anche dovuto imparare a suonare meglio la chitarra, avvalendosi solo saltuariamente di contributi esterni, in questo disco Eddie Perez in pochi brani). In un paio di pezzi Dwight si è addirittura rivolto al reuccio del pop alternativo Beck (grande appassionato di country comunque), ma se la cosa non fosse specificata nelle note del booklet non ci si accorgerebbe neppure della differenza.

Dwight non cambia infatti di una virgola il suo suono, anche se rispetto ai primi dischi l’elemento honky-tonk è praticamente sparito: ormai Yoakam è un musicista completo, che trascende il genere country, ed i suoi brani sono una miscela vincente di rock, pop, rock’n’roll (come? Sì certo, anche country…), suonati con grinta da vero rocker e cantati con la gran voce che tutti conosciamo. Un ottimo album, dunque, che ci restituisce un artista in perfetta forma, cosa che non era scontata, specie alla luce degli anni di assenza e del fatto che Blame The Vain fosse un piccolo passo indietro rispetto a Population Me.

Il disco parte alla grande con la splendida Take Hold Of My Hand, un brano scintillante tra country e rock californiano, dal sapore anni ’60 (quasi una costante per lui) e strumentazione limpida: un inizio perfetto. Ancora atmosfere d’altri tempi con Waterfall, un lentaccio senza però momenti troppo languidi (anzi, le chitarre sono elettriche e la batteria pesta di brutto); Dim Lights, Thick Smoke è l’unica cover del disco (il classico per antonomasia di Joe Maphis, poi ripreso da decine di artisti, dai Flying Burrito Brothers a Marty Stuart), nel quale Dwight rocca e rolla di brutto: gran ritmo, voce pure, sembrano i Blasters dei bei tempi.

Trying, introdotta da un organo malandrino, è una ballata che avrebbe fatto gola anche a Roy Orbison, Dwight canta come sa e la band lo segue come un rullo; l’attacco elettrico di Nothing But Love è degno di Tom Petty, di country c’è poco, Dwight arrota che è un piacere e dimostra di essere molto migliorato nell’uso della sei corde; It’s Never Alright, pianistica e dai toni quasi gospel, è un lento da taglio delle vene, un’altra delle specialità della casa: strumentazione molto classica (i fiati sono la ciliegina sulla torta) e Yoakam che canta, indovinate?…benissimo!!!

A Heart Like Mine è il primo dei due brani prodotti da Beck, una rock song con accenni pop quasi beatlesiani (e forse qui si vede la mano del produttore), una deviazione piacevole e perfettamente in linea con il resto; Long Way To Go è puro country rock, arioso, fresco, limpido, un tipo di canzone che riesce facile al cappelluto Dwight (con due “p”, dato che se si toglie lo Stetson la fronte è spaziosa alquanto). Missing Heart (ancora con Beck) è una ballata molto classica, quasi crepuscolare, direi influenzata da Gram Parsons, con un ottimo intervento di steel guitar; 3 Pears (titolo ancor più strano dal momento che nel testo Dwight dice “3 pairs”, tre paia, e non tre pere) è ancora rock, pulito e fluido, con la batteria che picchia più che mai.Chiudono il disco la bellissima Rock It All Away, ancora puro rock dal riff granitico (almeno per un disco che trovate negli scaffali del country), anch’essa figlia di Petty e Springsteen, e la ripresa per voce e piano, decisamente toccante, di Long Way To Go, quasi un’altra canzone rispetto alla versione full band.

La battuta è troppo facile: Dwight Yoakam segna tre pere e porta a casa il risultato pieno…ma alla fine è proprio così!    

Bentornato.

Marco Verdi

Tre Pere E Palla Al Centro! Dwight Yoakam – 3 Pearsultima modifica: 2012-09-26T18:10:03+02:00da bruno_conti
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