Forse Non Più Un “Innovatore”, Sicuramente Ancora Un Grande Musicista (E Che Gruppo)! John McLaughlin & The 4Th Dimension – Now Here This

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John McLaughlin & The 4Th Dimension – Now Here This – Abstract Logix/Ird

Era da qualche tempo che non seguivo più con attenzione le evoluzioni della musica di John McLaughlin, anche se nell’ultima decade il musicista inglese stava vivendo una sorta di seconda giovinezza musicale, ma sicuramente il suo momento di maggiore splendore lo ha vissuto a cavallo tra gli anni ’60 e gli anni ’70, prima con la collaborazione in due dischi che hanno visto la nascita del Miles Davis “elettrico” (in A Silent Way e ancora di più Bitches Brew), tanto da meritarsi anche un brano a proprio nome, e poi con la fondazione della Mahavishnu Orchestra, uno straordinario gruppo che per primo ha affrontato quello stile musicale che allora fu definito Jazz-rock e poi, con connotati più “morbidi” e funky, meno furiosi sarebbe diventata fusion. Ma McLaughlin, già da prima aveva esplorato le connessioni tra jazz, rock e blues, in una formazione come la Graham Bond Organization, dove con lui suonava gente come Jack Bruce, Ginger Baker e Dick Heckstall-Smith e lì imparava l’arte della improvvisazione strumentale jazz applicata ad una musica con molti agganci al rock classico.

I primi dischi della Mahavishnu Orchestra, Inner Mountain Flame, Birds Of Fire e il Live, erano suonati con una ferocia e una carica che allora avevano solo le prime formazioni di hard rock, ma con una perizia strumentale quasi senza uguali, se non nei migliori musicisti dell’epoca: Hendrix fu sicuramente una influenza su McLaughlin, come anche il Tony Williams Lifetime, in cui peraltro militò (e nel quale, anni dopo, fu sostituito da Allan Holdsworth). Ma nella formazione della Mahavishnu c’erano altri musicisti formidabili, a partire da Billy Cobham, che era una sorta di piovra umana della batteria, con mani ovunque che si muovevano freneticamente sul suo strumento (e che con Spectrum, di lì a poco, avrebbe realizzato una creatura simile ma più spostata verso il rock), o un tastierista come Jan Hammer, fra i primi ad usare strumenti elettrici ed elettronici in un ambito jazz e con sonorità rock, e poi compagno di avventura di Jeff Beck, un altro che ha preso una bella sbandata per il genere, che continua a tutt’oggi. Al violino, un virtuoso dello strumento elettrico, Jerry Goodman, proveniente da un gruppo quasi psichedelico come i Flock. Il più “scarso” fra loro, ma è un eufemismo, era il bassista Rick Laird, diciamo che era il meno incline al virtuosismo del gruppo.

Dopo questa lunga introduzione, saltiamo (non perché non sia valido, ma per motivi di spazio) di sana pianta tutta la carriera successiva di John McLaughlin, la collaborazione mistica con Santana (tutti e due vestiti di bianco, come due pirla), la seconda versione della Mahavishnu con Jean-Luc Ponty e il batterista (Narada) Michael Walden, il periodo “orientale” con gli Shakti, le collaborazioni in trio acustico con Paco De Lucia e il suo epigono (nella fase elettrica) Al Di Meola e poi tutto quello che è venuto dopo, dagli anni ’80 fino a questi The 4Th Dimension, che sono nuovamente un gruppo di musicisti straordinari a livello tecnico e  che hanno ridato alla musica del chitarrista quel drive sonoro che si era un po’ smarrito in una serie di album sempre validi, ma abbastanza blandi e ripetitivi ( a questi livelli comunque elevati, ovviamente). Now here this, a livello innovativo non porta nulla di nuovo, ma è suonato un gran bene, e gli amanti del genere avranno modo di apprezzare le evoluzioni sonore di tutti i componenti del gruppo.

Dai duelli, a mille all’ora, tra la chitarra di McLaughlin e la batteria dell’indiano Ranjit Baron (uno che non ha nulla da invidiare al miglior Billy Cobham), nell’iniziale Trancefusion, dove si cominciano ad apprezzare anche il piano elettrico di Gary Husband (collaboratore di Allan Holdsworth e mille altri), e il basso vorticoso del camerunense Etienne M’Bappé che al basso elettrico e fretless è una sorta di incrocio tra Jaco Pastorius e Stanley Clarke, un altro mostro di bravura. Parlando proprio di “mille” e oltre, la tanto da me vituperata AllMusic Guide, riporta 1245 collaborazioni di McLaughlin nel corso della sua carriera pluridecennale (qualcuna “ciccata” come al solito, perché mi sembra improbabile che nel 1954 abbia suonato con Stan Getz, a 12 anni e anche con i Platters?!?), mentre con le sorelle Labeque sì, anche perché una delle due è stata sua moglie. Nell’altrettanto potente groove di Riff Raff, dove l’interplay tra il basso funky di M’Bappé e la batteria di Baron si avvicina alla stratosfera del ritmo, Gary Husband utilizza un synth spaziale che ricorda le sonorità futuristiche di Jan Hammer e riaccende la vecchia fiamma della improvvisazione più feroce, in un McLaughlin che non sentivo così ispirato nei suoi assoli da lunga pezza. Addirittura in Echoes From Then sfodera delle timbriche di chiara derivazione rock, con una chitarra dal suono duro e grintoso che ha poco del tocco raffinato dei solisti jazz, mentre tutti gli altri strumentisti lo attizzano di gusto, con le sinuose linee di basso dell’africano e l’intricatissimo lavoro della batteria dell’indiano, per non parlare delle tastiere, veramente bravi. 

Dopo un terzetto di brani quasi ail limiti della frenesia, Wonderfall si appoggia al piano acustico di Husband e al basso fretless di M’Bappé per un approccio più lirico, rilassato, quasi morbido, mentre Call And Answer giostra attorno ad un prodigioso assolo di basso che ricorda i virtuosismi indimenticabili del miglior Jaco e McLaughlin e Husband si scambiano assoli degni di quelli della coppia Beck e Hammer. Not here, not there è l’altro brano tranquillo, un mid-tempo sognante, dalle scansioni tra soul e derive quasi pop, con un lungo assolo molto lirico e melodico, inconsueto per McLaughlin, forse l’unico pezzo che potremmo definire “fusion”. Guitar Love, ancora rockeggiante, con M’Bappé che suona il suo basso con i guanti (inteso in senso letterale, se guardate la foto interna il musicista suona con un paio di guanti) e McLaughlin che improvvisa lunghe sequenze di note con la sua chitarra e Baron si sfoga dei suoi patimenti per le collaborazioni bollywodiane con A.R. Rhaman, con delle serie di scariche di batteria che faranno godere i patiti dello strumento, mentre nella parte conclusiva Husband rilascia un bel assolo di organo. Nella conclusiva Take It Or leave it, c’è una commistione tra atmosfere indiane e il basso funky slappato (mancava!), mentre le tastiere avvolgono il sound di questo brano, il più breve dell’album, sotto i 4 minuti.

Bello, non pensavo, “after all these years” e a 70 anni suonati, Mister John McLaughlin è ancora un signor musicista, e con un fior di gruppo! Per appassionati del genere, ma anche per amanti del virtuosismo non fine a sé stesso, per ascoltare qualcosa di diverso.

Bruno Conti

Forse Non Più Un “Innovatore”, Sicuramente Ancora Un Grande Musicista (E Che Gruppo)! John McLaughlin & The 4Th Dimension – Now Here Thisultima modifica: 2012-10-25T19:58:00+02:00da bruno_conti
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