Ancora Tu…Ma Non Dovevamo Vederci Più? David Bowie – The Next Day

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David Bowie – The Next Day – RCA Deluxe Edition CD

La citazione battistiana (o mogoliana, visto che stiamo parlando del testo), gentilmente suggeritami da Bruno, calza proprio come la pancetta nell’amatriciana parlando di The Next Day, il disco dell’inatteso ed improvviso ritorno sulle scene di David Bowie, a dieci anni di distanza da Reality, dieci anni di nulla assoluto, durante i quali le speculazioni sullo stato di salute del Duca Bianco (o Ziggy Stardust, o quello che volete voi) si erano sprecate.

Invece, dai video promozionali apparsi già da qualche tempo, Bowie appare in ottima forma fisica, con un look come sempre giovanile (ma la chirurgia estetica avrà di certo dato il suo contributo), e The Next Day è già stato salutato dalla critica internazionale come l’evento dell’anno. Personalmente non sono mai stato un fan sfegatato di Bowie, non l’ho mai considerato indispensabile dal punto di vista musicale (da quello della gestione della propria immagine invece lo reputo uno dei maestri assoluti): autore di diversi ottimi dischi, alcuni anche più che ottimi (Ziggy Stardust, Heroes e quello che considero il suo capolavoro, cioè Hunky Dory), ma senza di lui la storia della musica sarebbe stata la stessa.

Comunque un personaggio importante, e non posso che salutare con piacere il suo ritorno (personalmente mi è anche sempre stato simpatico), per il quale ha scelto di farsi produrre ancora da Tony Visconti, cioè l’uomo a cui è più legato dal punto di vista artistico (oltre alla celebre trilogia berlinese Heroes/Low/Lodger, Visconti è stato l’artefice anche di dischi importanti come Young Americans, Scary Monsters, oltre alle due ultime fatiche del White Duke, Heathen e Reality, nonché dei primi album). Anche i musicisti impiegati sono un misto tra nuovo e vecchio: Zachary Alford e Sterling Campbell sono i batteristi che si alternano, al basso due “classici”, Gail Ann Dorsey, anche alle armonie vocali con Janice Pendarvis e Tony Levin, chitarre David Torn e Earl Slick, oltre a Tony Visconti, Gerry Leonard e lo stesso Bowie che suonano un po’ di tutto,  sono i principali utilizzati, aggiungiamo Steve Elson ai fiati, clarinetto e sax.  

Se Bowie ha fisicamente bevuto l’elisir di giovinezza (come il personaggio interpretato in Miriam Si Sveglia A Mezzanotte, film che ricordo più che altro per una memorabile scena di sesso tra Catherine Deneuve e Susan Sarandon…ma qui siamo su un blog musicale), bisogna però notare un certo pessimismo nei testi dei quattordici brani del disco (diciassette nella immancabile deluxe edition): canzoni che parlano di vecchiaia, di paura della morte che si avvicina e di altre cupezze simili. Indicativa in tal senso la copertina del CD, cioè la stessa di Heroes con un quadrato bianco a coprire il volto di David, quasi come a voler significare che il passato non torna (ed anche il titolo dell’album va in questa direzione). Musicalmente, per fortuna, il CD non è una nenia funebre, ma ci presenta invece il Bowie più classico, quello per intenderci degli ultimi tre album (Hours, il mio preferito nel terzetto, ed i già citati Heathen e Reality): la presenza di Visconti in tal senso è una garanzia, il suono è “Bowie” che più classico non si può, ma il Duca è in ottima forma e quindi The Next Day si può tranquillamente definire come un ritorno pienamente riuscito (grazie a Dio ha evitato le porcherie moderniste di Outside ed Earthling, ma anche l’hard un po’ sgangherato dei Tin Machine).

La title track, che apre l’album, è un vivace pop rock, leggermente dylaniano (His Bobness è sempre stato uno dei suoi punti di riferimento), chitarre “alla Robert Fripp” ed una buona dose di energia. E poi risentire la sua voce è comunque un piacere. Dirty Boys è un funk-rock un po’ algido (Bowie non è mai stato particolarmente caloroso), cadenzato e godibile, simile a certe cose dell’album Black Tie White Noise; The Stars (Are Out Tonight), che è il singolo in programmazione attualmente, è un’ottima pop song in perfetto Bowie style, ritmata e caratterizzata dalla carismatica presenza vocale dell’autore, mentre Love Is Lost è un po’ sintetizzata ma ha dalla sua un beat molto interessante.

Where Are We Now? è stato il primo brano proposto dall’album, un lento molto d’atmosfera, notturno, languido (e un po’ palloso, diciamolo); molto meglio Valentine’s Day, un rockettino con un bel riff di chitarra e cori al posto giusto, Bowie al suo meglio, sembra una outtake degli anni settanta. La frenetica If You Can See Me ha diverse soluzioni strumentali interessanti ma melodicamente latita un pochino, mentre I’d Rather Be High vede il nostro più dentro alla canzone, molto buona peraltro, un brano che rimanda direttamente alle atmosfere berlinesi (ma un po’ tutto il disco è zeppo di autocitazioni, e penso che dopo dieci anni i fans non volessero altro). Boss Of Me è un gradevole pezzo dal retrogusto errebi, con David che canta con convinzione, uno dei miei preferiti finora; Dancing Out In Space è la trecentoventesima canzone di Bowie che parla dello spazio, e non è affatto male, anche se avrei gradito un po’ più di calore in più (ma è come chiedere a Lady Gaga di vestirsi con sobrietà). How Does The Grass Grow? ha un po’ troppo synth per i miei gusti, ed il brano in sé è una bizzarria, anche se non sgradevole; (You Will) Set The World On Fire è finalmente un brano rock in tutto e per tutto, e manco a dirlo è uno dei più riusciti del lavoro (lo proporrei come prossimo singolo).

La parte “normale” del disco si chiude con la splendida ballata You Feel So Lonely You Could Die, fluida, emozionante, vibrante, cantata in maniera appassionata, in poche parole Bowie at his best (inutile dire che è la migliore dell’album, almeno per me, degna di entrare in qualsiasi greatest hits futuro), e con la cupa (e un po’ tetra) Heat. La versione deluxe del CD prevede altri tre brani: la breve e vivace So She, con la sua atmosfera deliziosamente anni sessanta, la ancor più breve Plan, uno strumentale guidato da una chitarra leggermente distorta, un pezzo senza molto costrutto, e la roccata I’ll Take You There, un brano che non avrebbe sfigurato (come d’altronde So She) nella versione standard del dischetto. E c’è anche Obstacle, esclusiva alla versione download di iTunes.

Un ritorno molto positivo in definitiva: dieci anni di assenza non sono pochi, un po’ di ruggine era comprensibile, ma Bowie, nonostante due-tre canzoni forse di troppo, ci regala uno dei suoi lavori più positivi dagli anni ottanta in poi.

E poi la classe non arrugginisce mai.

Marco Verdi

Ancora Tu…Ma Non Dovevamo Vederci Più? David Bowie – The Next Dayultima modifica: 2013-03-12T00:53:00+01:00da bruno_conti
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