Replay: Ecco La Ristampa Dell’Anno! – The Waterboys – Fisherman’s Box

***NDB Visto che, causa sparizione di molti Post nel passaggio da un Blog all’altro (stiamo lavorando per farli riapparire, ma è dura, ci vorebbe il Mago Merlino o la Strega Nocciola, ma mai dire mai), alcune persone mi hanno detto di non avere fatto in tempo a leggere questo lungo articolo, il supplemento della domenica del Disco Club, dedicato da Marco Verdi a questa bellissima ristampa, eccolo di nuovo, buona lettura!

waterboys fisherman's box

The Waterboys – Fisherman’s Box Parlophone 6CD Box Set – 7CD + LP Super Deluxe

Il parere espresso nel titolo del post è ovviamente personale, anche perché il 2013 verrà ricordato come l’anno dei box set e delle ristampe eccellenti, e mai come quest’anno la scelta sulla migliore riedizione sarà ardua e legata ai gusti di ciascuno degli eventuali votanti.

Cito alla rinfusa alcuni dei pretendenti al titolo, sconfitti sul filo di lana dal box di cui mi accingo a parlare: la monumentale retrospettiva su Duane Allman, la deluxe version di Brothers & Sisters degli Allman Brothers Band, il decimo Bootleg Series di Bob Dylan (oltre al megabox di 47 CD con la sua opera omnia), l’ennesima edizione, spero definitiva, di Tommy degli Who, il live in 4CD di The Band, il sestuplo sulla carriera dei Beach Boys con una valanga di inediti, il ghetto blaster dei Clash, il secondo disco dei Velvet Underground in versione tripla e l’imminente cofanetto di Eric Clapton dedicato agli anni dal 1974 al 1976.

Per non parlare della lussuosa pubblicazione dedicata alle sessions di Moondance di Van Morrison, che è sempre stato uno dei miei cinque dischi da isola deserta.

(NDM: per quei due o tre curiosi che vogliono conoscere anche gli altri quattro, eccoli: Highway 61 Revisited di Bob Dylan, The River di Bruce Springsteen, John, The Wolfking Of L.A. di John Phillips e The Fillmore Concerts degli Allman).

waterboys fisherman's blues

Ma veniamo al Fisherman’s Box: come saprete l’album del 1988 Fisherman’s Blues,da parte del gruppo anglo-scoto-irlandese dei Waterboys, è considerato a ragione il loro capolavoro, nonché uno dei dischi più belli degli anni ottanta, un album nel quale il rock cantautorale del carismatico leader Mike Scott si fondeva mirabilmente con sonorità sia celtiche che americane, country e folk soprattutto, un disco perfetto sia dal punto di vista musicale che da quello testuale, uno dei rari casi nei quali la musa ispiratrice è ben tangibile dal primo all’ultimo brano. Molte band del genere Americana, venute dopo, inseriranno questo album tra le loro influenze principali.

waterboys fisherman's

Eppure quel disco era frutto di numerose sessions protrattesi per ben due anni, in diversi studi tra Irlanda e San Francisco e con diversi produttori (tra cui Bob Johnston, famoso per aver lavorato, tra gli altri, con Dylan, Johnny Cash e Leonard Cohen): vi risparmio la storia travagliata di quel disco, servirebbe un post a parte, ma ricordo soltanto che quelle sedute hanno dato alla luce altri due album, e cioè un secondo CD di inediti nella versione deluxe dell’opera originale, uscita nel 2006, ed un CD del 2001 intitolato Too Close To Heaven, nel quale Scott presentava altre outtakes, rimixandole ed aggiungendo diversi overdubs (in alcuni casi ricantandole da capo).

Ma il grosso di quelle registrazioni (più di ottanta brani) era rimasto nei cassetti, e quest’anno finalmente Scott si è deciso a renderle pubbliche: Fisherman’s Box contiene (o dovrebbe contenere) tutto, ma proprio tutto ciò che Mike e compagni hanno inciso in quei due anni, compresi i demo, le prove ad alcune cose appena accennate, oltre naturalmente a tutte le canzoni già pubblicate ufficialmente (anche se manca Good Man Gone, tratta da Too Close To Heaven, in quanto scritta durante quelle sessions, ma incisa soltanto nel 1991).

Un body of work impressionante, un viaggio irripetibile lungo 6CD nel mondo della musica popolare: infatti, oltre ai brani originali (e ce ne sono molti che ci chiediamo come possano essere rimasti inediti fino ad ora), ci sono varie cover versions di autori di riferimento per Scott e soci, Dylan su tutti, ma anche Morrison, Hank Williams, i Beatles ed altri che vedremo.

(NDM2: nella versione super deluxe, il settimo CD è infatti una compilations con alcuni brani dei musicisti che più hanno influenzato i Waterboys, anche se mancano sia Dylan che Morrison, un dischetto aggiuntivo tutto sommato inutile che, aggiunto al vinile del disco originale, serve solo a far lievitare il prezzo, che per la versione di 6CD è invece incredibilmente contenuto).

waterboys trio photo

Il box è, per dirla in parole povere, una goduria unica: se Mike Scott lo conoscevamo (a mio giudizio uno dei songwriters più di talento degli ultimi trent’anni), ascoltando i 121 brani presenti viene alla luce l’importanza per il sound della band di Steve Wickham ed Anthony Thistlethwaite, rispettivamente al violino e mandolino (il secondo anche al sassofono), vera e propria spina dorsale del gruppo, oltre alla sezione ritmica che suona decisamente rock, grazie al basso di Trevor Hutchinson (ma anche di John Patitucci in qualche brano) ed ai diversi batteristi che si sono succeduti (tra cui Fran Breen, Kevin Wilkinson e, dalla band di Patti Smith, Jay Dee Daugherty fino al mitico Jim Keltner), oltre ad una lunghissima serie di amici e sessionmen e qualche ospite di rilievo.

Nella confezione troviamo un bel libretto, con note, canzone per canzone, da parte di Scott (i brani sono presentati in rigoroso ordine cronologico, una scelta più che sensata), e con la prefazione di Colin Meloy dei Decemberists.

Dato che mi sono già dilungato abbastanza (anche se so che il Bruno non mi taglia, ma non voglio approfittarne), vado ora ad esaminare brevemente i sei CD citando gli episodi salienti, ed omettendo tutti i brani già noti (a proposito, il tutto è rimasterizzato ex novo).

waterboys fisherman's box back

CD1: tra tutti, quello con la più ristretta combinazione spazio-temporale: è infatti frutto di un’unica session, tenutasi a Dublino il 23 Gennaio del 1986. E si parte subito alla grande con Stranger To Me http://www.youtube.com/watch?v=WvL_AfR3koY , una strepitosa country song guidata da fiddle e mandolino, con la voce carismatica di Scott in primo piano ed una melodia da urlo; segnalo anche una bella versione, molto personale, del classico di Hank Williams, I’m So Lonesome I Could Cry, un demo pianistico di Fisherman’s Blues, che ha già i germogli della grande canzone, una scintillante I’ll Be Your Baby Tonight di Bob Dylan http://www.youtube.com/watch?v=Mges1Ei9IBI (e c’è anche Girl From The North Country, gia pubblicata sulla versione deluxe del 2006 ma talmente bella che merita ancora una menzione, sembra uscita dalle sessions di Desire, noto album del grande Bob). Per finire con la lunga e fantastica Saints And Angels, strumentale per i primi quattro minuti, con Scott che poi inizia ad intonare una melodia straordinaria, morrisoniana al 100%,, per dieci minuti di pura libidine: assurdo che fosse rimasta inedita sino ad oggi http://www.youtube.com/watch?v=AxJHBLy-jR8.

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CD2: qui gli highlights sono un trascinante gospel-rock dal titolo di One Step Closer, ancora Dylan con una When The Ships Comes In che purtroppo è solo un breve frammento, una versione diversa da quella conosciuta di Too Close To Heaven, più intima e dominata dal piano di Scott, con un bellissimo crescendo, e The Prettiest Girl In Church, altra magnifica country song mai sentita prima, con Mike che parla nelle strofe più che cantare, per poi stenderci con un ritornello irresistibile (avete presente Faraway Eyes degli Stones? Ecco, siamo da quelle parti). E poi una quasi jam session con ospiti Donal Lunny dei Moving Hearts e Liam O’Maonlai degli Hothouse Flowers, che parte con Lost Highway http://www.youtube.com/watch?v=csR5ku3TdkU, sempre di Hank Sr., per finire con una corale e gioiosa resa dell’inno della Carter Family Will The Circle Be Unbroken?

CD3: subito un trascinante rock’n’roll, Ain’t Leavin’, I’m Gone, una prima, splendida versione della giga tradizionale When Will We Be Married  http://www.youtube.com/watch?v=bUzB3a_bMf4, una deliziosa ballad intitolata When I First Said I Loved Only You, Maggie, cantata e suonata alla grande (anche questa un delitto che sia stata lasciata fuori), ed una versione alternata del coinvolgente gospel On My Way To Heaven. Alla fine, del CD, un vero e proprio piece de resistence di 25 minuti, Soon As I Get Homehttp://www.youtube.com/watch?v=AW42rE24UCManch’esso con l’influenza di Van Morrison abbastanza evidente, ed una personalissima Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Fab Four.

CD4: qui troviamo una toccante cover di Come Live With Me dei fratelli Bryant, ma presa dal repertorio di Ray Charles, una Higher In Time per voce e due pianoforti, ricca di pathos, una coinvolgente Too Hot For Cleanhead, tra swing e rock’n’roll, la maestosa I Will Meet You In Heaven Again e soprattutto la splendida A Golden Age, una sontuosa ballata http://www.youtube.com/watch?v=lEuZNI5cSTQ anch’essa inspiegabilmente mai pubblicata fino ad oggi, con l’evocativa cornamusa di Vinnie Kilduff.

CD5: questo dischetto ha il meglio nelle versioni alternate di brani già noti: si inizia con la migliore tra le varie versioni di Higherbound, un folk-rock splendido, con un feeling enorme, per proseguire con un’altra take di Fisherman’s Blues  http://www.youtube.com/watch?v=XFrMSJgOIpM, che non avrebbe sfigurato sull’album del 1988, Has Anybody Seen Hank?, il toccante omaggio al padre della moderna country music, persino meglio dell’originale, ed una scintillante e grandiosa Strange Boat  http://www.youtube.com/watch?v=x-NXwRUQcmg, una delle gemme assolute del box. In più, un’ispirata rilettura del traditional gospel Working On A Building (incisa tra gli altri da Elvis Presley e John Fogerty), talmente personale da sembrare un brano dei Waterboys stessi.

waterboys strange boat

CD6: forse il migliore tra tutti, parte con la dylaniana On My Way To Tara  http://www.youtube.com/watch?v=gr9Rlac6HtA, per proseguire con l’imperdibile traditional Two Recruitin’ Sergeants, dove Scott canta con un marcato accento scozzese, e la musica ricorda quella dei migliori Fairport Convention. Poi meritano Strange Boat in versione acustica, che non perde un’oncia della sua bellezza, la struggente In Search Of A Rose  http://www.youtube.com/watch?v=cgNwiYKAbQM, in due superbe versioni, una full band e l’altra per voce, mandolino e violino, la take completa dell’inno di Woody Guthrie This Land Is Your Land, che chiudeva il disco originale ma durava appena un minuto, e l’ennesima cover di Dylan, Buckets Of Rain, che chiude il box con una nota di malinconia.

A parte citerei la fantastica And A Bang On The Ear  http://www.youtube.com/watch?v=xmyPHfu9c0c, la più bella canzone in assoluto di tutto il box (e forse dei Waterboys), che è la versione già conosciuta ma aggiunge più di due minuti inediti in coda. E tutte quelle che non ho citato nel corso dei sei dischetti…vi lascio il piacere di scoprirle da soli.

In conclusione, per dirla con una parola (anzi due): assolutamente imperdibile, anche per il prezzo per una volta non esorbitante.

Intanto mi informo se sull’isola deserta di dischi (intesi come pubblicazioni, quindi un box equivale ad un disco) ne posso portare sei invece di cinque…

Marco Verdi

Sempre Più “Italiani Per Caso”, Dalla East Coast (Romagna Shore) Ora Anche In DVD (Più CD) Dal Vivo! – Miami & The Groovers – No Way Back

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Miami & The Groovers – No Way Back – Self Released CD+DVD

C’è un gruppetto di  prodi musicisti in Italia, penso ai Lowlands di Ed Abbiati (la cui strada,come racconta nel DVD, si è incrociata con quella dei Miami), Mandolin’ Brothers, Cheap Wine, W.i.n.d, sicuramente Miami & The Groovers (ma ce ne sono altri, gruppi e solisti, mi vengono in mente Max Meazza a Milano o Stefano Frollano a Roma, per esempio), che hanno avuto i loro natali in Italia, ma sono stati allevati a pane e rock’n’roll ( e blues, folk, country, aggiungete generi a piacimento) e i risultati, giunti alla maggiore età, si vedono e si sentono. Prendiamo Lorenzo Semprini (un Lorenzo giusto, non aggiungo altro, per non scatenare risse) e i suoi degni compari di avventura, Beppe Ardito, Alessio Raffaelli (da un paio di anni anche in comproprietà, senza possibilità di riscatto, con i Cheap Wine), Luca Angelici e Marco Ferri, se fossimo sulla Jersey Shore si confronterebbero con Bobby Bandera, Southside Johnny Lyon, “Miami” Steve Van Zant e, lì vicino, con Carolyne  Mas, Steve Forbert, Willie Nile, Joe Grushecky, Joe D’Urso, persino con un certo Bruce Springsteen, il boss di tutti. Ed è quello che hanno sempre fatto, il credo è quello, la musica anche, cambia forse la location, ma mai darsene per intesi, fare finta di nulla, in fondo trattasi solo di canzonette, come diceva Enzo Jannacci, ma fatte bene, aggiungo io! Non venderanno mai tonnellate di CD, forse non si esibiranno di fronte a folle oceaniche, ma già la due giorni in quel di Cesenatico nel marzo 2013 per registrare questa piccola delizia che festeggia dieci anni on the road della band, è un segnale di grinta ed inconscienza al tempo stesso. Come si fa a fare una bella confezione, apribile a tre ante, come dicono quelli che scrivono bene, con taschino che comprende il libretto, e un CD e un DVD, o viceversa, negli appositi contenitori del digipack, e poi pensare di venderla a soli 18 euro più le spese di spedizione? Si fa, e poi si spera! L’unico appunto (ce ne sarebbe un altro, ve lo dico fra un attimo), ma non dipende da loro, è quello che poi bisogna spargere la buona novella, fare sapere che esiste questo gioiellino: ma la stampa specializzata (in cosa?) italiana, giustamente preoccupata da X-Factor, Castrocaro e altri reality vari, ha ben altro di cui occuparsi. E quindi a questo mondo di carbonari del rock, a cui mi onoro di appartenere, spetta l’onere e l’onore di farne conoscere l’esistenza. Il Buscadero, Backstreets e qualche Blog di coraggiosi ne ha parlato, cerchiamo di allargare la fascia a folle ancora più oceaniche!

http://www.youtube.com/watch?v=1r0hSIqbPj0

L’altro piccolo appunto, così mi levo il pensiero, ma neanche una cover di lui? Bruce che ci dà la luce. L’influenza aleggia nell’aria e nella musica, ma una Glory Days, una Because The Night, una Thunder Road, no? Non è un delitto, perché diciamolo anche questo subito, i dischetti, ed il concerto da cui sono nati, non hanno nulla da invidiare al miglior rock d’oltre oceano e anche oltremanica, qualcuno ha detto Clash, Mott The Hoople, Stones? Io no, ma l’ho pensato, giuro, d’altronde un altro dei credo del chirurgo/cantante di cui sopra era “l’importante è esagerare”! E quindi vai con riff che sembrano uscire dai dischi di Townshend o di Jagger-Richards, Jones e Strummer, Page e Beck, mescolati a ballate che profumano di Springsteen e Earle, qualche piccolo tuffo nel folk bastardo dei Pogues, assolo di chitarra da manuale del rock, con e senza wah-wah, e penso a Always The Same e Sliding Doors, piccole cavalcate in punta di fisarmonica, duetti con il cantautore Daniele Tenca, anche con piccola citazione della lingua italiana, in Tears Are Falling Down o Quando Il Cielo E’ Fragile, se preferite, cantata a due voci con l’autore, a parti invertite nei due formati, prima l’una e poi l’altra, a seconda del supporto.

http://www.youtube.com/watch?v=YPQZ4RSX_BM

Il pubblico dei supporters, radunati nel bel teatrino di Cesenatico, conosce a memoria la canzoni e canta con il gruppo, Il Merlo Produzioni, in circa 100 minuti di video, con profusione di mezzi e telecamere, racconta il tutto, scorrono alcune delle loro canzoni più belle: la coinvolgente Audrey Hepburn’s Smile con Renato Tammi alla chitarra, il rock “operaio”, sarebbe blue collar, ma per rimanere in Italia, di Walkin’ All Alone con Riccardo Maffoni, voce aggiunta, il riff’n’roll di Good Things e We’re Still Alive. Non è che vi posso proprio dire tutto, andate a comprarlo, lo trovate qui http://www.miami-groovers.com/, insieme a tutte le informazioni e le tracklists dei brani.

E questi son bravi, ragazzi! Per citare il “vate” sarà pure solo rock and roll, ma ci piace.

Le prossime date del tour sono queste:

 22 NOVEMBRE: House of rock, Via D. Campana 69, Rimini tel. 0541 775803 – 331 1862778 (special Miami birthday show! full band)

25 NOVEMBRE: La bottega della creperia, piazzetta Gregorio da Rimini, Rimini centro – acoustic night with guests Benefit for Joey Huffman h 22

29 NOVEMBRE: Ghinea Pub, viale Trieste 356,  Marina di Ravenna Tel. 0544/530215. Cell. 393/9925969   h 22,30

30 NOVEMBRE: Osteria Harissa, via Roma 1266 San Savino (Monte Colombo RN)  tel. 0541/985771 “Questa terra è la tua terra” special Woody Guthrie night h 21,45

2 DICEMBRE: Pub Pappafico, Lungomare D’Annunzio 36 (di fronte al Grand Hotel), Cervia (Acoustic trio) h 22 Tel. 0544 973196

7 DICEMBRE: Light of day benefit, Teatro Rossini Lugo (RA) con: Jesse Malin, Joe D’Urso, Guy Davis (Songwriters in circle) h 20  INFO E PRENOTAZIONI: tel. 338/8897725

14 DICEMBRE: CHRISTMAS SHOW, Piazza Mazzini  Teatro comunale di Sogliano (FC) con ospiti h 21 – Info e prenotazioni: miamigroovers2012@gmail.com (Opening act: Hernandez & Sampedro)

15 DICEMBRE: CHRISTMAS SHOW, Piazza Mazzini  Teatro comunale di Sogliano (FC) con ospiti h 16 – Info e prenotazioni:  miamigroovers2012@gmail.com (Opening act: Landlord)

20 DICEMBRE: Factory Lab, Via Bruxelles 12 Baia Flaminia Pesaro h 23 (full band)

23 DICEMBRE: La bottega della creperia, piazzetta Gregorio da Rimini, Rimini centro h 22

29 DICEMBRE: La tana del luppolo, via del Porto 3, Gabicce mare (PU) h 18 tel. 339/2154305

ANTEPRIMA 2014:

3 Gennaio: I Cerchi nel grano, Rimini (Borgo)

26 Febbraio: Birroteca doppio malto, Cecina (LI)

8 Marzo: Spaziomusica, Pavia

21 Marzo: Sacco e Vanzetti, Concordia Sagittaria (Venezia)

22 Marzo: Makaki, Trieste

In qualità di nordista dell’ovest mi sono perso la serata di Cantù (ero a vedere Charles Bradley), ma penso che andrò a vederli a Spazio Musica di Pavia a Marzo.

Bruno Conti

P.s Un grazie a Lorenzo Semprini, per la gentilezza dimostrata alle mie richieste via mail

 

E’ Giusto Riscoprirlo! – Jethro Tull – Benefit

jethro tull benefit

jethro tull benefit back

Jethro Tull – Benefit – Chrysalis/WEA 2CD + DVD

Continua la serie di ristampe per il quarantennale dei dischi dei Jethro Tull (anche se in effetti non vengono rispettate esattamente le scadenze delle quattro decadi): dopo le edizioni deluxe di This Was, Stand Up, Aqualung e Thick As A Brick è ora la volta di Benefit. Come avrete già notato, non è che la cronologia sia stata rispettata a dovere, in quanto il Benefit originale uscì nel 1970, in mezzo a Stand Up ed Aqualung, ma questo è evidentemente il destino di questo album, da sempre considerato una sorta di figlio minore nell’ampia discografia del gruppo di Ian Anderson, soprattutto dovuto al fatto che fu pubblicato in mezzo a due tra gli LP considerati fondamentali dai fans e dalla critica (soprattutto Aqualung, da sempre il disco più famoso della band, anche se Anderson non è d’accordo sul fatto che sia anche il migliore), ed anche perché non conteneva hit singles o brani degni di essere inseriti in un possibile greatest hits.

http://www.youtube.com/watch?v=m9QtTZJWkms

Credo che ora sia giunto il momento di rivalutare questo album, liquidato frettolosamente come un disco di transizione: in realtà è un disco di una certa importanza, in quanto conferma il distacco dalle radici blues del debutto This Was (distacco già iniziato con Stand Up) e continua il percorso tra rock e folk (per alcuni anche progressive, ma io non ho mai considerato i Tull un gruppo progressive), con deviazioni anche nell’hard, che porterà alla maturazione totale di Aqualung (io per esempio preferisco Benefit a Thick As A Brick, a mio parere troppo pretenzioso e datato). Questa ristampa deluxe ci permette di ascoltare l’album con una veste sonora di tutto rispetto: come già per Aqualung e Thick As A Brick il progetto è stato affidato alle mani di Steven Wilson, leader dei Porcupine Tree, che si sta specializzando in questo tipo di operazioni (ha curato anche il missaggio del seguito di Thick As A Brick, ad opera del solo Anderson, ed anche della ristampa del mitico In The Land Of Grey And Pink dei Caravan, oltre alla discografia completa dei King Crimson): nel primo CD troviamo il disco originale con un remix nuovo di zecca, più alcune bonus tracks (che però sono le stesse della ristampa del 2001), nel secondo altri remix mono e stereo di brani del primo CD (più The Witch’s Promise, anch’essa in mono e stereo) e nel DVD (audio) l’album ed i bonus in un diverso missaggio stereo, in surround ed in DTS, praticamente una chicca utile solo per maniaci del suono (e per far salire il prezzo della ristampa). A dire il vero, si poteva fare di più anche nel secondo CD, in quanto non ha molto senso continuare a riproporre remix sempre delle stesse canzoni: alla fine le uniche cose inedite sono due spot radiofonici dell’epoca della durata di un minuto ciascuno!

(NDM: pare che per il 2014 siano già in cantiere, sempre con Wilson al comando, la ristampa di A Passion Play e dei famigerati Chateau D’Isaster Tapes, già pubblicati in parte nel 1993 all’interno del doppio CD di inediti Nightcap. Staremo a vedere…).

Cerchiamo allora di goderci Benefit nel primo dischetto, con una resa sonora davvero scintillante (Wilson ha tecnicamente fatto un ottimo lavoro): riascoltiamo quindi l’opening track With You There To Help Me, una tipica Tull song, rock al punto giusto e con un bel duello tra il flauto di Anderson e la chitarra di Martin Lancelot Barre (gli altri membri del gruppo all’epoca erano Glenn Cornick al basso e Clive Bunker alla batteria, con il tastierista John Evan come membro onorario), alla quale seguono le ottime Nothing to Say e Alive And Well And Living In, con un Anderson in forma smagliante, come d’altronde tutta la band. Il disco forse non ha il brano capolavoro, ma è molto compatto e non ha neppure episodi minori: personalmente i momenti che preferisco sono la ballata For Michael Collins, Jeffrey And Me, di stampo acustico e con una bella melodia tipicamente andersoniana, To Cry You A Song, forse il brano più famoso del disco, un brano hard che risente di influenze esterne (Led Zeppelin) , la robusta Play In Time, leggermente psichedelica, e la conclusiva Sossity, You’re A Woman, altra bella ballata che anticipa quelle che saranno poi le atmosfere di Aqualung.

Come bonus abbiamo Singing All Day, Sweet Dream, 17 e due diverse versioni della gradevole e più radiofonica Teacher, pubblicata all’epoca come singolo ma incluso nella verisone USA di Benefit, dato che gli americani volevano un singolo per spingere l’album: Anderson e compagni dovettero re-incidere Teacher apposta per il mercato statunitense (una volta c’era questa usanza) un po’ controvoglia perché il brano poco c’entrava con lo spirito di Benefit: qui sono presenti sia la versione USA che UK.

jethro tull benefit remastered 2002

In conclusione, una ristampa che riabilita un disco il più delle volte bistrattato, con un po’ di delusione per le bonus tracks: se avete già la ristampa del 2001 e non siete maniaci del suono, questa nuova versione è inutile. Se invece la vostra collezione dei Tull passa da Stand Up direttamente ad Aqualung, è tempo di riparare alla lacuna.

Marco Verdi

Intramontabile “Dandy” Del Rock – Bryan Ferry – Live In Lyon

 

bryan ferry live in lyon

bryan ferry live in lyon back

Bryan Ferry – Live in Lyon – Eagle Vision 2013 – Dvd – Blu-Ray Deluxe Edition

Sia come frontman dei Roxy Music e poi come solista, Bryan Ferry si è ritagliato nel corso di una carriera quarantennale (e oltre), uno spazio musicale che assimilava rock, pop, soul, blues e jazz, riuscendo a creare un suono che è unicamente suo. Ferry è originario di Washington (contea del Durham inglese), e ancora studente all’Università di Newcastle nel ’64 forma i Banshees e con loro incide il primo singolo I Got A Woman, Nel 1970 con Brian Eno, Phil Manzera, Andy Mackay, Graham Simpson e Paul Thompson forma i Roxy Music che guiderà (pur fra molte crisi) sino allo scioglimento avvenuto nel 1983. Con i Roxy, Bryan vive periodi di buon successo di critica (gli anni del “glam-kitsch rock” con Brian Eno) e altri di grande popolarità (a cavallo tra i ’70 e gli ’80) con un repertorio più leggero ed intrigante. Parallelamente agli impegni con il gruppo, Ferry sviluppa una propria carriera solista all’insegna del rock melodico e romantico, con un repertorio che attinge spesso ai “classici” leggeri americani (è il caso di These Foolish (73) e Another Time Another Place (74), con una buona selezione di cover d’autore (Beatles, Rolling Stones, Bob Dylan, Miracles, Carole King), entrambi premiati dal pubblico inglese. Negli anni seguenti seguiranno con cadenza abbastanza regolare una dozzina di album di buon livello, di cui mi piace segnalare Taxi (93) composto interamente da cover (tra cui classici come All Tomorrow’s Parties, I Put A Spell On You, Amazing Grace), l’ottimo tributo a Dylan Dylanesque (06)  http://www.youtube.com/watch?v=JGjAvIVCKO4, e l’intrigante The Jazz Age dello scorso anno (una rivisitazione in chiave jazz strumentale dei suoi successi) http://www.youtube.com/watch?v=eJmlP7W2wQQ.

Nel luglio 2011 in pieno tour promozionale per l’album Olympia, Bryan Ferry ha fatto tappa al prestigioso Teatro antico di Fourvière (presso Lione), in una location da brividi e  con una band di primissimo livello comprendente Oliver Thompson e Neil Hubbard alle chitarre, Colin Good al piano, Andy Newmark e il figlio Tara alla batteria, Jeremy Meehan al basso, la bella e brava Jorja Chalmers alle tastiere e sax, e a completamento, un manipolo di coriste e ballerine, per una sontuosa scaletta (22 canzoni) infarcita di successi suoi e dei Roxy  http://www.youtube.com/watch?v=cdWjYuwTTrU.

Ferry sale sul palco e inizia lo show con un classico di Screamin Jay Hawkins I Put A Spell On You e le “dylaniane” Just Like Tom Thumb’s Blues e Make You Feel My Love, per poi colpire al cuore con le ballate romantiche Slave To Love, If There is Something, http://www.youtube.com/watch?v=uOw_dNkMx5Q Reason Or Rhyme  http://www.youtube.com/watch?v=0bmFl0seKII, una Oh Yeah (che dal vivo sprigiona sempre grande energia) e una torrida versione di Like A Hurricane di Neil Young http://www.youtube.com/watch?v=v1LmojswD6Q . Dopo una delicata Tara in onore del figlio, parte il set con brani del periodo Roxy con la sempre emozionante “tropicale”Avalon, My Only Love, What Goes On, Sign Of The Times  e una frizzante Love Is The Drug. La parte finale del concerto rende omaggio ai grandi autori nuovamente con il Dylan di All Along The Watchtower, Let’s Stick Together (Wilbert Harrison), Hold On I’m Coming (Hayes e Porter, dal repertorio di Sam & Dave), e una sincera ed emozionante versione di Jealous Guy (Lennon), da sempre “cavallo di battaglia” di Bryan, in chiusura di una magnifica “performance” live.

Il concerto è supportato da immagini altamente suggestive, che ripercorrono, come detto, un repertorio quarantennale disseminato da successi planetari, dove Ferry ancora una volta affascina con il suo stile elegante e suadente (rivitalizzato da giovani musicisti come suo figlio e Thompson) e questo Live in Lyon è semplicemente un ultimo tesoro, in una vitale carriera piena zeppa di gioielli.

NDT: Il DVD è arricchito da un interessante documentario e un minuzioso making of straboccante di interviste ed esclusive riprese in studio, con interventi di Nile Rodgers, Flea e Dave Stewart.

Tino Montanari

Meglio Tardi Che Mai!!! The Moody Blues – Timeless Flight

moody blues timeless flight box

*NDB In questo periodo di interregno (e sperando che vengano ricaricati gli oltre 1500 Post che mancano all’appello, circa quattro anni di lavoro) proseguiamo un poco a zig zag, con Post dedicati alle novità, recuperi di vecchi dischi che si erano persi per strada, come questo dedicato da Marco al cofanetto dei Moody Blues e articoli che vengono creati all’impronta, in attesa di “abituarmi” al nuovo Blog. Abbiate pazienza se tutto non sarà perfetto nei prossimi giorni, tipo caratteri di scrittura diversi negli articoli e altre imperfezioni e continuate a leggere. Speriamo di risolvere il tutto a breve.

Grazie

Bruno Conti

The Moody Blues – Timeless Flight Threshold/Universal 11 CD + 6 DVD Box Set

Il titolo del post è dovuto al fatto che questo cofanetto è già uscito da diversi mesi, più o meno all’inizio di giugno, e credo che anche Bruno avesse perso le speranze di vedere un giorno questa recensione: invece eccomi qui, e devo dire che la vicinanza delle feste natalizie può essere un incentivo per (ri)scoprire questo bellissimo box, vedasi alla voce “consigli per gli acquisti”.

I Moody Blues, inglesi di Birmingham, sono uno dei gruppi più sovente dimenticati dagli addetti ai lavori, e per le nuove generazioni sono degli illustri sconosciuti (a parte che molti dei ragazzi di oggi non sanno neppure chi è Elton John, tanto per citarne uno famoso), ma va senz’altro ricordato che a cavallo tra gli anni sessanta e settanta pubblicarono alcuni tra i più bei dischi di pop-rock di quel periodo, con tendenze (molto blande) al progressive, e se oggi certi suoni possono sembrare datati, va detto che alcune loro canzoni sono belle ancora adesso.

Il nucleo originale era formato da Justin Hayward, leader del gruppo ed autore della maggior parte dei brani (da solo o in collaborazione), Graeme Edge, John Lodge, Ray Thomas (che abbandonerà il gruppo nel 2002) e Mike Pinder (che lascerà invece nel 1978, sostituito da Patrick Moraz che se ne andrà a sua volta nel 1990), e fu questa formazione a pubblicare gli album migliori, vere e proprie sinfonie pop dai titoli di Days Of Future Passed, In Search Of The Lost Chord (forse il migliore per il sottoscritto), On The Threshold Of A Dream, To Our Children’s Children’s Children, A Question Of Balance (altro gran disco), Every Good Boy Deserves Favour, Seventh Sojourn, LP dotati in molti casi anche di splendide copertine.  E’ in questo periodo che i Moody Blues scrivono i loro brani più noti, dalla celeberrima Nights In White Satin (tradotta in Italia dai Nomadi, Ho Difeso Il Mio Amore) a Legend Of A Mind, dalla splendida Question a Ride My See Saw, fino alla trascinante I’m Just A Singer (In A Rock And Roll Band), canzoni naturalmente presenti in questo monumentale box intitolato Timeless Flight, ben undici CD e sei DVD (tre video e tre audio), presentati in una lussuosa confezione con uno stupendo libro con la storia del gruppo e molte bellissime fotografie, molte delle quali inedite.

Un’opera importante, perfetta per i fans della band, che ha anche un costo importante: per i neofiti (o per chi ha meno soldi da spendere) la Universal ha pubblicato anche una versione ridotta a quattro CD (che rende praticamente inutile l’altro box del 1994 dei Moodies, Time Traveler), ed una ancora più economica con solo due dischetti.La carriera in studio del gruppo è presa in esame nei primi cinque CD, nei quali trovano posto i successi, brani meno noti, alcune rarità ed anche qualche inedito (non moltissimi per la verità): non viene preso in considerazione il primissimo periodo della band, quello con Danny Laine (poi con i Wings di Paul McCartney), durante il quale i MB, che avevano un suono più marcatamente errebi e merseybeat, pubblicarono un album ed alcuni singoli (tra i quali Go Now fu il più popolare), ma erano praticamente un altro gruppo.

Tornando a noi, le rarità più interessanti dei primi cinque CD consistono nel meglio dei dischi solisti dei membri del gruppo (a metà degli anni settanta si separarono per quasi un lustro), album oggi introvabili ma con all’interno raffinati esempi di pop d’alta classe: gli episodi migliori sono senz’altro quelli tratti dai lavori in duo di Hayward e Lodge, ed anche la bella Blue Guitar del solo Hayward. Poi ci sono i brani a cavallo tra i settanta e gli ottanta, quando il sound dei Moodies, molto più commerciale di prima, assomigliava in maniera quasi imbarazzante a quello della Electric Light Orchestra (sentire per credere Blue World, Gemini Dream e Sitting At The Wheel), ed i pezzi tratti dagli album più recenti, nei quali Hayward e compagni non hanno più la brillantezza degli esordi ma se la cavano col mestiere. 

Il fiore all’occhiello del cofanetto sono però i CD che vanno dal sesto all’undicesimo, che presentano ben sei diversi concerti del gruppo dal 1970 al 1997 (tutti inediti tranne quello sul CD numero sei, pubblicato originariamente come Caught Live + 5), nei quali si nota l’evoluzione on stage della band: una vera chicca per collezionisti, anche se alla lunga l’ascolto può risultare ripetitivo dato che, a parte i brani che al momento del concerto erano nuovi, ci sono sempre più o meno le stesse canzoni.Completano il box tre DVD video con un interessante mix di canzoni live, apparizioni televisive e videoclip promozionali (con un concerto intero del 1970 sul tredicesimo disco), e tre DVD audio con Surround Mix di sei dei primi otto album del gruppo.

Se avete quei 180 Euro circa da spendere, un cofanetto imperdibile: per gli altri va benissimo anche la versione quadrupla.

Per riscoprire una grande band oggi quasi dimenticata.

Marco Verdi

Cofanetti Pre (Quasi Tutti) e Post Natalizi II Parte, In Breve! Ristampa Eagles Selected Works

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Torna disponibile sempre per la Warner/Rhino, dal 26 novembre, anche il cofanetto degli Eagles Selected Works 1972-1999 nella nuova versione in formato ridotto, stesso contenuto della precedente edizione, ovvero 4 CD con il meglio della loro produzione, più il concerto di Capodanno del nuovo millennio, 31/12/1999. Questi i brani contenuti, gli ultimi dodici sono quelli del concerto proposto nel 4° CD:

1.Take It Easy
2.Hollywood Waltz
3.Already Gone
4.Doolin’ Dalton
5.Midnight Flyer
6.Tequila Sunrise
7.Witchy Woman
8.Train Leaves Here This Morning
9.Outlaw Man
10.Peaceful Easy Feeling
11.James Dean
12.Saturday Night
13.On the Border
14.Wasted Time
15.Wasted Time
16.I Can’t Tell You Why
17.Lyin’ Eyes
18.Pretty Maids All in a Row
19.Desperado
20.Try and Love Again
21.Best of My Love
22.New Kid in Town
23.Love Will Keep Us Alive
24.Sad Café
25.Take It to the Limit
26.After the Thrill Is Gone
27.One of These Nights
28.One of These Nights
29.Disco Strangler
30.Heartache Tonight
31.Hotel California
32.Born to Boogie
33.In the City
34.Get over It
35.King of Hollywood
36.Too Many Hands
37.Life in the Fast Lane
38.Long Run
39.Long Run Leftovers
40.Last Resort
41.Random Victims, Pt.1
42.Hotel California
43.Victim of Love
44.Peaceful Easy Feeling
45.Please Come Home for Christmas
46.Ol’ 55
47.Take It to the Limit
48.Those Shoes
49.Funky New Year
50.Dirty Laundry
51.Funk 49
52.All She Wants to Do Is Dance
53.Best of My Love

Il tutto esce a prezzo super ridotto.

Bruno Conti

*NDB Questo è un Post di prova, in attesa che si finisca di caricare tutto l’archivio del Blog (si spera) e anche la prima parte di questo Post che è già pronta ma non è ancora riapparsa

 

La Seconda Miglior Band Rock Canadese! The Sadies – Internal Sounds

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The Sadies – Internal Sounds – Yep Roc Records 2013

Confesso di avere sempre tenuto in considerazione ogni uscita musicale dei canadesi Sadies. Forse non tutti sanno che i Sadies sono in circolazione dal ’98, e che in questi anni fra dischi in proprio, dischi in collaborazione con altri artisti (Jon Langford, Neko Case, John Doe, André Williams), e dischi dal vivo, hanno dato alle stampe la bellezza di tredici album, incluso questo nuovo Internal Sounds. La band è guidata dai fratelli Dallas e Travis Good (i fratelli Good sono figli d’arte, infatti il padre Bruce, con i figli Brian e Larry, ha formato la leggendaria band canadese di country rock Good Brothers), i quali si distribuiscono voci, chitarre, piano e violino, coadiuvati da Sean Dean al basso e il potente batterista Mike “Snake” Belitsky, e sono depositari di un suono che mischia rock e country, bluegrass, un pizzico di punk e una spolverata di garage (come nell’iniziale The First 5 Minutes).

Sono nati con la Bloodshot (periodo punk),e poi si sono affermati alla Yep Roc Records, sfornando negli anni non capolavori, ma buoni o ottimi dischi come l’esordio Precious Moments (98), Pure Diamond Gold (99), Tremendous Efforts (01), Stories Often Told (02), Favorite Colours (04), lo splendido In Concert Vol. 1 (06), e i più recenti New Seasons (07) e Darker Circles (10), già recensito nel Blog. (cerchi-piu-scuri-dal-canada-the-sadies-darker-circles.html

Prodotto da un membro della band (Dallas Good), Internal Sounds presenta undici brani, per una breve durata, solo trentacinque minuti, con canzoni dirette, veloci ed efficaci, a partire, come detto, dalla “garagista” The First 5 Minutes, per poi passare alle sfumature care alla The Band di So Much Blood, con dobro e fisarmonica in evidenza, alla robusta The Very Beginning, con il classico giro di chitarra, basso e batteria, mentre Starting All Over Again ha una bella melodia pop psichedelica che fa da preludio ad un brano strumentale d’atmosfera, The Very Ending (90 secondi per palati fini).

Si riparte a “manetta” con Another Tomorrow Again, mentre la “sorella” Another Yesterday Again è più bucolica, e poi ancora una morbida Leave This World Behind  (dove ricordano molto i connazionali Blue Rodeo, la prima band canadese, in riferimento al titolo) e l’etereo passo folk-rock di Story 19, intervallate dal secondo brano strumentale The Lesser Key, con fiammate di chitarra. Chiude il brano più audace del lavoro, la “sciamanica” We Are Circling, cantata da una ospite prestigiosa come Buffy Sainte-Marie (di cui colpevolmente ho perso le tracce).

Ascolto dopo ascolto, Internal Sounds assomiglia sempre più al disco da raccomandare (ancorché leggermente inferiore al precedente Darker Circles), in quanto quello che traspare chiaramente è il “feeling” del quartetto, che suona con il fuoco nelle vene, con chitarre sempre in ritmo, basso e batteria in evidenza, inventandosi un percorso creativo e nello stesso tempo avventuroso, che alza sempre il tiro e che non scende mai a compromessi. I Sadies continuano ad essere una band dedita al revival del country-rock, ma lo fanno con qualche idea originale in più rispetto alla media.

Tino Montanari

Dei Simpatici “Buontemponi” Del Rockabilly/Country In Versione Acustica, Bravi Però! Big Sandy And His Fly-Rites Boys – What A Dream It’s Been

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Big Sandy And His Fly-Rite Boys – What A Dream It’s Been – Cow Island Music

In vari anni di recensioni mi sembra di avere incrociato un paio di volte (vado a memoria) la musica di Big Sandy And His Fly-Rite Boys, revivalisti per eccellenza, prima soprattutto rockabilly, poi anche boogie, R&R, country e western swing, una musica sostenuta da energia ed elettricità da vendere, ma anche assai raffinata all’occorrenza. Per cui quando ho visto questo What A Dream It’s Been, con cui festeggiano 25 anni di carriera e dovrebbe essere il loro 14° album, 45, EP, 78 giri(!?!) e ristampe escluse, mi sono meravigliato. Ma come, un album acustico? Per un gruppo di questa fatta è una sorta di ossimoro musicale, una contraddizione in termini, o almeno così sembra sulla carta. E invece funziona: hanno preso dodici brani, pescando dal meglio della loro produzione, tutte canzoni scritte da Robert Williams ossia Big Sandy, e ne hanno completamente stravolto gli arrangiamenti per farne una sorta di unplugged ante (o post) litteram, visto il genere da cui pescano, anche se, ribadisco, il materiale, come composizione, è tutto originale, ma lo spirito è ovviamente quello degli anni ’50, al limite ’60, ma anche moolto prima.

Ci sono echi del primo Elvis, del Buddy Holly più riflessivo, soprattutto con questi arrangiamenti, naturalmente molto western swing, Bob Wills e Spade Cooley nei loro cuori. La loro traiettoria musicale, soprattutto nei primi anni, ha incrociato anche quella di un neo-tradizionalista per eccellenza della prima ora come Dave Alvin (peraltro musicista a tutto tondo) che nel 1994 ha prodotto il loro primo album ufficiale, in un periodo in cui giravano anche Dwight Yoakam ed altri innamorati dei suoni del passato, rivisti con un nuovo spirito. Per questo nuovo capitolo Big Sandy e soci hanno utilizzato un approccio acustico, ma c’è un po’ di tutto nei ritmi e negli stili, bluegrass, country, swing, il rock and roll dell’Elvis della Sun, tex-mex, anche reggae, brani romantici old fashioned e puntatine verso atmosfere più rigorose, ma divertenti sempre, con tocchi folk nella strumentazione molto “stringata”. Nella title-track conclusiva, What A Dream It’s Been, un bel duetto con la bravissima Grey De Lisle (sono anche riusciti a sbagliare il nome sulla copertina), attrice e cantante deliziosa, in grado di avventurarsi in mille generi, si respira quell’aria demodé e sexy dei tempi che furono, ma che in America ha sempre praticanti assai volonterosi e validi al tempo stesso, in grado di rinverdire stili musicali mai sopiti, tra una “spazzolata” e una rullata di batteria, una slappata di contrabbasso, un assolo di acustica o mandolino, tutto l’album scorre molto piacevolmente.

Bruno Conti

Festeggiano 25 Anni (E Spiccioli) Di Carriera Con Un Grande Disco! Blue Rodeo – In Our Nature

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Blue Rodeo – In Our Nature – Continental Song City/Blue Rose/IRD

Appartengo alla categoria di quelli che pensano che i Blue Rodeo siano una delle migliori band espresse dal rock degli ultimi trenta anni, sempre e comunque. Con due dei migliori autori e cantanti mai usciti dalla scena canadese: Jim Cuddy e Greg Keelor, con il sovrappiù di un ottimo bassista come Bazil Donovan, da sempre con loro. La critica più ricorrente (o il miglior complimento) che viene fatto alla loro musica è quella che i dischi sono sempre molto simili tra loro, ma secondo chi scrive è proprio questo il loro grande merito, il sound che hanno forgiato in questi anni è assolutamente perfetto, in un ambito più ampio che li inserisce nel filone country-rock-roots, Americana (anche se sono canadesi, il continente è quello), con mille rivoli e derivazioni che li uniscono alla Band, agli alfieri del country-rock anni 60/70 (Buffalo Springfield-Poco-Graham Parsons/Flying Burrito), ma anche al rock classico dei Beatles e dei Byrds (per l’eccellente uso delle armonie vocali e una facilità sopraffina nel creare melodie raffinate).

Forse giova loro il fatto di avere due leader, che fin dagli esordi, nella seconda metà degli anni ’80,i brani li firmano insieme Cuddy/Keelor, anche se poi si riconoscono quasi sempre la vena musicale e le voci, più tipicamente country-rock, dalle tonalità “alte”, dolce, ma in grado di essere più grintosa, per Jim Cuddy, più malinconica e riflessiva, dalle tonalità più “basse” per Greg Keelor, pur essendo in grado di essere interscambiabili. Di questo In Our Nature ho letto che è una sorta di ritorno alla forma migliore dopo un lunga assenza (veramente The Things We Left Behind era uscito quattro anni fa, ed era stato salutato, giustamente, come uno dei migliori in assoluto), ma i giudizi, anche il mio (grande-musica-dal-canada-blue-rodeo-all-the-things-we-left-b.html), sono assolutamente opinabili, quindi si accettano, ma si possono anche confutare. Per cui accetto il “ritorno alla forma”, ma è in corso già da parecchio tempo, ammesso che se ne sia mai andata, perché non ricordo dischi brutti dei Blue Rodeo, ma ammetto di essere parziale. La differenza rispetto al disco precedente risiede in un sound più rilassato, forse meno tirato a momenti (nel disco del 2009 c’erano alcuni lunghi brani con epiche cavalcate chitarristiche, tra Young e la psichedelia), frutto dell’ambiente più intimo in cui è stato registrato, ovvero nello studio situato nella fattoria di Greg Keelor dove era stato registrato, 20 anni fa, Five Days In July, uno dei loro dischi migliori in assoluto. Discograficamente parlando la band, tra l’altro, non è rimasta ferma in questo periodo: oltre ai dischi solisti di Cuddy e Keelor, sono uscite la ristampa potenziata di Outskirts, per il 25° dall’uscita originale e un bellissimo cofanetto 1987-1993, solo per il mercato canadese, che copre il periodo classico per la Warner Music, entrambi nel 2012.

E ora questo In Our Nature conferma il momento magico, l’aggiunta negli ultimi anni al nucleo originale, del multi strumentalista Bob Egan, già del giro Wilco, e dell’ottimo tastierista Michael Boguski (che copre il ruolo lasciato vagante dal grande Bob Wiseman, che era l’altro asso nella manica del gruppo nei primi anni) ha aggiunto una maggiore varietà di temi sonori, anche se l’apertura con New Morning Sun è puro Blue Rodeo sound, country-rock classico, con la voce di Cuddy in primo piano, su un tappeto di chitarre e tastiere fantastico e poi quelle armonie vocali incredibili, da ammazzare per averle, melodie ampie ed ariose che ricordano le terre sconfinate del Canada, le chitarre spiegate che si rincorrono dai canali dello stereo, gran musica, semplice ma irresistibile.

Wondering ha un’andatura più malinconica, supportata da uno splendido piano elettrico, dal suono liquido, su cui si innesta la voce maschia e matura di Keelor, che poi si intreccia nuovamente con quella degli altri componenti, un “uno-due” da stendere chiunque e siamo solo agli inizi. Over Me è decisamente country west-coastiano, con un bell’incidere elettroacustico, sempre Cuddy in questa alternanza dei solisti (tra CSN e i migliori America, che nei primi album erano un fior di gruppo). Anche Never Too Late ha quell’incedere, tra florilegi di acustiche ed elettriche, ricorda una Sister Golden Hair degli America, cantata dai Beatles o dalla Band, con un bellissimo dancing bass di Donovan, suono caldo ed avvolgente. When The Truth Comes Out aggiunge un bellissimo organo hammond al suono nitido delle chitarre, molto beatlesiane.

Paradise, Tell Me Again, nuovamente country-rock d’annata, la byrdsiana Mattawa, la stupenda ballata pianistica Made Up Your Mind (che poi diventa sontuosa nel finale), la title-track nuovamente sulle ali del piano elettrico, che si schiude in un finale quasi jazz-psych, la deliziosa In The Darkness,la folkeggiante You Should Know e la delicata Tara’s Blues, con una bellissima pedal steel, fino alla conclusione gloriosa con la lunga Out Of The Blue, una lunga ballata (scritta da Robbie Robertson) che sembra un incrocio tra il Dylan di Pat Garrett e i Procol Harum (quell’organo magico bachiano), ma è quintessenzialmente Blue Rodeo. Mi prostro e confermo la mia ammirazione incondizionata, sono veramente bravi!

Bruno Conti     

Il Meglio Di Uno Dei Migliori! John Hiatt – Here To Stay: The Best Of 2000-2012

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John Hiatt – Here To Stay – Best of 2000 -2012 New West Records

Penso che esistano almeno una decina di raccolte dedicate a John Hiatt, non le ho contate esattamente, forse anche di più, oltre a parecchi dischi dal vivo e tributi vari. E ogni casa discografica ha dedicato un suo Best of al periodo in cui Hiatt incideva per loro: la Epic nella preistoria, poi la MCA-Geffen, il lungo periodo con la A&M e infine la Capitol. E’ uscita anche qualche antologia multi-label e delle raccolte con inediti e rarità. Mancherebbe qualcosa relativo al periodo Vanguard, ma visto che i due album sono stati ristampati dalla New West, appaiono in questo Here To Stay, il titolo del disco non solo un incitazione a rimanere, ma anche quello dell’unica canzone inedita inserita nella raccolta, una canzone che vede la partecipazione di Joe Bonamassa alla solista, sia in considerazione del fatto che il buon Joe non resiste ad un invito, sia perché da qualche anno condividono lo stesso produttore, ovvero Kevin Shirley.

Sia di produttori che di chitarristi Hiatt ne ha avuti di ottimi in questi anni 2000 (e anche prima), oltre a Shirley, Jay Joyce, Don Smith e Jim Dickinson tra i primi e Sonny Landreth, Luther Dickinson e Doug Lancio, nel reparto chitarre, oltre all’ottimo David Immergluck, presente nel disco che apre questa carrellata sui “migliori” brani che compongono la raccolta, Crossing Muddy Waters. Il disco, giustamente, si chiama Best of e non Greatest Hits, perché Hiatt nel corso degli anni di successi, purtroppo, ne ha avuti veramente pochi, pensate che il disco con il miglior piazzamento in classica è proprio l’ultimo, Mystic Pinball, arrivato “ben” al 39° posto della classifica di Billboard. Se ci leggete della amara ironia non vi sbagliate, per fortuna che la critica e i colleghi lo hanno sempre considerato, giustamente, uno dei migliori cantautori che abbia graziato la faccia di questo pianeta negli ultimi 40 anni. Genere: rock, folk, country, blues, roots, Americana? Scegliete voi, un po’ di tutti questi e molto altro, forse buona musica può andare? Per chi ama John Hiatt, forse, questa antologia è superflua (il pensiero di comprarsi un CD per un brano è duro, potevano fare uno sforzo, magari un bel doppio con un live in omaggio), ma per chi non ha nulla o vive di raccolte, potrebbe essere l’occasione di ampliare il proprio panorama sonoro, se ci state pensando non è una cattiva idea, musica così buona ne fanno poca in giro. Tra l’altro il nostro amico, in Italia, è conosciuto, dal grande pubblico, per una canzone, Have A Little Faith, che era contenuta nello spot di una nota marca di budini, oltre tutto sotto forma di cover, che non rendeva neppure un decimo della bellezza di quella straordinaria canzone.

Tornando a bomba, ossia a questa antologia, direi che i compilatori sono stati molto democratici, due brani per ognuno degli otto album che coprono il periodo 2000-2012, prolifico come sempre per Hiatt e ricco di belle canzoni, come ricorda il giornalista americano Bud Scoppa (ma che scrive per la rivista inglese Uncut), nelle interessanti note del corposo libretto che accompagna il CD: si parte con il suono acustico, volutamente scarno di Crossing Muddy Waters, rappresentato dalla raffinata e dolce title-track oltre che dalla grintosa e tirata Lift Up Every Stone, dove il mandolino e la chitarra di Immergluck, uniti al basso di Davey Faragher, disegnano traiettorie blues, mai disdegnate da John Hiatt, anche nel passato. Per il successivo The Tiki Bar Is Open il boss riuniva i grandissimi Goners, con Kenneth Blevins alla batteria e Dave Ranson, al basso, nonché il ritorno del mago della chitarra slide, Sonny Landreth, tutti eccellenti nella ballata My Old Friend, dove Hiatt sfodera anche una armonica d’annata, oltre all’utilizzo delle tastiere, affidate al produttore Jay Joyce e allo stesso Hiatt, Everybody Went Low è uno dei tanti capolavori scritti nel corso di una carriera prodigiosa con un Landreth devastante.

Cambio di etichetta per il successivo Beneath This Gruff Exterior, dalla Vanguard alla New West, ma i musicisti rimangono i Goners, produce Don Smith, i brani scelti sono My Baby Blue e Circle Back, due robusti pezzi rock, da riscoprire. Da Master Of Disaster, altro disco gagliardo da riascoltare, con babbo Dickinson alla produzione e i figli Cody e Luther, batteria e chitarra, oltre a David Hood al basso, per una title-track, anche questa volta tra le cose migliori della sua carriera, molte volte “coverizzata”.  Same Old Man, altro signor album, con il ritorno di Blevins e l’arrivo di Patrick O’Hearn al basso, oltre a Luther che rimane alla chitarra, la figlia Lily alle armonie, una produzione “semplice” a cura dello stesso Hiatt, e due ballate di una bellezza sopraffina come Love You Again e What Love Can Do.

Nel successivo The Open Road arriva Doug Lancio, altro mostro della chitarra e si ritorna all’Hiatt rocker. Il gruppo, ironicamente, ora si chiama Ageless Beauties e inizia l’era Kevin Shirley, con due album bellissimi come Dirty Jeans & Mudslide Hymns, Damn This Town e Adios To California i brani scelti, e Mystic Pinballs, con l’ottima We’re Alright Now, classico Hiatt con Lancio grande alla slide e Blues Can’t Even Find, una delle canzoni più tristi (e più belle) del canone hiattiano. Anche Here To Stay, l’inedito, è un blues con Bonamassa alla slide che fa i numeri e non si capisce perché sia stato lasciato fuori da Dirty Jeans, ma adesso è qui, insieme alle altre 16 canzoni, a testimoniare la classe immensa di uno più bravi cantanti e autori (di culto) di sempre. Quattro stellette per le canzoni, mezza in meno per l’operazione commerciale, un inedito, si sono sforzati!

Bruno Conti