Può Essere Rude, Ma Anche Tenero! John Hiatt – Terms Of My Surrender

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John Hiatt – Terms Of My Surrender – New West

“Posso essere rude, alcune volte posso essere tenero”, lo dice lo stesso John Hiatt nella title track di questo suo nuovo album, Terms Of My Surrender, ma lo dicono anche la sua carriera e i suoi dischi: ultimamente era stato più rude, cattivo, elettrico, scegliete voi il termine nei due CD precedenti ( http://discoclub.myblog.it/2012/08/26/il-disco-e-sempre-bello-come-al-solito-ma-cosa-diavolo-e-un/ e http://discoclub.myblog.it/2011/08/10/e-intanto-john-hiatt-non-sbaglia-un-colpo-dirty-jeans-and-mu/), quelli prodotti da Kevin Shirley, che a qualcuno erano piaciuti parecchio (ad esempio a chi scrive, come potete leggere nei Post linkati qui sopra), ad altri meno, c’era chi li aveva trovati troppo rock o troppo levigati, “leccati” perfino, ma nessuno aveva negato la magia che spesso si sprigionava dalle sue canzoni, oggi come ieri. Per uno con ventidue album di studio, varie antologie (http://discoclub.myblog.it/2013/11/13/il-meglio-di-uno-dei-migliori-john-hiatt-here-to-stay-the-be/) e live, alle spalle, non è facile trovare sempre qualcosa di nuovo da dire e farlo bene, comunque il nostro amico ci riesce spesso. Questa volta si parla di un album “blues acustico”. Prego? Ma fatto alla Hiatt!  Ah, bene, allora ci siamo. Il suo chitarrista degli ultimi album, Doug Lancio, dopo un primo approccio “elettrico”, lo aveva sfidato a fare un album acustico, “blues oriented” come dicono gli americani, registrato dal vivo, in presa diretta, in studio. E così è stato fatto, con l’aiuto della sua band abituale, nell’ultima versione: oltre a Lancio, chitarre acustiche (ma anche elettriche), banjo e mandolino, nonché produttore del disco, lo storico batterista Kenneth Blevins, e gli ultimi arrivati, Nathan Gehri, al basso e Jon Coleman alle tastiere, più le “interessanti” armonie vocali di Brandon Young, un cantante emergente dell’area di Nashville. Undici nuove canzoni che esplorano i pregi e i difetti del diventare vecchi, troppo? Diciamo anziani, anche se un brano si chiama appunto Old people.

Ovviamente Hiatt lo fa con lo humor e l’ironia, persino il sarcasmo, che non gli hanno mai fatto difetto, ma anche con una certa partecipazione verso questi “strani personaggi”, che ormai sono quasi suoi coetanei (quasi, in fondo ha “solo” 62 anni, se la salute lo sorregge, ancora una vita davanti). Lui dice che la voce non è più quella di un tempo, ha perso qualche tonalità nei registri più alti, ma è sempre quella “solita” voce ruvida, grezza, spesso anche tenera (come le canzoni), una delle migliori in circolazione, le canzoni sono belle, c’è molto blues, sempre according to John Hiatt (in fondo anche Dylan, Mellencamp, Springsteen, Petty e compagnia cantante, ogni tanto fanno Blues), forse accentuato in questo caso dalla presenza dell’armonica, che riappare in un paio di brani, dopo una lunga latitanza. Ma a ben guardare è un tema musicale che aveva già affrontato ai tempi di Crossing Muddy Waters. In ogni caso, ve lo dico subito, il disco è bello, per cui “rassegnatevi”, se non avete già provveduto, il disco è uscito il 15 luglio, bisognerà comprare anche questo. Vediamo le canzoni nel dettaglio.

Il disco parte con Long Time Comin’. un brano che inizia acustico, ma poi entrano le tastiere, la sezione ritmica, la chitarra slide di Lancio e il brano si trasforma, nella parte centrale, in una delle sue classiche ballate, con quella voce rotta da mille battaglie ma sempre solida e ben contrappuntata da quella di Brandon Young. In Face Of God, un bel blues acustico, con la ritmica appena accennata e discreta, ma comunque presente, come la sua armonica e il mandolino di Lancio, Hiatt ci racconta della perenne lotta tra Dio e il diavolo, il bene e il male. Marlene è una bellissima e dolce canzone d’amore , una di quelle che solo John sa scrivere, in bilico tra folk, accenni caraibici e il suono laidback del grande JJ Cale, la solita piccola delizia destinata agli ammiratori del cantante dell’Indiana, ma cittadino di Nashville, ormai da lunga pezza. Sulle note di un banjo, pizzicato dal multiforme Doug Lancio, si apre Wind Don’t Have To Hurry, brano che poi si trasforma in un pezzo dalla struttura più rock, anche se il continuo e reiterato na-na-na intonato insieme ad una voce femminile (forse la figlia Lilly? ma non mi sembra) alla fine testa la pazienza dell’ascoltatore. Nobody Kwew His Name, il racconto di un veterano del Vietnam, ha il fascino delle migliori canzoni di Hiatt, con il contrappunto ancora di una matura voce femminile, si snoda tra le evoluzioni di una slide, questa volta acustica, il solito mandolino, un piano appena accennato, il tocco delicato della batteria di Blevins, la voce complice e vissuta che fa vivere la storia.

Baby’s Gonna Kick, con la sua citazione di John Lee Hooker, l’armonica torrida e bluesatissima, la slide d’ordinanza, è uno dei brani più vicini alle dodici battute classiche, sempre rivisitate attraverso l’ottica di John, ma anche decisamente canoniche. Ancora blues, più cadenzato, per Nothin’ I Love, parte solo voce e chitarra acustica, poi entra l’organo e il resto della band e il brano diventa più elettrico con la solista che rilascia un bel assolo. Terms Of My Surrender, oltre a contenere il verso che ho citato all’inizio, è una ballata old time, di quelle che si facevano una volta, con Hiatt che si cimenta, qui è la, anche in uno spericolato falsetto (ce la fa, ce la fa), coretti vicini al doo wop, chitarra elettrica jazzata e un’andatura quasi indolente, dove ci racconta della sua (quasi) resa allo scorrere del tempo. Mentre il fuoco di una passione d’amore irrequieta incendia le note di una Here To Stay che era già presente in un altra versione, più rock e con Bonamassa alla chitarra, nel Best dello scorso anno, questa versione ha quasi degli accenti gospel, rallentata, con un arrangiamento completamente diverso, il manuale del buon cantautore insegna che una bella canzone si può usare più volte, quindi era giusto farla sentire anche a chi non si era comprato la raccolta, sia pure sotto una forma diversa.

Old People è una simpatica, ironica e anche un filo crudele parodia di quei tipi, “i vecchi”, quelli invadenti, che spingono nelle file per passarti davanti, sono un po’ come i bambini, però sanno quello che vogliono, anche se invecchiare non è bello bisogna prepararsi, la canzone cerca di darci alcune istruzioni su come comportarci con “loro”, quei tipi strani, e anche se il brano non è forse tra i migliori dell’album ha quel sarcasmo insito che Randy Newman aveva dedicato ai “tipi bassi” (per essere politically correct bisognerebbe dire diversamente alti o, nel caso in questione, diversamente giovani), comunque il pezzo è divertente https://www.youtube.com/watch?v=oHIpM0_SJEA , una sorta di folk-blues corale e vagamente valzerato che fa da preludio alla canzone che chiude questo album, una Come Back Home che ha tutti gli elementi tipici di un brano di Hiatt, intro di chitarra acustica, poi arriva il piano, il resto del gruppo segue e la canzone si sviluppa sulle ali della voce glabra e ruvida di John, ma poi, sorpresa, quando cominci ad appassionarti, è già finita, peccato, comunque bella. Come tutto l’album peraltro: probabilmente John Hiatt non ci regalerà più un Bring The Family, ma possiamo sempre sperare in un Time Out Of Mind o in un Tempest, per il momento “accontentiamoci” dei suoi album della maturità, d’altronde da un anziano (il baffetto aiuta, vedi foto) cosa possiamo aspettarci (!), comunque rispetto a molto di quello che circola attualmente in ambito musicale, qui ci va sempre di lusso e infatti il disco è entrato, come il precedente, nei Top 50 della classifica di Billboard, speriamo che questo gli procurerà una vecchiaia priva di patemi!

Bruno Conti

Può Essere Rude, Ma Anche Tenero! John Hiatt – Terms Of My Surrenderultima modifica: 2014-07-24T19:43:15+02:00da bruno_conti
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