Non Puoi Usare Il Mio Nome (Ma Il Cognome Sì)? Curtis Knight & The Squires (Featuring Jimi Hendrix) – You Can’t Use My Name

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Curtis Knight & The Squires (Featuring Jimi Hendrix) – You Can’t Use My Name The RSVP/PPX Sessions – Hendrix Experience/Sony Legacy

Quando nel settembre del 1970 moriva Jimi Hendrix nessuno avrebbe potuto immaginare che ancora oggi, a 45 anni dalla sua morte, saremmo stati qui a parlare di “dischi nuovi” del mancino di Seattle. Forse solo Mike Jeffery, il manager all’epoca ed Alan Douglas, che subentrò nel 1973, applicando una “tecnica creativa” e cannibalistica di ristampe, che se non era il massimo a livello etico, servì comunque a mantenere vivo presso le nuove generazioni l’interesse per la musica del geniale musicista americano e, a conti fatti, soprattutto nelle ristampe in CD (stendiamo un velo pietoso sui vinili di Crash Landing e Midnight Lightning, manipolati in modo incredibile con sovraincisioni messe un po’ a casaccio), devo dire che il lavoro fatto, soprattutto nelle “versioni definitive” anni ’90, poi superate da quelle curate dalla famiglia Hendrix, non era tutto sommato male, anzi! Forse perché, in ogni caso, alle spalle di tutte queste operazioni, c’era sempre e comunque Eddie Kramer, l’ingegnere del suono e produttore delle sessions originali. Ma negli settanta circolavano anche tutta una serie di vinili, a nome Jimi Hendrix, distribuiti in Italia dalla Joker-Saar, che in effetti erano parte della collaborazione tra lo stesso Jimi e Curtis Knight, nel cui gruppo militò tra il 1965 ed il 1966, con una appendice nel 1967.

curtis-knight-and-the-squires Photo of Jimi HENDRIX and Curtis KNIGHT and SQUIRES

Nel frattempo Hendrix aveva fondato anche il suo gruppo, Jimmy James & The Blue Flames, dove fu “scoperto” da Chas Chandler, su indicazione di Linda Keith, la fidanzata di Keith Richards, che lo aveva visto suonare in alcuni locali del Greenwich Village di New York. E da qui in avanti la storia è nota. Nel 1965 però il giovane Jimmy Hendrix aveva firmato un contratto con il “geniale” Ed Chalpin della PPX Enterprises, che dietro versamento della sontuosa cifra di un dollaro e l’1% delle royalties future sulle registrazioni con Curtis Knight, gli aveva fatto firmare un contratto di tre anni, e all’epoca purtroppo usava così. Quando Chalpin venne a conoscenza del successo di Hendrix in Europa, gli ricordò che aveva un contratto in esclusiva per lui, e alla insistenze di Jimi che gli diceva “You Can’t Use My Name”, come testimoniato in una session ulteriore del 1967 con Curtis Knight, dal dicembre di quell’anno cominciò a pubblicare Get That Feeling, con il nome (ok, il cognome!) Hendrix grosso come una casa in copertina e nell’ottobre del 1968 Flashing. E poi quelle registrazioni hanno perseguitato Hendrix per tutta la sua breve vita e gli eredi fino al 2003, anno in cui i diritti furono recuperati in tribunale dalla famiglia.

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Non sono brani di Jimi Hendrix, ma al tempo stesso lo sono, si capisce che in nuce, in queste canzoni, che non sono per niente brutte ma neppure fantastiche, c’è già l’idea della futura epopea musicale di uno dei più grandi musicisti della storia della musica rock, forse il più geniale, sicuramente il più grande chitarrista elettrico di tutti i tempi. I brani totali recuperati da quelle registrazioni sono ben 88, tra incisioni di studio e pezzi live, in questo primo volume delle RSVP/PPX Sessions ne appaiono 14, ancora una volta amorevolmente restaurati da quel genio degli studi di registrazione e delle consolles che risponde al nome di Eddie Kramer, ma neppure lui può fare miracoli: c’è un brano inedito in assoluto, Station Break e due brani dalle incisioni del 1967, completi del dialogo tra Jimi e Chalpin, che dà il titolo a questa raccolta. L’iniziale How Would You Feel , autore Jimmy Hendrix, il primo singolo uscito nel ’66, fino dal titolo è più che ispirata da Like A Rolling Stone di Dylan, non a caso il brano con cui si aprirà la sua epocale esibizione al Festival di Monterey nel giugno del 1967: e questa versione non è per niente trascurabile, Curtis Knight ha una bella voce e la chitarra di Hendrix guizza sullo sfondo, come in attesa di esplodere nei futuri fuochi di artificio https://www.youtube.com/watch?v=u1FuBHN4W5s . In Gotta Have A New Dress, con un organo che incombe sullo sfondo ed uno stile sempre rock’n’soul, Jimi comincia ad esplorare quel suo stile ritmico/solista che poi porterà alla perfezione negli anni successivi.

Don’t Accuse è un blues con fiati, il suono per quanto restaurato è primevo e crudo, molto basico,  ma si lascia ascoltare e la chitarra, ancora trattenuta, non differisce molto da quella dei solisti dell’epoca, detto in soldoni poteva essere chiunque, anche se adesso sappiamo chi sarebbe diventato https://www.youtube.com/watch?v=y-P4e3iB_HI . Fool For You Baby è una soul ballad atmosferica, quasi con un suono alla Motown, No Such Animal è uno strumentale di chiara impronta rock, il gruppo e Jimi ci danno dentro di gusto, con un bel interplay tra organo e chitarra, un po’ alla Booker T & The Mg’s https://www.youtube.com/watch?v=n_i8l4JCjGE . Anche Welcome Home, il lato B del 1° singolo, portava la firma di Hendrix, niente per cui stracciarsi le vesti, ma ricca di energia. Knock Yourself Out (On Instruments) è un altro strumentale che era il lato B del secondo singolo, sempre embrionale del futuro stile, Simon Says non è la futura “Il Ballo di Peppe”, ma insomma, siamo lì. Station Break è il “mitico” inedito, ma poteva rimanere tale, non se ne sentiva la mancanza https://www.youtube.com/watch?v=wDcu15Wb3u0 , mentre Strange Things viaggia su un riff alla Bo Diddley e ha qualche piccola traccia garage-psych con Hendrix che si diverte alla chitarra, interessante. Hornet’s Nest, altro singolo strumentale firmato da Jimi è anche lui figlio del suono del ’66, non ancora rock, non più solo beat o soul https://www.youtube.com/watch?v=2N1XkMBV9ro . You Can’t Use My Name, uno dei due brani del 1967 è uno di quelli con l’incisione più primitiva e anche se ha qualche parentela con il soul di marca Stax non è memorabile, mentre Gloomy Monday è interessante più che altro per il dialogo che la precede tra Hendrix e Chalpin, che lascia intravedere il futuro tradimento che è già nell’aria https://www.youtube.com/watch?v=CPrB5tHJ0Ec . Classico disco da tre stellette, forse si potrebbe aggiungere mezza stelletta per il valore storico, ma non possiamo certo gridare al capolavoro.

Bruno Conti    

Non Puoi Usare Il Mio Nome (Ma Il Cognome Sì)? Curtis Knight & The Squires (Featuring Jimi Hendrix) – You Can’t Use My Nameultima modifica: 2015-04-04T10:54:56+02:00da bruno_conti
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