Poco Blues Molto Rock, Ma Forse “Zio” Hook Avrebbe Approvato Comunque. Jane Lee Hooker – Spiritus

jane lee hooker spiritus

Jane Lee Hooker – Spiritus – Ruf Records

Anche se John Lee Hooker aveva una prole numerosa (alla pari con le sue presunte date di nascita), Jane Lee Hooker ovviamente non è una ulteriore figlia avuta da qualche relazione extraconiugale, se non forse tra il blues e il punk, visto che si tratta di un quintetto di New York tutto al femminile, giunto con questo Spiritus al secondo disco, dopo l’esordio del 2016 con l’album No B!, ma che era già in pista dal 2012. Il genere lo abbiamo  all’incirca inquadrato, anche se il punk è più una attitudine che uno stile, comunque il risultato finale vira diciamo su un boogie-rock-blues piuttosto tirato anziché no: se dovessi azzardare un paragone mi ricordano a tratti, vagamente, una Suzi Quatro meno raffinata e più energica (e ho detto tutto), ma anche le varie Beth Hart, Dana Fuchs, i Blues Pills e soci sono nomi di riferimento. Questo non vuol dire che siano pessime o scarse, tutt’altro, ma certo la finezza e la tecnica sopraffina non sono forse tra i loro attributi principali, per quanto: l’amore per il Blues traspare comunque spesso tra le righe di questo album, anche nella scelta delle due cover (gli altri otto brani se li firmano da sole, mentre nel primo album No B! viceversa erano tutte riletture di classici rock e blues, meno una): Black Rat di Big Mama Thornton e Memphis Minnie, nonché Turn On Your Love Light di Bobby “Blue” Bland (ultimamente molto gettonata, visto che appare anche nel recente disco della Love Light Orchestra, sempre recensito su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2018/02/15/che-band-che-musica-e-che-cantante-divertimento-assicurato-the-love-light-orchestra-featuring-john-nemeth-live-from-bar-dkdc-in-memphis-tn/ ).

Dana ‘Danger’ Athens, voce e tastiere, Hail Mary Z basso, Melissa ‘Cool Whip’ Houston alla batteria e, Tracy ‘High Top’ e Tina ‘T Bone’ Gorin alle chitarre, per dare loro dei nomi e dei cognomi, e pure i soprannomi, nel 2012 hanno fatto un patto, secondo la loro biografia: “siamo una band”, “siamo una famiglia” e si sono giurate fedeltà eterna, o almeno fin che dura. Tornando al contenuto musicale, come si diceva, non per nulla prima militavano in band che si chiamavano Nashville Pussy e Bad Wizard, in quanto l’approccio è decisamente “cattivo”, con le chitarre sparate a “11” e la voce della Athens che deve urlare non poco per farsi sentire sopra il ruggito delle chitarre. How Ya Doin’? è un boogie poderoso e tirato, uno dei migliori dell’album, tipo i vecchi Ten Years After al femminile con intermezzo alla Suzi Quatro, le due chitarriste a ben guardare (e sentire) non sono per niente male, anche in modalità slide se serve, la Athens ha comunque una buona voce e la band complessivamente si ascolta con estremo piacere. Gimme That ha anche qualcosa di vagamente stonesiano, vagamente, mentre Mama Said è un altro onesto rock-blues e Be My Baby tira in ballo di nuovo gli Stones e magari anche i Faces, un midtempo molto riffato e persino raffinato (rispetto al primo disco sono migliorate), con un buon lavoro delle due chitarriste https://www.youtube.com/watch?v=D-XCD0iuBQE .

Later On  addirittura si impadronisce di atmosfere sudiste, con accenti anche soul, una bella hard ballad di buona fattura https://www.youtube.com/watch?v=qoPJO0Gq3oA . Ma il blues dov’è, ci chiediamo? Dovrebbe essere in Black Rat, il pezzo della Thornton e di Memphis Minnie, ma in effetti è uno dei brani più tirati della raccolta, a tutta slide e ritmo frenetico, che poi si placa in un altro brano dalla atmosfera sonora più rilassata, per quanto sempre carica di rock, Ends Meet, del R&R di buona fattura, seguito da How Bright The Moon che è addirittura una ballata pianistica con retrogusti gospel e tratti jopliniani (sempre lì si cade). Turn On Your Love Light non la fanno affatto male, più vicina come versione a quella dei Grateful Dead che allo stile fiatistico e orchestrale di Bobby Bland o Van Morrison, ed è quasi un complimento, suonata in modo sobrio e senza particolari eccessi,, ma senza snaturare lo spirito festoso della canzone. Alla fine arriva finalmenteil blues, una lunga (quasi dieci minuti) e torrida The Breeze, il classico “lentone” ancorato da un corposo giro di basso attorno a cui si sviluppa una buona interpretazione vocale di Dana Athens e il solido lavoro delle due soliste. Pensavo peggio, e invece tutto sommato è un buon disco, mai farsi accecare dai pregiudizi, ascoltare con attenzione.

Bruno Conti

Poco Blues Molto Rock, Ma Forse “Zio” Hook Avrebbe Approvato Comunque. Jane Lee Hooker – Spiritusultima modifica: 2018-02-21T00:38:49+01:00da bruno_conti
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato ma sarà visibile all'autore del blog.
I campi obbligatori sono contrassegnati *