Visto Che In Questi Giorni Sarà Anche In Tour In Italia, Ecco La Nuova Bellissima Antologia! Graham Nash – Over The Years…

graham nash over the years...

Graham Nash – Over The Years… – 2 CD Atlantic/Rhino

Proprio in occasione del breve tour italiano di Graham Nash, ieri è uscita una doppia antologia Over The Years, a prezzo super speciale per una volta, che contiene nel primo CD estratti da tutta la sua carriera, dagli anni con Crosby, Stills, Nash (& Young), passando con il suo sodalizio con David Crosby, e anche dai suoi dischi come solista.

graham nash refelections

Non è una raccolta completa come il box triplo riportato qui sopra, Reflections, uscito per la Rhino nel 2009, ma ha la particolarità di avere uno dei due dischetti che lo compongono con materiale inedito e raro proveniente da demos registrati nell’arco di tempo che intercorre tra il 1968 e il 1980. Tra poco andiamo ad esaminarlo, prima volevo ricordarvi le date del tour italiano che parte proprio da oggi.

30 giugno – Val di Fassa (TN), “I suoni delle Dolomiti”
1 luglio – Recanati (MC), Piazza Leopardi
2 luglio – Roma, Casa del Jazz / Summer Time 2018
4 luglio – Pistoia, Pistoia Blues
5 luglio – Milano, Villa Arconati

Ad accompagnarlo saranno Shane Fontayne alla chitarra e Todd Caldwell alle tastiere. Ecco il contenuto del doppio CD.

[CD1]
1. Marrakesh Express – Crosby, Stills & Nash
2. Military Madness – Graham Nash
3. Immigration Man – Crosby/Nash
4. Just A Song Before I Go – Crosby, Stills & Nash
5. I Used To Be King – Graham Nash *
6. Better Days – Graham Nash *
7. Simple Man – Graham Nash
8. Teach Your Children – Crosby, Stills, Nash & Young
9. Lady Of The Island – Crosby, Stills & Nash
10. Wind On The Water – Crosby & Nash
11. Our House – Crosby, Stills, Nash & Young
12. Cathedral – Crosby, Stills & Nash
13. Wasted On The Way – Crosby, Stills & Nash
14. Chicago/We Can Change The World – Graham Nash
15. Myself At Last – Graham Nash

* Previously unreleased mixes

[CD2: The Demos]
1. Marrakesh Express – London, 1968
2. Horses Through A Rainstorm – London, 1968
3. Teach Your Children – Hollywood, 1969
4. Pre-Road Downs – Hollywood, 1969
5. Our House – San Francisco, 1969
6. Right Between The Eyes – San Francisco, 1969 *
7. Sleep Song – San Francisco, 1969 *
8. Chicago – Hollywood, 1970 *
9. Man In The Mirror – Hollywood, 1970
10. Simple Man – Hollywood, 1970
11. I Miss You – San Francisco, 1972
12. You’ll Never Be The Same – San Francisco, 1972
13. Wind On The Water – San Francisco, 1975
14. Just A Song Before I Go – San Francisco, 1976
15. Wasted On The Way – Oahu, 1980

Come si rileva dalla tracklist qui sopra, I Used To Be A King Better Days sono degli unreleased mix, che però erano giù apparsi in Reflections, mentre dei 15 demos del secondo CD, ben 12 sono inediti in assoluto. Quindi direi che siamo di fronte ad una antologia ideale, sia per chi vuole conoscere la musica di Graham Nash, sia per chi è alla ricerca di versioni mai ascoltate di alcune delle sue più belle canzoni.

Si parte con Marrakesh Express, tratta dal primo album di C S N, poi Military Madness da Songs For Beginners, il suo primo disco come solista del 1971, Immigration Man fu pubblicata come singolo nel marzo del 1972, e poi nel disco Crosby & Nash, e rimane molto attuale anche ai giorni nostri. Just A Song Before I Go uscì nel secondo album omonimo del trio, CSN del 1977, mentre I Used To Be A King è di nuovo da Songs For Beginners, come pure Better Days Simple Man. Fino ad ora una canzone più bella dell’altra, ed ecco arrivare nella sequenza dei brani, quella che è forse la canzone più conosciuta di Nash, Teach Your Children, attribuita come autori coralmente a Crosby, Stills, Nash & Young, dal loro capolavoro Déja Vu, ma da sempre legata alla personalità gentile e sognatrice di Graham.

Si ritorna al primo Crosby, Stills & Nash, per la splendida Lady Of The Island, dedicata alla sua amante dell’epoca Joni Mitchell; non manca Wind On The Water dall’omonimo album del 1975 della coppia David Crosby/Graham Nash, e poi in questo avanti e indietro nel tempo Our House, ancora da Déja Vu e nuovamente dal disco del trio, quello con la barca, come è conosciuto da tutti, la bellissima Cathedral, un altro dei suoi capolavori assoluti.

Da Daylight Again, il terzo album album di CSN del 1982, arriva Wasted On The Way, e con un altro balzo temporale nel passato, nuovamente da Songs For Beginners, troviamo un altro dei suoi inni multigenerazionali, il medley di Chicago/We Can Change The World. E per completare il primo CD, l’unico brano che viene dal recente passato (molto poco rappresentato nell’antologia), Myself At Last, tratta da This Path Tonight, il disco del 2016 che lo ha riportato ai suoi livelli migliori https://discoclub.myblog.it/2016/04/13/la-classe-invecchia-anteprima-graham-nash-this-path-tonight/

Veniamo al secondo CD, che è per la quasi totalità incentrato su una serie di demo, voce e chitarra acustica, alcuni registrati anche prima della nascita di Crosby, Stills, Nash, in particolare una deliziosa Marrakesh Express, leggermente più lenta di quella che poi sarebbe finita sul primo album del supergruppo, e rifiutata dagli Hollies, per cui era stata concepita, a dimostrazione della lungimiranza che ogni tanto viene a mancare anche in coloro che fanno buona musica (giù apparsa in altra forma sul disco Demos di CSN), oltre ad un’altra ottima canzone come Horses Through A Rainstorm, prevista per Déja Vu, e pubblicata per la prima volta solo sul cofanetto antologico Carry On del 1991, in versione elettrica. Entrambe le canzoni furono registrate a Londra nel 1968. Da Hollywood, 1969, vengono due brani che invece sarebbero finiti sui dischi ufficiali, una “primitiva” e delicata Teach Your Children, poi su Déja Vu https://www.youtube.com/watch?v=fOQBfC6_gww  Pre-Road Downs sul primo album.

Da un’altra session a San Francisco del 1969, provengono altri tre piccoli gioiellini: una interessante Our House, questa volta per voce e piano, con qualche incertezza nell’esecuzione ed ancora incompleta. la “rara” Right Between The Eyes, che poi sarebbe finita su Four Way Street, tra le più belle del Nash minore, e anche una prima stesura acustica di Sleep Song, che sarebbe uscita su Songs For The Beginners. Di nuovo a Hollywood, questa volta nel 1970, vengono registrati i tre demos di altri cavalli di battaglia di Nash, come Chicago, già completa in tutto il suo splendore, Man In The Mirror, in una versione spoglia ed intima, ma che già lascia intuire lo splendore del brano, nonché una delle prime versioni, solo voce e piano, di Simple Man. I Miss You, registrata a San Francisco, e You’ll Never Be The Same, a Hollywood, entrambe nel 1972, sarebbero poi apparse su Wild Tales, l’album del 1973, che per il resto non è rappresentato in questa doppia antologia, bellissima soprattutto la versione della seconda. Da una registrazione del 1975 a San Francisco proviene la versione “alternata” di Wind On The Water, di nuovo solo piano e voce. Stesso formato anche per Just A Song Before I Go, prevista per il CSN del 1977, ma qui registrata in quel di San Francisco nel 1976. con l’aggiunta di una breve parte di armonica nella seconda parte del brano. Infine dal 1980, registrata a Ohau, proviene una incantevole versione di Wasted On The Way, dove alle armonie vocali appare anche Stephen Stills, l’unico ospite presente nelle 15 tracce del secondo CD.

Per vari motivi, contenuto, inediti e prezzo, finalmente una antologia assolutamente da avere, un giusto riconoscimento per un artista spesso ingiustamente sottovalutato.

Bruno Conti

Il Calore Del Deserto Non Smorza Il Poderoso Rock-Blues Chitarristico Di Langford E Soci. Too Slim & The Taildraggers – High Desert Heat

too slim high desert heat

Too Slim & The Taildraggers – High Desert Heat – VizzTone Label Group/Underworld Records            

Business As Usual per Tim Langford e I suoi Taildraggers: lo stile non cambia, piccole variazioni qui e là, ma se amate il genere, il menu è sempre un robusto blues-rock chitarristico, come da oltre 30 anni a questa parte è loro usanza https://discoclub.myblog.it/2016/05/05/30-anni-sempre-smilzo-molto-tosto-too-slim-and-the-taildraggers-bad-moon/ . Diciamo che le novità questa volta le cerchiamo nel contorno: nuova etichetta, la VizzTone (che distribuisce la Underworld Records), nuovo bassista Zach Kasik, che affianca l’ineffabile batterista Jeff “Shakey” Fowlkes, che “resiste” da ben due dischi ai vorticosi cambi di formazione che Langford impone alla sua band. L’altra novità è la presenza come ospite aggiunto dell’armonicista Sheldon” Bent Reed” Ziro che non può sottrarsi neppure lui alla regola del nomignolo per i musicisti del gruppo, e la cui presenza accentua parzialmente, ma solo in un brano, la quota blues di questo High Desert Heat, forse anche per la reputazione della nuova etichetta di distribuzione nelle 12 battute, benché il disco sia stato registrato, come al solito, in quel di Nashville.

L’unica cover è una poderosa ripresa del classico dei Chambers Brothers, Time Has Come Today, una canzone che era il cavallo di battaglia di una delle prime band all-black, che già nel 1968, quindi prima della hendrixiana Band Of Gypsys, fondeva in modo innovativo soul, gospel, R&B a rock e musica psichedelica: un brano di una potenza inaudita ancora oggi, anche nella versione “breve” del 45 giri, circa 5 minuti, contro la versione lunga dell’album dell’epoca che durava undici minuti, comunque grande canzone, riff gagliardo e grande lavoro alla solista di Langford, ben spalleggiato dalla sezione ritmica che tira di brutto, peccato finisca troppo presto, avrei gradito la long version. Il boogie blues di Trouble è l’unico a presentare l’armonica di Ziro (che mi ricorda il timbro sonoro di John Popper dei Blues Traveler) che regala al brano un’aura quasi alla Canned Heat, con qualche retrogusto dell’amato Hendrix, sempre presente nella musica di Too Slim che inizia a scaldare la solista https://www.youtube.com/watch?v=zFus8xdFWHM ; Broken White Line accentua invece l’elemento sudista comunque presente nella musica del gruppo, un mid-tempo avvolgente dove il groove del trio è più rallentato ma sempre incisivo, fino all’immancabile intervento della chitarra di Langford che per la prima volta innesta un voluttuoso wah-wah.

Un tocco funky non guasta nel rock sinuoso di Stories To Tell, con One Step At A Time, uno dei brani più lunghi del CD, che ci riporta al blues-rock classico della formazione, tra Free e ZZ Top, con le giuste quote rock sempre presenti grazie alla solista incisiva del nostro, sound che viene ribadito anche nella successiva What You Said, dove agli ZZ Top immancabili si aggiunge anche qualche reminiscenza à la Robin Trower, prima della lunga ed ipnotica Run Away dove il suono è più “spazioso” ed angolare, con le improvvise aperture della solista in wah-wah che stanno addirittura tra Hendrix e il Peter Green di End Of The Game. La cadenzata Little More True è un ulteriore ottimo esempio del rock-blues vigoroso dei Too Slim & the Taildraggers, immerso appunto nel  power trio rock più classico che ci si possa aspettare, con l’immancabile break chitarristico ad animarne la parte centrale; e se chitarra deve essere anche la paludosa e sospesa Lay Down Your Gun ne alza la quota con un’altra spazzata di wah-wah. Chiude questo High Desert Heat il blues spaziale e desertico della title track, un brano dove la slide in cui Langford è maestro, fa finalmente la sua unica ed insinuante apparizione, in un brano strumentale dal fascino misterioso.

Bruno Conti

Un Bel Disco Country? Ma Anche No! Denny Strickland – California Dreamin’

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Denny Strickland – California Dramin’ – Red Star CD

Mi è successo più volte di iniziare l’ascolto di un CD senza particolari aspettative e ritrovarmi poi entusiasta della musica in esso contenuta, ma anche il caso opposto, cioè riporre fiducia in un particolare album che però poi si rivela una delusione. Il disco d’esordio (dopo un paio di singoli) del countryman dell’Arkansas Denny Strickland, intitolato California Dreamin’, rispecchia purtroppo la seconda ipotesi: avevo iniziato infatti l’ascolto di questo lavoro ben disposto e rassicurato dalla faccia del nostro stampata in copertina, che mi trasmetteva un non so che di autentico, unito al fatto che il CD è uscito per una piccola etichetta, ma ho dovuto ricredermi dopo appena un paio di canzoni. Nonostante non incida (ancora) per una major, Strickland è infatti uno di quei cantanti che sono country solo all’apparenza, ma con un suono decisamente radiofonico e molto più vicino al pop nashvilliano, ed in più con un fastidioso uso di programming e sintetizzatori vari. Denny è in possesso di una discreta voce, ed inoltre è l’autore di gran parte delle dieci canzoni del disco, ma il risultato finale è comunque deludente, almeno per chi come il sottoscritto ama la musica country vera e non quella plastificata e senza un minimo di anima.

Già il pezzo iniziale, California Dreamin’ (nulla a che vedere con il classico dei The Mamas & The Papas) mi lascia un po’ perplesso, a causa di sonorità un po’ troppo “rotonde” e poco country, oltre che piuttosto ridondanti nel ritornello. Stesso discorso per Whatever, che come ballata non sarebbe neanche male, ma risulta un tantino sovraprodotta e pronta per le radio più commerciali; Slo Mo è gradevole, ha un buon sviluppo melodico e le sonorità sono sotto controllo, ma Don’t You Wanna è abbastanza qualunque, e nettamente più pop che country. Proseguo nell’ascolto, nonostante abbia già capito dove vada a parare questo CD, che non si avvicina a brutture assolute come i dischi di Keith Urban ma resta ben distante dal tipo di musica che prediligo: We Don’t Sleep è pasticciata e con un inutile uso di synth, Damn Babe dovrebbe essere un rockin’ country di stampo simil-sudista, ma fallisce miseramente in mezzo a suoni beceri, Gimme Some Of That non ha nulla per cui valga la pena essere evidenziata. Inutile citare i pochi brani rimasti (fortunatamente l’album dura solo 33 minuti): anche la bonus track, versione acustica della conclusiva Close My Eyes, suona posticcia e senza un minimo di inventiva (sembra quasi la stessa take alla quale hanno tolto gli altri strumenti).

Pollice verso.

Marco Verdi

Ne Escono Più Oggi Che Quando Era Ancora Vivo Steve Marriott! Humble Pie – 30 Days In The Hole Live…E Altro

humble pie 30 days in the hole

Humble Pie – 30 Days In The Hole Live – ZYX Music

Alcuni punti certi: Steve Marriott è stato uno dei più grandi cantanti (e chitarristi) del pop e rock britannico degli anni ’60 e ’70, prima negli Small Faces dal 1965 al 1969, poi con gli Humple Pie in due fasi, 1969/1975 e 1980/81. Fin qui ci siamo e la sua statura musicale non si discute: alti e bassi, certo, ma anche molti dischi strepitosi. Però Marriott è morto nell’aprile del 1991. E da allora, se mi passate il termine, è partito il “casino”: molti ristampe ufficiali, penso al cofanetto quadruplo espanso dello splendido live Performance: Rockin’ The Fillmore, e per gli amanti del vinile il box The A&M Vinyl Boxset 1970-1975, con tutti gli album incisi in quegli anni, da unire ai due dischi incisi per la Immediate nel 1969. Ma sono stati anche pubblicati, da tutte le etichette del mondo, decine di album postumi, in decine di versioni diverse, molti delle formazioni con Marriott, ma anche alcuni dove il povero Steve non c’entra per nulla.

humble pie back on track

L’ultima della serie, sempre targata 2018, è proprio una versione doppia del disco del 2002 Back On Track, a cui è stato aggiunto un live a Cleveland del 1990, entrambi senza Marriott, con Jerry Shirley alla batteria, Greg Ridley al basso e Bobby Tench, il vecchio cantante del Jeff Beck Group in sostituzione di Steve. Comunque ce ne sono anche molti con la formazione originale dell’epoca: questo 30 Days In The Hole Live per esempio parrebbe una pubblicazione ufficiale della tedesca ZYX Music (infatti le note e le info ci sono tutte e sono precise, all’interno del CD però), che comprende nove pezzi dal vivo estratti da 3 concerti diversi, Live At The Academy Of Music, NY 1971, Live At Winterland 1973 e Live At Reseda Country Club Los Angeles 1981, più un pezzo in studio, tratto da On The Victory, il disco in studio del 1980. Qualità differente del sonoro, ma mediamente una ottima occasione per ascoltare versioni spesso entusiasmanti di The Fixer, Tulsa Time, Honky Tonk Women degli Stones, una Rollin’ Stone di 18 minuti, 30 Days In The Hole, I Don’t Need No Doctor, Four Days Creep, e altre non da meno. E infatti il disco sarebbe da 3 stellette e mezzo come giudizio critico: ma, ohibò, di si meriterebbe anche una stelletta solitaria, che non è quella del famoso salame, ma il verdetto inappellabile per tutti quelli che hanno speculato in questi anni sull’eredità musicale di Mr. Marriott e soci.

humble pie official bootleg vol. 1 humble pie official bootleg vol. 2

Per completare questa recensione di pubblica utilità e globale, ricordo che in questo periodo è uscito anche il volume 2 della serie  Official Bootleg Box Set, cinque dischetti, di cui il primo e l’ultimo sono i concerti completi del 1971 e 1981 compresi in parte anche in 30 Days In The Hole, oltre a Boston 1972, Philadelphia 1975 e un altro New York del 1981, box che è il seguito dell’ottimo volume 1 della serie, uscito sempre per la Cherry Red lo scorso anno, in 3 CD, e che riportava materiale del 1972-1973-1974. All’origine tutto materiale pirata, da cui il titolo, ma spesso di eccellente qualità sonora, come pure le 3 canzoni del Winterland 1973 che poi sarebbero una parte del famoso King Biscuit Flower, uscito con vari titoli, mentre il concerto del 1971 a NY era uscito anche per la Cleopatra come Live In New York 1971. Vi sta venendo il mal di testa? Per ricapitolare e fare chiarezza, diciamo che se avete un po’ di soldi da spendere (perché non costano pochissimo) i  due cofanetti della serie Bootleg Box sarebbero l’ideale, ma se vi “accontentate” anche questo 30 Days In Hole è una ottima summa degli Humble Pie dal vivo, una vera macchina da guerra, per il resto, come illustrato, spero chiaramente, occhio ai doppioni e come diceva un loro titolo Rock On. Tanta buona musica, una voce strepitosa e qualche “fregatura”!

Bruno Conti

Al Terzo Album Finalmente Una Ristampa “Decente” Dei Doors: Il 14 Settembre Uscirà La Versione Deluxe Di Waiting For The Sun

doors waiting for the sun deluxe

The Doors – Waiting For The Sun – Elektra/Rhino 2CD+LP – 14-09-2018

Dopo le ristampe del primo album omonimo https://discoclub.myblog.it/2017/04/23/la-versione-deluxe-di-un-album-leggendarioma-si-poteva-fare-meglio-the-doors-the-doors/ e del secondo https://discoclub.myblog.it/2017/09/27/ecco-un-altro-piccolo-cofanetto-futuro-fondamentalmente-inutile-doors-strange-days-50th-anniversary-expanded-edition/ prosegue la serie di ripubblicazioni dei Doors in occasione, più o meno, del 50° Anniversario dalla data di uscita del disco ufficiale (per esempio Waiting For The Sun, di cui ci occupiamo ora, era uscito il 3 luglio del 1968). Le ristampe sono un po’ ondivaghe: il primo album era uscito come triplo CD + LP, mentre il secondo era uscito come doppio CD, ora si torna al formato misto CD + Vinile, che non è molto amato da entrambe le fazioni. Chi ama i vinili, trova questa ristampa già in varie edizioni, chi cerca le versioni in dischetto digitale, si ritrova a pagare delle belle cifre per acquistare questi “Combo”: nel caso specifico il prezzo dovrebbe indicativamente oscillare tra i 40 e i 50 euro.

Come si ricorda nel titolo del Post, questa è la prima ristampa “decente” del catalogo della band californiana: nel senso che finalmente troviamo un po’ di materiale “inedito”. Nel primo album era stata aggiunta la versione Mono rimasterizzata del disco, più un pezzo dei concerti al Matrix del 1967, che però erano già usciti completi in un doppio CD del 2008 della serie Archive, appunto Live At The Matrix 1967, mentre nel secondo, Strange Days, erano riportate solo le versioni mono e stereo, senza materiale inedito. Per Waiting For The Sun andiamo un po’ meglio: nel secondo CD sono riportati dei Rough Mixes (qualsiasi cosa significhi, speriamo siano versioni sostanzialmente diverse) di nove degli undici brani in studio dell’album, più 5 pezzi dal vivo, registrati al Falkoner Centeret di Copenhagen il 17/9 del 1968: mettere tutto il concerto era troppo, visto che la band suonò solo otto canzoni in un set e dieci nell’altro, ed esistono delle riprese senza audio, di qualità scadente, di quella data? Evidentemente ipotizzo che poi la performance completa potrebbe uscire in qualche altra edizione a parte, per la gioia di tutti, meno che dei portafogli.

Comunque per ora accontentiamoci e vediamo quale è la lista completa dei contenuti di questo cofanetto:

[CD1]

1. Hello, I Love You (Remastered)
2. Love Street (Remastered)
3. Not To Touch The Earth (Remastered)
4. Summer’s Almost Gone (Remastered)
5. Wintertime Love (Remastered)
6. The Unknown Soldier (Remastered)
7. Spanish Caravan (Remastered)
8. My Wild Love (Remastered)
9. We Could Be So Good Together (Remastered)
10. Yes, The River Knows (Remastered)
11. Five To One (Remastered)

[CD2]
1. Hello, I Love You (Rough Mix)
2. Summer’s Almost Gone (Rough Mix)
3. Yes, The River Knows (Rough Mix)
4. Spanish Caravan (Rough Mix)
5. Love Street (Rough Mix)
6. Wintertime Love (Rough Mix)
7. Not To Touch The Earth (Rough Mix)
8. Five To One (Rough Mix)
9. My Wild Love (Rough Mix)
10. Texas Radio & The Big Beat (Live at Falkoner Centeret, Copenhagen 9/17/68)
11. Hello, I Love You (Live at Falkoner Centeret, Copenhagen 9/17/68)
12. Back Door Man (Live at Falkoner Centeret, Copenhagen 9/17/68)
13. Five To One (Live at Falkoner Centeret, Copenhagen 9/17/68)
14. The Unknown Soldier (Live at Falkoner Centeret, Copenhagen 9/17/68)

[LP]
1. Hello, I Love You (Remastered)
2. Love Street (Remastered)
3. Not To Touch The Earth (Remastered)
4. Summer’s Almost Gone (Remastered)
5. Wintertime Love (Remastered)
6. The Unknown Soldier (Remastered)
7. Spanish Caravan (Remastered)
8. My Wild Love (Remastered)
9. We Could Be So Good Together (Remastered)
10. Yes, The River Knows (Remastered)
11. Five To One (Remastered)

Per ora è tutto, penso che poi all’uscita l’amico Marco vorrà esaminare più nei dettagli il contenuto del box (così lo impegno)!

Bruno Conti

“Mini” Nel Formato, Ma Non Nei Contenuti E Nella Durata: L’Altro Blue Rodeo. Greg Keelor – Last Winter

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Greg Keelor – Last Winter – Warner Music Canada

A pochi mesi dall’uscita dell’album solista di Jim Cuddy https://discoclub.myblog.it/2018/03/08/anche-senza-il-suo-pard-abituale-sempre-un-gran-bel-sentire-jim-cuddy-constellation/ , ecco arrivare la risposta del suo pard nei Blue Rodeo Greg Keelor: entrambi hanno rilasciato delle prove piuttosto convincenti, ma mentre Cuddy aveva scelto un sound ed un approccio molto vicino a quello della sua band, ovvero un country-rock solare e a tratti chitarristico, grazie anche alla presenza nel disco di ben tre componenti del gruppo canadese, Keelor ha optato per un suono più malinconico e meditativo, come ricorda il titolo del l’album, anche se il CD esce alle soglie dell’estate, pur essendo stato registrato nel marzo del 2017. La quinta prova solista del musicista nordamericano esce sotto la forma dell’EP o mini CD, infatti comprende solo quattro brani, ma per ben 34 minuti di musica: il punto di contatto nei due dischi è rappresentato dalla presenza del chitarrista e multistrumentista  Jim Bowskill degli Sheepdogs, che suona tutti gli strumenti a corda e ha curato anche gli arrangiamenti degli archi.

Il nostro amico Greg, che nella foto interna sfoggia il lungo barbone bianco da Babbo Natale che ne caratterizza l’immagine da qualche tempo, è sempre stato l’anima più meditabonda e riflessiva dei Blue Rodeo, ma comunque spesso ha scritto e collaborato anche alle sarabande chitarristiche del quintetto canadese. Da quando però i suoi problemi di udito causati dal tinnito ne hanno limitato l’uso della chitarra elettrica, ha virato ancor di più la sua musica verso un approccio più intimista e raccolto, anche se, come dimostrano le quattro canzoni presenti in Last Winter, il suono rimane sempre pieno ed avvolgente, caratterizzato dalla sua voce profonda, piana e vissuta, dove c’è ampio spazio per le solite improvvisazioni strumentali tipiche delle sue canzoni migliori. E le quattro presenti in questo EP rientrano tutte in questa categoria: quattro lunghe ballate, tutte sugli otto/nove minuti , tempi quieti e dilatati, con la presenza costante del piano e dell’organo, che da subito risalta nella stupenda Gord’s Tune dedicata al recentemente scomparso leader dei Tragically Hip Gord Downie, e che nelle tematiche musicali e nel testo ricorda anche un brano proprio di Downie Bobcaygeon, dedicato ad una piccola comunità dell’Ontario (anche se mi risulta strano, perché Downie è morto ad ottobre 2017, mentre il disco di Keelor sarebbe stato registrato a marzo di quell’anno).

Ma al di là di  eventuali sfasature spaziotemporali il brano è bellissimo, contemplativo e sentimentale, con Bowskill che lavora di fino con la chitarra e soprattutto la pedal steel, mentre gli archi e le tastiere aggiungono ulteriore profondità al sound, e la presenza della sezione ritmica è discreta e minimale, come pure le armonie vocali di Bowskill, a conferma dell’aria malinconica e nostalgica del brano. City Is A Symphony non sposta l’equilibrio sonoro, che se possibile si fa ancora più disadorno ed essenziale, con il pianoforte strumento guida, anche se dopo qualche minuto entrano di nuovo gli archi, una batteria elettronica per una volta non fastidiosa e una chitarra elettrica appena accennata che sottolinea la voce dolente di Keelor e gli arrangiamenti si fanno più complessi.

Early In the Morning è l’unico brano non a firma Keelor, si tratta di una vecchia canzone di Noel “Paul” Stookey, che si trovava sul primo album di Peter, Paul & Mary del 1962, che dal breve brano folk originale si trasforma in una mini sinfonia di otto minuti, dove un organo quasi da chiesa sottolinea l’aria solenne  e sospesa di questa bellissima ballata, dolce ed insinuante, mentre le armonie vocali di Ashley Moffatt le conferiscono una ulteriore solennità. Per chiudere rimane 3 Coffins (Tre Bare), altro brano diciamo non allegrissimo, dove l’uso del Weissenborn e dell’hurdy-gurdy di Bowskill porta una mistica quasi indianeggiante a tempo di lento raga, mentre gli archi e le tastiere amplificano l’aria cogitabonda e spirituale della canzone ed evidenzia lo spirito globale e complessivo non facile ma affascinante di questo (mini)album.

Bruno Conti

Ripassi Estivi 2. Cosa Fa Un Metallaro Inglese Quando Diventa Solista? Facile: Del Country-Rock, E Lo Fa Bene! Danny Worsnop – The Long Road Home

danny worsnop the long road home

*NDB Proseguono i recuperi delle recensioni di album usciti da qualche tempo, in questo caso più che di ripassi estivi parliamo di recuperi annuali, visto che l’album è stato pubblicato addirittura a febbraio del 2017, ma noi “non lo bocciamo”!

Danny Worsnop – The Long Road Home – Earache CD

Quando ho visto la copertina di questo disco, ho pensato a Danny Worsnop come l’ultimo di una lunga serie di nuovi artisti country, magari originario degli stati del sud visto l’aspetto fisico. Poi ho preso qualche informazione, e ho scoperto che Worsnop proviene in realtà dall’Inghilterra, non esattamente la patria del country, ma soprattutto che il suo curriculum comprende la leadership di un gruppo hard rock, i We Are Harlot, e addirittura di una band metalcore, gli Asking Alexandria, nella quale milita tuttora. Non è la prima volta che un cantante passa da un genere all’altro con estrema disinvoltura, basti pensare a Hank Williams III, ma è chiaro che un po’ di diffidenza ce l’avevo. Ebbene, devo ammettere che The Long Road Home (esordio solista di Danny) è un buon disco di moderno rockin’ country, che non sembra assolutamente il prodotto di un metallaro in vacanza: le uniche tracce dei suoi trascorsi si possono riscontrare nel suono robusto e per nulla incline a sdolcinature e nella sua voce arrochita, tipica da rocker vissuto (e vissuto lo è davvero, in quanto ha un recente passato all’insegna di problemi con alcool e droghe).

The Long Road Home mostra quindi la versatilità del nostro, ed il fatto che la sua passione per il country sia autentica e non di convenienza: le canzoni sono dirette, elettriche, ben suonate da un manipolo di sessionmen abbastanza sconosciuti (nessuno dei quali, va detto, appartiene agli altri gruppi di Danny), ed il disco è decisamente riuscito e gradevole, con diversi momenti addirittura sorprendenti. Prozac, che apre il CD, è una ballata elettrica dal passo lento, cantata con buon piglio da Danny e con un coro in sottofondo di derivazione quasi gospel: tutto sembra tranne che un metallaro inglese. Mexico è un robusto country-rock dal sapore sudista, chitarre in palla ed un buon refrain, non solo grinta ma anche feeling, I Feel Like Shit (titolo bello diretto) è un vivace pezzo a metà tra rockin’ country e honky-tonk, contraddistinta dalla vocalità aggressiva del nostro ed un accompagnamento degno di una bar band texana; Anyone But Me è un’ottima ballata ariosa e distesa, un pezzo di qualità superiore sia dal punto di vista della scrittura che dell’esecuzione, che dimostra che Danny ha le carte in regola per fare questo tipo di musica.

La lenta e malinconica High è una gradita oasi elettroacustica, con la steel che ricama sullo sfondo ed un mood evocativo, la vigorosa I Got Bones è puro rock con tracce di southern, al punto da farmi quasi dimenticare la provenienza britannica di Worsnop (ottime qui le parti di chitarra). La tersa Quite A While è dotata di un buon ritornello corale, Don’t Overdrink It è un godibilissimo honky-tonk elettrico dal ritmo contagioso, che conferma, per dirla con Mourinho, che Danny non è un pirla, mentre I’ll Hold On è una bella ballad elettrica, ben costruita e con sonorità classiche basate su chitarra ed organo. L’album si chiude con la grintosa e diretta Midnight Woman, l’ottima Same Old Ending, quasi una ballata texana (tra le migliori del CD), e con la quasi punkeggiante The Man, che lascia fuoriuscire prepotentemente l’anima rock del nostro.

Un disco che sarebbe già notevole se fosse il frutto di un’artista texano o dell’Alabama, ma il fatto che sia farina del sacco di un musicista originario dello Yorkshire, e per di più con dei trascorsi in ambito metal, lo rende ancora più interessante.

Marco Verdi

Paul McCartney – Egypt Station: Il 7 Settembre Esce Il Nuovo Album Di Macca, Mentre Filtrano Le Prime News Sulla Ristampa Del White Album Dei Beatles

paul mccartney egypt station

Paul McCartney – Egypt Station – MPL/Capitol/Universal CD/LP – 07-09-2018

Continuano ad arrivare notizie sulle prossime uscite/ristampe di fine estate, inizio autunno: dopo la “ristampa” potenziata di The Song Remains The Same dei Led Zeppelin, anche Paul McCartney ha annunciato, sempre per il 7 settembre, l’uscita del nuovo album Egypt Station, il primo dai tempi di New, uscito nell’ottobre 2013. Sono passati ben 5 anni, anche se la vorticosa attività di ripubblicazioni dei vecchi album solisti e di materiale dei Beatles non ha messo in rilievo questo lungo gap temporale, grazie anche ai molti concerti ed alle partecipazioni a vari eventi del nostro. L’ultima in ordine di tempo è stata quella al Late Late Show With James Corden, uno spettacolo televisivo della televisione americana CBS, condotto però da un inglese, all’interno del quale però è previsto anche uno spazio chiamato Carpool Karaoke, spesso girato a Londra ( o Liverpool, come in questo caso). Non aggiungo altro, se non avete ancora visto il filmato godetevelo, perché è veramente divertente e sorprendente.

Tornando al nuovo album di Sir Paul, non è ancora stata comunicata la lista dei brani completa, ma già sono in vendita e disponibili anche come video le prime due canzoni estratte dal disco, I Don’t Know Come To Me. Si sa anche che l’album, che conterrà 16 brani, con due strumentali Station I II, posti in apertura e chiusura, oppure come interludi, sarà prodotto da Greg Kurstin, un buon “mestierante” che ha lavorato con Lilly Allen, Sia, Kelly Clarkson, Ellie Goulding, Pink e Adele (?!?), ma di recente anche con Liam Gallagher Foo Fighters, ed ha un discreto passato rock con i Geggy Tah e con Inara George (la figlia di Lowell). D’altronde non è che neppure uno dei produttori del precedente New, Paul Epworth, fosse il massimo della vita, anche lui con trascorsi con Bruno Mars, Maximo Park e l’immancabile Adele: comunque l’album pur non essendo un capolavoro si lasciava ascoltare. E anche i due nuovi brani che anticipano New Egypt non sembrano male. La versione Deluxe, con due tracce extra, sarà pubblicata solo negli Stati Uniti, per la catena di vendita Target.

Tra i brani annunciati per il nuovo CD Paul in una intervista ha parlato di Happy with You, un brano di impostazione acustica, People Want Peace, una canzone dai temi universali con il classico sound alla McCartney e la lunga Despite Repeated Warnings, che viene presentata come una epica cavalcata di oltre sette minuti, divisa in più parti e che ricorda alcuni brani deii suoi gruppi precedenti (quali saranno?).

A proposito di vecchio gruppo, nella stessa intervista hanno chiesto a Paul delle conferme sull’uscita della ristampa del White Album dei Beatles prevista per il 50° Anniversario: la data certa non c’è ancora, ma si presume che sarà intorno al 22 novembre, che nel 1968 fu quella del doppio vinile originale. Viene confermata la presenza dei famosi demos acustici,  registrati a Esher, sentiti in mille bootleg (tipo quello che potete ascoltare qui sotto), ma mai a livello ufficiale, un paio di brevi saggi scritti all’interno della confezione, che lo stesso McCartney dice di avere approvato in questi giorni, per il resto si brancola nel buio.

Entro fine anno, o forse inizio 2019, si parla anche di una ristampa potenziata per Imagine di John Lennon, ma anche in questo caso nulla di confermato. L’unica cosa certa è che il 6 luglio uscirà il picture disc a tiratura limitata di Yellow Submarine b/w Eleanor Rigby. Per le solite incongruenze quest’anno è il cinquantenario del film Yellow Submarine, ma il singolo era uscito nel 1966: d’altronde sono discografici, cosa ci vogliamo aspettare?

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Direi che per oggi è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Lo Springsteen Della Domenica: Un “Fiume” Di Grande Musica! Bruce Springsteen & The E Street Band – MSG, Nov. 08, 2009

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Madison Square Garden, New York, Nov. 08, 2009 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Verso la fine della scorsa decade Bruce Springsteen aveva iniziato a proporre saltuariamente durante i suoi concerti con la E Street Band una serie di suoi album storici, suonati integralmente dalla prima all’ultima canzone. Questo non comprendeva tutti i suoi lavori, ma solo i più famosi: principalmente Born To Run, Darkness On The Edge Of Town e Born In The U.S.A., con qualche rara eccezione che riguardava Greetings From Asbury Park, NJ e The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle. Solo una volta però Bruce, prima che la cosa diventasse quotidiana nel tour del 2016, aveva suonato tutto The River dalla prima all’ultima nota, e ciò era avvenuto verso la fine del tour di Working On A Dream, l’8 Novembre del 2009, al Madison Square Garden di New York, concerto che ora esce per la meritoria serie di live d’archivio del Boss. The River è uno dei grandi dischi della nostra musica (per il sottoscritto è il secondo migliore di sempre dopo Highway 61 Revisited di Bob Dylan), ma è anche un album impegnativo da suonare dal vivo, dato che è doppio e che da solo occupa ben più della metà della scaletta.

Ma Bruce in quella serata del 2009 se ne è giustamente fregato, e dopo aver aperto lo show con l’allora inedita Wrecking Ball (non una grande canzone, ma che garantisce un avvio potente), ha snocciolato uno per uno tutti i venti brani dell’album del 1980, nobilitando il tutto con una performance al solito scintillante e seguito alla grande da una E Street Band perfettamente rodata (e nella quale militava ancora Clarence Clemons, mentre sia Soozie Tyrell che Charlie Giordano erano sul palco ma non ancora membri fissi del gruppo), con il risultato finale di una splendida festa a base di rock’n’roll. So che molti preferiscono le performances infuocate del biennio 1980-1981, quando Bruce ed i suoi erano ancora affamati, piuttosto che il gruppo “arrivato” e quasi auto-celebrativo di oggi, ma per me sono quisquilie, dato che comunque un’altra rock band simile al mondo non si trova. Riascoltiamo quindi con grande godimento le versioni “da terzo millennio” dei pezzi di questo storico LP, diviso tra gioiosi rock’n’roll del calibro di The Ties That Bind, Sherry Darling (un uno-due di apertura che pochi artisti possono vantare, qui eseguite in versione leggermente rallentata rispetto all’originale), Out In The Street, You Can Look (But You Better Not Touch), più irresistibile che mai, fino alle due più trascinanti in assoluto, Cadillac Ranch e Ramrod, oppure struggenti ballate come la magnifica Independence Day, la drammatica Point Blank, con lo splendido piano di Roy Bittan in evidenza, e lo strepitoso trittico finale formato da The Price You Pay, Drive All Night (altra rilettura da brividi) e Wreck On The Highway. Senza dimenticare la formidabile title track, una delle ballad più belle di sempre, e non solo di Springsteen.

Da apprezzare anche i brani considerati “minori” (e raramente suonati da Bruce fuori dal contesto originale dell’album d’origine), ma che decine di musicisti sognerebbero di avere nel proprio repertorio, come I Wanna Marry You, Fade Away e Stolen Car, che anticipava le atmosfere di Nebraska. E quella sera fanno la loro porca figura anche i due pezzi che ho sempre considerato un gradino sotto, cioè Crush On You e I’m A Rocker. Prima dei bis c’è il tempo per altre cinque canzoni: la festosa Waitin’ On A Sunny Day, che in quel periodo veniva suonata ogni sera, una Atlantic City tesissima e decisamente elettrica, le immancabili Badlands e Born To Run e la classica Seven Nights To Rock di Moon Mullican, che come di consueto fa venire giù il teatro. Come encores abbiamo gli unici due pezzi tratti da Born In The U.S.A. (da notare che da Working On A Dream, l’album nuovo a quell’epoca, non ne viene eseguita mezza, e non è un male), cioè la splendida No Surrender e la famosa Dancing In The Dark, che non ho mai amato, la travolgente giga rock American Land, che fa saltare tutto il Garden, una toccante e purtroppo breve Can’t Help Falling In Love (Elvis, naturalmente), e due classici del soul ed errebi “da colpo di grazia” come Sweet Soul Music (Arthur Conley) e (Your Love Keeps Me Lifting) Higher And Higher (Jackie Wilson), un concentrato di energia e ritmo che metterebbe al tappeto una mandria di tori, e dove fa la sua bella parte anche la tromba di Curt Ramm.

Grandissimo concerto, come sempre d’altronde, direi anche questo da non perdere.

Marco Verdi

Ripassi Estivi 1. Un Ottimo Duo Bresciano Di Blues(Rock) Made In Italy. Superdownhome – Twenty Four Days

superdownhome twenty four days

*NDB E’ iniziata ufficialmente l’estate, quindi come usa fare tra le persone scrupolose, iniziano anche i ripassi: anche noi del Blog pure quest’anno ci adeguiamo. Scherzi a parte, da oggi, pur mantenendo la “programmazione” abituale di recensioni di dischi nuovi, anticipazioni di future uscite e quant’altro, di tanto in tanto troverete dei Post (miei e degli altri collaboratori di Disco Club) dedicati al recupero di dischi che per vari motivi non sono stati pubblicati sul Blog nei mesi passati.

Superdownhome – Twenty Four Days – Slang Records

Per la serie blues Made in Italy, un’altra “nuova” formazione che si affaccia sulla nostra scena  interna. Il nuovo virgolettato è perché in effetti  i Superdownhome, da Brescia, sono comunque in pista da un paio di anni, hanno già pubblicato un EP e pure questo Twenty Four Days circola (a fatica, se non trovate il CD fisico c’è comunque il download digitale, ma non è la stessa cosa) da qualche mese, ma in ogni caso non scade!  E senza dimenticare che i due componenti del gruppo (ebbene sì, sono un duo, chitarra e strings, come dicono le note, e batteria) sono in giro da qualche annetto, Henry (Enrico) Sauda prima suonava nei Granny Says e negli Scotch, mentre il batterista Beppe Facchetti ha collaborato con Elizabeth Lee’s Cozmic Mojo, con Louisiana Red, Rudy Rotta, e Slick Steve & The Gangsters, sempre in modo indipendente e sotterraneo: quindi cerchiamo di aiutarli vieppiù ad emergere diffondendo, per quello che si può, il loro verbo. Sul sito della etichetta vengono presentati come un duo di rural blues, con uso di chitarra, Cigar Box e Diddley Bow e batteria, solo rullante e cassa, ma il suono che si percepisce ascoltando questo CD non è per niente rurale, anzi è elettrico, vibrante e ricco di grinta. Sono stati fatti paralleli con Seasick Steve e Scott H. Biram per questo approccio DIY e minimale, ma mi sembra che la quota R&R che esce dalle dieci canzoni di questo album non sia affatto marginale: d’altronde un disco che “coverizza” un brano come la leggendaria Kick Out The Jams degli MC5 non usa certo le mezze misure.

La voce di Sauda, sa essere suadente, ma anche rauca, vissuta ed incazzata, come timbro a tratti mi ricorda quella dell’amico Fabrizio Friggione dei Fargo, anche se lo stile è diverso, per quanto entrambi attingano dal blues come fonte di ispirazione, e poi la presenza di Popa Chubby in un paio di brani  di questo Twenty Four Days è sintomatica. Insomma siamo di fronte ad un gran bel dischetto, solo 34 minuti di musica, ma tanto impegno e passione: ogni tanto si tenta anche la strada della roots music come nella conclusiva delicata Goodbye Girl, una bella ballatona, dove si ascoltano, credo, anche delle tastiere e chitarre aggiuntive suonate da Marco Franzoni, che è il produttore dell’album, registrato tra ottobre e novembre del 2017 al Bluefemme Stereo Rec di Brescia, e che vanta collaborazioni con altri artisti indipendenti ma anche mainstream come Omar Pedrini. I Superdownhome hanno aperto per Popa Chubby, Andy J Forest, Doyle Bramhall II e Bud Spencer Blues Explosion.

Tornando al disco il mood che prevale è spesso robusto e grintoso, se non anche selvaggio: l’iniziale Twenty Four Days con bottleneck in azione, è subito una stilettata di energia, sulle strade del blues più ispido, ma legato alla tradizione, Stop Breaking Down Blues di Robert Johnson, c’era anche su Exile On Main Street degli Stones e l’hanno suonata pure in molti altri, dai Fleetwood Mac di Peter Green in giù, e fa parte dei brani, “buoni, brutti e cattivi”, per citare Sergio Leone, buoni per la musica, ma brutti e cattivi per l’approccio, ruvido ed elettrico, anche grazie alla presenza di Popa Chubby, con il rock che va a braccetto con le 12 battute, con le chitarre che mulinano di gusto. Over You è più sinuosa e serpentina, mentre Nobody Knows ha ritmi più frenetici  e scatenati, con le chitarre sempre in evidenza. Disabuse Boogie si presenta sin dal titolo, un po’ Canned Heat, un po’ Thorogood, un po’ ZZ Top vecchio stile, ottima ed abbondante, Long Time Blues è l’altro brano che prevede la presenza del buon Chubby,  e Down In Mississippi è proprio il classico di J.B. Lenoir, misterioso e dalle atmosfere sospese.  Bad Nature, di nuovo a colpi di slide e blues completa un menu vario e di buona qualità complessiva.

Bruno Conti