Un Secondo Capitolo Degno Del Primo. Ray Davies – Our Country: Americana Act II

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Ray Davies – Our Country: Americana Act II – Legacy/Sony CD

Quando lo scorso anno Ray Davies aveva pubblicato Americana, suo primo album solista con materiale inedito in dieci anni (e controparte audio della sua autobiografia dallo stesso titolo), aveva dichiarato di aver registrato musica sufficiente per un secondo volume https://discoclub.myblog.it/2017/05/01/un-ottimo-esempio-di-american-music-dal-piu-britannico-dei-cantautoriin-circolazione-ray-davies-americana/ . Ed ora, a poco più di un anno di distanza, ecco arrivare puntuale Our Country: Americana Act II, seguito di quel disco, altre diciannove canzoni ispirate dal grande amore dell’ex leader dei Kinks per l’America, i suoi usi e costumi, la sua musica ed anche le sue contraddizioni, una passione che il nostro coltiva sin dall’età giovanile. Il progetto Americana si può quindi considerare il più ambizioso di tutta la carriera di Ray, ma la cosa che a noi più interessa è che i due CD che fanno parte dell’operazione sono quanto di meglio il nostro abbia inciso lontano dal suo gruppo storico (anche se per me il suo capolavoro solista rimane Working Man’s Cafe): Americana era un ottimo album, che alternava grandi canzoni e momenti più “normali”, e questo Our Country non è di certo inferiore, anzi forse lo supera di un’attaccatura, pur avendo lo stesso, piccolo difetto del primo: una lunghezza forse eccessiva e qualche riempitivo di troppo (e molte più parti narrate che nel volume precedente), ma sono quisquilie in quanto la maggior parte dei brani è davvero di alto livello.

Davies resta uno dei migliori songwriters della nostra musica, attento ed acuto osservatore della società odierna, spesso ironico e pungente quando non sarcastico, ma anche un fantastico costruttore di melodie di grande immediatezza: essendo stato inciso in contemporanea con il primo volume, Our Country presenta ancora i Jayhawks al completo come backing band (tra l’altro il gruppo tra pochi giorni uscirà con un nuovo album), che donano il vestito sonoro perfetto ai brani di Ray, grazie anche all’aiuto di altri selezionati sessionmen (tra i quali spiccano il chitarrista John Jackson, già band leader della road band di Bob Dylan nei primi anni novanta, e Mick Talbot all’organo). Infine, in questo disco Ray riprende anche alcuni brani del suo passato, più o meno recente. L’album parte alla grande con la title track, una straordinaria ballata tra folk, country e cantautorato puro, limpida, maestosa e con uno splendido refrain corale, che conferma la particolare bravura del nostro nel creare melodie di grande impatto con apparente facilità. The Invaders non è la stessa che era anche su Americana, in quanto qua è quasi tutta spoken word (con Ray aiutato da John Dalgleish nella narrazione), anche se l’accompagnamento di stampo roots non manca, Back In The Day è un pezzo a metà tra rockabilly e doo-wop, alla maniera di Dion & The Belmonts, un divertissement d’alta classe e ricco di swing, mentre Oklahoma USA è la ripresa attualizzata di un pezzo dei Kinks (era su Muswell Hillbillies), una ballata di ampio respiro in cui il gusto melodico del nostro si sposa alla perfezione con il tappeto sonoro di Gary Louris e compagni.

Bellissima Bringing Up Baby, una country song limpida e deliziosa, con un altro motivo di prim’ordine tipico del suo autore (speriamo che la vicinanza di Davies sia servita da ispirazione per i Jayhawks, lo scopriremo a breve), The Getaway, rifacimento di un pezzo già apparso su Other People’s Lives, è uno scintillante brano elettroacustico tra southern e country, in cui si nota il contrasto tra l’accompagnamento vigoroso e la voce quasi indolente e distaccata di Ray (strepitoso il finale accelerato); The Take è un trascinante rock’n’roll con elementi punk, quasi alla Ramones, con Ray che duetta con Karen Grotberg (ed un po’ troppa narrazione in mezzo a rompere il ritmo), mentre We Will Get There è un etereo slow piuttosto nella media. The Real World è il terzo ed ultimo brano già proposto in passato (era su Working Man’s Cafe), ed è un altro lento di indubbio pathos, in cui Ray duetta ancora con Karen su un mood da California anni settanta, davvero bella; A Street Called Hope è un elegante pezzo jazzato, semplice e diretto, The Empty Room è quasi old time music, con tanto di fiati dixieland e la solita classe sopraffina. La sognante Calling Home, dedicata agli indiani d’America, non è allo stesso livello, la sinuosa Louisiana Sky parte bene ma poi Ray inizia a parlare e la canzone si perde, March Of The Zombies è viceversa un ottimo blues swingato con i fiati protagonisti, suonato alla grande e degno di una big band, mentre The Big Weird è un gustoso errebi, grintoso nei suoni e scorrevole nella melodia. Tony And Bob, tutta parlata, è poca cosa, la fluida The Big Guy riporta il disco su territori country-rock, perfino con accenni caraibici alla Jimmy Buffett; il CD termina con l’ultimo spoken word, Epilogue, è con la splendida Muswell Kills, una delle poche, vere rock songs del lavoro, elettrica, potente e superbamente eseguita, con i Jayhawks in grande spolvero ed un’ottima slide a guidare le danze.

Giù il cappello davanti a Ray Davies: non è da tutti pubblicare due dischi a breve distanza l’uno dall’altro con così tante canzoni di livello egregio. Il prossimo passo, dicono i rumors, potrebbe essere la tanto attesa reunion dei Kinks.

Marco Verdi

Un Secondo Capitolo Degno Del Primo. Ray Davies – Our Country: Americana Act IIultima modifica: 2018-07-07T10:03:03+02:00da bruno_conti
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