Una Nuova Speranza? Forse Più “L’Attacco Dei Cloni”! Greta Van Fleet – Anthem Of The Peaceful Army

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Greta Van Fleet – Anthem Of The Peaceful Army – Republic/Universal CD

Ho scelto di citare come intestazione del post odierno due titoli di film della saga di Star Wars, dato che a mio giudizio calzano entrambi alla perfezione per i Greta Van Fleet, che è nello stesso tempo considerata dalla critica una delle nuove frontiere del rock americano, ma pure una band il cui suono ricalca in maniera imbarazzante quello di un monumento del passato, vale a dire i Led Zeppelin. I GVF sono un quartetto proveniente da Frankenmuth, un paesino del Michigan di circa cinquemila abitanti, la maggior parte dei quali di origine tedesca (ed il nome del gruppo deriva da quello di una abitante della cittadina di loro conoscenza, leggermente modificato), ed è formata dai fratelli Joshua, Jacob e Samuel Kiszka (rispettivamente voce solista, chitarra e basso/piano/organo), con l’aggiunta dal batterista Danny Wagner, un combo la cui età media supera di pochissimo i vent’anni. I GVF si sono messi in grande evidenza lo scorso anno con From The Fires, un EP di otto canzoni (32 minuti, ci sono album che durano di meno) che riprendeva i quattro pezzi del precedente EP Black Smoke Rising aggiungendone altrettanti nuovi di zecca: la critica di tutto il mondo ha gridato al miracolo, eleggendoli in alcuni casi anche a migliore nuova rock band, non mancando però di far notare la somiglianza impressionante con gli Zeppelin.

Somiglianza che non è solo legata al timbro vocale di Josh, davvero sovrapponibile a quello di Robert Plant, ma anche per lo stile compositivo, il sound ed il modo di suonare degli altri tre componenti (specie la batteria, che a volte pare voler scimmiottare la tecnica di John Bonham): lo stesso Plant ha espresso ottime parole per loro, non mancando però di far notare che gli ricordavano “qualcuno”, ed aggiungendo scherzosamente di odiarli, più che altro per la loro giovanissima età. Il fatto di essere così simili ad uno dei gruppi storici del rock mondiale può essere però un’arma a doppio taglio, in quanto ci sarà sempre qualcuno pronto a rimarcare tale parallelo (che a volte è davvero impressionante, basti ascoltare le canzoni Safari Song e Highway Tune dall’EP dell’anno scorso, siamo a livelli da “Tale E Quale Show”), ed è un peccato in quanto i quattro ragazzi hanno indubbiamente un’ottima tecnica, ed in più rappresentano una boccata d’aria fresca nell’ambito di una generazione che sembra capace di sfornare solo artisti rap, hip-hop, trip-hop e belinate varie. Ora i nostri pubblicano il loro primo vero e proprio album, Anthem Of The Peaceful Army, un lavoro di puro classic rock anni settanta che a mio parere lascerà ognuno sulle proprie posizioni: i detrattori del gruppo continueranno a paragonarli alla storica band di Stairway To Heaven, mentre i fans li esalteranno come il futuro del rock.

Diciamo che forse è il caso di ascoltare questo loro primo full length in maniera obiettiva (anche se è difficile visto lo stile e soprattutto il timbro di voce “plantiano” di Josh) e giudicarlo per quello che è: un buon disco di sano rock americano (con influenze British, uno dei rari casi di ispirazione “al contrario”, dato che di solito erano le band inglesi che guardavano al Nuovo Continente), suonato in maniera tosta e vigorosa, cantato benissimo e con una produzione solida, un album che non sfigurerà di certo in qualsiasi collezione che si rispetti. I ragazzi sono consci dei paragoni con la band di Page, Plant, Jones e Bonham, e quindi in qualche episodio cercano anche di diversificare la proposta, con strumentazioni più acustiche ed atmosfere di vaga ispirazione West Coast: anche nell’EP dello scorso anno c’erano un paio di varianti, ma nella fattispecie si trattava di due cover, A Change Is Gonna Come di Sam Cooke e Meet On The Ledge dei Fairport Convention, mentre in Anthem Of The Peaceful Army i brani sono tutti originali. Un tentativo quindi apprezzabile, anche se poi l’impressione è che sia Robert Plant a cantare, e quindi si torna al punto di partenza. L’opening track Age Of Man ha un suggestivo intro per organo e voce, poi arriva la sezione ritmica, solida e sicura, e Josh intona una rock ballad molto classica, con i suoni giusti ed un crescendo di grande pathos: forse neanche troppo zeppeliniana. Con The Cold Wind siamo invece in pieno Dirigibile, il modo di cantare è plant al 100% e pure nella performance chitarristica ci sono palesi rimandi allo stile di Page, ma non nascondo di provare un certo piacere nell’ascoltare comunque un brano rock potente e ben fatto come questo; la cadenzata When The Curtain Falls non si sposta un millimetro dalla “Zeppelin Zone” (periodo secondo/terzo album), ma in ogni modo la prestazione dei nostri è notevole, specie Jake alla chitarra ed un super Wagner alla batteria.

Con Watching Over i GVF alzano leggermente il piede dall’acceleratore, e ci consegnano una fluida ballata elettrica per quanto sempre decisamente rock, cantata e suonata con grinta ed un paio di assoli chitarristici molto liquidi, mentre la tambureggiante Lover, Leaver (Taker, Believer) è puro hard rock anni settanta, indovinate da che parti stiamo (e qui si rasenta il plagio, anche se indubbiamente i ragazzi sanno suonare alla grande: sentite la chitarra, una vera goduria). You’re The One cambia registro, ed è una squisita ballata elettroacustica, sempre suonata con molta forza, ma dai cromosomi californiani (sempre seventies, da lì non ci si schioda), un ritornello di impatto immediato ed un ottimo organo alle spalle suonato da Sam, un pezzo che dimostra che i ragazzi, quando vogliono, sanno anche staccarsi dall’ombra di chi già sapete. The New Day mantiene i piedi nella West Coast, ma c’è da dire che anche nei dischi degli Zeppelin erano presenti sonorità più acustiche e bucoliche: bella canzone comunque, fresca, ariosa, con la solita splendida chitarra ed una performance vocale di livello egregio. La roboante Mountain Of The Sun, in cui appare anche una bella slide, è di nuovo hard rock con qualche elemento blues, mentre Brave New World, se non fosse per la voce di Josh, potrebbe anche essere un brano di Neil Young, ma di quelli belli tosti; il CD termina con Anthem, una scintillante canzone che parte con voce e chitarra acustica ma che a poco a poco si arricchisce strumentalmente, mantenendo comunque un profilo più basso e distaccandosi in maniera più netta rispetto al suono hard di gran parte del disco.

Vedremo se dal prossimo disco i Greta Van Fleet continueranno ad evocare sonorità zeppeliniane o intraprenderanno definitivamente una strada tutta loro: per il momento mi sento di promuoverli, dato che comunque questo Anthem Of The Peaceful Army non è una bufala, e la musica in esso contenuta è di livello più che buono.

Marco Verdi

Una Nuova Speranza? Forse Più “L’Attacco Dei Cloni”! Greta Van Fleet – Anthem Of The Peaceful Armyultima modifica: 2018-10-28T13:40:20+01:00da bruno_conti
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