Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 6. Una Sontuosa Riedizione Di Un Capolavoro “Minore”. The Kinks – Are The Village Green Preservation Society 50th Anniversary

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The Kinks – Are The Village Green Preservation Society 50th Anniversary – Sanctuary/BMG Deluxe 2CD – Super Deluxe 5CD/3LP/3x45rpm

In un anno in cui sono uscite tutte insieme le ristampe in formato Super Deluxe di album leggendari come The Beatles (meglio conosciuto come White Album), Blood On The Tracks, Electric Ladyland ed Imagine, l’edizione per il cinquantesimo anniversario di Are The Village Green Preservation Society, il primo di diversi concept albums dei Kinks e considerato tra i loro capolavori, rischia quasi di passare inosservato. Sarebbe un peccato, in quanto stiamo parlando di uno dei migliori dischi di pop-rock dell’epoca, un lavoro che vedeva il genio di Ray Davies al massimo della sua espressione, con una serie di bozzetti che erano una vera e propria dichiarazione di nostalgia verso un certo modo di vivere tipicamente inglese, molto legato alle tradizioni ed a certe abitudini, un senso di appartenenza che secondo il nostro in quel periodo (1968) si stava irrimediabilmente perdendo: il tutto affrontato con la consueta finezza ed ironia, e soprattutto con una serie di canzoni formidabili, tra le migliori di sempre del quartetto londinese (completato in quel periodo dal fratello di Ray, Dave Davies, alle chitarre, da Pete Quaife al basso e Mick Avory alla batteria, anche se gran parte del merito della riuscita sonora del disco originale andava anche alle inimitabili tastiere di Nicky Hopkins, il più grande pianista rock di ogni epoca).

kinks are the village green cofanetto

Per ricordare quell’album fondamentale, oggi la Sanctuary pubblica questo enorme (e costoso) cofanetto, il cui contenuto farà leccare i baffi a più di un fan del gruppo. Il disco originale (che all’inizio degli anni settanta ebbe anche due seguiti, Preservation Act 1 e 2, meno indispensabili) è stato ampliato a ben cinque CD, con l’aggiunta di versioni alternate, mix diversi, outtakes, brani dal vivo e parecchie sorprese non necessariamente risalenti al periodo in questione (non tutto è inedito, ma buona parte sì), ed in più è stato inserito il vinile originale ma in versione doppia, con il primo disco in stereo e l’altro in mono, più un terzo LP separato che riproduce l’album uscito all’epoca in Svezia (ed in altri paesi europei, come Francia, Norvegia ed anche Italia), con una tracklist differente: il tutto corredato da un bel libro pieno di foto e parti scritte (tra le quali una testimonianza nuova di zecca di Pete Townshend, che considera questo album tra i suoi tre preferiti di sempre in assoluto), oltre a diverse cartoline, spartiti e memorabilia varia (ma, e questa è una pecca, manca completamente la lista delle canzoni con i dettagli delle registrazioni, i titoli sono stampati solo sui cinque dischetti). Un’operazione monumentale quindi, non per tutte le tasche: infatti è stata approntata anche una versione più “povera”, un doppio CD che però offre meno dell’edizione tripla pubblicata nel 2004.

Ma veniamo alla disamina di questa ristampa nel dettaglio, sperando (più che altro per le nostre e vostre finanze), che non sia l’avvio di una serie di cofanetti dello stesso tipo, dato che nei prossimi anni compiranno cinquanta anni altri album fondamentali dei Kinks (due su tutti: Arthur e Muswell Hillbillies). CD1: ovviamente si parte con l’album originale (che, va ricordato, all’epoca ebbe incredibilmente un successo davvero scarso), rimasterizzato in maniera magnifica. Riascoltiamo dunque con enorme piacere grandissime canzoni come la title track, Picture Book, Animal Farm, Village Green e People Take Pictures Of Each Other (quest’ultima davvero attualissima nell’era dei social media), fulgidi esempi di perfezione pop-rock, che dimostrano la formidabile facilità di scrittura che Ray aveva in quel periodo. Ma anche le altre non è che siano di molto inferiori, dalla deliziosa Do You Remember Walter?, all’energica Johnny Thunder, alla vibrante Last Of The Steam-Powered Trains, in odore di rock-blues, passando per la squisita Sitting By The Riverside, in puro stile old-time, la saltellante Starstruck, la filastrocca pop di All Of My Friends Were There, fino alla quasi bossa nova di Monica. Come bonus abbiamo diversi altri brani dell’epoca, tra cui vari singoli: da segnalare almeno la strepitosa Days, una delle più belle pop songs di sempre (e non solo dei Kinks), il trascinante rock’n’roll di She’s Got Everything, la leggera Mr. Songbird, quasi beatlesiana, la divertente e solare Polly e la semplicemente bellissima Misty Water. 

CD2: dischetto meno interessante, non brutto (per carità), ma che ripete in gran parte le canzoni del primo CD in versione mono. Le uniche differenti sono la quasi cabarettistica Till Death Do Us Part, una delizia per le orecchie, una Village Green con traccia vocale alternata, lo scintillante pop Lavender Hill, gradevole è dir poco, e la vivace Pictures In The Sand. CD3: intitolato Village Green Sessions, questo dischetto è l’unico per il quale usare la parola “deludente” non è fuori luogo, in quanto non ci sono vere e proprie outtakes, ma in maggior parte mix differenti delle stesse versioni già conosciute. Quindi una ripetizione quasi superflua, buona solo per le orecchie dei maniaci audiofili: le uniche vere versioni alternate sono la take 17 di Animal Farm, praticamente identica a quella nota, e l’acetato originale di Village Green. Ci sono anche sette backing tracks senza le parti vocali, che però prese così non dicono molto. CD4: Village Green At The BBC. Dischetto che propone diverse tracce registrate in vari programmi trasmessi dalla storica emittente britannica (alcuni, ma non molti, erano già usciti sul box sestuplo del 2012 Kinks At The BBC) tra il 1968 e 1969. Non solo brani dell’album in questione comunque, dato che troviamo anche classici come Waterloo Sunset, Sunny Afternoon ed un medley che unisce Dedicated Follower Of Fashion con A Well Respected Man e Death Of A Clown. Poi ci sono splendide versioni di Days, The Village Green Preservation Society, Animal Farm e Picture Book, e non mancano chicche come la roccata Love Me Till The Sun Shines, cantata da Dave, l’intensa Two Sisters, con gran lavoro di clavicembalo, e la sarcastica When I Turn Off The Living Room Light.

CD5: l’ultimo dischetto è forse il più interessante, e comincia con un medley di demo acustici di vari pezzi dell’album, per proseguire con altre backing tracks ed una versione sempre acustica di Days, ovviamente splendida. Ma le sorprese iniziano dalla traccia numero dieci: Time Song è un inedito assoluto, una delicata slow ballad pianistica e dall’atmosfera bucolica, incisa nel 1973 e che avrebbe dovuto finire su Preservation Act 1. Sempre dagli anni settanta provengono tre riletture di pezzi dell’album originale (la title track, un medley tra Picture Book e People Taking Pictures Of Each Other, oltre ad una overture strumentale inedita), potenziate da cori e da una sezione fiati, ed incise ma non utilizzate per i due Preservation Act. Infine, e qui il contenuto vale gran parte del prezzo richiesto, abbiamo otto pezzi dal vivo nel 2010 a Copenhagen solo con Ray, la sua band ed il Danish Radio Symphony & Vocal Ensemble: una meraviglia, con versioni maestose ed emozionanti di Days, Do You Remember Walter?, Picture Book e The Village Green Preservation Society, il tutto concluso dalla rara ed intensa The Way Love Used To Be, tratta dalla colonna sonora di Percy.

I Kinks sono stati una delle più grandi band di sempre, di sicuro una delle più sottovalutate, e questo monumentale cofanetto lo conferma a gran voce: imperdibile, sempre che vi avanzino quei 110/130 euro euro, a seconda dei paesi.

Marco Verdi

Da Ascoltare Molto Attentamente, Soprattutto Le “Celestiali” Armonie Vocali. David Crosby – Here If You Listen

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David Crosby – Here If You Listen – Bmg Rights Management

Prosegue il filotto di David Crosby, sette dischi in quasi cinquant’anni, di cui però quattro sono usciti negli ultimi quattro anni, uno all’anno, e con una qualità sempre elevata, che quasi si innalza ad ogni nuova uscita. Here If You Listen non fa eccezione, se vogliamo questo potrebbe essere definito un album corale, visto che i nomi degli altri cantanti che appaiono nel disco, ovvero Michael League, Becca Stevens Michelle Willis, sono riportati anche nella copertina del disco, quasi alla pari con quello di Crosby. Definirli “solo” cantanti è forse riduttivo, in quanto la Lighthouse Band, come si sono autodefiniti (nome ispirato dal CD del 2016, Lighthouse appunto), suona anche tutta gli strumenti che appaiono nell’album, ma indubitabilmente quello che affascina in questa nuova opera è l’uso direi quasi celestiale delle voci, con intrecci tra i quattro protagonisti di grande seduzione, il tutto guidati da un David Crosby che sembra avere ritrovato quella serenità, conseguita attraverso un avvicinamento al Buddismo, che gli consente di mostrare una nuova vitalità e una prolificità che non erano mai stati tra i suoi segni distintivi nei suoi anni d’oro, ma anche una malinconia che gli fa dire in un testo di un suo brano “I’ve been thinking about dying/How to do it well”, salvo poi smentirsi in un disco che è comunque meno meditabondo e riflessivo del citato Lighthouse.

Rispetto al precedente Sky Trails, che era comunque un album molto bello, complesso e dalla strumentazione ricchissima https://discoclub.myblog.it/2017/09/28/lo-strano-caso-di-mr-david-crosby-tre-album-in-45-anni-e-poi-tre-in-tre-anni-sta-per-uscire-il-nuovo-sky-trails/ , qui si è optato per un approccio più scarno e disadorno, benché sempre ricco di nuances sonore complesse ed affascinanti, ancora una volta affidate soprattutto al lavoro di Michael League, il leader degli Snarky Puppy, che oltre al proprio strumento, ovvero il basso, suona anche molti tipi di chitarra, acustica, elettrica, fretless, 6 e 12 corde, oltre a diversi tipi di synth, nonché cura la produzione del disco. L’unico “ospite” è Bill Laurance, anche lui del giro Snarky Puppy, impegnato al piano, e coautore in un solo brano, mentre tutte le altre canzoni sono firmate coralmente da tutti i protagonisti e in particolare anche dalle due donzelle, Becca Stevens Michelle Willis, che sono (cant)autrici anche in solitaria di un pezzo ciascuna (la prima con Jane Tyson Clement), oltre a suonare pure diversi strumenti, chitarre, ukulele e charango la Stevens, vari tipi di tastiera, oltre al basso, la Willis.

L’apertura è affidata alla splendida Glory, una ballata che rimanda al repertorio storico di David, una chitarra elettrica “trattata”, poi l’acustica di Crosby e la sua voce, delle tastiere di supporto,un liquido piano elettrico in particolare, il basso di League, anche all’acustica, mentre le due voci femminili si alternano a quella di Crosby, prima di intrecciarsi in spericolate e corali armonie vocali di grande fascino, con dei rimandi ai vecchi CSNY ma anche alla Joni Mitchell migliore. Vagrants Of Venice ricorda vecchi incontri con la città italiana, sul suono quasi modale della 7 corde elettrica della Stevens, lo schioccare delle dita che dà il ritmo, e la voce di David tornata forte e sicura che si intreccia con quella delle due ragazze che mi hanno ricordato come timbro vocale e fascino quello che avevano le Roches, non dimenticate interpreti della scena newyorchese, città dove è stato registrato questo disco, la musica scorre fluida e con equilibri sonori perfetti; 1974 profuma sempre di nostalgia del passato proiettata però su un presente sereno e senza rimpianti, lo scat vocale del leader, intrecciato con una chitarra acustica, man mano si arricchisce di una 12 corde, del basso sinuoso di League, di organo e synth, e delle voci calde e guizzanti delle ragazze.

Your Own Ride, con il piano di Bill Laurance protagonista assoluto, è un altro notevole esempio di questo raffinato folk misto a chamber pop, in cui ogni nota, ogni inflessione vocale, solista e corale, è incastonata in melodie mai banali ma comunque godibili e dove la voce di Crosby si libra sempre sicura ed ottimista, anche nel brano che comprende il testo citato all’inizio e che abbraccia questa riscoperta spiritualità. Poi ribadita in Buddha On A Hill, dove il protagonista che aspetta sulla collina non è “lo sciocco” del famoso brano dei Beatles, con la Stevens, virtuosa della chitarra, che se nel precedente brano suonava il terrapatch (di qualsiasi cosa si tratti), qui è impegnata alla Hammertone Electric Guitar, mentre la Willis e League, suonano un impressionante numero di tastiere e strumenti a corda, in un brano nuovamente corale, dove l’arrangiamento si fa via via più complesso e incalzante con lo scorrere della canzone.I Am No Artist, benché il titolo vorrebbe farci credere il contrario, ci conferma la statura artistica di Becca Stevens, autrice di un brano che si affida comunque ancora alla voce di David Crosby, sorretto dalle solite armonie vocali scintillanti ed articolate, prima di lasciare spazio a Becca che canta la sua parte con il piglio della Joni Mitchell più matura, e pure la parte strumentale non scherza quanto a complessità; il ricordo del passato si spinge fino al 1967, per un brano senza parole, ispirato dalla vecchia Orleans, solo un paio di chitarre acustiche, un basso pulsante e poi le voci che entrano improvvisamente a rinverdire i fasti degli incroci sonori con i vecchi amici Nash e Stills, sotto una nuova forma sonora e con nuovi interpreti, ma ugualmente affascinanti.

Molto bella anche Balanced On A Pin, al solito introdotta dalla voce sognante di Crosby e da una chitarra acustica, a cui si aggiungono lentamente le altre voci e una strumentazione in questo caso più soffusa, ma sempre composita e ricercata nel suo dipanarsi; e anche Other Half Rule è una variazione su questa tema, e come la precedente, pur negli arrangiamenti vocali corali, vede una maggiore presenza della vocalità di Crosby. Che poi lascia spazio a Michelle Willis, per Janet, il brano scritto dalla brava artista canadese (che a livello almeno geografico fa la parte di Young e di Joni) che duetta con un ispirato David in uno dei pezzi più mossi, leggermente jazzato e funky, con Wurlitzer, organo e basso a rimandare “nuovamente” al suono della Mitchell più elettrica. Che viene poi omaggiata in una rilettura sontuosa di Woodstock, acustica ma ancora una volta decisamente complessa, con le quattro voci che si alternano alla guida e si intrecciano con un abbandono e una classe disarmante. Se Crosby voleva stupirci, ci è riuscito una volta di più.

Bruno Conti

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 5. Questa Era…Praticamente Una Blues Band! Jethro Tull – This Was: The 50th Anniversary Edition

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Jethro Tull – This Was: The 50th Anniversary Edition – Parlophone/Warner 3CD/DVD Box Set

La meritoria ed apprezzata serie di ristampe del catalogo dei Jethro Tull con i remix degli album originali ad opera di Steven Wilson è arrivata, nei primi mesi di quest’anno, al disco del 1978 dello storico gruppo capitanato da Ian Anderson, Heavy Horses, e già pregustavo per il 2019 la riedizione di Stormwatch (a mio giudizio uno dei lavori più sottovalutati della band inglese), quando mi è arrivata tra capo e collo questa riedizione per il cinquantesimo anniversario di This Was, ovvero l’album di esordio dei Tull, datato 1968. La cosa ha senso, in quanto questo disco era l’unico che mancava nella serie di cofanetti curati da Wilson (nonostante già nel 2008 avesse beneficiato di una ristampa in doppio CD), e quindi ora i fans possono completare anche dal punto di vista dei manufatti una serie che è comunque in continuo sviluppo, con l’unica (e, dal punto di vista del collezionista, fastidiosa) eccezione di Benefit, che non aveva beneficiato del “trattamento” a cofanetto in stile libro. This Was è un album particolare nella discografia dei Jethro Tull, in quanto è forse il meno rappresentativo del loro classico suono rock-folk-prog, ma è bensì un lavoro che all’epoca più di un addetto ai lavori aveva inserito nel filone del British Blues.

Gran parte della responsabilità va senz’altro al chitarrista Mick Abrahams, musicista dalla chiara formazione di stampo blues, che rimarrà nel gruppo per meno di un anno e lascerà poco dopo l’uscita del disco per formare i Blodwyn Pigs, sostituito da Martin Lancelot Barre (e prima, non tutti lo sanno, per un brevissimo periodo da Toni Iommi, *NDB lo si vede nel film degli Stones Rock And Roll Circus https://www.youtube.com/watch?v=zqDxL2oyl-Y), che rimarrà nel gruppo fino allo scioglimento avvenuto nel 2011 (anche gli altri due membri dell’allora quartetto non resteranno a lungo: il bassista Glenn Cornick se ne andrà nel 1970, mentre il batterista Clive Bunker nel 1972). Questa ristampa presenta come al solito un bellissimo e curatissimo libretto pieno di commenti, testimonianze, foto rare o mai viste (anche delle sporadiche reunion di Anderson con gli altri tre membri avvenute in anni recenti), note di Ian brano per brano vergate con la consueta ironia ed i testi delle canzoni, mentre dal punto di vista musicale il box presenta tre CD più un DVD audio. Il primo dischetto offre ovviamente il disco originale, col già citato remix di Wilson, con l’aggiunta di qualche bonus track: un disco come dicevo poc’anzi dalle sonorità decisamente bluesate, ma che in più di un’occasione presenta i germogli del classico Tull sound, con il famoso flauto di Anderson a duettare bravamente con la chitarra di Abrahams.

L’album contiene già due futuri classici del gruppo: il rock-blues d’apertura My Sunday Feeling, che parte da una tipica struttura a 12 battute per diventare una palestra per le digressioni flautistiche del leader, e la famosa A Song For Jeffrey, ancora oggi una delle più trascinanti rock songs dei nostri (ed anche qui il blues non è estraneo). Some Day The Sun Won’t Shine For You è puro folk-blues, influenzato da Sonny Terry e Brownie McGhee, solo voce, chitarra ed armonica, mentre l’elettrica Beggar’s Farm ha anch’essa un impianto blues, alla Peter Green, ma Ian gioca con i cambi di tempo e melodia donando imprevedibilità al brano (un pezzo che dal vivo ha sempre fatto faville), mentre It’s Breaking Me Up è di nuovo puro blues elettrico, cadenzato e godibilissimo. C’è anche l’unica canzone in tutti gli album dei Tull non cantata da Anderson, bensì da Abrahams, Move On Alone, ed ironicamente è il brano meno blues e più sul genere rock ballad con elementi pop (e la voce di Mick non è proprio formidabile). Ci sono anche ben quattro strumentali: il jazz-rock Serenade To A Cuckoo, un pezzo di Roland Kirk in cui il flauto di Anderson sostituisce il sax del musicista americano (anticipando quello che succederà l’anno seguente con la Bourée di Bach), la frenetica Dharma For One, con grande prestazione di Bunker ai tamburi, la roboante Cat’s Squirrel, un traditional che i Tull avevano inciso ispirandosi alla versione dei Cream, e l’improvvisazione di Round, che però dura appena cinquanta secondi. Come bonus abbiamo due brani usciti all’epoca su singolo (la potente e diretta Love Story e la folkeggiante A Christmas Song), più quattro inediti: la take 1 di Serenade To A Cuckoo, Move On Alone con il flauto (la versione sul disco originale ne era priva), un pezzo intitolato Ultimate Confusion che in realtà è puro cazzeggio strumentale in studio, e soprattutto una Some Day The Sun Won’t Shine For You più veloce di quella pubblicata e forse anche migliore.

Il secondo CD parte con nove brani incisi in due diverse session alla BBC per la trasmissione Top Gear, con sei pezzi da This Was (tra cui riletture decisamente vitali di My Sunday Feeling, Cat’s Squirrel e A Song For Jeffrey), più Love Story e due cover di classici del blues, cioè una splendida So Much Trouble (proprio dei già citati Terry e McGhee), con Mick e Ian che si superano rispettivamente alla slide e armonica, e la nota Stormy Monday di T-Bone Walker, lenta, distesa e suonata con classe. Poi, oltre alla solita serie di single versions, lati A e B, in mono (tra cui lo strumentale One For John Gee, non presente sul primo CD, ed il primo 45 giri in assoluto dei Tull, Sunshine Day, all’epoca erroneamente accreditato ai “Jethro Toe”, un brano non imprescindibile e cantato da Abrahams, ed in cui il contributo di Anderson è ridotto al minimo), troviamo due canzoni della John Evan Band, che è il gruppo pre-Tull in cui militavano i quattro, due pop songs interessanti ma lontane dal futuro stile della band (Aeroplane e Blues For The 18th i titoli). Il terzo CD si limita a proporre l’album nei missaggi originali del 1968 sia stereo che mono, mentre il DVD audio lo ripropone remixato sempre da Wilson con la tecnica 4.1 DTS e con lo stereo mix del 1969 in 96/24 bit, insomma tutte robe da audiofili incalliti.

This Was, Questo Era: già dal titolo scelto all’epoca Ian Anderson voleva far capire che la direzione musicale dei Jethro Tull era destinata a cambiare a breve (con il secondo album Stand Up), ma proprio per la sua particolarità è un disco che vale la pena riscoprire.

Marco Verdi

Toh Guarda Chi Si Rivede: Se Siete “Giovani Vecchi”! Reverend Peyton’s Big Damn Band – Poor Until Payday

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Reverend Peyton’s Big Damn Band  – Poor Until Payday – Family Owned Records/Thirty Tigers

Mi ero occupato di loro recensendo l’album del 2011 https://discoclub.myblog.it/2011/10/18/giovani-vecchi-tradizionalisti-rev-peyton-s-big-damn-band-pe/ , ma poi nel frattempo non è che si fossero ritirati, tutt’altro, più o meno un album all’anno lo pubblicano con regolarità e quindi eccomi di nuovo a parlare di loro.

Album numero 10 (più qualche EP), in circa quindici anni di carriera, per il trio “revivalista” Reverend Peyton’s Big Damn Band: nel loro mondo musicale in cui la tecnologia utilizzata non dovrebbe essere più recente del 1959, tutto è registrato dal vivo in studio su nastro analogico, l’unica cosa che ogni tanto cambiava era il batterista. Ma la coppia Josh Peyton, chitarre Fingerstyle e slide, armonica e voce, nonché in questo Poor Until Payday autore di tutti i brani, e la moglie “Washboard Breezy”, un nome, una professione, sembra essersi affezionata al batterista e percussionista Maxwell Senteney, già “ben” al secondo disco con loro. Per il resto in quel mondo parallelo fatto di vecchie chitarre, amplificatori e microfoni dell’era pre-anni ’60, tra blues, rock’n’roll e sonorità vintage, poco o nulla cambia disco dopo disco, forse cresce la loro popolarità, grazie anche ad un contratto di distribuzione con la Thirty Tigers che consente una maggiore visibilità all’etichetta di famiglia, e magari per gradire giusto qualche pizzico di country, hillbilly, gospel e Americana nel loro menu sonoro.

Rodati da qualche centinaio (esageriamo, massimo trecento) di date on the road all’anno, il Reverendo e i suoi seguaci aprono i sermoni con l’arrembante gospel-country-blues corale di You Can’t Steal My Shine , tra slide guitar in fingerpickin’, percussioni in libertà e belle armonie vocali i tre confermano la loro bravura e stamina. Ma la Big Damn Band, come altri hanno ricordato, fa anche del blues come l’avrebbero suonato gli ZZ Top se fossero vissuti ai tempi di Charley Patton, sintomatico in questo senso il boogie blues di Dirty Swerve, con il call and response tra il vocione di Josh e quella più contenuta, ma ricca di grinta, di Breezy, mentre chitarre e percussioni ci danno dentro alla grande; Poor Until Payday, con il bottleneck in modalità Elmore James, è una sorta di inno per l’uomo comune dei nostri giorni, povero fino al giorno di paga ma orgoglioso, come sottolinea una armonica sinuosa. So Good, con una amplificazione più potente, avrebbero potuto suonarla George Thorogood, i Canned Heat o Johnny Winter, sempre con Breezy che “aizza” il marito dai lati e Senteney che picchia di gusto sul suo drumkit, piccolo ma sincero.

Church Clothes è un folk blues acustico dall’atmosfera raccolta, ricco di pathos e amore per i suoni del passato, solo voce e la solita slide insinuante di Peyton che cerca di far rivivere l’epopea di Patton e Robert Johnson. La vibrante Get The Family Together è più scatenata, energica e frenetica, con chitarre e batterie ovunque, tanto che alla fine della galoppata il buon Josh esclama “That Felt Pretty Hot”, Me And The Devil è della categoria figli illegittimi di Howlin’ Wolf e Robert Johnson, il massimo della elettricità a cui si spinge questa piccola grande band, con Frenchmen Street che ci porta a fare una capatina anche nelle strade e nei  vicoli più nascosti di New Orleans, quelli dove impera ancora la musica tradizionale pura e pimpante. I Suffer, I Get Tougher, un titolo e al tempo stesso una dichiarazione di intenti, è un altro esempio del loro blues “bastardizzato” da anni di contatti e ascolti del rock che è venuto dopo, ma che loro suonano con 30 watt scarsi di energia fregati da qualche vicino di casa, e per concludere un’altra abbondante dose di bottleneck boogie-blues and roll, se così possiamo definirlo, per una energica It Is Or It Ain’t che dovrebbe fare faville nei loro Live shows. Solo per “giovani vecchi”, o anche il contrario!

Bruno Conti

Un “Fuorilegge” Dalla Florida, Tra Country E Southern. Rick Monroe – Smoke Out The Window

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Rick Monroe – Smoke Out The Window – Thermal Entertainment CD

Rick Monroe è un countryman proveniente dalla Florida, ed è in giro da ormai un ventennio, una lunga gavetta durante la quale è rimasto fieramente indipendente ed è perciò ancora relativamente sconosciuto. In questo lungo periodo Rick non è mai stato fermo un attimo, ha vissuto in almeno una decina di stati degli USA, e ha girato il mondo sia aprendo i concerti di artisti blasonati (tra cui Dwight Yoakam, Charlie Daniels e la Marshall Tucker Band) che suonando in proprio, e toccando anche latitudini molto distanti come i paesi dell’Est europeo ed Estremo Oriente. Dal punto di vista discografico i suoi album si possono contare sulle dita di una mano, e nell’ultimo lustro si è fatto vivo solo con un paio di EP: Smoke Out The Window è quindi a tutti gli effetti il suo secondo full-length della decade, e ci mostra un artista che fa del sano country elettrico, decisamente imparentato col rock, dove le chitarre hanno la preponderanza ed i suoni languidi e radiofonici sono assolutamente banditi.

Rick ha anche la buona abitudine di scrivere le canzoni in prima persona, cosa che nel dorato mondo di Nashville è ormai una rarità, facendo in modo di avere un songbook più legato ad esperienze personali; i suoni sono asciutti e diretti, chitarra, basso, batteria e talvolta piano ed organo, con le influenze sudiste del nostro che spiccano chiare, mentre in certi momenti sembra invece di avere a che fare con un country-rocker texano. I pochi, e bravi, musicisti rispondono ai nomi di Fred Boekhorst (chitarra), Sam Persons (basso), JD Shuff (batteria, ed è anche il produttore del disco) e le tastiere sono equamente divise tra Chris James e Lee Turner. Good As Gone fa iniziare il CD in maniera potente, una rock song robusta, molto più southern che country, ritmica pressante e chitarre al fulmicotone, con ampie tracce di Lynyrd Skynyrd. Cocaine Cold & Whiskey Shakes è ancora vigorosa, l’attacco ricorda un po’ Whiskey River di Willie Nelson, ma l’approccio è più quello di Waylon (insomma, sempre in ambito Outlaws siamo), Smoke Out The Window è un tantino statica e fin troppo attendista, ma Nothing To Do With You è una country ballad gradevole e solare, il classico pezzo che cattura fin dalle prime note.

I’ll Try è una bella canzone, un fluido slow pianistico con umori southern soul, dotato di un ottimo refrain corale, Truth In The Story, dal ritmo spezzettato, ci fa piombare di botto a New Orleans, in zona Little Feat, tra slide, piano guizzante e sonorità grasse, la cadenzata Stomp, ancora tra rock e country, è elettrica e vibrante, ma anche già sentita. Molto bella la lenta Rage On, che ci proietta idealmente nei mitici Fame Studios in Alabama, merito di un organo evocativo, un caldo sax ed un motivo vagamente gospel (forse il brano migliore del disco), mentre This Side Of The Dirt è puro rockin’ country, solido, chitarristico e grintoso; chiudono il CD l’intensa October, rock ballad dal suono pieno ed ancora ottime parti di chitarra, e con l’acquarello acustico di Tempt Me, finale con la spina staccata ma che comunque non difetta di feeling.

Dopo una carriera nell’ombra non sarà certo Smoke Out The Window a dare la fama a Rick Monroe, ma la speranza è che almeno venga notato da un numero sempre maggiore di amanti del vero country di qualità.

Marco Verdi

Tra Southern Rock E Blues, “Lo Manda” Mike Zito. Jeremiah Johnson – Straitjacket

jeremiah johnson straitjacket

Jeremiah Johnson – Straitjacket – Ruf Records    

Altro personaggio che sbuca dal sottobosco del rock Americano dopo anni di onorata carriera a livello indipendente: questo Straitjacket è il quinto album di Jeremiah Johnson, il primo ad uscire per una etichetta “importante” come La Ruf. Lui è originario di St. Louis, Missouri, e quindi dovremmo parlare di Midwestern rock, ma visto che la sua attività si è svolta lungamente in Texas, possiamo parlare tranquillamente di southern rock con forti venature blues, anche in virtù del fatto che il tutto è stato registrato in quel di Nederland, nella contea di Jefferson, ovest del Texas, vicino a Viterbo (giuro, ho controllato), nei Marz Studios di Mike Zito, che ha prodotto l’album. La formazione prevede la presenza in pianta stabile di un sassofonista, nella persona di Frank Bauer, quindi nel CD ci sono anche sonorità vicine al R&B o al rock con l’uso di sax, pensate a certi pezzi di Springsteen, Bob Seger, ma anche ad un Thorogood meno assatanato, oppure, se vi la ricordate, alla Climax Blues Band. E per proseguire con le citazioni anche la Marshall Tucker Band degli anni d’oro aveva un flautista/sassofonista come Jerry Eubanks in formazione.

Diciamo che queste influenze servono solo ad inquadrare a grandi linee il sound di Johnson e soci. Quello che comunque prevale come tipo di approccio è un blues-rock sanguigno, con venature funky ed errebì, come nella iniziale title-track Straitjacket, dove il suono ricorda molto anche il classico british blues delle formazioni tipo Savoy Brown o la ricordata Climax Blues Band, con il sax di Bauer che si alterna alla solista lancinante dell’ottimo Jeremiah, in una funzione non dissimile a quella di solito svolta dall’armonica; il nostro amico, che è anche un buon cantante, ha uno stile impetuoso ma fluido, come conferma la cadenzata e solida Getting Tired, un lento classico dove il sax tira la volata alla solista  che poi sale al proscenio con un ottimo ed incisivo lavoro in crescendo. Tutti i brani, meno uno, sono scritti dal super tatuato Johnson, che suona una inconsueta chitarra Delaney, debitamente citata nei credits, dal suono vivido e pimpante. Come conferma  un’altra morbida blues ballad d’atmosfera come Blues In Her Eyes dove si apprezza di nuovo il fluido solismo di Johnson https://www.youtube.com/watch?v=YfgxwpeDq1U , seguita da Keep On Sailing dove fa capolino anche una slide ed un sound che ricorda molto il classico southern rock anni ’70, ritmo più incalzante, sax e chitarra sempre in bella evidenza.

Believe In America parte lenta e con una intro parlata di Jeremaih, si sviluppa di nuovo come uno slow blues,  ma poi accelera nel finale dove si va dalle parti della citata Marshall Tucker Band, con un bello stacco strumentale dove tutta la band dà il meglio di sé, prima di tornare al lento tema iniziale https://www.youtube.com/watch?v=ejFpawFlzjk . E a proposito di “lentoni “anche la lunga King And Queen mette in mostra il tocco raffinato e ricco di feeling della chitarra del nostro amico che si prende i suoi spazi con gusto raffinato e senza eccedere, Dirty Mind anche per quel cantar parlando ricorda qualcosa dello swamp rock di Tony Joe White, con sax aggiunto alle operazioni e un wah-wah che fa capolino nel potente finale strumentale. 9Th And Russell è un brano autobiografico che ricorda vividamente lunghi viaggi sul Mississippi fino a New Orleans, con il bassista Tom Maloney che passa anche alla slide, per un altro blues-rock di eccellente fattura, mentre Old School  mette di nuovo in mostra elementi R&B, ma è poco incisiva, meglio l’unico strumentale, una Bonneville Shuffle dove sax e chitarra duettano in un tema tra surf e colonne sonore di telefilm d’epoca, e c’è pure spazio per la delicata ed elettroacustica Hold My Hand, una bella ballata di stampo sudista dove si intravede la influenza di Mike Zito, che poi entra armi e bagagli, ovvero voce e chitarra, nell’unica cover dell’album, una vibrante versione della classica Rock And Roll Music To The World dei Ten Years After di Alvin Lee https://www.youtube.com/watch?v=vMDONxp2Hko . Un altro onesto e solido rocker americano, da aggiungere alla lista degli artisti della Ruf.

Bruno Conti

Un Sentito Omaggio Al Vecchio “Fiddlin’ Man”! VV.AA. – Volunteer Jam XX: A Tribute To Charlie Daniels

volunteer jam xx

VV. AA. – Volunteer Jam XX: A Tribute To Charlie Daniels – Blackbird 2CD

Come probabilmente molti di voi sapranno, la Volunteer Jam è un mega-concerto patrocinato dalla Charlie Daniels Band che dal 1974 si tiene annualmente a Nashville, una sorta di celebrazione della musica del Sud e non solo, che nel tempo ha visto alternarsi sul palco gruppi e solisti del calibro di Allman Brothers Band, Marshall Tucker Band, Stevie Ray Vaughan, Emmylou Harris, Carl Perkins, Don Henley, Nitty Gritty Dirt Band e molti altri, oltre naturalmente ai padroni di casa. Proposta quasi ininterrottamente fino al 1987 (solo il 1976 fu saltato), questa festa si è poi svolta appena tre volte negli anni novanta, per poi riprendere con cadenza annuale solo nel 2014: quest’anno è stato particolarmente importante, prima di tutto perché si trattava del ventesimo anniversario, e poi perché è stato deciso di trasformare la serata in un tributo allo stesso Charlie Daniels ed ai suoi 81 anni (82 quando leggerete queste righe). Volunteer Jam XX è dunque il resoconto di questo show, un doppio CD (non c’è la parte video, almeno per ora) registrato il 7 Marzo di quest’anno alla Bridgestone Arena di Nashville, una bellissima serata in cui una lunga serie di musicisti rock e country hanno pagato il loro tributo al barbuto cantante e violinista, con alle spalle una house band strepitosa: Jamey Johnson, Audley Freed e Tom Bukovac alle chitarre, Don Was al basso, Chuck Leavell alle tastiere, Sam Bush a violino e mandolino e Nir Z (?) alla batteria, oltre alle McCrary Sisters ai cori.

L’unica cosa che non capisco è perché non sia stato pubblicato il concerto intero, che ci stava comodamente su due CD, ma “solo” 22 canzoni, lasciando fuori performance come quella di Johnson (Long Haired Country Boy) ed ignorando completamente la partecipazione di Alison Krauss. Quello che c’è comunque è più che soddisfacente, anche se non tutte le prestazioni sono allo stesso livello: le canzoni del songbook di Daniels occupano circa l’80% della serata, ma ci sono anche diversi altri brani ormai entrati nella leggenda della musica southern, tra cui più di un omaggio agli Allman. Apertura in perfetto stile southern country con la sanguigna Trudy, ad opera dei Blackberry Smoke, sempre di più una garanzia, seguita dagli Oak Ridge Boys in gran spolvero con una coinvolgente Brand New Star, tra gospel e mountain music, e da Brent Cobb (cugino di Dave) con una liquida Sweet Louisiana, che vede un formidabile Leavell al piano ed il resto del gruppo in tiro, con la slide di Freed a dominare. Sara Evans, gran voce e grinta da vendere, affronta la vibrante Evangeline con ottimo piglio, Justin Moore rifà la robusta southern ballad Simple Man, non male ma ci voleva uno con più personalità, mentre Chris Janson si cimenta con la nota (What This World Needs Is) A Few More Rednecks, e lo fa con un approccio alla Waylon Jennings, puro Outlaw country-rock.

Gli Steep Canyon Rangers sono molto bravi, e la loro Texas è un rockabilly-bluegrass decisamente coinvolgente (e suonato alla grande), ma Eddie Montgomery, metà del duo Montgomery Gentry (Troy Gentry è tragicamente scomparso lo scorso anno in un incidente aereo) è fondamentalmente un mediocre, e la sua My Town pure; per fortuna che arriva Lee Brice il quale, pur non essendo un fenomeno, rilascia una buona versione della famosa The Legend Of Wooley Swamp. Il primo CD si chiude con una sorpresa: Devon Allman e Duane Betts, figli di Gregg e Dickey (ed è un bene che i rapporti tra di loro siano migliori di quanto non fossero quelli tra i genitori) si cimentano con due classici dei rispettivi padri, una fluidissima Blue Sky ed una Midnight Rider emozionante, un doppio omaggio più che riuscito e direi toccante. Il secondo dischetto inizia con i Lynyrd Skynyrd e la loro immortale Sweet Home Alabama, che si prende uno dei maggiori boati da parte del pubblico (splendida versione tra l’altro), dopodiché abbiamo un doppio Travis Tritt con due suoi classici, Modern Day Bonnie And Clyde e It’s A Great Day To Be Alive: Travis è sempre stato uno bravo, ed anche in quella serata non delude, grande voce e grinta da vero southern rocker. Molto bene anche Chris Young con la trascinante Drinkin’ My Baby Goodbye, tra country e rock’n’roll, mentre l’esperto Ricky Scaggs alle prese con We Had It All One Time non brilla particolarmente, anche per un lieve eccesso di zucchero; poi arriva Billy Gibbons e stende tutti con una roboante La Grange, sempre una grande canzone (ed il carisma di Billy non lo scopriamo oggi).

Gli Alabama non mi sono mai piaciuti molto, troppo pop la loro proposta musicale, ma alle prese con il superclassico di Daniels The South’s Gonna Do It Again tirano fuori le unghie e ci regalano una delle prestazioni più convincenti del doppio, tra rock e swing (ed anche la loro Mountain Music non delude, pur restando un gradino sotto). E’ finalmente la volta del festeggiato (e della sua band), che sa ancora tenere il palco con sicurezza, prima con una formidabile Tennessee Fiddlin’ Man e poi con la leggendaria The Devil Went Down To Georgia. Il gran finale è ancora un omaggio agli Allman con One Way Out (un classico sia per Sonny Boy Williamson che per Elmore James, ma anche un evergreen per la band di Macon), lunga e maestosa versione con tutti sul palco in contemporanea, ed un assalto chitarristico da urlo da parte dei vari axemen presenti. Finalmente anche Charlie Daniels ha avuto il suo tributo, e per di più nel suo ambiente naturale: lo stage della Volunteer Jam.

Marco Verdi

Uno Dei Dischi Rock (Blues) Più Belli Dell’Anno! Damon Fowler – The Whiskey Bayou Session

damon fowler the whiskey bayou session

Damon Fowler – The Whiskey Bayou Session – Whiskey Bayou Records

Sono passati 4 anni dall’uscita di Sounds Of Home, album che chiudeva il suo contratto di tre dischi con la Blind Pig Records https://discoclub.myblog.it/2014/01/20/suoni-casa-tab-tanta-slide-damon-fowler-sounds-of-home/ , eccellente lavoro che evidenziava, come i precedenti, le virtù di chitarrista, cantante e compositore, nell’ordine, di Damon Fowler, nativo di Brandon, Florida, ma da anni residente in quel di New Orleans, un uomo del Sud degli States, come testimonia anche il bellissimo disco dei Southern Hospitality, la band che condivide con JP Soars, Victor Wainwright, Chris Peet e Chuck Riley, il cui disco del 2013 Easy Livin’, come pure Sounds Of Home, era stato prodotto da una delle punte di diamante della musica blues e rock della Louisiana come Tab Benoit. Negli anni successivi Fowler ha fatto parte anche della touring band di Butch Trucks, fino alla sua tragica scomparsa, e poi è stato chiamato da un altro grande ex Allman Brothers come Dickey Betts, che però, come forse avrete letto ha avuto grossi problemi di salute e quindi ha dovuto interrompere la propria attività.

Comunque nel frattempo Damon si è ricongiunto con Benoit che gli ha proposto un contratto per la sua piccola etichetta, e il disco che nasce ha preso proprio il nome di The Whiskey Bayou Session, in omaggio all’etichetta e agli Houma Louisiana Studios dove è stato realizzato. Sono  con Fowler i bravissimi Todd Edmunds al basso e Justin Headley alla batteria, con l’aggiunta di Tab Benoit, che oltre a produrre il disco suona la chitarra in tre pezzi e firma con Fowler sei brani. Il disco è un ennesimo gioiellino della discografia del nostro amico, che in questo nuovo CD  non ha perso il suo magico tocco a Fender Telecaster, slide e lap steel, di cui è un vero virtuoso, in più ha anche un gran voce, vibrante ma con sottili tonalità soul, melodica e grintosa al tempo stesso.  Il suo timbro di chitarra oscilla tra la grinta di Johnny Winter, la classe di Duane Allman, e in ambito slide Lowell George o Ry Cooder , quindi tra blues, rock e soul. Il suono creato da Benoit è splendido: nitido, con gli strumenti ben definiti e la chitarra di Fowler messa sempre in primo piano, sembrano quei vecchi dischi Stax o Capricorn, dove le chitarre di Duane Allman o Eddie Hinton si innestavano su groove ritmici paradisiaci alla Muscle Shoals, come nell’iniziale It Came Out Of Nowhere dove la voce nera e scurissima, poi lascia spazio alla solista limpidissima di Fowler, mentre la sezione ritmica va di carnoso errebì alla grande.

Fairweather Friend è un altro limpido esempio di rock-blues sudista con Damon che maramaldeggia nuovamente con la sua Telecaster letale che disegna traiettorie soliste di classe sopraffina e con un suono da leccarsi i baffi; Hold Me Tight è un brano scritto dal giamaicano Johnny Nash (ve lo ricordate, quello di I Can See Clearly Now?), che diventa un galoppante country got soul dalla melodia accattivante. Up The Line è un brano di Little Walter Jacobs, un incalzante rock-blues sporco e cattivo, basso rotondo e batteria agile, e poi la chitarra che entra come un coltello nel burro, fluida e pungente come solo i grandi solisti sanno fare.  Ain’t Gonna Rock With You No More della premiata ditta Fowler/Benoit è un bluesaccio con uso slide come se fossero tornati i vecchi Little Feat più assatanati di Lowell George, con il bottleneck che scivola senza freni, mentre per Just a Closer Walk with Thee Fowler imbraccia la sua lap steel sognante per un tuffo gospel nel sacred steel sound più mellifluo e sinuoso, cantato con fervore estatico https://www.youtube.com/watch?v=pitbNXOz80A .

Pour Me è un altro blues-rock trascinante con le due chitarre di Fowler e Benoit in pieno trip sudista, di nuovo in modalità slide quella di Damon, poi tocca a Holiday,  altro pezzo rock splendido, sembrano i Dire Straits di Sultans Of Swing, brano che va di rock swingato, ma anche con continui cambi di tempo, sarà old school, ma ragazzi se suonano https://www.youtube.com/watch?v=v_EPBx_-gnA  e lui come canta, con un assolo di chitarra da dichiarare illegale. E non è finita, Running Out Of Time ha un altro groove di pura matrice sudista, semplice e orecchiabile, ma il lavoro della solista è sempre sopraffino, Candy è un duetto country-blues tra le chitarre acustiche di Fowler e Benoit, con Damon che estrae dal cilindro un timbro suadente da storyteller , e per concludere in bellezza tocca ad un altro brano dove domina il suono dolcissimo della lap steel , tra western swing, tocchi hawaiani e sonorità impossibili, per una Florida Baby dall’impianto veramente laidback. Fatevi un favore, cercate questo disco.

Bruno Conti

Un Divertente Disco Dal Vivo Per Uno Dei Grandi “Sidemen” Del Rock. Chuck Leavell – Chuck Gets Big (With The Frankfurt Radio Big Band)

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Chuck Leavell  – Chuck Gets Big With The Frankfurt Radio Big Band – BMG/Evergreen Arts

Chuck Leavell, da Birmingham, Alabama, è uno dei musicisti più importanti tra coloro che hanno prestato la loro opera di tastierista aggiunto con un paio delle band più rappresentative della storia del rock: dagli anni ’80 lavora con i Rolling Stones, come “direttore” della road band che accompagna le Pietre Rotolanti nei vari tour, e prima, tra il 1972 e il 1976, fu membro effettivo dell’Allman Brothers Band. Dal 1977 al 1980 ha avuto una propria band, i Sea Level, e comunque nel corso degli anni ha lavorato con moltissimi artisti che hanno chiesto le sue prestazioni: Black Crowes, Clapton, David Gilmour, Gov’t Mule, John Mayer, per citare alcuni dei più noti (ma pure con i nostri  Maurizio “Gnola” Glielmo Fabrizio Poggi). La sua carriera solista non è particolarmente ricca: cinque album negli ultimi 20 anni, compreso un altro Live In Germany (doppio) del 2008.

Proprio in relazione a quel CD, Chuck Gets Big, il disco di cui ci stiamo occupando ha rischiato di non vedere la luce, in quanto registrato nel 2011, e con Leavell che avendo già un live in commercio, non voleva pubblicarlo a così breve distanza dal precedente disco dal vivo. All’inizio del 2018, si è deciso che valeva la pena di fare uscire questo documento del suo incontro con la Frankfurt Radio Big Band. La band è proprio big, ci sono ben dodici “fiatisti”, più chitarra, basso e batteria e un paio di coriste. Il repertorio è eclettico, pesca da tutta la discografia di Chuck: si parte con King Grand, un brano dei Sea Level, che illustra il suo lato più jazz (rock), subito incantati da un florilegio del magico piano di Leavell, poi i fiati iniziano a lavorare all’unisono, il nostro che non è un cantante memorabile, pure se le cava onorevolmente, e gli assoli di Alex Schlosser alla tromba e Martin Scales alla chitarra, oltre a quello di Leavell, sono ben strutturati e assai godibili, nel suono d’assieme appunto da Big Band.

Losing Hand è uno standard da sempre associato al primo repertorio di Ray Charles, un R&B corposo che rende omaggio al Genius e qui il nostro lavora ancora di fino alla tastiera, mentre Honky Tonk Women è uno dei brani più identificabili dei suoi attuali datori di lavoro, un riff leggendario che regge anche trasferito in un ambito meno rock, per quanto i suoi colleghi tedeschi e le due coriste ci diano dentro di gusto, con Scales che fa il Richards della situazione. Living In A Dream è un altro brano dei Sea Level, come il precedente tratto da On The Edge del ’78, con Nils Van Haften che duplica il solo di sax tenore di Randall Bramblett dell’originale, in un pezzo dal ritmo sognante e mosso al contempo, con Blue Rose, una delle sue rare composizioni, da un disco di solo piano del 2001, qui trasformato in una vivace cavalcata a tempo di jazz, per poi lasciare spazio ad uno dei brani più belli di Brothers And Sisters degli Allman, Southbound, uno dei classici di Dickey Betts, con Scales di nuovo in bella evidenza, in un arrangiamento che richiama quelli dei Blood, Sweat And Tears o dei primi Chicago. 

Ancora musica di qualità con una gagliarda e corale Tumbling Dice, che diventa un rock’n’soul di pura matrice sudista, seguita da Ashley, un altro dei brani di Leavell, tratto da Southscape del 2005, una solenne e morbida ballatona dove le mani del nostro corrono sulla tastiera. E lì si fermano per un altro omaggio agli Allman Brothers, con il blues-rock sapido ed orchestrale di una coinvolgente Statesboro Blues, seguito da uno dei classici del R&R come Route 66, presa a tutta velocità dalla band che segue come un sol uomo il nostro amico, che continua a cantare più che dignitosamente, anche se poi si deve un poco ” arrangiare” quando si trova alle prese con Georgia On My Mind, dignitosa, ma il grande Ray era un’altra cosa, meglio in un altro must del repertorio di Charles come la vorticosa e raffinata Compared To What, sempre con la Big Band in perfetta sintonia con il piano di Leavell, che poi si lascia andare ai virtuosismi nella conclusiva strumentale Tomato Jam che chiude una bella serata di musica.

Bruno Conti

Per Un Natale (Texano) Diverso! Rodney Crowell – Christmas Everywhere

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Rodney Crowell – Christmas Everywhere – New West CD

Secondo album pubblicato nel 2018 per il texano Rodney Crowell, a pochi mesi di distanza dal disco di “auto-covers” Acoustic Classics https://discoclub.myblog.it/2018/08/07/unautocelebrazione-di-grande-classe-rodney-crowell-acoustic-classics/ , e primo lavoro a carattere natalizio della sua carriera. Ma Christmas Everywhere non è un disco stagionale come gli altri, in quanto Rodney ha scelto di non fare come fanno quasi tutti, cioè affidarsi in gran parte a classici assodati e tuttalpiù scrivere una o due canzoni nuove, ma ha deciso di registrare un lavoro composto al 100% da brani nuovi di zecca. Una scelta dunque piuttosto coraggiosa, Rodney poteva andare su sicuro e farci sentire le sue interpretazioni di brani come Jingle Bells, White Christmas, Away In A Manger, O Come All Ye Faithful e così via, ma ha scelto la via più tortuosa ma che forse sentiva di più nelle sue corde, anche perché per lui non è mai stato un problema scrivere canzoni. Christmas Everywhere è quindi un disco natalizio diverso, molto più personale di altri dello stesso genere, ma nello stesso tempo vario negli stili e divertente all’ascolto: Crowell d’altronde è un autore coi fiocchi, e sa come coniugare belle canzoni ed intrattenimento, e con questo lavoro riesce a garantire lo spirito natalizio e nel contempo ad offrire qualcosa di più a livello di testi, facendo in modo di rendere l’album ascoltabile senza problemi anche in altri periodi dell’anno.

Prodotto da Dan Knobler, il CD vede Rodney accompagnato da una lunga serie di ottimi musicisti, tra cui alcuni nomi noti come Vince Gill, i coniugi Kelly Willis e Bruce Robison, i chitarristi Richard Bennett (spesso con Mark Knopfler), John Jorgenson (Desert Rose Band, Elton John Band e Chris Hillman) ed Audley Freed (ex Black Crowes) ed i bassisti Dannis Crouch e Tommy Sims. Clement’s Lament introduce il disco, un breve antipasto cantato da Tanya Hancheroff e Kim Keyes con un quartetto d’archi alle spalle, mentre la vera partenza si ha con la pimpante title track, un western swing che sembra provenire da un padellone degli anni quaranta, in cui Crowell mostra di divertirsi non poco, Jorgenson rilascia un bellissimo assolo di chitarra acustica e Lera Lynn canta una strofa verso la fine su un tema completamente diverso, lento ed orchestrato, prima che Rodney riprenda in mano le redini per il gran finale. L’ironica When The Fat Guy Tries The Chimney On For Size è un pezzo ritmato e coinvolgente, con sonorità calde di stampo quasi southern, un ottimo assolo di sax ed un vago sapore funky; Christmas Makes Me Sad è una deliziosa e limpida country song, diretta, spedita e sempre con uno sguardo al passato, mentre Merry Christmas From An Empty Bed è una toccante ballata, sempre di stampo country, ancora con una leggera orchestrazione e con la seconda voce di Brennen Leigh, un brano di indubbia finezza.

Very Merry Christmas è un trascinante rock’n’roll con tanto di fiati, un pezzo che farebbe la felicità di Brian Setzer (uno che quando non sa che fare incide un disco natalizio), Christmas In Vidor, che vede la partecipazione sia vocale che in sede di scrittura di Mary Karr (poetessa americana che con Rodney aveva già condiviso il progetto Kin nel 2012), è una rock song potente e chitarristica, che si divide tra talkin’ e parti cantate, e con un testo che forse non è proprio adatto da mettere in sottofondo quando i bambini aprono i regali sotto l’albero. Con la saltellante Christmas For The Blues torniamo a rassicuranti atmosfere vintage country, un’altra canzone decisamente orecchiabile, mentre Come Christmas è una splendida e cristallina folk song, solo voce, chitarra e bouzouki ma un feeling incredibile: tra le più belle del CD. La mossa e divertente Let’s Skip Christmas This Year, altro brano sbarazzino dallo spirito rock’n’roll, e la lenta e melodica Christmas In New York, fulgido esempio del songwriting del nostro, chiudono più che positivamente il disco, anche se c’è ancora lo spazio per un breve divertissement intitolato All For Little Girls & Boys ed accreditato a Daddy Cool & The Yule, che altri non sono che Rodney con le sue tre figlie piccole.

Se, musicalmente parlando, volete un Natale diverso, questo album fa al caso vostro.

Marco Verdi