Il Suo Disco Migliore (Non Ci Voleva Molto): Diciamo Una Sufficienza Piena? Don Felder – American Rock’n’Roll

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Don Felder – American Rock’n’Roll – BMG CD

Don Felder, noto per essere stato una delle due chitarre soliste degli Eagles dal 1974 al 1980 prima e dal 1994 al 2001 poi, ha sempre vissuto di rendita sull’appartenenza al famoso gruppo californiano. Originario della Florida (nativo di Gainesville, proprio come Tom Petty), Felder è sempre stato un ottimo chitarrista, ma mai un vero cantante e neppure un compositore prolifico: con le Aquile l’unico brano scritto e cantato interamente da lui è Visions, non esattamente un pezzo indimenticabile, mentre le canzoni della band che lo vedono come co-autore si contano sulle dita di una mano, anche se una di esse è nientemeno che Hotel California (ma è noto che l’accredito gli è stato concesso da Henley e Frey per via del meraviglioso assolo finale, del quale Don è il solo responsabile). Come artista solista ha sempre confermato di non essere molto prolifico, e di preferire al limite l’attività di sessionman di lusso: appena due dischi dalla prima separazione fino all’anno scorso, il non certo imperdibili Airborne (1983) e Road To Forever (2012), entrambi lavori all’insegna di un soft-rock piuttosto banale, ed il primo dei due pure infarcito da sonorità tipicamente anni ottanta.

Per questi motivi inizialmente la notizia di un nuovo album di Felder in uscita non mi aveva fatto vibrare più di tanto, ma poi sia il titolo, American Rock’n’Roll, che la copertina, evocativa anche se un po’ ruffiana, avevano attirato la mia attenzione, ed ancora di più aveva fatto l’ascolto in anteprima del brano che dà il titolo al CD: una canzone che mantiene quello che promette, chitarre a manetta, gran ritmo, suono molto potente anche se un po’ bombastico ed un testo che nomina un po’ tutti (da Hendrix a Santana, passando per Grateful Dead, Janis Joplin, Seger, Springsteen e finendo con Guns’n’Roses e Motley Crue), un pezzo che fa di tutto per essere “piacione” ma che non manca di trascinare chi lo ascolta. Devo comunque ammettere che il resto dell’album non è tutto a questo livello, in quanto Felder si dimostra un cantante appena sufficiente (ed infatti negli Eagles era l’unico che non cantava, ma è comunque migliore di altri sidemen, penso, per esempio, a Bill Wyman) ed un compositore che fatica a scrivere un intero disco senza incappare in alti e bassi. Musicalmente l’album è diverso dai due precedenti, in quanto spinge parecchio l’acceleratore sul rock, con sonorità spesso un po’ grezze e tamarre, tra hard rock e AOR non troppo levigato: va in ogni caso detto che le parti chitarristiche sono egregie e la grinta non manca, anche se siamo parecchio lontani dal sound delle Aquile.

Un’altra caratteristica peculiare è il fatto che American Rock’n’Roll sia letteralmente pieno zeppo di ospiti illustri, e se da una parte c’è gente dal pedigree immacolato o quasi (Bob Weir, Mick Fleetwood, Peter Frampton, Nathan East, Steve Gadd, Greg Leisz, Jim Keltner, Lenny Castro, Mike Finnigan, i due Toto Steve Porcaro e David Paich), dall’altra troviamo elementi che non si immaginerebbero su un disco di un ex Eagle, come i chitarristi Slash, Alex Lifeson (dei Rush), Richie Sambora e Joe Satriani, il batterista Chad Smith (Red Hot Chili Peppers) e l’ugola di Sammy Hagar. Un gruppo di musicisti che dà quindi un’idea abbastanza chiara del fatto che Don ha cercato di fare un disco mischiando capre e cavoli, con ballate (poche) in odore di California e soprattutto tanto rock di grana un po’ grossa. La cosa buona è che il disco alla fine non è poi così brutto, si lascia ascoltare abbastanza bene, e pur non avvicinandosi neanche per un istante alla parola “capolavoro” riesce a rimanere comunque al di sopra della sufficienza. Della title track ho già detto, ma anche Charmed è un pezzo a tutto rock, possente e con i riff tagliati con l’accetta, un suono forse più adatto ad una band hard rock che ad un ex californiano degli anni settanta, ma non posso dire che il tutto mi dispiaccia; Falling In Love è una ballatona quasi AOR, ma dal punto di vista compositivo non è malaccio (forse necessiterebbe di un cantante più dotato), e Don rilascia un lungo assolo molto lirico, che da solo vale il brano. Hearts On Fire ha una ritmica un po’ finta a causa della batteria elettronica, ma è dotata di un ritornello abbastanza piacevole anche se sembra più una canzone di Bryan Adams (che tra l’altro ha in repertorio un pezzo con lo stesso titolo), Limelight è dura e granitica (c’è Sambora, non proprio uno raffinato), sembra una rock song “hair metal” degli anni ottanta, non una grande canzone ma suonata con molta energia.

Little Latin Lover ha delle velleità, appunto, latine, grazie alla fisarmonica e ad una bella chitarra spagnoleggiante, ma anche qui è meglio la confezione del contenuto. Rock You è decisamente hard e un po’ tamarra, con la presenza di Satriani ed un duetto vocale con Hagar, sempre un po’ sguaiato ma più cantante di Felder (ai cori c’è Weir, che immagino un po’ spaesato in mezzo a queste sonorità), mentre con She Just Doesn’t Get It siamo ancora dalle parti di Adams, ma il brano non è male, ha il giusto tiro ed un discreto refrain; Sun è in assoluto il pezzo più vicino agli Eagles, una ballatona corale molto californiana di buon livello sia compositivo che esecutivo (ed infatti in session ci sono East, Gadd e Leisz, gente giusta quindi), di sicuro la canzone migliore insieme alla title track. The Way Things Have To Be è un altro lentone che inizia pianistico e con la strumentazione che si arricchisce a poco a poco, ancora un pezzo di buona fattura e cantato abbastanza bene, con Don che viene assistito da Frampton sia alla chitarra che alla voce; chiusura con You’re My World, pop song elettroacustica gradevole e diretta.  Al terzo lavoro da solista Don Felder non è ancora riuscito a consegnarci un lavoro senza sbavature dall’inizio alla fine, anche se stavolta qualche buona canzone c’è, e chi ama i suoni di chitarra (magari non proprio per palati finissimi) troverà trippa per i suoi gatti, mentre i fans degli Eagles e di un certo rock californiano continueranno a guardare altrove.

Marco Verdi

Il Suo Disco Migliore (Non Ci Voleva Molto): Diciamo Una Sufficienza Piena? Don Felder – American Rock’n’Rollultima modifica: 2019-04-24T18:42:54+02:00da bruno_conti
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