Non Siamo Più In “Zona Ciofeca”, Ed E’ Già Molto, Quasi Bello! The Waterboys – Where The Action Is

waterboys where the action is

The Waterboys – Where The Action Is – Cooking Vinyl CD

Senza per forza dover risalire fino al loro capolavoro Fisherman’s Blues (1988), è da Room To Roam del 1990 che i Waterboys non fanno un grande disco, e per grande disco intendo un album “da copertina”. Dopo un lungo passaggio a vuoto durante tutti gli anni novanta, con due album molto rock ma con poche idee (Dream Harder e A Rock In The Weary Land, che per la verità è uscito nel 2000) e due lavori solisti del loro leader, il vulcanico e geniale Mike Scott, la band britannica si è presentata nel nuovo millennio tirata a lucido, con tre album che richiamavano le vecchie sonorità folk-rock: Universal Hall, ottimo, Book Of Lightning, non male, e soprattutto il raffinato ed intenso An Appointment With Mr. Yeats https://discoclub.myblog.it/2011/09/25/nuovamente-waterboys-an-appointment-with-mr-yeats/ . Poi una nuova preoccupante flessione, come se i nostri dovessero per forza alternare una decade buona ad una deludente: Modern Blues (2015) era un lavoro appena discreto, e privo di grandi canzoni, ma il fondo lo hanno toccato nel 2017 con il quasi orrendo (nel senso che qualche brano si salvava) Out Of All This Blue https://discoclub.myblog.it/2017/09/20/ma-e-veramente-cosi-brutto-come-dicono-quasi-tutti-waterboys-out-of-all-this-blue/ , nel quale Scott palesava il suo nuovo amore per sonorità elettroniche e di stampo hip-hop.

Non vi nascondo dunque la mia paura nell’approcciarmi a questo Where The Action Is, nuovo lavoro del musicista di Edimburgo e della sua band (Paul Brown, organo e tastiere varie, Steve Wickham, violino elettrico, Aongus Ralston, basso, Ralph Salmins, batteria): ebbene, devo riconoscere con un sospiro di sollievo che il disco si lascia ascoltare senza grossi problemi, non è un capolavoro e forse neppure un grande album ma non raggiunge neppure i livelli di nefandezza musicale di Out Of All This Blue (tranne che in un caso che vedremo a breve), e forse si colloca anche un gradino più su di Modern Blues. Le sonorità sono sempre moderne e Scott non rinuncia all’uso dell’elettronica (il nome dei due produttori, Puck Fingers e Brother Paul, è tutto un programma), ma stavolta Mike è più equilibrato, non si è dimenticato a casa le canzoni e la stessa band è abbastanza in palla; il suono è a metà tra rock e pop, il folk ormai è quasi un ricordo, ma la mia paura era che l’hip-hop prendesse un’altra volta il sopravvento. E poi, come se niente fosse, giusto alla fine del disco Scott piazza la classica zampata da fuoriclasse, un brano da cinque stelle che rivaluta da solo tutto il CD. L’album parte fortissimo con la title track, un riff di chitarra aggressivo ed un suono potente, molto rock, con la sezione ritmica che pesta di brutto e Mike che canta in maniera grintosa (e non mancano dei piacevoli fills di organo): una rock song tonica e vigorosa, non il suono che ci si può aspettare ma comunque un pezzo trascinante.

Ancora chitarre in tiro per London Mick, una rock’n’roll song pimpante e diretta tra Stones e Clash (e d’altronde il brano parla di Mick Jones), sicuramente coinvolgente; Out Of All This Blue (canzone che ha il titolo dell’album precedente) è invece un gradevolissimo errebi-pop dalla melodia decisamente accattivante e di derivazione folk, un brano intrigante con i fiati che fanno pensare a Van Morrison anche se l’arrangiamento è moderno. Quando ho sentito per la prima volta Right Side Of Heartbreak (Wrong Side Of Love), il primo singolo uscito già da diverse settimane, non mi sono per nulla impressionato in quanto trovavo questo funky dal ritmo sostenuto piuttosto banale e privo di una vera melodia, ma già il secondo ascolto ha migliorato un po’ le cose, anche se siamo ben lontani dall’eccellenza. Per contro In My Time On Earth è una bellissima ed intensa slow ballad ad ampio respiro, un genere in cui Scott e compagni sono maestri; Ladbroke Grove Symphony torna al rock, un pezzo caratterizzato da una ritmica pressante ma con un arrangiamento rilassato, tutto basato su piano, chitarre ed un motivo coinvolgente, mentre Take Me There I Will Follow You segna il temuto ritorno alle atmosfere funky-pop-rap-hip-hop, canzone fastidiosa ed irritante.

And There’s Love è una ballata ancora dal suono moderno, ma con l’approccio giusto e suoni dosati con misura, oltre ad una certa tensione emotiva di fondo, mentre Then She Made The Lasses O è un traditional folk che mette in contrasto la melodia d’altri tempi con un beat elettronico, ma il risultato finale non mi dispiace. Il meglio, come ho detto prima, si trova alla fine con la fantastica Piper At The Gates Of Dawn (con le parole originali dell’autore Kenneth Grahame, tratte dal settimo capitolo della celebre opera The Wind In The Willows, capitolo che ispirò anche il titolo di una canzone di Van Morrison, oltre che naturalmente del primo album dei Pink Floyd), lunghissima ballata pianistica di nove minuti dall’atmosfera straordinaria, un lento da pelle d’oca in cui Mike ci ricorda il suo amore per Van The Man: il brano è parlato, ma la musica sullo sfondo è sublime ed il pathos generale è altissimo. Se tutto il disco fosse stato a questo livello oggi Fisherman’s Blues avrebbe un serio contendente come miglior album dei Waterboys. Speriamo bene per il prossimo, per ora ci accontentiamo.

Marco Verdi

Non Siamo Più In “Zona Ciofeca”, Ed E’ Già Molto, Quasi Bello! The Waterboys – Where The Action Isultima modifica: 2019-06-25T12:26:57+02:00da bruno_conti
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato ma sarà visibile all'autore del blog.
I campi obbligatori sono contrassegnati *