Sempre Della Serie Non Solo Blues. Keb’ Mo’ – Oklahoma

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Keb’ Mo’ – Oklahoma – Concord/Universal

Cosa c’entra Keb’ Mo’ (o Kevin Roosevelt Moore se preferite) con l’Oklahoma.? In effetti il nostro amico è nativo di Los Angeles, è lì ha sempre vissuto, fin quando nove anni fa non si è trasferito nel Tennessee, e quindi non dovrebbero esserci punto di contatto, ma in questo album la title track nasce da un incontro di Keb Mo con Dara Tucker, una musicista nativa americana, con uno stile tra jazz e soul: i due hanno scritto insieme questo brano, nato da una visita allo stato nel 2013, luogo di catastrofi naturali, tornado e una ricca storia anche musicale (il famoso Tulsa sound) che ha intrigato Kevin tanto da unire le forze con la stessa Tucker, che da lì proviene. Il risultato è un brano dove pure il produttore Colin Linden ci mette del suo nel forgiare lo stile di Keb Mo, che parte dal blues, ma poi è un ibrido di vari generi, con l’aiuto di alcuni amici, tra cui la lap steel di Robert Randolph, al solito brillantissima anche in modalità wah-wah, il violino di Andy Leftwich, le armonie vocali della stessa Tucker, e tutti gli altri musicisti che suonano nel disco, dal bassista Eric Ramey, a diversi batteristi e tastieristi che si alternano nel corso dell’album. Che al solito dà spazio anche alle 12 battute ibride dell’iniziale I Remember You, un pezzo scritto con Bill Labounty, grande praticante negli anni ‘70 dello stile solare che frequenta anche il musicista californiano, un brano raffinato e sapido che va molto di groove, tra chitarre e tastiere sinuose, il tutto guidato dalla sua splendida voce https://www.youtube.com/watch?v=us1klKNsFbM .

Tra i tanti ospiti che si alternano nell’album, per esempio nel gagliardo inno femminista, scritto insieme a Beth Nielsen Chapman, e che risponde al titolo Put Woman In Charge (non una cattiva idea) appare anche Rosanne Cash, per una galoppante cavalcata dove lo spirito gospel è fortissimo, ma la figlia del grande Johnny è la perfetta e sorprendente controparte per la voce calda e maschia di Keb’ Mo’, veramente un piccolo gioiello a livello musicale, mentre This Is My Home è una delle sue tipiche ballate, più intimiste e con un arrangiamento quasi minimale, con le armonie vocali affidate alla pop star latina Jaci Velasquez, per un pezzo che tratta con delicatezza il tema dell’immigrazione https://www.youtube.com/watch?v=9Irip5pIRb4 , mentre un’altra voce femminile è quella di Robbie Brooks Moore, che duetta con il marito nella conclusiva e delicata Beautiful Music, una dolce ballata d’amore dove le due voci si intrecciano, accompagnate solo dalla chitarra acustica in fingerpicking di Kevin, con gli archi che entrano nella parte finale. Ma non manca una collaborazione con l’amico Taj Mahal, insieme al quale lo scorso anno ha vinto il Grammy nella sezione Blues per  lo splendido TajMo https://discoclub.myblog.it/2017/07/28/il-disco-blues-dellanno-forse-no-ma-soltanto-perche-non-e-solo-blues-taj-mahal-keb-mo-tajmo/ , il brano scritto insieme a Colin Linden si chiama Don’t Throw It Away, una canzone che è una sorta di inno ambientale, dove Taj suona anche il basso e contribuisce con la sua armonica a quel sound New Orleans https://www.youtube.com/watch?v=BBI50CxQ1co , ritmato e divertito, con un mandolino malandrino, a dispetto dell’argomento serissimo, il tutto trattato comunque con leggerezza.

The Way I nel testo parla del grande problema della depressione, mentre a livello musicale è un’altra di quelle deliziose e struggenti ballate avvolgenti che Keb ci sa regalare con assoluta naturalezza, mentre Ridin’ On A Train è il pezzo più tirato del CD, con un riff ricorrente e la batteria che spinge il ritmo, mentre l’acustica in modalità slide aumenta il sapore blues di questo eccellente tuffo nel le 12 battute più canoniche, per quanto sempre con il suo approccio particolare. I Should’ve è più divertente e divertita, con un drive dove ci sono pure chiari elementi country  e l’armonica suonata dallo stesso Keb Mo la rende leggiadra e godibilissima; manca ancora la ritmata Cold Outside, altro pezzo decisamente di impianto più rock, con un bel assolo di chitarra elettrica nella parte centrale, pure questo tipico di uno stile più cantautorale, filone che non manca mai nei suoi album. Quindi un disco assolutamente piacevole, per sintetizzare con quanto diceva Nero Wolfe al suo assistente Archie Goodwin, “soddisfacente”!

Bruno Conti

Lo Springsteen Della Domenica: Festa Bagnata, Festa Fortunata! Bruce Springsteen & The E Street Band – East Rutherford, NJ 9/22/12

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Bruce Springsteen & The E Street Band – East Rutherford, NJ 9/22/12 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Eccoci al consueto appuntamento mensile con gli archivi live di Bruce Springsteen, e per l’esattezza con la penultima uscita della serie (l’ultima è già nota anche se non ancora in mio possesso fisicamente, e riguarda un concerto al Nassau Coliseum del 1980, due sere prima di quello “mitico” di fine anno): sto parlando di uno show tenutosi il 22 Settembre del 2012 al MetLife Stadium di East Rutherford nel New Jersey per il tour in supporto a Wrecking Ball. Il concerto in questione non ha un valore storico come altri del passato, ma è particolare per altri motivi: intanto si svolge a poche miglia dal luogo in cui il Boss è nato (ed è già il quinto live registrato ad East Rutherford che esce in questa serie), ma soprattutto Bruce trasforma la serata in un gigantesco “birthday party”, dato che lo scoccare della mezzanotte, quindi il 23/9, coincide con il suo 63° compleanno. Ma la cosa senz’altro più insolita è che la mezzanotte non arriva a fine concerto come spesso capita con il Boss, bensì a metà show, in quanto c’era stato un rinvio di ben due ore causa acquazzone che si era abbattuto sulla zona. Bruce non è però il tipo da annullare un concerto, soprattutto quando il suo pubblico aspetta paziente beccandosi più di due ore di pioggia battente senza battere ciglio: ecco quindi il nostro e la sua E Street Band salire sul palco ancora più carichi del solito e fregarsene di ogni time limit dovuto all’inizio in ritardo, e regalare un set di ben 34 canzoni per tre ore e mezza di musica, finendo di suonare alle due del mattino!

Ed il concerto è, manco a dirlo, strepitoso, con Bruce ed i suoi compagni che ripagano l’audience con una performance magnifica e di grande potenza, elaborando una scaletta di brani perfetti per far ballare tutti, limitando al minimo le ballate. Lo show inizia subito con una sequenza da togliere il fiato con Out In The Street, The Ties That Bind (entrambe le versioni tra le più perfette mai sentite), una rara Cynthia e la classica Badlands. Vista la situazione meteo non poteva mancare Who’ll Stop The Rain dei Creedence (formidabile come sempre), seguita da un potente uno-due tratto da Born In The U.S.A. formato da Cover Me e Downbound Train. Sette canzoni ed ancora nessuna da Wrecking Ball, ma ecco che Bruce rimedia con tre brani uno in fila all’altro tra i più coinvolgenti del nuovo album, cioè la bombastica We Take Care Of Our Own, la title track e lo strepitoso folk-rock Death To My Hometown. Finalmente un po’ di quiete con la toccante My City Of Ruins in una monumentale versione di 16 minuti, che confluisce nell’antica It’s Hard To Be A Saint In The City, una chicca non da poco dato che non viene eseguita spesso. E questo è solo il primo CD. Il party riprende con l’ingresso sul palco di Gary U.S. Bonds che duetta con il Boss in un’irresistibile e gioiosa Jole Blon e poi fa il bis con il saltellante e coloratissimo errebi This Little Girl, puro Jersey Sound.

Ancora festa grande con la trascinante Pay Me My Money Down (non c’è la Seeger Sessions Band ma lo spasso è lo stesso), il lato B Janey, Don’t You Lose Heart, pop song gradevole ed immediata, ed un’inattesa e sanguigna In The Midnight Hour di Wilson Pickett, suonata per la prima volta dal 1980 (brano più che appropriato dato che nel frattempo è giunta la mezzanotte e tutto il pubblico ha intonato Happy Birthday ad un commosso Bruce). Dopo un’intensa Into The Fire, pagina minore di The Rising, la solita magnifica Because The Night ed una vibrante She’s The One ecco un altro trittico di pezzi che non fanno prigionieri, cioè la scatenata Working On The Highway e le super-coinvolgenti Shackled And Drawn e Waitin’ On A Sunny Day (con immancabile ritornello fatto cantare ad un bambino stonato). E’ raro che Meeting Across The River venga suonata fuori dal contesto di Born To Run (cioè quando viene riproposto l’album dall’inizio alla fine), ma questa è una serata speciale e quindi eccola qua, seguita a ruota dalla sempre commovente Jungleland (Roy Bittan, che pianista!) e dalle immancabili Thunder Road (elettrica) ed appunto Born To Run, tra le quali si “intrufola” la peraltro non eccelsa Rocky Ground, unico momento in tono minore della serata (o dovrei dire nottata). Il finale è la solita esplosione rock’n’roll con Glory Days, Seven Nights To Rock e Dancing In The Dark sparate in fila, ed in coda la sempre bellissima Tenth Avenue Freeze-Out con annesso omaggio allo scomparso Clarence Clemons. Sono quasi le due ma non è finita, perché c’è un altro Happy Birthday al quale partecipa anche la band (con il ritorno sul palco di Bonds e l’apparizione di parenti vari, tra cui madre, sorella e suocera di Springsteen), e si finisce con otto fantastici minuti di Twist And Shout, che mandano finalmente tutti a dormire.

Questo East Rutherford 2012 non sarà uno show storico ai livelli dell’Agora Ballroom o di Passaic, ma come dicono in America siamo comunque di fronte a “one hell of a concert”!

Marco Verdi

Un Ex Metallaro Che Ha Trovato La Sua Reale Dimensione. Aaron Lewis – State I’m In

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Aaron Lewis – State I’m In – Big Machine/Universal CD

Aaron Lewis, dopo aver capitanato per sedici anni un gruppo metal, gli Staind (con i quali ha pubblicato ben sette album), nel 2012 si è reinventato musicista country, una cosa possibile solo in America anche perché lo ha fatto in maniera assolutamente credibile. Il suo debutto, The Road, è stato infatti uno dei più positivi lavori di country-rock del 2012, da parte di un artista che sembrava un veterano e non un esordiente nel genere: un disco robusto e chitarristico che assorbiva pienamente la lezione del movimento Outlaw degli anni settanta, prodotto da una mezza leggenda del settore come James Stroud. Sinner, del 2016, confermava quanto di buono The Road aveva fatto intravedere, e questa volta in consolle c’era Buddy Cannon, l’uomo che ultimamente è dietro ai dischi di Willie Nelson: State I’m In è il nuovissimo lavoro di Lewis, un album che nelle sue dieci canzoni non fa che continuare il percorso di crescita del nostro. Ancora con Cannon in cabina di regia, State I’m In è un ottimo esempio di country-rock vigoroso, vibrante e chitarristico, con canzoni molto dirette e piacevoli, da parte di un musicista che se non sapessi che è del Vermont potrei pensare che fosse texano.

Musica country vera dunque, con il passato metallaro che è ormai un lontano ricordo, e con sessionmen di gran nome che fanno capire che Aaron non è uno qualunque: Dan Tyminsky, chitarrista degli Union Station di Alison Krauss, Vince Gill, Pat Buchanan, il grandissimo steel guitarist Paul Franklin, il piano e l’organo di Jim “Moose” Brown, l’armonicista di Willie, Mickey Raphael e, a cantare con Lewis nella title track, la stessa Alison Krauss con Jamey Johnson. Si inizia nel modo migliore con la bella e coinvolgente The Party’s Over, country song spedita dal mood elettrico e con una melodia di prima qualità: Aaron ha una voce splendida, baritonale e profonda, e la strumentazione classica con chitarre, steel e violino è perfetta. Can’t Take Back è un grintoso pezzo quasi bluesato e con indubbie influenze sudiste, cantato da Aaron con voce leggermente più arrochita, sezione ritmica potente e canzone che scorre che è un piacere https://www.youtube.com/watch?v=2ir-Zkvj7sQ ; Lewis sarà anche un ex hard rocker, ma dimostra di essere credibile anche in ballate come Reconsider (scritta da Keith Gattis), uno slow intenso e con un accompagnamento ricco alle spalle, mentre It Keeps On Workin’ è ancora sul versante rockin’ country, con un approccio maschio, da texano, e più di una rimembranza di Waylon Jennings: davvero bella.

State I’m In è languida e dal passo lento, impreziosita dalle voci della Krauss e di Johnson, God And Guns (che ha un testo che piacerà a chi ha votato per Trump) non aumenta il ritmo ma accresce notevolmente la dose di elettricità, e di nuovo si sentono elementi southern con l’aggiunta di un ritornello molto diretto https://www.youtube.com/watch?v=glPPQdjEx-Q , mentre Love Me è acustica e pacata, e mostra la faccia più romantica del nostro. If I Were The Devil, cadenzata e di stampo rock (ed ancora con più di un rimando al compianto Waylon), precede Burnt The Sawmill Down, luccicante ballata elettrica contraddistinta da una splendida steel ed il solito motivo di impatto immediato; il CD termina con The Bottom (di Waylon Payne), altro slow di buon livello e con un accompagnamento più languido che nei brani precedenti. Ormai Aaron Lewis ha trovato la sua strada artistica definitiva, e State I’m In lo conferma in pieno.

Marco Verdi

Una “Strana” Coppia, Ma Ben Assortita. Robben Ford & Bill Evans – The Sun Room

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Robben Ford & Bill Evans – The Sun Room – earMUSIC              

Nuovo album per Robben Ford, a meno di un anno dal precedente Purple House https://discoclub.myblog.it/2018/11/10/uno-dei-virtuosi-della-chitarra-elettrica-nuovamente-in-azione-robben-ford-purple-house/ , e a circa tre anni dal collaborativo Lost In Paris Blues Band, con Paul Personne… Questa volta si tratta di un disco in duo con Bill Evans (non il grande pianista jazz, scomparso nel 1980, ma l’omonimo sassofonista jazz/fusion). Curiosamente il disco è già uscito per il mercato giapponese la scorsa primavera, a nome di Evans e Ford, quindi con i cognomi invertiti nella copertina, in quanto il CD era stato pubblicato in Giappone per celebrare i 30 anni del locale Blue Note di Tokyo, in una tournée attribuita al Bill Evans Super Group with special guest Robben Ford.. Non avendo molte altre notizie, avendo ascoltato il disco in netto anticipo sull’uscita, in alcuni paesi europei prevista per il 26 luglio, per una volta mi sono affidato anche a quanto riportato nelle info per la stampa e in particolare a quanto dichiarato da Bill Evans, perché mi sembra pertinente ed inquadra bene anche la tipologia del disco: “Ogni tanto musicisti che la pensano allo stesso modo si uniscono per creare qualcosa che trascende i confini musicali ma che può comunque raggiungere un pubblico più ampio. Secondo me, la musica che abbiamo scritto per The Sun Room è senza tempo. Amo blues, jazz, soul, funk e questo album ha tutto ciò, suonato a livelli altissimi. Non potevo essere più felice. L’atmosfera era grandiosa durante le registrazioni ed era una gioia esserne parte. Ottimo lavoro ragazzi. Rifacciamolo!”

Prima di rifarlo per ora sentiamo cosa contiene il CD: intanto la band è completata dal batterista Keith Carlock, già con gli Steely Dan e dal bassista James Genus, uno che ha suonato con Lee Konitz, Michael Brecker, Branford Marsalis e Chick Corea. Anche se nella versione europea il nome di Robben Ford è più in evidenza, musicalmente mi sembra più vicino alle tematiche sonore di Evans, comunque la classe ed il tocco inconfondibile del chitarrista sono spesso ala ribalta, pur se il sassofono, di solito tenore, ma anche con qualche presenza di quello soprano,  è lo strumento principale. Dalla fusion piacevole ma leggerina, molto anni ’70, dell’iniziale Star Time, che sembra un brano degli L.A. Jazz Express, il vecchio gruppo di Tom Scott in cui militava anche Robben Ford, e che accompagnarono Joni Mitchell nel bellissimo Live Miles Of Aisles, al blues che non manca in una gagliarda Catch And Ride, dove il sax, più intenso, e la chitarra, si dividono gli spazi democraticamente, sempre con Evans comunque più impegnato di Ford, che peraltro il suo “assolino” non manca di regalarcelo, con una timbrica più jazzata, rispetto ai suoi dischi solisti. Big Mama è un funky più leggerino, non dico alla Average White Band, ma quasi, un filo più complesso e ricercato, con spazio per gli ottimi Carlock e Genus, e un altro solo di grande tecnica da parte di Robben.

Gold On My Shoulder è una bella ballata, l’unica cantata da Ford, tipica del suo songbook, anche se la presenza del sax la rende diversa dall’ultima produzione del musicista californiano. La raffinata Pixies, con i due solisti impiegati anche all’unisono, ha un bel arrangiamento da brano jazz classico, con una melodia molto piacevole e una lunga parte improvvisativa, Something In The Rose, più intima e riflessiva, si anima poi nell’assolo di Ford, mentre Insomnia è un altro piacevole brano cantato, non da Robben, forse da Evans, di cui ignoravo eventuali velleità canore, che qui suona il sax soprano. La notturna ed inquietante Strange Days lavora su atmosfere sospese che improvvisamente si animano in fiammate inattese ed è un brano tipicamente jazz, con la conclusiva Bottle Opener, la più lunga, con i suoi oltre otto minuti, che su un agile drumming di Carlock inserisce anche vaghi elementi tra rock e jazz nell’interscambio improvvisativo tra il sax di Evans e la chitarra di Ford, che ricorda certe cose degli Steely Dan di Aja.

Bruno Conti

Dalla Contea Di Cork Torna “L’Ultimo Storyteller”. Mick Flannery – Mick Flannery

mick flannery mick flannery

Mick Flannery – Mick Flannery – Rosaleen Records

I lettori di questo blog sanno perfettamente come il sottoscritto, insieme all’amico Bruno, abbia seguito la carriera di questo cantautore nativo di Blarney, Irlanda, passo per passo, e sono passati ormai 14 anni da quando Mick Flannery ha pubblicato il suo album di debutto Evening Train (05), a cui fecero seguito lo splendido White Lies (08), Red To Blue (12), By The Rule (14), I Own You (16), di cui stranamente non ci siamo occupati https://discoclub.myblog.it/2014/07/17/irlandese-le-carte-regola-mick-flannery-by-the-rule/ , tutti lavori dove la parte primaria la si trovava nei testi acuti e intelligenti, ma anche in un totale e complesso sviluppo della melodia, e infine, cosa non trascurabile, una voce “burbera” e affascinante a completare il tutto. Come l’album precedente I Own You, anche questo sesto e nuovo lavoro di Mick Flannery è stato pensato e composto a Berlino, una sorta di esilio autoimposto, nel contesto di uno stile di vita più funzionale ad un musicista. Come al solito Flannery piano, tastiere, chitarre e voce, si porta in studio i suoi musicisti di riferimento, ovvero i bassisti Alan Hampton e Brian Hassett, il percussionista Daniel Ledwell, il batterista Josh Adams, Josh Mease alle chitarre, Tony Buchen alle tastiere, Jason Colby alla tromba, Ian Roller al sassofono, con l’inserimento di una sezione archi composta da Richard Dodd al cello, Leah Katz alla viola, i violinisti Daphne Chen e Eric Gofin,  e con il contributo alle armonie vocali della brava Lyndsi Austin, quindi una strumentazione ricca e variegata.

Il brano d’apertura Wasteland è quasi sorprendente, e ancora una volta mette in mostra l’immenso potere della voce di Mick, mentre la seguente Must Be More pare evocare il miglior Van Morrison, con l’uso dolce ed insinuante della tromba, per poi passare a un delicato cambiamento di ritmi ed atmosfere con l’ariosa melodia di Come Find Me, sposare il tema sociale in una canzone “apolitica” come I’ve Been Right. Anche se questo lavoro non è un “concept album”, le storie del protagonista ricorrono in tutto il disco, come nell’intrigante andamento “folk” della splendida Foot, oppure nel dolce abbraccio di una sognante How I Miss You (un dolce viaggio al tramonto sul treno di ritorno da Dublino), che potrebbe essere cantata benissimo da Springsteen https://www.youtube.com/watch?v=z9dWPVILVM0 , proseguire con il doloroso lamento della spettrale Way Things Go, per poi eseguire una sorta di oscuro omaggio musicale al suo “mentore” Leonard Cohen, con Light A Fire che inizia in un mood recitativo, per poi svilupparsi in crescendo sulle note del synth di Isaac Carter. Ci si avvia alla fine con la tranquilla disperazione di un melodramma musicale come Star To Star, seguita dalla pianistica e commovente Dreamer John, e andare a chiudere con la dolcissima litania di I’ll Be Out Here, sulle note scarne della chitarra di Mick e il contrabbasso del fido Chris McCarthy.

Questo signore in patria è ampiamente considerato come uno dei migliori cantautori usciti dalla natia Irlanda negli ultimi anni (ricevendo anche numerosi premi in carriera), un personaggio che durante la sua infanzia si è abbeverato  ascoltando album di Bob Dylan, Tom Waits, Van Morrison, Jim Croce e Joni Mitchell, tutta musica che è penetrata nel suo DNA creativo, rendendolo nel tempo un artista maturo e affidabile. Come ho detto in precedenti occasioni, Mick Flannery dai tempi del suo esordio ha fatto passi da gigante all’interno della scena musicale irlandese, e brani come Safety Rope, Goodbye (li recuperate su White Lies), e in seguito Boston (Red To Blue) e The Smile Fire (By The Rule), hanno seguito le orme delle grandi canzoni di cantautori del passato come Paul Brady e Christy Moore, ma anche del presente come Glen Hansard e Damien Rice, senza dimenticare lo storico Gilbert O’Sullivan. Lo stile di scrittura che ha accompagnato Flannery in questi anni è comunque ancora ben presente anche in questo ultimo lavoro omonimo, in “primis” grazie alla band stellare che fornisce un accompagnamento di classe per tutta la durata del disco, e poi come conseguenza per l’uso nei testi delle tematiche, sociali e non, che interessano da vicino il mondo odierno. In definitiva quindi, se amate il genere musicale descritto finora e i cantautori citati prima, vi consiglierei di dare un ascolto all’album, in quanto senza ombra di dubbio questo signore potrebbe essere il vostro uomo.

Tino Montanari

Sarà Anche “Illegale”, Ma Musicalmente E’ Una Goduria! Ry Cooder & The Moula Banda Rhythm Aces – Santa Cruz

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Ry Cooder & The Moula Banda Rhythm Aces – Santa Cruz – Leftfield Media CD

Ho già avuto modo di scrivere in passato che non sono mai stato un grande fan dei CD dal vivo tratti da broadcast radiofonici, in quanto fanno parte di una pratica semi-legale per le leggi europee, ma in definitiva trattasi di bootleg. Qualche strappo lo faccio anche io, sia per musicisti che prediligo in maniera particolare (soprattutto Bob Dylan e Tom Petty – il cui triplo CD San Francisco Serenades era qualcosa di formidabile https://discoclub.myblog.it/2018/01/07/supplemento-della-domenica-il-piu-bel-disco-dal-vivo-dello-scorso-anno-anche-se-non-e-ufficiale-ed-e-registrato-nel-1997-tom-petty-and-the-heartbreakers-san-francisco-serenades/  – dato che Springsteen, Stones e Grateful Dead ci pensano già loro ad inondarci di live d’archivio ufficiali), sia per altri la cui discografia dal vivo “legale” è piuttosto lacunosa. Tra gli appartenenti alla seconda categoria c’è sicuramente il grande Ry Cooder, uno dei migliori musicisti a 360 gradi in circolazione da ormai 50 anni: buon cantante, eccezionale chitarrista, ma anche fantastico esploratore musicale e uomo di smisurata cultura.

Il CD di cui mi occupo oggi è tratto da un concerto tenuto dall’artista californiano al Catalyst di Santa Cruz il 25 Marzo del 1987, durante un breve tour non in supporto di Get Rhytym (che sarà il suo ultimo disco “rock” fino a Chavez Ravine del 2005), che uscirà a Novembre, ma con alle spalle gli stessi musicisti che ritroveremo poi sull’album, un combo ribattezzato The Moula Banda Rhythm Aces. E stiamo parlando di un gruppo formidabile, composto da nomi da leccarsi i baffi solo a leggerli: Jim Keltner alla batteria, Van Dyke Parks alle tastiere (purtroppo spesso elettroniche), Steve Douglas al sax, Jorge Calderon al basso, Miguel Cruz alle percussioni, Flaco Jimenez alla fisarmonica, George Bohannon al trombone ed un coro maschile formato da Terry Evans, Bobby King, Arnold McCuller e Willie Greene Jr. (con Evans e King che saltuariamente si occupano anche delle parti soliste). Un gruppo perfetto per Cooder e per la sua passione per mescolare stili e sonorità differenti: la base è rock, ma non manca certo il blues (grande passione di Ry), mentre la quota tex-mex è garantita da Flaco ed il quartetto di voci sposta il suono verso lidi più spiccatamente soul-gospel-errebi. Ed il CD, che dura ben 81 minuti (smentendo quindi il fatto che sia obbligatorio stare sotto gli 80), è davvero splendido, con il nostro che ci regala dodici performances di livello elevatissimo, passando con disinvoltura da un genere all’altro e rivelando un’intesa perfetta con la band stellare che lo accompagna:

In più, la qualità dell’incisione è eccellente (*NDB Era un famoso filmato per la televisione americana), anche meglio di tanti live ufficiali. Il concerto parte con Let’s Have A Ball (originariamente incisa dai Wheels, un oscuro gruppo degli anni cinquanta da non confondersi con gli omonimi irlandesi dei sixties), unico pezzo tratto dall’allora imminente Get Rhythm e perfetto per scaldare i motori: ritmo spezzettato e botta e risposta vocale tra Ry ed i quattro “black singers” per un blues decisamente sanguigno, con il nostro che dà inizio alla sua strepitosa prestazione come chitarrista slide, uno spettacolo nello spettacolo (ed anche Flaco si ritaglia un breve intervento, molto acclamato). Il classico gospel Jesus On The Mainline è sempre stato un brano centrale nei concerti di Cooder ed anche qui non si smentisce: puro gospel-rock, caldo e profondo, con un bell’assolo di trombone e la solita slide graffiante (e purtroppo anche l’uso del synth, un pegno da pagare dato che si era in pieni anni ottanta: in quel periodo anche una band “pura” come i Grateful Dead faceva abbondante uso di tali sonorità). Il primo highlight è una versione di nove minuti del classico folk della Grande Depressione How Can A Poor Man Stand Such Times And Live, rilettura da pelle d’oca, lenta, toccante, malinconica, cantata con il cuore in mano, un sottofondo perfetto del coro ed un assolo davvero fenomenale da parte di Cooder.

La breve Jesus Hits Like An Atom Bomb (del cantante e conduttore radiofonico nei fifties Lowell Blanchard) è un coinvolgente gospel a cappella, in cui Ry ed il quartetto la fanno da padroni, ed è seguita da altri due pezzi da novanta: Down In Mississippi (J.B. Lenoir), un bluesaccio sporco, annerito ed appiccicaticcio, con la slide che mena fendenti a destra e a manca (mannaggia a quel synth!), ed una versione strumentale di Maria Elena, deliziosa ballata popolare messicana degli anni trenta, vero showcase per Flaco e con Cooder che si sposta al bajo sexto. La scura ed annerita Just A Little Bit, una canzone degli anni cinquanta tra errebi e blues (l’ha incisa anche Elvis), precede altri due brani da sette minuti l’uno, cioè la trascinante ed elettrica The Very Thing That Makes You Rich di Sidney Bailey, sontuoso rock-blues con Ry che fa i numeri (ed il pubblico approva convinto) ed il vibrante rock’n’roll tinto di gospel Crazy ‘Bout An Automobile (Billy “The Kid” Emerson), altro classico nelle esibizioni del nostro. Una splendida e solare versione della famosa Chain Gang di Sam Cooke, con sonorità quasi caraibiche, prelude al finale del concerto con una monumentale Down In Hollywood (unico pezzo scritto da Ry tra quelli eseguiti), ben 16 minuti ad altissima temperatura tra funky, rock ed errebi con improvvisazioni degne di Frank Zappa ed una lunga presentazione dei membri della band durante la quale ognuno si ritaglia un piccolo assolo, e con una favolosa Goodinight Irene (Leadbelly, of course) davvero struggente, degna conclusione di una serata splendida.

So che le vostre tasche sono già provate dalle tante uscite discografiche “ufficiali”, ma per questo Santa Cruz vale la pena fare un’eccezione.

Marco Verdi

Un Disco Dal Vivo Veramente “Mitico”, Anzi Due! Gov’t Mule – Bring On The Music – Live At The Capitol Theatre Parte 2

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Gov’t Mule  – Bring On The Music – Live At The Capitol Theatre

2 CD + 2 DVD Deluxe/ Mascot/Provogue – Esce il 19 Luglio

Per chi non si accontenta della versione in 2 CD di cui abbiamo parlato ieri vediamo cosa troviamo in più e di diverso nella versione Deluxe 2 CD + 2 DVD, anzi prima vediamo cosa non c’è delle due serate tenute nello scorso aprile: manca la cover di Effigy dei Creedence, Unring The Bell, Mr. High And Mighty, il bis finale con I’ll Be The One, un brano solista di Haynes, che incorpora la Blue Sky Jam, è questo è un vero peccato, Rocking Horse dalla prima serata e anche una Tributary Jam, a favore di un paio pezzi ripetuti più volte, comunque in diverse versioni, sia nella parte audio che video. Per la serie “purtroppo”, parlo per i portafogli degli acquirenti, bisognerà avere entrambe le edizioni::quella Deluxe, seguendo sempre il formato CD doppio, inizia con Hammer And Nails, la cover del brano degli Staple Singers, che era su Deep End Vol. 2, dal soul dell’originale al blues a tutta slide della loro rilettura, seguita da una granitica e lunghissima Thorazine Shuffle, oltre dodici minuti di super jam per uno dei loro cavalli di battaglia sin dai tempi di Dose, sempre da quel disco anche Larger Than Life, altro pezzo rock di quelli tosti, Forsaken Savior da Shout, contiene una citazione della bellissima Sad And Deep As You di Dave Mason, Broke Down On The Brazos è un altro massiccio pezzo rock costruito su un pantagruelico riff di basso di Carlsson, Endless Parade è una splendida ballata ripresa da High And Mighy, lirica e malinconica, con un altro assolo da manuale di Haynes, Lola Leave Your Light On è un’altra scarica zeppeliniana da Dèjà Voodoo e Blind Man In The Dark è la quintessenza del suono dei Gov’t Mule, potenza devastante, classe, improvvisazione alla ennesima potenza, tra wah-wah impazziti e ritmica in libertà, e sempre da quel periodo arriva anche Raven Black Night, altro limpido e complesso esempio della loro musica, traccia che chiude il primo CD della versione Deluxe quadrupla.

In apertura del secondo CD, TravelingTune, versione alternata, ancora più allmaniana, e una durissima Stone Cold Rage, nuovamente dal disco del 2017, di Whisper In Your Soul su Shout c’era una bella versione cantata con Grace Potter, qui viene forgiata in una strana ed inconsueta versione quasi psych-soul, sorniona e ricercata, mentre molto bella è la blues and soul ballad Little Toy Brain, con Warren sempre splendido alla solista, canzone che placa un attimo gli animi prima del pezzo forte dell’intero concerto, un magnifico e lunghissimo medley di oltre 17 minuti di Trane ed Eternity Breath della Mahavishnu Orchestra, che poi sfocia in una jam costruita intorno a una sontuosa St. Stephen dei Grateful Dead, con tutti e quattro i musicisti in grande spolvero ai rispettivi strumenti, per un quarto d’ora di grandissima musica (come se il resto non bastasse), minchia se suonano, scusate il francesismo (però, delitto di lesa maestà, questo medley non è stato inserito nella parte video del doppio DVD) . Un attimo per riprenderci e arriva un altro brano da Revolutions, una breve ma epica Pressure Under Fire e pure Fool’s Moon da Deep End Vol. 1 non è malaccio, si fa per dire, sempre rock magistrale, che precede l’altra versione di Revolutions Come…Revolutions Go, ancora 10:45 magici tanto per gradire e dallo stesso album anche Bring On The Music che dà il titolo a questo Live, altro brano notevole, dall’inizio in sordina, solo percussioni e chitarre e tastiere accarezzate, fino all’ingresso vigoroso della ritmica e il “consueto” crescendo strumentale, tra pause ed improvvise ripartenze che poi confluiscono nella ripresa di Traveling Tune (Part 2) che concludeva il concerto del 28 aprile e pure questo doppio CD magnifico.

Il doppio DVD splendidamente ripreso con ben nove telecamere dal fotografo e regista Danny Clinch riporta un corposo estratto dai due concerti, pizzicando sia dalla versione standard che da quella deluxe, 23 brani in tutto, sempre non seguendo la sequenza originale, ma con interviste con la band, riprese dietro le quinte, fotografie ed altre chicche,  pur se con la pecca appena citata. Concludendo, in ogni caso, in una parola, “mitico”.

Bruno Conti

Un Disco Dal Vivo Veramente “Mitico”, Anzi Due! Gov’t Mule – Bring On The Music – Live At The Capitol Theatre Parte 1

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Gov’t Mule  – Bring On The Music – Live At The Capitol Theatre2 CD + 2 DVD Deluxe Esce il 19-07/ 2 CD Mascot/Provogue

Quest’anno la band americana festeggia i 25 anni di carriera (anche se il primo album omonimo fu pubblicato nel 1995): nato come un side project di Warren Haynes e Allen Woody, all’epoca entrambi negli Allman Brothers, poi il gruppo è diventato una delle migliori realtà del rock americano, con dieci album di studio, più alcuni EP, dischi collaterali, progetti di revisione di altri CD, e almeno altrettanti dischi dal vivo ufficiali pubblicati in questo arco di tempo. Ma se andiamo a anche a vedere il materiale Live distribuito tramite il loro sito http://mule.net/ si raggiungono quantità spropositate: comunque anche per festeggiare la firma di un nuovo contratto di distribuzione con la Mascot/Provogue, dove comunque avevano già lavorato in passato, ecco che esce ora questo Bring On The Music – Live At The Capitol Theatre in diversi formati, tra cui abbiamo estrapolato per parlarne, la versione Deluxe in 2 CD e 2 DVD che affianca la versione standard in 2 CD. Perché, in un attentato ai nostri portafogli, le due edizioni contengono materiale quasi completamente diverso a livello brani e quindi toccherebbe averle entrambe (ma occhio perché ci sarà anche un bundle limitato con la versione in 4 CD + 2 DVD): si tratta di un estratto quasi completo (manca comunque qualcosa) delle due serate registrate e riprese il  27 e 28 aprile del 2018 al Capitol Theatre di Port Chester, NY (una delle due location predilette in assoluto da Haynes, insieme al Fillmore).

Lo so perché sono andato a controllare sul sito https://www.setlist. che riporta le tracklist complete dei due concerti: direte voi, ma non era più semplice pubblicare i due concerti integrali (come fanno per quelli che vendono direttamente sul sito), magari anche nella sequenza originale? Certo, ma dovendo complicarci la vita, hanno preferito optare per questa soluzione complicata che mescola e riallinea la sequenza dei  due concerti. Quindi andiamo a vedere cosa dobbiamo aspettarci, partendo dalla versione standard in 2 CD. Se non avete voglia di leggervi tutto, sappiate comunque che, come al solito, si tratta di svariate ore di grande musica rock, con la solita quota di chicche imperdibili ad insaporire un menu di per sé gustosissimo, e quindi non si può farne a meno. Non facciamo proprio una track by track completa del tutto (comunque quasi), se no fra un paio di mesi siamo ancora qui, ma guardiamo comunque in profondità i contenuti: il primo CD edizione standard si apre con Travelin’ Tune (Part 1) che è la canzone che apriva il concerto del 28 aprile (o l’undicesima del 27 aprile? Chi può dirlo, quindi non ci poniamo più il problema), comunque trattasi di uno dei brani di Revolutions Come…Revolutions Go, tra le poche, tre in tutto se non ho visto male, che non raggiungono i cinque minuti. In ogni caso i quattro, Haynes, Abts, Louis e Carlsson, partono subito alla grande, ma con un pezzo diciamo più “gentile” , più rootsy, anche senza la steel della versione di studio, rispetto al rock dirompente di gran parte del concerto, deliziosa comunque.

A seguire arriva, da By A Thread, una potentissima cover del traditional Railroad Boy, grande rock-blues con gagliardo uso di slide, da parte di Haynes, mentre la versione di Mule, oltre i dieci minuti, lo conferma come uno dei pezzi apicali della loro storia, come avrebbe detto Abantuono “Viuulenza”, ma con classe zeppeliniana, rilanci continui ed interscambio anche con l’organo e il synth, con Abts che picchia come un fabbro appunto alla Bonzo Bonham. Beautifully Broken era su Deep End 1, potremmo definirla una hard ballad, più tranquilla, ma non mancano le scariche rock tipiche dei Muli e un bellissimo assolo di Warren, poi tocca a Drawn That Way, un altro dei brani di Revolutions, altro pezzo di grande impeto, molto scandito e tirato senza requie con accelerazione finale micidiale. Nel frattempo non si segue più la sequenza del concerto originale e arriva la splendida southern ballad The Man I Want To Be, che ricorda certe cose degli Allman, compreso il ficcante assolo di chitarra. La prima sorpresa arriva con la frenetica Funny Little Tragedy (Shout!), con grande giro di basso di Carlsson, che quasi inevitabilmente porta alla citazione nella parte centrale di Message In A Bottle dei Police, o viceversa, per poi tornare al tema originale; a seguire troviamo Far Away, un brano del 2000, sempre in versione ampliata, una ballata scura che parte lentamente e poi si dipana in crescendo, fino ad un acidissimo e quasi psichedelico assolo di Warren anche in modalità wah-wah.

Altra sorpresa in arrivo con la cover di Sin’s A Good Man’s Brother, un vecchio brano dei Grand Funk Railroad, che non eseguivano in concerto dal 2002, un pezzo di vibrante e gagliardo rock americano targato anni ’70, Mr. Man era su Dèjà Voodoo, altra bomba rock “riffatissima” che sembra uscire da qualche vecchio vinile dei Deep Purple, con Danny Louis molto Jon Lord alle tastiere. Dark Was The Night Cold Was The Ground è il vecchio traditional arrangiato da Blind Willie Johnson, che a sua volta Haynes aveva trasformato in un roccioso blues-rock per la versione di studio di Revolutions Come… qui ancora più grintoso in una versione monstre di oltre 10 minuti, intro pianistica, poi arriva la slide ed un groove che ricorda molto i Led Zeppelin di Physical Graffiti, grande brano. Life Before Insanity  che apre il secondo CD è un pezzo dall’aria più sudista, nuovamente allmaniano, con una bella melodia ricorrente, prima di passare a Thorns Of Life, uno dei brani migliori del disco del 2017, con Warren che lavora di fino su timbri e tonalità della propria chitarra nell’atmosfera sospesa della canzone, prima di scaricare insieme ai suoi pards tutta la potenza di fuoco della band, dieci minuti poderosi, poi replicati nell’altrettanto lunga title track dell’ultimo album (di cui vengono eseguiti ben 9 dei 12 brani, d’altronde era il Revolutions Come…Revolutions Go Tour), altro brano “swingin’ rock”, ancorato da un bel giro di basso e dalle divagazioni dell’organo, prima di una incantevole jam, quasi jazzata nella parte centrale strumentale e poi cambio di tempo verso un blues-rock cadenzato e infine di nuovo al tempo originale, con Louis impegnato anche alla tromba, oltre che all’organo.

Anche No Need To Suffer era su Life Before Insanity, altro lento dalle atmosfere sospese ed avvolgenti, per rimanere in tema Zeppelin siamo dalle parti di Houses Of Holy, altro tipico brano in crescendo con piano elettrico sullo sfondo e poi l’esplosione di un splendido assolo di chitarra torcibudella di Haynes, Dreams & Songs viene da Revolutions…, una dolente southern ballad con uso slide, tra Allman e Lynyrd Skynyrd, prima di passare alla lunghissima Time To Confess, che era su The Deep End 2, con accenni reggae e improvvise fiammate rock, che confluiscono nella devastante jam strumentale nella parte centrale, con un altro assolo mostruoso di Warren, che poi ci regala un’altra chicca come la cover di Comeback dei Pearl Jam, una primizia nel repertorio dei Muli, un pezzo non notissimo della band di Vedder, sul loro omonimo disco del 2006, una vibrante confessione ad una compagna che non c’è più, cantata con empatia e partecipazione da Haynes, che si immerge a fondo nella canzone, fino all’assolo lirico e liberatorio. World Boss era la traccia di apertura di Shout!, uno dei classici pezzi rock molto mossi dei Gov’t Mule, con qualche elemento hendrixiano nello svolgimento,  brano che conclude questo doppio CD nella versione standard.

Nella seconda parte del Post vediamo cosa contiene la versione Deluxe in 2 CD e 2 DVD.

Bruno Conti

Forse L’Unico Modo Per Fermarlo E’ Sparargli! Willie Nelson – Ride Me Back Home

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Willie Nelson – Ride Me Back Home – Legacy/Sony CD

Alla bella età di 86 anni suonati il grande texano Willie Nelson non ha la minima intenzione non solo di fermarsi, ma neppure di rallentare. Se ormai dal vivo fa fatica e si prende le sue (comprensibilissime) pause, in studio continua a viaggiare al ritmo di almeno un disco all’anno, quando non ne fa due (tipo lo scorso anno, prima con lo splendido Last Man Standing e poi con My Way, raffinato omaggio a Frank Sinatra), e sempre con una qualità piuttosto alta. Ora il barbuto countryman inaugura il suo 2019 con questo Ride Me Back Home, album in studio numero 69 per lui, un altro ottimo lavoro che, pur non raggiungendo forse i picchi creativi di Last Man Standing (che era però uno dei suoi migliori in assoluto, almeno negli ultimi venti anni https://discoclub.myblog.it/2018/05/07/non-solo-non-molla-ma-questo-e-uno-dei-suoi-dischi-piu-belli-willie-nelson-last-man-standing/ ), si posiziona tranquillamente molto in alto nella classifica qualitativa dei suoi dischi. Prodotto dall’ormai inseparabile Buddy Cannon, Ride Me Back Home è la solita prova di bravura, un lavoro decisamente raffinato e suonato con classe immensa da un gruppo di musicisti coi controfiocchi (tra i quali spiccano i formidabili Jim “Moose” Brown e Matt Rollings, entrambi al piano ed organo, James Mitchell alla chitarra, la sezione ritmica formata da Larry Paxton al basso e Fred Eltringham alla batteria, Bobby Terry alla steel e l’immancabile Mickey Raphael all’armonica) e cantato da Willie con una voce che, pur mostrando i segni dell’età, riesce ancora a dare i brividi ed a sprizzare carisma da ogni nota.

L’album, undici canzoni, si divide in maniera equilibrata tra brani originali scritti dal nostro a quattro mani con Cannon, più il rifacimento di un vecchio pezzo, un paio di canzoni nuove da parte di songwriters esterni ed una manciata di cover. I tre brani a firma Nelson-Cannon sono inaugurati da Come On Time, country song dal ritmo vivace e coinvolgente, texana al 100%, con una bella chitarrina ed un ritornello tipico del nostro; Seven Year Itch è un pezzo dal passo cadenzato ed atmosfera old-time, sembra quasi provenire dal songbook di Tennessee Ernie Ford, mentre One More Song To Write è una squisita country ballad dalla veste che richiama atmosfere sonore al confine col Messico. Stay Away From Lonely Places è un remake di un brano che Willie aveva scritto nel 1971: puro jazz d’alta classe con la band che sfiora appena gli strumenti, batteria spazzolata e Rollings che lavora di fino al piano, con Willie che si destreggia alla perfezione nel suo ambiente naturale. I due pezzi nuovi ma non scritti da Willie sono la title track (che apre l’album), bellissimo slow pianistico sfiorato dalla steel e valorizzato da una deliziosa melodia, e Nobody’s Listening, una canzone sempre dall’incedere lento ma con un arrangiamento atipico quasi più rock che country, un pianoforte liquido ed uno sviluppo fluido e rilassato.

Poi abbiamo due canzoni del grande Guy Clark, che Willie non aveva ancora omaggiato da dopo la scomparsa avvenuta nel 2016: My Favorite Picture Of You è uno dei brani più personali della carriera del grande songwriter texano (era dedicata alla moglie Susanna, mancata prima di lui), una ballatona intensa sempre con il piano in evidenza ed un arrangiamento raffinato, da brano afterhours, mentre Immigrant Eyes è davvero splendida, un pezzo toccante e superbamente eseguito, con un ispiratissimo assolo di Willie con la sua Trigger. Infine le altre cover: non ho mai amato particolarmente Just The Way You Are, una delle canzoni più popolari di Billy Joel, ma Willie la spoglia delle originali sonorità da sottofondo per un cocktail party e riesce a farla sua, anche se rimane quel retrogusto di artefatto, molto meglio It’s Hard To Be Humble (di Mac Davis) un tipico e scintillante valzerone texano cantato a tre voci da Nelson con i figli Lukas e Micah, un tipo di brano in cui il nostro è maestro indiscusso; chiude il CD Maybe I Should’ve Been Listening, un pezzo scritto da Buzz Rabin nel 1977, altro lento molto intenso e cantato in maniera toccante e profonda  Ennesimo bel disco dunque per il vecchio Willie, anche se sono sicuro che mentre noi siamo qui che lo ascoltiamo lui sta già pensando al prossimo.

Marco Verdi

Quantità E Qualità: Non Sbaglia Un Colpo! Chip Taylor – Whiskey Salesman

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Chip Taylor – Whiskey Salesman – Train Wreck CD/DVD

L’appuntamento annuale con un nuovo album di Chip Taylor è ormai diventata una piacevole abitudine: il cantautore di Yonkers fratello del noto attore Jon Voight, attivo dagli anni settanta ma completamente fermo negli ottanta, ha ricominciato ad incidere con regolarità verso la fine del secolo scorso, e dal 2012 ha pubblicato un disco all’anno (avrebbe saltato il 2015, ma il precedente The Little Prayers Trilogy era addirittura triplo). Una cadenza da orologio svizzero per il buon Chip, ma anche una qualità media molto alta, con i suoi album che sono più di una volta finiti nella Top Ten annuale del sottoscritto, ultimo dei quali il bellissimo Fix Your Words dello scorso anno https://discoclub.myblog.it/2018/04/25/uno-dei-lavori-piu-belli-del-signor-james-wesley-voight-chip-taylor-fix-your-words/ . Qualcuno potrebbe obiettare che i dischi di Taylor (nato James Wesley Voight) sono tutti molto simili tra loro, ma se il suo stile è quello non ci si può fare nulla: ballate perlopiù lente (e spesso con cenni autobiografici nei testi), cantate con voce calda, profonda e pastosa, con anche parti parlate o quasi sussurrate ed il gruppo alle spalle del nostro che accompagna il tutto in punta di dita e con la massima rilassatezza.

Chip è un cantautore classico, che ha avuto il suo momento di notorietà come performer nei seventies (e come autore ancora prima, avendo scritto la classica Wild Thing portata al successo dai Troggs), ed ancora oggi è in grado di emozionare esclusivamente con il suono della sua voce e poche note di accompagnamento, grazie ad una indubbia capacità di maneggiare il pentagramma ed al possesso di un feeling notevole. Whiskey Salesman è il suo nuovissimo lavoro, che prevedibilmente non cambia le carte in tavola, e che non mancherà di piacere agli estimatori del nostro: ballate lente, rilassate e distese, suonate dal solito manipolo di amici (tra i quali spiccano il produttore Goran Grini, eccellente pianista, il chitarrista John Platania, in passato al servizio di Van Morrison, la discreta sezione ritmica formata da  Grayson Walters, che si alterna al basso con Tony Mercadante, e dalla batterista Katrine Grini, moglie di Goran). Per la prima volta Taylor include anche un DVD, che presenta un video per ognuna delle undici canzoni del disco, filmati girati tra la casa del nostro ed il suo bar preferito, nei quali compaiono la moglie e gli amici, nel massimo della rilassatezza e tranquillità. La title track apre l’album con una chitarra acustica subito doppiata da un pianoforte, con Chip che parla con voce narrante: eppure il brano è ugualmente toccante ed emotivamente degno di nota, con tanto di “twist” improvviso nel refrain nel quale il ritmo aumenta ed il tutto si trasforma in un allegro honky-tonk.

Hold Her è dotata di una melodia tenue e limpida e l’accompagnamento è sempre discreto al massimo, in modo da mettere in primo piano la voce vissuta del leader, doppiata solo da chitarra, basso e piano elettrico. I Love You Today è una splendida ballata in cui Chip conferma la sua straordinaria capacità di costruire melodie struggenti con estrema semplicità (e la band dietro a sfiorare appena gli strumenti), Some Hearts sembra la continuazione della canzone precedente, ma è ancora più lenta e la voce di Taylor è un sussurro (ed è molto bello il tappeto sonoro steso da Grini, a base di piano, vibrafono e glockenspiel). Naples è di nuovo narrata, con Platania e Grini che ricamano con classe sullo sfondo, poi alla fine Chip si mette a cantare ed il brano cresce in maniera esponenziale; A Sip Or Two Of Good Scotch ha più ritmo, spunta addirittura una chitarra elettrica (Platania, che si concede anche due brevi assoli) ed è decisamente godibile ed immediata, Whiskey Dreams è ancora lenta e resa più intensa da un languido violino, mentre Turn The Clock Back Again è tra le più tristi e toccanti del disco, e tra violino, piano e la voce unica del nostro la pelle d’oca è assicurata. I Like Ridin’ è cadenzata e raffinatissima, con elementi country non estranei ed il piano sempre protagonista, See The Good Side Of The Guy è di nuovo parlata, ma la voce dà i brividi e la base strumentale è splendida (c’è anche una tromba); In The Stillness Of The Night chiude l’album con l’ennesima canzone malinconica ma emozionante al tempo stesso.

A fine ascolto non nascondo di avere voglia di rimettere il CD da capo, stavolta magari accompagnandolo da un bicchiere di buon whiskey, con molto ghiaccio (siamo pur sempre in estate).

Marco Verdi