Cofanetti Autunno-Inverno 2. L’Usignolo Dagli Occhi Azzurri: Prima Parte. Judy Collins – The Elektra Albums, Volume One (1961-1968)

judy collins the elektra albums volume one

Judy Collins – The Elektra Albums, Volume One (1961-1968) – Edsel/Demon 8CD Box Set

A Maggio di quest’anno Judith Marjorie Collins, detta Judy, ha compiuto 80 anni, e per celebrare l’evento la Edsel ha pubblicato ben due cofanetti con la sua discografia completa fino al 1984, cioè fino a quando la folksinger di Seattle ha inciso per la Elektra, leggendaria etichetta fondata negli anni cinquanta da Jac Holzman. La Collins è considerata giustamente una delle più grandi cantanti folk di tutti i tempi, e nonostante non abbia mai raggiunto la popolarità di Joan Baez, dal punto di vista vocale le due non erano molto distanti, anche se come statura artistica Joan è sempre stata uno o due passi avanti (ci sarebbe poi anche Carolyn Hester, che però ha avuto una carriera decisamente più di basso profilo). Nel corso degli anni Judy ha comunque pubblicato più di un disco di valore, scegliendo con grande perizia le canzoni (è sempre stata principalmente un’interprete, anche se con gli anni ha maturato una buona capacità di scrittura) ed eseguendole con estrema raffinatezza e con la sua splendida voce da soprano a dominare il tutto. *NDB Gli ultimi due, quello in coppia con Stills https://discoclub.myblog.it/2017/09/24/alla-fine-insieme-stephen-e-judy-blue-eyes-e-forse-valeva-la-pena-di-aspettare-stills-collins-everybody-knows/  e in precedenza il disco di duetti di cui mi sono occupato sul Blog https://discoclub.myblog.it/2015/09/23/76-anni-il-primo-album-duetti-judy-collins-strangers-again/ La Collins iniziò da ragazza gli studi musicali a Denver, in Colorado, dove si era spostata con la famiglia, ed inizialmente la sua formazione era quella di una pianista classica: in breve tempo, complice l’innamoramento per il cosiddetto “folk revival” (unito ad una propensione all’attivismo sociale), imbracciò la chitarra acustica e si spostò a New York, dove nel 1960 iniziò ad esibirsi nei locali del Greenwich Village, finché non fu notata appunto da uomini della Elektra e messa subito sotto contratto.

Oggi mi occupo del primo dei due cofanetti The Elektra Albums, che come recita il sottotitolo copre in otto CD il periodo degli anni sessanta nella quasi totalità: stiamo parlando dei dischi migliori di Judy (senza bonus tracks ma con un bel libretto ricco di foto e note ed una rimasterizzazione sonora adeguata), in cui vediamo album dopo album la sua crescita artistica da giovane e un po’ ingenua cantante ad artista completa che “invaderà” anche territori country e rock, spesso incidendo canzoni di altri autori in anticipo sulle versioni originali.

CD1: A Maid Of Constant Sorrow (1961). Un discreto esordio, in cui Judy si esibisce in trio con un’altra chitarra (Fred Hellerman) ed un banjo (Erik Darling). Il tono è perlopiù drammatico e certe interpretazioni sono leggermente enfatiche e declamatorie, e perciò forse si tratta del suo lavoro più datato. Tutti i brani tranne uno (la poco nota Tim Evans di Ewan MacColl) sono tradizionali, e Judy fornisce comunque limpide versioni della title track, The Prickilie Bush (quasi un bluegrass), Wild Mountain Thyme, Oh Daddy Be Gay e Pretty Saro.

CD2: Golden Apples Of The Sun (1962). Stessa struttura in trio del primo disco (ma stavolta due chitarre più basso, ed i compagni sono Walter Reim e Bill Lee), ma un’interpretazione più riuscita e meno sopra le righe, con ottime riletture di Bonnie Ship The Diamond, Little Brown Dog, Tell Me Who I’ll Marry, Fannerio (conosciuta anche come Pretty Peggy-O), oltre ad una trascinante versione folk-gospel del classico di Reverend Gary Davis Twelve Gates To The City.

CD3: Judy Collins # 3 (1963). Splendido album questo, ancora con la Collins accompagnata da due altri musicisti (a volte tre) e dove il chitarrista ed autore degli arrangiamenti è un giovane ed ancora sconosciuto Jim McGuinn, non ancora diventato Roger. I pezzi tradizionali sono presenti in misura molto minore, e cominciano ad esserci canzoni di autori contemporanei a partire da Bob Dylan, in quel tempo già punto di riferimento per ogni folksinger che si rispettasse (Farewell e la classica Masters Of War, pubblicata quasi in contemporanea con Bob). Ci sono anche due tra i primi brani scritti da Shel Silverstein (Hey, Nelly Nelly e In The Hills Of Shiloh), il noto canto pacifista Come Away Melinda (reso popolare prima da Harry Belafonte e poi dai Weavers), oltre alla splendida Deportee di Woody Guthrie. Ma la palma della migliore se la prende l’iniziale Anathea, una stupenda western ballad gratificata da un’interpretazione da pelle d’oca. E dulcis in fundo, due canzoni appartenenti al repertorio di Pete Seeger, The Bells Of Rhymney e Turn! Turn! Turn!, che McGuinn terrà a mente e riproporrà da lì a due anni con i Byrds.

CD4: The Judy Collins Concert (1964). Primo album dal vivo di Judy (sempre in trio), registrato alla Town Hall di New York. La particolarità è che, delle 14 canzoni incluse, solo Hey, Nelly Nelly è tratta dai dischi precedenti, mentre il resto è inedito, e si divide tra brani del cantautore di culto Billy Edd Wheeler (ben tre: Winter Sky, Red-Winged Blackbird e Coal Tattoo), altrettanti di Tom Paxton (My Ramblin’ Boy, Bottle Of Wine e la meravigliosa The Last Thing On My Mind), Fred Neil (Tear Down The Walls), l’allora sconosciuto John Phillps (una deliziosa Me And My Uncle), ed ancora Dylan con una struggente The Lonesome Death Of Hattie Carroll.

CD5: Judy Collins’ Fifth Album (1965). In questo lavoro Judy si affida a qualche musicista in più del solito, introducendo strumenti come dulcimer, piano, armonica e flauto, e con la partecipazione di John Sebastian, Eric Weissberg e del cognato della Baez Richard Farina. Dylan è ancora presente come autore, e con tre pezzi da novanta (Tomorrow Is A Long Time, Daddy, You’ve Been On My Mind e la mitica Mr. Tambourine Man, brano che quell’anno ebbe quindi diverse versioni), ma c’è anche il “rivale” di Bob Phil Ochs (In The Heat Of The Summer, molto bella), e tre classici assoluti del calibro di Pack Up Your Sorrows (proprio Farina), Early Morning Rain di Gordon Lightfoot e Thirsty Boots di Eric Andersen, in anticipo di un anno sul cantautore di Pittsburgh.

CD6: In My Life (1966). In questo album Judy fa una giravolta a 360 gradi: niente atmosfere folk ma un accompagnamento orchestrale a cura di Joshua Rifkin, che però tende a mio giudizio ad appesantire troppo le canzoni, che avrebbero beneficiato maggiormente di arrangiamenti basati su voce e chitarra. Il disco presenta le prime due canzoni mai apparse su album di un giovane poeta e scrittore canadese che farà “abbastanza” strada, tale Leonard Cohen, cioè Dress Rehersal Rag e Suzanne (che è anche l’unico pezzo dall’arrangiamento folk classico); c’è poi il solito Dylan (Just Like Tom Thumb’s Blues), ancora Farina (Hard Lovin’ Loser, un po’ pasticciata), gli “esordienti” su un disco della Collins Randy Newman e Donovan (rispettivamente con I Think It’s Going To Rain Today e Sunny Goodge Street), ed anche i Beatles con la classica title track. Ma, ripeto, la veste sonora delle canzoni non mi convince (il medley tratto dall’opera teatrale Marat/Sade di Peter Weiss è quasi cabarettistico), anche se le vendite daranno ragione a Judy.

CD7: Wildflowers (1967). Questo album prosegue il discorso sonoro del precedente, anzi aumentando l’incidenza delle parti orchestrali, e diventa il disco più venduto nella carriera della cantante (arrivando al numero 5 in classifica), grazie soprattutto al suo unico singolo da Top Ten, cioè una bellissima versione del futuro classico di Joni Mitchell Both Sides Now, che però è anche l’unico pezzo ad avere un arrangiamento pop, con chitarra, basso, batteria e clavicembalo. La Mitchell come autrice è presente anche con l’iniziale Michael From Mountains, ma chi prende davvero piede è Cohen, che dona a Judy ben tre brani: Sisters Of Mercy (splendida nonostante l’orchestra), Priests e Hey, That’s No Way To Say Goodbye; troviamo addirittura una ballata del poeta del quattordicesimo secolo Francesco Landini intitolata Lasso! Di Donna, cantata in un improbabile italiano arcaico (Judy se la cava molto meglio col francese nella Chanson Des Vieux Amants di Jacques Brel). Il disco è comunque importante anche perché contiene le prime tre canzoni scritte dalla Collins (Since You Asked, Sky Fell e Albatross), anche se nessuna di esse si può definire indimenticabile.

CD8: Who Knows Where The Time Goes (1968). Judy lascia da parte le orchestrazioni e ci consegna un bellissimo disco che si divide tra folk, rock e country, con le prime chitarre elettriche ed una serie di sessionmen da urlo, come l’allora fidanzato Stephen Stills (che scriverà Suite: Judy Blue Eyes per lei), il mitico chitarrista di Elvis James Burton, Buddy Emmons alla steel, Chris Ethridge (di lì a breve nei Flying Burrito Brothers) al basso, Van Dyke Parks alle tastiere e Jim Gordon, futuro Delaney & Bonnie e Derek And The Dominos (e molti altri), alla batteria. Judy apre il disco con la rockeggiante Hello, Hooray di Rolf Kempf (che nel 1973 diventerà un classico nel repertorio di Alice Cooper), e poi si destreggia alla grande ancora con un doppio Cohen (una Story Of Isaac per sola voce, organo e clavicembalo, drammatica ed inquietante, ed una countreggiante e più leggera Bird On A Wire), una limpida rilettura del traditional Pretty Polly, un brano “minore” di Dylan (I Pity The Poor Immigrant), la splendida Someday Soon di Ian Tyson, puro country, e l’autografa My Father. Ma i due highlights sono la stupenda ballata di Sandy Denny che intitola il disco (tanto per cambiare di un anno in anticipo sui Fairport Convention), e la lunga (sette minuti e mezzo) First Boy I Loved, brano solido e complesso scritto da Robin Williamson, all’epoca membro di punta dell’Incredible String Band.

Prossimamente mi occuperò del secondo cofanetto, che raccoglierà gli album Elektra dal 1970 al 1984.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 2. L’Usignolo Dagli Occhi Azzurri: Prima Parte. Judy Collins – The Elektra Albums, Volume One (1961-1968)ultima modifica: 2019-10-10T18:13:21+02:00da bruno_conti
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