Steve Miller Band – Tra Blues, Rock E Psichedelia! Parte I

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Le origini

La “ storia” di Steven Haworth (detto Steve) Miller merita di essere ricordata a grandi linee. Figlio di una coppia benestante di Milwaukee negli anni di metà secolo scorso, nato nel 1943 durante la Seconda Guerra Mondiale, con la mamma  Bertha, appassionata di canto jazz, e il padre George, che alla sua professione di medico patologo univa una passione sfrenata per la musica, oltre ad essere anche un eccellente ingegnere del suono dilettante, il giovane Steve sin dall’infanzia era abituato ad avere la casa visitata regolarmente da musicisti, in special modo la coppia formata da Les Paul (suo padrino) e Mary Ford, dei quali i genitori furono testimoni di nozze. Poi, dopo il trasferimento a Dallas in Texas, altri musicisti iniziarono a frequentare casa Miller,  gente come Charles Mingus, Tal Farlow, T-Bone Walker, con quest’ultimo che insegnò al piccolo Steve trucchetti come suonare la chitarra dietro la schiena e con i denti (ricorda un certo Jimi), oltre alla passione per il blues:quando a metà anni ’50 arriva alle scuole medie a Dallas, forma la sua prima band, i Marksmen (dal nome della scuola) , insieme al fratello Buddy al basso, e all’amico Boz Scaggs, a cui a sua volta insegna i primi rudimenti della chitarra. A questo punto la strada è tracciata, alla fine delle scuole superiori Miller torna nel Wisconsin per frequentare l’Università e nel 1962 forma gli Ardells, ancora con Boz Scaggs e un altro musicista importante per i futuri sviluppi, ovvero Ben Sidran, alle tastiere.

Dopo un semestre di studi in Danimarca e a poche ore dalla laurea in letteratura abbandona la scuola, con l’appoggio della mamma e le perplessità del babbo, e si trasferisce ancora una volta, in quel di Chicago, la culla del nascente blues  bianco elettrico americano, e dell’affermata scuola nera capitanata da Muddy Waters e dagli altri artisti della Chess,. Incoraggiato dai nuovi amici, tra cui Paul Butterfield, col quale lavora brevemente, forma insieme al tastierista Barry Goldberg, la Goldberg-Miller Blues Band che pubblicherà solo un singolo nel 1965. Poi torna in Texas per un ultimo tentativo di completare gli studi universitari, ma deluso dall’ambiente rinuncia di nuovo e con un pullmino Volkswagen parte alla volta di San Francisco, la nuova mecca della musica rock. Vede la Butterfield Blues Band e i Jefferson Airplane al Fillmore e decide di restare e provarci anche lui.

Steve Miller Band Psychedelic Years 1968-1970

All’inizio, nel 1966, la band si fa chiamare Steve Miller Blues Band, ma già l’anno successivo Blues sparisce dal moniker e accompagnano Chuck Berry nell’ottimo Live At Fillmore Auditorium (***1/2 Mercury 1967): insieme a Steve Miller, chitarra e armonica, ci sono JIm Peterman alle tastiere, Lonnie Turner al basso e Tim Davis alla batteria, lo stesso anno partecipa al Festival di Monterey. Agli inizi del 1968 rientra in formazione anche Boz Scaggs, seconda voce e chitarra, e tutti si recano a Londra insieme per registrare il primo album con il grande produttore Glyn Johns (si farebbe prima a dire con chi non ha lavorato, ma diciamo che è passato con tutti i grandi, Beatles, Stones, Led Zeppelin e Who può bastare?).

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Children Of The Future – Capitol 1968  ****

Un grandissimo album , spesso  sottovalutato, ma risentito in questi giorni per la stesura di questo articolo, ancora una volta mi ha sorpreso. Ci sono delle analogie con Sgt. Pepper dei Beatles, in quanto le canzoni fluiscono una nell’altra senza soluzione di continuità, e anche alcune sonorità profumano di quella psichedelia gentile tipicamente britannica dell’epoca. Glyn Johns opta per un suono caldo e da avvolgente: i primi 3 brani, Children Of The Future e altri due brevi frammenti già indicano il sound d’assieme, In My First Mind non ha nulla invidiare ai Pink Floyd bucolici degli inizi, con il piano e l’organo di Peterman in grande spolvero, anche con rimandi a Moody Blues e al nascente Canterbury Sound per gli eccellenti intrecci vocali, con The Beauty of Time Is That It’s Snowing (Psychedelic B.B.) che nel sottotitolo cita esplicitamente la psichedelia e nel sound ci sono anche elementi blues e del futuro suono rock della Sreve Miller Band anni ’70.

I primi due brani del lato B sono scritti e cantati da Boz Scagss: Baby’s Calling Me Home, un sognante baroque folk, Steppin’ Stone un vibrante blues elettrico che anticipa il disco omonimo del 1969 dove Scaggs collaborerà con Duane Allman, soprattutto nella fantastica Loan Me A Dime, un blues lento tra i più belli della storia, sentire il lavoro di Allman per credere https://www.youtube.com/watch?v=oTFvAvsHC_Y , e comunque anche Steve Miller è molto efficace, con le successive Roll With It e Junior Saw It Happen che sono puro acid rock westcoastiano del 1968, prima di lasciare spazio di nuovo al blues in Fanny Mae, con Miller anche all’armonica ed ad una cover di Key To The Highway che è classico electric blues.

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Sailor – Capitol 1968 ***1/2

La stessa formazione, sempre con Johns alla console, si trasferisce in giugno a Los Angeles per registrare il secondo album Sailor, che verrà pubblicato ad ottobre. Ancora con questa eccellente commistione di  blues psichedelico: Song For Our Ancestors non ha nulla da invidiare al suono acido e ricercato della West Coast, sempre però anche con elementi britannici, mentre Dear Mary sembra quasi una outtake dei Beatles del White Album, sognante ed intima, con Scaggs che contribuisce all’album con tre brani, il blues-rock di My Song che ricorda il sound brillante dei Moby Grape, Overdrive uno strano blues quasi dylaniano con uso di slide e Dime-A Dance Romance, un altro pezzo rock in stile californiano, tra Spirit e Jefferson.

Living In The Usa un incalzante rock con elementi blues e R&B è il primo singolo ad entrare nelle classifiche Usa, mentre Quicksilver Girl è una deliziosa ballata psych con elementi pop quasi alla Beach Boys, è verrà ripescata anche per la colonna sonora del “Grande Freddo” nel 1984. Lucky Man è il piacevole contributo del tastierista Peterman che la canta, mentre l’organo imperversa, Gangster Of Love è una brevissima cover del brano di Johnny “Guitar” Watson,  in pratica solo il riff del brano, per introdurre uno degli pseudonimi usati da Steve Miller, che poi torna all’amato blues per una cover di You’re So Fine di Jimmy Reed. Ancora un buon disco, anche se leggermente inferiore all’esordio.

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Brave New World – Capitol 1969 ***1/2

Si tratta del primo album senza Scaggs e Peterman che se ne erano andati alla fine del 1968, il secondo sostituito alle tastiere dall’ottimo Ben Sidran (e in un brano, la liquida ballata Kow Kow al piano c’è Nicky Hopkins). Nel disco, registrato sempre in California, spicca però una canzone registrata agli Olympic Studios di Londra, dove appare Paul McCartney con lo pseudonimo di Paul Ramon (da cui presero ispirazione a loro volta i Ramones, per il nome della band): il brano My Dark Hour, un potente rock chitarristico, è una improvvisazione tra Paul e Steve Miller e proprio il riff di chitarra verrà poi usato nel 1976 per Fly Like An Eagle (della serie non si butta mai via nulla).

Invece in Space Cowboy, un altro dei nomignoli di Miller, che la scrive insieme a Sidran, se il riff  vi ricorda qualcosa, “l’ispirazione” arriva da Lady Madonna. Sempre prodotto da Johns nel disco non mancano comunque i consueti elementi psichedelici come nella estatica title-track o nella vibrante e solare Celebration Song, scritta sempre con Sidran e con le armonie vocali di McCartney; il bassista Tim Davis scrive e canta nella potente scarica rock di Can’t You Hear Your Daddy’s Heartbeat, ed è la voce solista anche nel delizioso folk-blues LT’s Midnight Train, firmata dal batterista  Lonnie Turner. Ci sono altri tre brani firmati dalla coppia Miller/Sidran, lo strano psych blues con armonica di Got Love ‘Cause You Need It, la morbida e westcostiana ballata Seasons e la ricordata Space Cowboy.

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Your Saving Grace – Capitol 1969 ***

Sempre nel 1969, a novembre, per mantenere la media dei due dischi all’anno, esce Your Saving Grace, lo stile è simile a quello del disco precedente, ma nell’insieme meno soddisfacente: solita equa e democratica divisione dei brani, uno a testa per Davis e Turner, uno della coppia Miller/Sidran, una cover di Motherless Childern che però fatica a decollare, forse il brano più interessante è la lunga Baby’s House scritta in coppia con Nicky Hopkins, che peraltro non è memorabile, anche se il tastierista inglese ci mette del suo. Ultimo disco a essere prodotto da Glyn Johns.

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Number 5 – Capitol 1970 ***

Il disco è prodotto dallo stesso Miller, e ci sono vari raddoppi di funzioni: un altro bassista Bobby Winkelman, nella tirata e dagli echi Beatlesiani, Good Morning, due tastieristi, con Hopkins che affianca Sidran, con Lee Michaels che si aggiunge all’organo per Going To Mexico, un  solido pezzo rock-blues  tipico di Miller, scritto con Boz Scaggs; non male ma non entusiasmante la bucolica I Love You, addirittura un tuffo “Campagnolo” nella comunque vibrante Going To The Country con grande finale chitarristico di  Miller, dove appaiono Charlie McCoy all’armonica e il violinista Buddy Spicher, mentre nel country-rock di Tokin’s del batterista Tim Davis (che l’anno dopo se ne andrà) ci sono anche Wayne Moss alla chitarra e Bobby Thompson al banjo. Hot Chili, come da titolo, aggiunge divertenti atmosfere Tex-Mex con tanto di trombe mariachi e anche una Steve Miller’s Midnight Tango, scritta da Sidran, diciamo non indimenticabile, come pure Industrial Military Complex Hex, che però in nuce ha il sound futuro della SMB anni ’70. Miller va anche di wah-wah nella lunga Jackson-Kent Blues, un gagliardo pezzo rock, forse il brano migliore del disco.

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Rock Love – Capitol 1971 **1/2

Le critiche per questo album (dove non è presente nessuno dei musicisti dell’album precedente) non furono particolarmente tenere: registrato metà dal vivo, i tre brani della facciata A, dove Miller è accompagnato dai  Frumious Bandersnatch, la band di Winkelman, dove militava anche Ross Valory, il futuro bassista dei Journey, e tre pezzi  in studio. A me a tratti non dispiace, i primi due brani sono registrati a Hollywood, ma in Florida, una piacevole The Gangster Is Back e lo slow Blues Without Blame, mentre la lunghissima Love Shock arriva da Pasadena, un rock-blues quasi hendrixiano con esteso uso del wah-wah da parte di Steve, anche se i lunghi assoli di batteria e basso nel finale non aiutano.

Dei pezzi in studio Rock Love, classico brano alla Miller, non è male, ma la morbida Harbor Lights e la lunga e strumentale Deliverance, anche con intermezzo scat di Steve, sono piuttosto prolisse. Il LP fu pubblicato dalla Capitol senza il consenso di Miller, mentre il musicista si stava riprendendo da un incidente con la motocicletta.

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Recall the Beginning…A Journey from Eden – Capitol 1972 – ***

Per questo album ritorna Ben Sidran, che è anche il produttore del disco, ma come il precedente si rivelerà un flop commerciale, benché il LP non sia poi brutto, con Jim Keltner, Jack King e Roger Allan Clark, che si alternano alla batteria con Gary Mallaber (che poi sarà con la SMB negli anni d’oro dal 1976 al 1987), Gerald Johnson al basso e Jesse Ed Davis, seconda chitarra in Heal Your Heart, e con Miller che introduce il suo terzo alter ego in Enter Maurice. Proprio questo brano inizia ad inserire in modo embrionale quelle scansioni ritmiche che da lì a poco faranno la fortuna della band, anche se i coretti…insomma. E anche l’uso saltuario di archi e fiati forse è un po’ ridondante: in High Your Mama il nostro va di falsetto, mentre il pezzo con Jesse Ed Davis è un buon blues-rock vagamente alla Little Feat, Somebody Somewhere Help Me, con fiati, sembra quasi una canzone dei Doobie Brothers o dello Stills più scanzonato, Love’s Riddle una ballata sognante alla Crosby. Insomma il nostro deve ancora decidere bene cosa fare, anche se in Fandango e in Journey From Eden si intravede qualcosa del futuro sound.

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The Joker – Capitol 1973 ***1/2

Poi di colpo, sulle ali di un brano fortunato, arriva il successo clamoroso: album al n°2 nelle classifiche Usa, un milione di copie vendute, il singolo al primo posto. La formula classica del rock americano di Steve Miller deve ancora essere messa bene a punto. Però il riff e il ritornello di The Joker sono veramente irresistibili, uno dei brani dove rock e pop si incontrano in modo perfetto. Ottime anche l’iniziale Sugar Babe, una brillante rock song a tutto riff, Mary Lou con divertenti echi sixties, lo scioglilingua della ritmatissima Shu Ba Da Du Ma Ma Ma Ma, guidata dal basso super funky di Johnson, futuro cavallo di battaglia live, Your Cash Ain’t Nothin’ but Trash che è il seguito di Space Cowboy e The Gangster Of Love.

Nella seconda parte non mancano alcune tracce blues come The Lovin’ Cup, Come On in My Kitchen di Robert Johnson, dal vivo a Philadelphia, come la successiva Evil. Conclude il disco Something to Believe In, una ballatona country con Sneaky Pete Kleinow alla pedal steel.  Dal disco verranno tratti in tutto quattro singoli usciti tra il 1973 e il 1975. Prima del ritorno nel 1976 con il nuovo album, che viene già registrato però tra il 1975 e il 1976.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Steve Miller Band – Tra Blues, Rock E Psichedelia! Parte Iultima modifica: 2019-12-07T23:05:52+01:00da bruno_conti
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