L’Ex “Desaparecido” Ci Ha Preso Gusto! Bill Fay – Countless Branches

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Bill Fay – Countless Branches – Dead Oceans CD

La storia di Bill Fay, cantautore e pianista inglese classe 1943 (nato e residente a Londra), potrebbe essere il soggetto per un film. Autore di due album dalla vena intimista per la Deram nel 1970 e 1971 (Bill Fay e Time Of The Last Persecution), Bill fu scaricato senza tanti complimenti dall’etichetta dopo il secondo lavoro, sia per i suoi toni troppo pessimistici che per le vendite pressoché nulle; questo evento gettò Fay in una profonda depressione che durò anni, e nonostante verso la fine della decade avesse ripreso a scrivere e ad incidere, il risultato di quelle sessions rimase nei cassetti ed il nostro fece “musicalmente” perdere le sue tracce per quasi trent’anni. Una storia per certi versi simile a quella di Sixto Rodriguez, ma a differenza del musicista americano che riprenderà ad esibirsi senza però pubblicare nuovo materiale, Fay ritornerà a sorpresa nel 2012 con l’ottimo Life Is People https://discoclub.myblog.it/2012/08/13/il-ritorno-di-un-genio-bill-fay-life-is-people/ . Parte del merito della riscoperta di Bill va a Jeff Tweedy, che con i suoi Wilco era uso suonare dal vivo una cover della sua Be Not So Fearful ed in seguito si era adoperato affinché venissero pubblicate le sessions inedite di Fay del periodo 1978-1981, cosa che avverrà nel 2005 con Tomorrow, Tomorrow & Tomorrow.

Ma come ho detto poc’anzi il vero ritorno di Bill è stato con Life Is People, un CD sorprendentemente pieno di belle canzoni eseguite con piglio da cantautore consumato, come se non fossero passati 41 anni dall’album precedente. Il buon successo di critica ha poi convinto Fay a proseguire, e così nel 2015 ecco Who Is The Sender?, altro valido lavoro anche se un gradino sotto a Life Is People, mentre è uscito da poche settimane Countless Branches, il terzo disco del nostro dalla sua “rinascita” artistica, che si pone invece allo stesso livello del comeback album del 2012. In Countless Branches Bill è andato a ripescare brani scritti durante gli anni ma mai incisi professionalmente, rivelandoci che i suoi cassetti erano ancora pieni di gemme che avevano solo bisogno di venire alla luce: sì, perché ci troviamo di fronte ad un lavoro di grande spessore, con canzoni intense ed emozionanti eseguite perlopiù in strumentazioni ridotte all’osso, in pratica solo la voce del nostro (delicata, quasi fragile), il suo pianoforte e poco altro: una chitarra acustica qua, un violoncello là, qualche nota di organo e solo in un caso un arrangiamento full band. Il tutto sotto la produzione sapiente, come nei due album precedenti, di Joshua Henry, e con la presenza di pochi ma validi musicisti che rispondono ai nomi di Matt Deighton e Matthew Simms (entrambi alle chitarre), Alex Eichenberger (cello), Matt Armstrong (basso) e Mikey Rowe (tastiere).

Però in questo album Bill ha voluto fare una sorpresa ai suoi estimatori, aggiungendo alla fine dei dieci brani che compongono la tracklist ben sette bonus tracks, quasi un altro disco che però è suonato con alle spalle una band elettrica (e senza riportare i dettagli sulla confezione, ma solo su un foglietto aggiuntivo all’interno). L’inizio è riservato alla lenta In Human Hands, che vede Bill in totale solitudine, un brano lento registrato in presa diretta, meditato ed eseguito con classe e misura; How Long, How Long vede l’aggiunta del cello, una chitarra acustica pizzicata con delicatezza ed un organo appena accennato, e la canzone è pura e cristallina, con una melodia tenue che ricorda alla lontana il Cat Stevens dei tempi d’oro: splendida https://www.youtube.com/watch?v=Qt3jfsAA-3w . Your Little Face è l’unico pezzo più strumentato della parte “normale” del CD, ci sono chitarra elettrica e batteria ma il mood non cambia, anzi forse l’atmosfera è ancora più struggente e drammatica, grazie anche alla voce frangibile del nostro; Salt Of The Earth (non è quella degli Stones, i brani sono tutti originali) è ancora un bozzetto per voce e piano, con le tastiere aggiunte a fornire uno sfondo sonoro discreto e la voce del leader che ha un tono quasi supplicante, mentre I Will Remain Here è il secondo pezzo che vede in scena solo Bill, che canta un motivo toccante quasi sillabando le parole.

Due chitarre ed un basso affiancano il piano del nostro in Filled With Wonder Once Again, delicata e dallo squisito sapore folk, Time’s Going Somewhere è decisamente emozionante grazie alla melodia ricca di pathos ed a un malinconico violoncello, nell’intensa Love Will Remain spunta anche una tromba e la voce di Bill si propone in maniera più commovente che mai. L’album vero e proprio si chiude con la spoglia title track (solo piano, voce e cello) e con la notevole One Life, dotata di un motivo struggente e bellissimo, da cantautore vero. Le bonus tracks “elettriche” partono con l’inedita Tiny, cantata sempre con voce tenue ma con un suono pieno e forte che aumenta il pathos; Don’t Let My Marigolds Die è una riproposizione live in studio di un brano che era su Time Of The Last Persecution, una canzone intensa seppur breve, mentre The Rooster è un raffinato e soffuso pezzo dal sound classico, con chitarra elettrica ed organo a fornire un alveo sonoro perfetto. Il CD termina definitivamente con la versione acustica, piano e basso, di Your Little Face (l’unica elettrica nella prima parte del disco) e con tre scintillanti riletture full band di Filled With Wonder Once Again, How Long, How Long e Love Will Remain, tutte splendide e molto diverse dalle loro controparti “intime”.

Altro ottimo lavoro dunque per il redivivo Bill Fay, forse il più bello insieme al suo “secondo esordio” Life Is People del 2012, ed un ringraziamento a Jeff Tweedy per aver, anche se involontariamente, riacceso l’interesse nei suoi confronti.

Marco Verdi

L’Ex “Desaparecido” Ci Ha Preso Gusto! Bill Fay – Countless Branchesultima modifica: 2020-02-06T10:57:05+01:00da bruno_conti
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