Non E’ Mai Troppo Tardi Per Scoprirli. Eleven Hundred Springs – Here ‘Tis

eleven hundred springs here 'tis

Eleven Hundred Springs – Here ‘Tis – State Fair CD

In passato non ci siamo mai occupati degli Eleven Hundred Springs, un sestetto di countrymen duri e puri provenienti da Dallas: eppure stiamo parlando di una band che è in giro da più di due decadi e che ha una discografia di ben dieci album di studio. A livello locale sono una piccola celebrità, grazie anche ai molti concerti che tengono durante l’anno ed al fatto che tra i loro ammiratori c’è anche un certo Lloyd Maines. Nel corso degli anni gli EHS hanno cambiato formazione più di una volta, ed attualmente gli unici membri fondatori ancora nel gruppo sono il cantante e chitarrista Matt Hillyer ed il bassista Steven Berg, coadiuvati da Chad Rueffer alla chitarra e voce, Jordan Hendrix al violino, Ray Austin a steel e dobro e Christian Dorn alla batteria. Here’Tis è il nuovissimo lavoro della band texana, ed è un perfetto esempio di pura country music del Lone Star State, una miscela vincente di honky-tonk, swing, rockabilly e bluegrass perfetta da ascoltare guidando su lunghe strade che si perdono nel nulla o anche a casa mentre si gusta una bella birra.

I nostri sanno il fatto loro, compongono canzoni che profumano di tradizione ma hanno il ritmo nel dna e se le producono da soli: il risultato sono 34 minuti di puro e coinvolgente Texas country fatto alla vecchia maniera e suonato in modo scintillante. L’iniziale This Morning It Was Too Late è una limpida e solare country ballad dalla melodia tersa ed aperta ed un accompagnamento elettroacustico d’altri tempi, con menzioni particolari per la steel ed il chitarrone anni cinquanta. Con All Jokes Aside aumenta il ritmo, ed il brano è dotato di un motivo immediato e da canticchiare dopo il primo ascolto, con ottimi interventi ancora di steel e di un violino quasi cajun; la cadenzata Miles Apart è musica texana doc, con l’influenza di Waylon Jennings, un train sonoro coinvolgente e la solita linea melodica estremamente gradevole, mentre Fair Weather Friend porta il disco agli albori della nostra musica, quando il country era rappresentato da Bob Wills e Bill Monroe, un pezzo suonato in punta di dita e con steel, chitarra elettrica e violino che si alternano negli assoli.

Let’s Move Out To The Country è puro rockin’ country ricco di ritmo e swing, la languida The Song You’ll Never Hear un delizioso honky-tonk caratterizzato da uno dei motivi migliori del lavoro, Looking Back una fresca e vivace country song dalla ritmica pimpante: gli EHS mi ricordano un po’ gli ormai sciolti BR5-49, per la bravura nel tessere melodie semplici ed immediate ed il sound in bilico tra tradizione e modernità https://www.youtube.com/watch?v=czRDZ4xEfXI . La frenetica Let Me Be Your Man è puro swing d’altri tempi https://www.youtube.com/watch?v=LIUV6bZYmx8 , Let Tomorrow Wait And See ha uno stile che appartiene più ai giorni nostri ma il ritmo non molla (ed anche qui violino e steel la fanno da padroni); la conclusiva Nobody Cares ci lascia con l’ennesimo brano diretto e fluido, di quelli che piacciono sin dai primi accordi e che ci fa venire voglia di rimettere il disco da capo.

Marco Verdi

Forse Non Un Capolavoro, Ma Neppure Un Brutto Disco. Brian Fallon – Local Honey

brian fallon local honey

Brian Fallon – Local Honey – Lesser Known Records/Thirty Tigers

Un titolo che ricorda vagamente quello di una delle più belle canzoni del primo Graham Parker, il terzo album solista di Brian Fallon (in pausa indefinita dalla sua creatura primaria, i Gaslight Anthem, e anche dagli Horrible Crowes, che dopo un ottimo album nel 2011 e un CD/DVD Live non hanno dato più segni di vita) Local Honey, come dico nel titolo del Post forse non è un capolavoro, ma, almeno per il sottoscritto, è un discreto disco : le recensioni sono state addirittura eccellenti per lo più, in qualche caso addirittura in modo esagerato, con pochi distinguo nel verso contrario, anche in questo caso forse sproporzionati alla effettiva valenza dei contenuti del CD. Fallon per l’occasione si è affidato al produttore Peter Katis (noto soprattutto per il suo lavoro con Interpol, Death Cab For Cutie e soprattutto National, con i quali ha vinto un Grammy), e nel disco ha utilizzato una serie di eccellenti musicisti, a partire da Ian Perkins a chitarra e basso, ex roadie dei Gaslight Antherm e pard di Brian negli Horrible Crowes, Kurt Leon alla batteria e Thomas Bartlett alle tastiere, collaboratore dei National.

Se devo fare un appunto al disco, che consta di otto canzoni, tutte scritte da Fallon, è che ogni tanto il suono è un po’ troppo “lavorato” dall’elettronica, benché nulla di irreparabile e soverchiamente fastidioso: avendo compiuto da poco i 40 anni, Brian non sembra più al momento il rocker intemerato dei tempi dei Gaslight Anthem, amante del corregionale Springsteen ma anche del punk rock, in questo album tenta la strada di un approccio più intimo e raccolto, che qualcuno ha avvicinato a quello di dischi come Time Out Of Mind di Dylan e Wrecking Ball di Emmylou Harris, o addirittura lo Springsteen di Nebraska e Ghost Of Tom Joad. Magari anche per il sottoscritto qualche richiamo c’è, ma poi in fondo il risultato è quello tipico dei dischi di Fallon, dove romanticismo e vulnerabilità sono stati sempre presenti, mediati dal suo tipico heartland rock: e così ecco scorrere la delicata, tenera e deliziosa When You’re Ready, dedicata ai figli, una ballata tenue e romantica, percorsa da una chitarra discreta ma efficace e descrittiva, che fa molto Boss in modalità padre di famiglia, 21 Days sul tema della dipendenza, con Kori Gardner alla seconda voce, con chitarre acustiche e piano in evidenza, pur se con qualche electronics di troppo che rimanda al suono massificato che impera al momento https://www.youtube.com/watch?v=wVBJqt6elVM .

Vincent è una sorta di inconsueta murder ballad, vista dal punto di vista del killer, anzi della “assassina”, che racconta la sua storia di soprusi, abusi e prone accettazioni, fino al finale tragico, il tutto vestito con un suono sobrio ed avvolgente, aderente al dramma narrato con partecipazione e il giusto pathos. I Don’t Mind (If I’m With You), brano che tratta delle pene d’amore, non mi convince molto dal lato tema sonoro, fin  troppo turgido e generico, dopo una buona partenza si perde in sonorità abbastanza banali https://www.youtube.com/watch?v=svaydGivlnY , meglio Lonely For You Only, che torna a quel blue collar rock tipico di Fallon, meno impetuoso e più meditabondo che in passato, però efficace https://www.youtube.com/watch?v=U18V7XTXIWY . Nella serie di alti e bassi, Horses avrebbe anche una bella melodia, ma nella scelta della veste sonora fa ancora capolino quel “modernismo” che ne diluisce l’efficacia e aumenta una certa banalità, Hard Feelings è quella più springsteeniana, un mid-tempo piacevole vicino al Bruce più maturo e introspettivo, comunque godibile e ben costruita https://www.youtube.com/watch?v=iy5SVyvQc9w . Nella conclusiva You Have Stolen My Heart, di nuovo sugli affanni amorosi, Fallon accenna persino degli arditi falsetti che si adattano comunque allo spirito romantico del brano, ancora una volta piacevole ma non memorabile https://www.youtube.com/watch?v=Zw2wNUZFI9o , che in fondo potrebbe anche essere una descrizione dell’intero album.

Bruno Conti

Un Regista-Cantautore Di Belle Speranze! C.M. Talkington – Not Exactly Nashville

c.m. talkington not exactly nashville

C.M. Talkington – Not Exactly Nashville – Birs CD

Il titolo del post può anche essere letto come leggermente ironico, dato che stiamo parlando di un musicista (texano di Dallas) che esordisce alla “tenera” età di 53 anni. Ma se cercate informazioni su C.M. Talkington (le iniziali stanno per Clement McCarty) scoprirete che alla voce professione viene classificato come “regista”: infatti il nostro ha un passato dietro la macchina da presa, anche se la sua unica opera di un certo spessore è un film del 1994 intitolato Love And A 45, un road movie sulla scia di Pulp Fiction interpretato da Renée Zellweger e Peter Fonda. Il film non è famosissimo presso il grande pubblico, ma è presto diventato una sorta di cult movie grazie anche all’apprezzamento di Quentin Tarantino (cioè la principale fonte di ispirazione di Talkington), che in più di un’intervista ha citato il collega come “suo miglior imitatore”. E l’influenza tarantiniana si sente anche nell’album di debutto di C.M. Not Exactly Nashville, un disco che già dal titolo prende le distanze dal country classico, ma suona esattamente come se anche il buon Quentin si mettesse in testa di fare musica.

Quindi un lavoro dove il country & western non è totalmente estraneo, ma è presente al minimo sindacale lasciando spazio a ballate rock elettriche e “desertiche”, non lontane dal suono di gruppi come Calexico o Giant Sand, ma che a volte assumono anche tonalità urbane ed ancora più dure, in puro stile Dream Syndicate. Talkington non è un cantante professionista, in quanto ha una voce bassa e molto arrochita, ma il suo timbro è perfettamente adeguato al tipo di musica proposta: semmai la sorpresa riguarda il songwriting, che risulta di qualità medio-alta in almeno sei degli otto brani presenti nel CD. La produzione è affidata a Cisco Deluna, che suona anche la maggior parte degli strumenti tranne la sezione ritmica che è nelle mani del bassista James Carter della blues band The Imperial Crowns e del batterista John Hofer, membro dei Mother Hips. L’album inizia con Watching The Blind, una ballata elettrica e desertica dominata dalle chitarre e dalla voce non bella ma particolare del leader, e con un’atmosfera di fondo che richiama appunto i paesaggi sonori dei Calexico. La title track è l’unico pezzo veramente country del disco, ed è un delizioso brano dalla musicalità tersa e limpida dove l’unica cosa dissonante è il timbro cupo della voce di Talkington, che qui assume tonalità quasi dylaniane: intro di armonica, tempo cadenzato, chitarre acustiche, organo ed un motivo accattivante.

Brand New Skin è dura e spigolosa, una rock’n’roll song asciutta contraddistinta da un drumming secco ed una chitarra pulsante: un brano comunque coinvolgente grazie ad un approccio strumentale e vocale degno dei Replacements https://www.youtube.com/watch?v=tsAEb6kh4W0 . Non manca al nostro regista-cantante la versatilità, né la capacità di scrivere canzoni valide: Gonna Rain è una suggestiva ballata dal passo lento ma con le chitarre sempre in primo piano, e Clement che declama il testo in una sorta di talking urbano vicino allo stile di Steve Wynn e soci, mentre Ghost mantiene inizialmente l’atmosfera notturna, ma poi la sezione ritmica prende il sopravvento trasformando il pezzo in una rock ballad di tutto rispetto, con la voce che alterna canto e parlato in maniera decisamente efficace ed una slide che ricama alle spalle, uno dei momenti migliori del CD https://www.youtube.com/watch?v=VJcnfzh0Ndo . Le chitarre, sia slide che non, dominano anche la potente Are You Coming, rock song tesa e tagliente dai toni bluesati che non fa prigionieri https://www.youtube.com/watch?v=gJex07J8J4k ; il finale è riservato alla tenue ed interiore Don’t Be Late, in cui Talkington più che cantare racconta (un brano comunque minore, nonostante l’accompagnmento al solito impeccabile), ed a Given Sight, ballatona pianistica intensa ed ancora con un mood che richiama atmosfere western moderne e non convenzionali, pura “desert rock music”.

Not Exactly Nashville è quindi un buon dischetto, forse non per tutti ma che verrà senz’altro apprezzato dagli estimatori dei gruppi citati nel corso della recensione. Ed ovviamente anche dai fans di Tarantino.

Marco Verdi

Dispiace Dirlo, Ma Questo Disco E’ Proprio Brutto, Da Evitare Con Cura! Joe Jammer – Till The End Of Time

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Joe Jammer – Till The End Of Time – Talking Elephant Records/Angel Air

Curioso personaggio questo Joe Jammer: nativo di Chicago, dove è nato in un imprecisato periodo negli anni ‘50 (forse anche prima), all’inizio ha fatto il roadie per Jimi Hendrix, Who e Led Zeppelin, ha suonato dal vivo con Howlin’ Wolf, Buddy Guy, ma anche Supertramp, Stealers Wheel, Maggie Bell, come sessionman con Mick Jagger, Joe Cocker, Ringo Starr, nelle London Sessions di Jerry Lee Lewis (ho verificato, sembra in un solo brano). Si era trasferito a Londra ad inizio anni ‘70, per suonare, come sostituto, con i Paladin, gloriosa band angloamericana di prog-rock e per pubblicare anche un album solista con la Regal Zonophone Bad News nel 1972, nel 1974 ne aveva inciso un secondo Headway, che aveva visto però la luce su CD Angel Air solo nel 2015.

Quindi non proprio uno di primo pelo: anche questo Till The End Of Time ha avuto una storia travagliata, terminato di incidere proprio l’11 settembre del 2001, poi è rimasto nei cassetti di Jammer fino allo scorso anno, quando Joe lo ha ripreso in mano, completato, aggiungendo fiati, una voce femminile, qualche tastiera qui e là, lo ha rimixato e preparato per essere pubblicato (sempre da una etichetta inglese, la Talking Elephant, comunque del giro Angel Air). Nel suo sito sono riportati “strilli” di giornali come Blues Matters “The Return Of A Legend” e del Guardian “Jammer Of The Gods”: io l’ho ascoltato attentamente e non mi sembra questo disco fenomenale, anzi, due stellette di giudizio mi sembrerebbero già di stima, giusto per la sua lunga storia ai margini del rock, ma mi pare un disco raffazzonato e pasticcione, genere non definibile, quindi un generico rock potrebbe andare, con lui un batterista , una sassofonista e una backing vocalist, oltre a Martin Trlak che firma la canzoni con Joe e in qualità di vecchio collaboratore, pare anche domestico (!) della famiglia Jammer, ha finanziato l’album.

E sono stato gentile, se avete comunque voglia di buttare qualche soldo provatelo, se no evitate con cura; francamente non ne ricordo un brano, forse facendo uno sforzo potrei citare l’iniziale How Long, sonorità datate e becere,, la chitarra la saprà anche suonare, ma è tutto quello che c’è intorno che non funziona, anche l’incisione non è il massimo https://www.youtube.com/watch?v=im9D1lQk5uU , a partire dalla voce: di solito ho il massimo per rispetto il lavoro dei musicisti, ma qui mi sembra ci sia veramente poco da difendere, come direbbe Fiorello/ La Russa “veramente brutto”. Giudizio critico, tra boh e bah!

Bruno Conti

In Una Sola Parola: Bentornati! Eric Brace & Last Train Home – Daytime Highs And Overnight Lows

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Eric Brace & Last Train Home – Daytime Highs And Overnight Lows – Red Beet CD

Chi di voi si ricorda dei Last Train Home? Bisogna tornare con la mente alla seconda metà degli anni novanta, quando il cosiddetto movimento alternative country/Americana era ai suoi massimi livelli ed i LTH, formatisi a Washington D.C. nel 1997, ne erano tra i più lucidi esponenti con ottimi album come il loro esordio omonimo del 1998 o anche True North e Travelogue. All’indomani dell’EP Six Songs del 2009 il leader dei LTH Eric Brace lasciò la band (che di fatto cessò di esistere) per intraprendere un’intensa carriera solista, con ben cinque album registrati insieme al songwriter Peter Cooper, l’ultimo dei quali (Riverland, con anche il musicista tedesco Thomm Jutz) uscito appena pochi mesi fa. Ora Brace però ha deciso di dare una svolta al suo cammino discografico tornando al passato e riformando il suo gruppo iniziale per un lavoro nuovo di zecca intitolato suggestivamente Daytime Highs And Overnight Lows: oltre ad Eric, i membri del gruppo (usati qui un po’ alla stregua di backing band di Brace, infatti il disco è accreditato ad Eric Brace & Last Train Home, ma anche Six Songs era così) sono ben sette: i chitarristi Scott McKnight e Jared Bartlett, la sezione ritmica di Jim Carson Gray ed Evan Pollack, lo steel guitarist Dave Van Allen ed i fiati di Chris Watling e Kevin Cordt.

La cosa che però conta di più e che, nonostante i dieci anni di lontananza, la scintilla tra Brace ed i suoi compagni non si è affatto spenta, e Daytime Highs And Overnight Lows è un disco bello e maturo, un lavoro intenso tra rock, country e Americana con la prevalenza di ballate sui brani mossi, ed un’atmosfera di fondo spesso malinconica e crepuscolare. Ma il disco non è affatto noioso e si lascia ascoltare con facilità nonostante duri quasi un’ora, grazie soprattutto alla bontà delle canzoni in esso contenute, che sono il frutto delle esperienze maturate dai nostri durante gli anni: Brace è l’autore principale, ma il fatto che anche i suoi compagni abbiano partecipato alla stesura dei brani smentisce in parte il fatto che i Last Train Home siano solo il suo gruppo d’accompagnamento. L’iniziale Sleepy Eyes è una rilassata ballata dal sapore folk e ritmo accelerato, un motivo piacevole e strumentazione corposa, con chitarre e fisarmonica a guidare il gruppo (il brano è una cover dei Frog Holler, una band della Pennsylvania, per usare un eufemismo, non molto nota). Caney Fork è puro country, una deliziosa canzone di stampo agreste, tersa e limpida e con bell’uso di slide, nonché un ottimo refrain; anche Distance And Time è un gran bel pezzo, sempre in bilico tra folk, country e musica d’autore, una melodia splendida e la fisa a ricamare leggera sullo sfondo.

Dear Lorraine è uno slow pianistico di ampio respiro che fa venire in mente immense praterie al tramonto, con la ciliegina di un azzeccato assolo di sax subito doppiato dalla steel, canzone seguita a ruota dalla saltellante Happy Is, tra country-rock (per l’uso del banjo) ed errebi (i fiati). Floodplains è una rock ballad elettrica e distesa, con le chitarre dietro la voce del leader, Hudson River (un pezzo dei Brindley Brothers) è un lento che non manca di pathos, e che dopo un avvio attendista e musicalmente spoglio (solo piano e chitarra) si sviluppa fluido ed in modalità full band, mentre What Am I Gonna Do With You è la classica cover che non ti aspetti, essendo proprio il classico di Barry White: i nostri mantengono lo spirito R&B dell’originale grazie ai fiati, ma spogliano il brano di ogni tentazione radiofonica e lo trasformano portandolo su territori a loro più consoni. L’album prosegue senza cadute di tono con la ballatona in odore di country Old Railroads, la bucolica e folkeggiante I Like You, pura e cristallina, la mossa ed orecchiabile B&O Man, di nuovo con l’ottima steel di Van Allen a caratterizzare il suono. Il CD volge al termine, ma c’è spazio ancora per Sailor, un country-swing suonato con finezza, la discreta ballata Taking Trains e Wake Up, We’re In Love, il brano più movimentato e che più si stacca dallo stile del lavoro, essendo una vivace pop song dominata da un organo farfisa tipicamente anni sessanta.

Un gradito ed inatteso ritorno questo dei Last Train Home, sperando che non si tratti di un evento estemporaneo.

Marco Verdi

E’ Proprio Il Caso Di Dire: Comoradh Sona! Clannad – In A Lifetime

clannad in a lifetime 2 cd

Clannad – In A Lifetime – BMG 2CD – 2LP – Super Deluxe 4CD/3LP/7” Box Set

Mi sembrava appropriato intitolare il post odierno con una frase che in gaelico significa “buon anniversario” per introdurre questa antologia che celebra i cinquanta anni di attività dei Clannad, storica band irlandese che è stata la prima a portare negli anni settanta il gaelico nelle case di milioni di ascoltatori, prima nel paese natale e dagli anni ottanta in poi anche al di fuori dei patri confini. I Clannad sono il caso più unico che raro di un gruppo che non ha mai cambiato formazione nel corso di cinque decadi, ma al massimo ha subito qualche “aggiustamento”: i nostri sono infatti una family band originaria del Donegal (in gaelico “clann” significa appunto famiglia) guidati dalla voce cristallina di Maire “Moya” Brennan coadiuvata dai fratelli Pol e Ciaran e dagli zii Noel e Padraig Duggan; gli unici cambiamenti della line-up sono avvenuti dal 1980 al 1982 quando a loro si è unita Eithne Brennan, sorella di Moya, Pol e Ciaran (che con il nomignolo di Enya otterrà un grande successo nella seconda metà degli anni ottanta con una musica però più new age che folk), quando Pol ha lasciato la band nel 1995 (rientrando però nel 2011), e soprattutto quando nel 2016 sono diventati un quartetto a causa della morte prematura di Padraig.

I Clannad sono uno dei gruppi irlandesi più popolari al mondo, e nel corso della loro carriera sono passati dal puro folk di stampo tradizionale degli inizi ad una musica aperta a varie contaminazioni che li ha portati ad unire al loro suono elementi rock, pop, new age, jazz e world music: la caratteristica delle loro canzoni (nel 95% dei casi autografe, tranne nei primi anni quando si rivolgevano spesso a brani della tradizione) è di essere profondamente evocative e d’atmosfera, perfette per essere usate, cosa che è puntualmente avvenuta, come colonna sonora di film, serie tv e perfino documentari e cartoni animati. Quest’anno la band festeggia come ho già detto i cinquanta anni di attività (*NDM: non per fare sempre il pignolo, ma in realtà, al solito, il loro esordio discografico risale al 1973, e poi si sono presi circa dieci anni di pausa da dischi e tour tra la fine dei novanta ed il 2008) e quale occasione migliore per immettere sul mercato una bella antologia (oltre ad un tour celebrativo, ma in tempi di coronavirus tutto è in discussione)? Di “greatest hits” del gruppo infatti ne esistono già una marea (molto più dei loro album ufficiali, “appena” sedici in studio e quattro dal vivo), ma questo In A Lifetime merita senz’altro un’attenzione particolare pur essendo un prodotto più adatto ai neofiti che ai fans a causa della presenza di appena due inediti, incisi apposta per il progetto.

L’edizione più diffusa è quella in doppio CD con 37 canzoni, poi c’è anche un doppio LP con appena 20 brani, ed infine quella di cui mi occupo oggi, cioè un lussuoso box set di quattro CD, tre LP ed un 45 giri (esiste anche una versione del cofanetto in vendita solo sul sito della band e con un CD in più intitolato Rarities, ma costa veramente tanto). Il box è molto elegante, con un bel libro interno ricco di foto rare e testimonianze dei membri del gruppo (ma le note riguardo ai brani contenuti sono abbastanza scarne, ed omettono anche da che album provengono, cosa che quando avviene mi fa abbastanza arrabbiare): la parte musicale è formata come dicevo da quattro CD che presentano canzoni prese da ogni disco della band, il doppio LP in vendita anche separatamente (inclusione abbastanza inutile, avrei preferito magari un DVD dal vivo, dato che il 99% del box è in studio), un altro vinile rimasterizzato con l’album del 1985 Macalla (che è quello che ha dato ai nostri la popolarità internazionale) ed un 45 giri con il primo singolo in assoluto uscito nel 1974. Il primo CD va dagli esordi al 1980: il viaggio inizia con la toccante Thios Cois Na Tra Domh, caratterizzata dalla splendida voce di Moya, da un coro ricco di pathos e da una strumentazione elettroacustica di notevole forza emotiva, tutte peculiarità tipiche del suono dei nostri.

Altri highlights sono Siubhan Ni Dhuibhir, con il bel contrasto tra la parte vocale di stampo tradizionale e l’accompagnamento folk-rock, lo strumentale Eleanor Plunkett, dominata da un bel flauto, la drammatica ma bellissima Coinleach Ghlas An Fhomhair, la splendida Teidhir Abhaile Riù, pura irish music, la limpida Two Sisters, primo brano del box cantato in inglese, e la squisita Cruiscin Lan. Di questo periodo fa parte anche il 45 giri allegato Dhéanainn Sugradh (curiosamente non inserita nel CD), un coinvolgente brano corale che più tradizionale non si può. Il secondo dischetto contiene i due più grandi successi del gruppo, ovvero la corale e quasi ecclesiastica Theme From Harry’s Game ed il duetto con Bono nella raffinata In A Lifetime, entrambe canzoni che però non rientrano tra le mie preferite. Meglio secondo me le acustiche ed intense The Last Rose Of Summer e Crann Ull, la saltellante Na Buachaillì Alainn, il raffinato strumentale Ni La Na Gaoithe La Na Scoilb?, con continui cambi di ritmo e melodia, la discreta I See Red (unica cover del box a parte i traditionals, essendo un brano di Gerry Rafferty), l’orecchiabile e pop-oriented Closer To Your Heart. Alcune cose ricordano però lo stile simil-new age che di lì a poco farà la fortuna di Enya, come Newgrange, Tower Hill ed in parte anche i brani tratti da Legend (colonna sonora di una serie tv su Robin Hood), tranne l’irish tune Together We e l’emozionante e cinematografica Lady Marian.

Il terzo CD va dal 1985 al 1994, il periodo di maggior popolarità del gruppo, il quale si era aperto anche a collaborazioni esterne (Bruce Hornsby, J.D. Souther, il cantante dei Journey Steve Perry, il sassofonista ex King Crimson Mel Collins ed il noto batterista Russ Kunkel): i migliori episodi sono la potente ballata Almost Seems (Too Late To Turn), bella nonostante le sonorità anni ottanta, la deliziosa Journey’s End, tra le più immediate del box, la rockeggiante Second Nature, lo slow Many Roads, l’incalzante In Fortune’s Hand, che non ha niente di folk ma è piacevole, mentre l’ottima Poison Glen rimanda al suono dei primi anni. Non mancano i brani più commerciali e dal suono impersonale, come Why Worry? (non è quella dei Dire Straits) che sembra più vicina a certe cose di Sting. L’ultimo CD inizia con la corale I Will Find You, dalla colonna sonora de L’Ultimo Dei Moicani, e termina con i due brani nuovi: la scintillante ed evocativa folk song A Celtic Dream e la non eccelsa Who Knows (Where The Time Goes), che non è purtroppo il classico di Sandy Denny ma un brano originale.

In mezzo troviamo diverse belle canzoni come la tenue ballata Sunset Dreams, il pop-rock solare e gradevole Seanchas, l’avvolgente A Bridge (That Carries Us Over), le belle Fadò e The Bridge Of Tears, entrambe di notevole impatto emotivo. C’è anche l’unico brano dal vivo di tutto il box (registrato alla Christ Church Cathedral), cioè una splendida e commovente Down By The Sally Gardens per voci, chitarra e flauto, mentre gli ultimi quattro pezzi prima dei due nuovi sono tratti da Nadur (l’unico album di studio di Moya e compagni nel presente millennio), e risultano tutti piacevoli e riusciti. Due parole per l’album Macalla, presente come ho detto sotto forma di LP: metà di esso lo abbiamo già ascoltato nei CD (Caislean Oir, Closer To Your Heart, In A Lifetime, Almost Seems e Journey’s End), mentre tra i restanti brani spiccano la tersa The Wild Cry, perfetto esempio di folk song moderna, l’acustica e profonda Buachaill On Eirne e Northern Skyline, malinconica ma decisamente bella.

Una bella retrospettiva dunque, perfetta se dei Clannad avete poco o nulla: meglio comunque il box del doppio CD (che comunque costa poco èiù di un singolo), se non altro per avere un po’ di ottima compagnia musicale in questo periodo di quarantena forzata.

Marco Verdi

clannad in a lifetime box

 

E’ Sempre Un Piacere Ascoltare Un “Nuovo” Album Di Rory Gallagher, Specie Se Così Bello – Check Shirt Wizard Live In ’77

rory gallagher check shirt wizardrory gallagher checking shirt wizard live in 1977

Rory Gallagher – Check Shirt Wizard Live ’77 – 2 CD Chess/Universal

Qui https://discoclub.myblog.it/2020/02/02/novita-venture-2020-4-rory-gallagher-check-shirt-wizard-live-in-77-dai-magici-archivi-della-famiglia-il-6-marzo-arriva-un-altro-bel-doppio/  potete trovare quanto avevo scritto in sede di presentazione di questo doppio live e a questo link https://discoclub.myblog.it/2019/08/24/troppo-bello-per-non-parlarne-diffusamente-il-classico-cofanetto-da-5-stellette-rory-gallagher-blues/  trovate la recensione dello splendido triplo uscito lo scorso anno. E non credo neppure occorra ulteriormente ricordare chi sia stato Rory Gallagher, da sempre uno dei preferiti di questo Blog e andando a ritroso potete trovare diversi Post che tracciano in retropsettiva anche la sua carriera, per cui veniamo subito i contenuti di questo doppio CD.

Come detto in sede di presentazione si tratta di 20 brani estratti da 4 diverse esibizioni tenute in Inghilterra, tra gennaio e febbraio del 1977, dal mago dalla chitarra a quadri (come ci ricorda il titolo del CD). quindi non un vero concerto dal vivo completo, ma uno virtuale costruito estraendo da quei concerti quasi tutti i brani che Gallagher eseguì in quel breve tour, che poi ebbe una breve coda con una data alla Royal Albert Hall il 2 marzo, mentre le date dei quattro show da cui si è andati a pescare sono quelle del 18 gennaio all’Hammersmith Odeon di Londra, il 21 gennaio al Brighton Dome, il 17 febbraio alla Sheffield City Hall e il 18 febbraio alla Newcastle City Hall. Nel corso di quel tour tra Irlanda del Nord, Scozia e Gran Bretagna ci furono parecchie altre date, per cui non mi sento di escludere future uscite tratte da quella tournée, comunque saggiamente per l’occasione si sono evitati brani ripetuti più volte, creando appunto questa sorta di concerto virtuale. Con Rory troviamo la band che lo accompagnava all’epoca, già da alcuni anni, e con la quale aveva inciso Calling Card, uscito ad ottobre del ’76, che era l’abum in promozione, e cioé Gerry McAvoy al basso, Rod de’Ath alla batteria e Lou Martin alle tastiere.

Si parte subito alla grande con Do You Read Me, brano che appunto apriva quel disco: Rory, come sempre dal vivo, è in forma strepitosa, la registrazione è eccellente, per cui si gode appieno il suo stile fremente ed istintivo, mediato peraltro dalla tecnica sopraffina, che lo aveva fatto definire da Hendrix, sul finire degli anni ’60, “il miglior chitarrista del mondo” (tuttora al 57° posto, forse un po’ basso, nella lista dei migliori All Time, stilata da Rolling Stone), e tra i suoi fans ci sono anche Bob Dylan e The Edge, anche se il suono all’epoca era appena più “duro” rispetto a quello di Live In Europe e Irish Tour, era comunque un gran bel sentire, con la potenza inaudita di suono che Gallagher e soci sono in grado di riversare su un pubblico adorante, la chitarra imperversa, l’organo lo segue e la voce rude, maschia e cattiva di Rory chiude il cerchio, con la ritmica che pompa di brutto. Moonchild, sempre da Calling Card, in questo senso è forse ancora più brutale, una forza che che in quegli anni avevano forse solo i Led Zeppelin, per quanto declinanti, con la vecchia “scassata” Strato del nostro ancora in grado di regalare magie e fiumi di note; la granitica e riffatissima Bought And Sold arriva da Against The Grain, mentre da Calling Card, oltre alla sospesa e quasi psichedelica title track, arrivano anche la minacciosa e possente Secret Agent, sempre decisamente più rock che blues, la cadenzata e raffinata Jack Knife Beat, presente nel 2° dischetto, con un assolo spendido di Rory ben sostenuto dal piano di Martin, mentre Edged In Blue è una deliziosa e lirica blues ballad con retrogusti quasi hendrixiani, che poi accelera nella seconda parte.

Tattoo’d Lady è uno dei miei brani preferiti in assoluto di Rory Gallagher, tratto dall’album del 1973, una agile e scorrevole rock song dove si apprezza una volta di più l’apporto di Lou Martin al pianoforte, con un assolo fluido e ben congegnato, mentre il musicista di Cork ci delizia ancora una volta con il suo solismo variegato e sempre aperto a diverse soluzioni sonore. Come dimostra anche una eccellente versione di A Million Miles Away, una delle sue canzoni più belle, una blues ballad ad alto tenore melodico, in cui il nostro ci regala un assolo da sballo nella parte centrale, per poi lasciare spazio nel finale anche all’organo di Martin, bellissima. C’è anche un inconsueto e raro omaggio al soul & R&B con la cover di I Take What I Want di Sam & Dave, preso ad una velocità da ritiro della patente, ossia alla Rory Gallagher, sempre presa da Against The Grain, con De’Ath e McAvoy che imperversano come se non ci fosse un futuro, per tenere testa al nostro amico. Walk On Hot Coals suona nuovamemente non dissimile dai Led Zeppelin, con una veemenza e una potenza incredibili, con la solista anche in modalità slide, impegnata a mulinare in modo impressionante e con la sezione ritmica in modalità vorticosa https://www.youtube.com/watch?v=cJFIiGu-zvQ .

Ovviamente il blues non puo mancare in un concerto di Gallagher, quando si apre il secondo CD ed inizia la sequenza acustica, prima arriva il folk blues dei brano di Leadbelly Out On The Western Plain, seguito dalla deliziosa ed ondeggiante Barley And Grape Rag, altro brano originale estratto da Calling Card, che potrebbe sembrare un altro tradzionale in arrivo dalla grande depressione https://www.youtube.com/watch?v=7k_dSJ7I71A , con Rory a mostrare il suo virtuosismo anche alla chitarra acustica, che poi ribadisce, in modalità bottleneck, nel classico Too Much Alcohol, quasi una premonizione della sua futura condizione, il brano di JB Hutto che su Irish Tour era in versione elettrica, qui appare come un Delta Blues, e anche quando imbraccia il mandolino per Going To My Hometown, che lentamente si elettrifica e poi lascia spazio al piano di Martin, traspare il suo grande amore per le 12 battute realizzato sempre in modo genuino e con un grande trasporto assai apprezzato dal pubblico.

Nella sequenza del gran finale elettrico, oltre ai brani già citati, troviamo una Souped-up Ford, ancora da Against The Grain, a tutto boogie e di nuovo con la slide e il piano di Martin sugli scudi, e poi una colossale Bullfrog Blues che non ha nulla da invidiare a quelle presenti in Live In Europe e Irish Tour, nuovamente a tutto bottleneck, in una parola “viulenza” allo stato puro, nel miglior significato del termine. Used To Be, dal capolavoro Deuce, è un’altra fabbrica di riff, forse neanche gli Stones avrebbero potuto fare di più, e Country Mile, l’ultimo brano pescato da Calling Card, è un ennesimo boogie vertiginoso dove Rory Gallagher, distilla la sua arte nel creare quel blues elettrico ed elettrizzante che lui era tra i pochi in grado di creare, una vera meraviglia del “ragazzo” con la camicia a quadri”!

Bruno Conti

Ci Voleva Il Virus Per Avere Una Sua Canzone Nuova? Bob Dylan – Murder Most Foul

Questa mattina è arrivato come un fulmine a ciel sereno un messaggio di Bob Dylan sui principali social networks, nel quale in sostanza il cantautore ringraziava i fans ed i followers per il supporto e la fiducia avuti in tutti questi anni, auspicando che con l’aiuto di Dio tutti usciranno in salute da questa situazione. Già questo sarebbe un piccolo evento per un soggetto così poco comunicativo come Dylan, ma la cosa ancora più interessante è che il nostro ha messo a disposizione sulle principali piattaforme un brano nuovo di zecca, il primo in otto anni (come saprete, gli ultimi tre album di Bob erano tutti costituiti da cover di standard interpretati da Frank Sinatra, e per avere un disco di brani originali bisogna appunto risalire allo splendido Tempest del 2012). Il pezzo in questione si intitola Murder Most Foul, e non è una canzonetta qualsiasi bensì un brano epico della durata di ben 17 minuti, in cui il nostro racconta con spirito da cronista l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy (un po’ come aveva fatto con Tempest, la canzone, dedicata all’affondamento del Titanic): dato che però Dylan è Dylan, il celebre fatto di cronaca nera del 1963 è una sorta di pretesto per estendere il testo ad una disamina degli anni sessanta e settanta, citando anche la guerra del Vietnam, i festival di Woodstock e Altamont ed una lunga serie di nomi appartenenti al mondo del cinema e soprattutto della musica, con anche parecchi titoli di canzoni celati nelle lunghissime liriche.

Bob DylanCREDIT: Gus Stewart/Getty Images

Dal punto di vista musicale il brano vede il nostro più nei panni del narratore che in quelli di cantante, con una voce molto rilassata e le parole scandite molto bene: il pensiero va ad un’altra canzone del passato di Bob dalla durata “importante”, cioè Brownsville Girl, anche se qui l’accompagnamento musicale è quasi impercettibile, con pianoforte e violino come unici strumenti a farsi largo mentre sia chitarre che sezione ritmica stanno piuttosto nelle retrovie. Un brano di non facile approccio, uno di quei pezzi che non possono prescindere dalla lettura del testo, e perciò penso di fare cosa gradita nell’includere qua sotto una trascrizione grossolana basata sull’ascolto: come vedrete le citazioni sono parecchie, e se molti nomi o titoli di canzoni non ci si stupisce di trovarli in un brano di Dylan, altri sono più sorprendenti (Eagles, Fleetwood Mac, Queen, il film Nightmare On Elm Street): ma ecco il testo di Murder Most Foul, penso con un buon 95% di aderenza a quello reale…magari divertitevi come ho fatto io a trovare tutte le citazioni.

Twas a dark day in Dallas, November ’63
A day that will live on in infamy
President Kennedy was a-ridin’ high
Good day to be livin’ and a good day to die
Being led to the slaughter like a sacrificial lamb
He said, “Wait a minute, boys, you know who I am?”
“Of course we do. We know who you are.”
Then they blew off his head while he was still in the car
Shot down like a dog in broad daylight
Was a matter of timing and the timing was right
You got unpaid debts; we’ve come to collect
We’re gonna kill you with hatred; without any respect
We’ll mock you and shock you and we’ll put it in your face
We’ve already got someone here to take your place

The day they blew out the brains of the king
Thousands were watching; no one saw a thing
It happened so quickly, so quick, by surprise
Right there in front of everyone’s eyes
Greatest magic trick ever under the sun
Perfectly executed, skillfully done
Wolfman, oh wolfman, oh wolfman howl

Rub-a-dub-dub, it’s a murder most foul

Hush, little children. You’ll understand
The Beatles are comin’; they’re gonna hold your hand
Slide down the banister, go get your coat
Ferry ‘cross the Mersey and go for the throat
There’s three bums comin’ all dressed in rags
Pick up the pieces and lower the flags
I’m going to Woodstock; it’s the Aquarian Age
Then I’ll go to Altamont and sit near the stage
Put your head out the window; let the good times roll
There’s a party going on behind the Grassy Knoll

Stack up the bricks, pour the cement
Don’t say Dallas don’t love you, Mr. President
Put your foot in the tank and step on the gas
Try to make it to the triple underpass
Blackface singer, whiteface clown
Better not show your faces after the sun goes down
Up in the red light district, they’ve got cop on the beat
Living in a nightmare on Elm Street

When you’re down in Deep Ellum, put your money in your shoe
Don’t ask what your country can do for you
Cash on the ballot, money to burn
Dealey Plaza, make left-hand turn
I’m going down to the crossroads; gonna flag a ride
The place where faith, hope, and charity died
Shoot him while he runs, boy. Shoot him while you can
See if you can shoot the invisible man
Goodbye, Charlie. Goodbye, Uncle Sam
Frankly, Miss Scarlett, I don’t give a damn

What is the truth, and where did it go?
Ask Oswald and Ruby; they oughta know
“Shut your mouth,” said the wise old owl
Business is business, and it’s a murder most foul

Tommy, can you hear me? I’m the Acid Queen
I’m riding in a long, black limousine
Riding in the backseat next to my wife
Heading straight on in to the afterlife
I’m leaning to the left; got my head in her lap
Hold on, I’ve been led into some kind of a trap
Where we ask no quarter, and no quarter do we give
We’re right down the street from the street where you live
They mutilated his body, and they took out his brain
What more could they do? They piled on the pain
But his soul’s not there where it was supposed to be at
For the last fifty years they’ve been searchin’ for that

Freedom, oh freedom. Freedom cover me
I hate to tell you, mister, but only dead men are free
Send me some lovin’; tell me no lies
Throw the gun in the gutter and walk on by
Wake up, little Susie; let’s go for a drive
Cross the Trinity River; let’s keep hope alive
Turn the radio on; don’t touch the dials
Parkland hospital, only six more miles

You got me dizzy, Miss Lizzy. You filled me with lead
That magic bullet of yours has gone to my head
I’m just a patsy like Patsy Cline
Never shot anyone from in front or behind
I’ve blood in my eye, got blood in my ear
I’m never gonna make it to the new frontier
Zapruder’s film I seen night before
Seen it 33 times, maybe more

It’s vile and deceitful. It’s cruel and it’s mean
Ugliest thing that you ever have seen
They killed him once and they killed him twice
Killed him like a human sacrifice

The day that they killed him, someone said to me, “Son
The age of the Antichrist has only begun.”
Air Force One coming in through the gate
Johnson sworn in at 2:38
Let me know when you decide to thrown in the towel
It is what it is, and it’s murder most foul

What’s new, pussycat? What’d I say?
I said the soul of a nation been torn away
And it’s beginning to go into a slow decay
And that it’s 36 hours past Judgment Day

Wolfman Jack, speaking in tongues
He’s going on and on at the top of his lungs
Play me a song, Mr. Wolfman Jack
Play it for me in my long Cadillac
Play me that “Only the Good Die Young”
Take me to the place Tom Dooley was hung
Play St. James Infirmary and the Court of King James
If you want to remember, you better write down the names
Play Etta James, too. Play “I’d Rather Go Blind”
Play it for the man with the telepathic mind
Play John Lee Hooker. Play “Scratch My Back.”
Play it for that strip club owner named Jack
Guitar Slim going down slow
Play it for me and for Marilyn Monroe

Play “Please Don’t Let Me Be Misunderstood”
Play it for the First Lady, she ain’t feeling any good
Play Don Henley, play Glenn Frey
Take it to the limit and let it go by
Play it for Karl Wirsum, too
Looking far, far away at Down Gallow Avenue
Play tragedy, play “Twilight Time”
Take me back to Tulsa to the scene of the crime
Play another one and “Another One Bites the Dust”
Play “The Old Rugged Cross” and “In God We Trust”
Ride the pink horse down the long, lonesome road
Stand there and wait for his head to explode
Play “Mystery Train” for Mr. Mystery
The man who fell down dead like a rootless tree
Play it for the Reverend; play it for the Pastor
Play it for the dog that got no master
Play Oscar Peterson. Play Stan Getz
Play “Blue Sky”; play Dickey Betts
Play Art Pepper, Thelonious Monk
Charlie Parker and all that junk
All that junk and “All That Jazz”
Play something for the Birdman of Alcatraz
Play Buster Keaton, play Harold Lloyd
Play Bugsy Siegel, play Pretty Boy Floyd
Play the numbers, play the odds
Play “Cry Me A River” for the Lord of the gods
Play Number 9, play Number 6
Play it for Lindsey and Stevie Nicks
Play Nat King Cole, play “Nature Boy”
Play “Down In The Boondocks” for Terry Malloy
Play “It Happened One Night” and “One Night of Sin”
There’s 12 Million souls that are listening in
Play “Merchant of Venice”, play “Merchants of Death”
Play “Stella by Starlight” for Lady Macbeth

Don’t worry, Mr. President. Help’s on the way
Your brothers are coming; there’ll be hell to pay
Brothers? What brothers? What’s this about hell?
Tell them, “We’re waiting. Keep coming.” We’ll get them as well

Love Field is where his plane touched down
But it never did get back up off the ground
Was a hard act to follow, second to none
They killed him on the altar of the rising sun
Play “Misty” for me and “That Old Devil Moon”
Play “Anything Goes” and “Memphis in June”
Play “Lonely At the Top” and “Lonely Are the Brave”
Play it for Houdini spinning around his grave
Play Jelly Roll Morton, play “Lucille”
Play “Deep In a Dream”, and play “Driving Wheel”
Play “Moonlight Sonata” in F-sharp
And “A Key to the Highway” for the king on the harp
Play “Marching Through Georgia” and “Dumbarton’s Drums”
Play darkness and death will come when it comes
Play “Love Me Or Leave Me” by the great Bud Powell
Play “The Blood-stained Banner”, play “Murder Most Foul”

Non si sa al momento se questo brano sia o meno l’anticipazione di un nuovo album di Bob, ma è chiaro che sperare non costa nulla.

Marco Verdi

Non Occorre Essere Americani Per Fare (Ottima) Musica Americana! The Blue Highways – Long Way To The Ground

blue highways long way to the ground

The Blue Highways – Long Way To The Ground – The Blue Highways CD

Nel panorama musicale mondiale ci sono casi di gruppi che, pur non essendo americani, suonano al 100% come se provenissero dagli Stati Uniti: in Italia per esempio abbiamo i casi di Cheap Wine, Lowlands e Mandolin Brothers, tanto per citare tre nomi vicini ai gusti di questo blog. Ovviamente una delle nazioni che guarda di più all’America è la Gran Bretagna, e tra le ultime proposte in tal senso mi ha colpito molto l’album di debutto dei Blue Highways, giovane rock band londinese (da non confondersi con i quasi omonimi Blue Highway, gruppo bluegrass quello sì americano, attivo dagli anni novanta). I BH sono una rock’n’roll band molto classica, due chitarre-basso-batteria, con influenze che vanno da Bruce Springsteen a Tom Petty, ma con un occhio di riguardo anche per un certo tipo di soul-rock sudista; il gruppo è composto da tre fratelli: Callum Lury, voce solista e chitarra ritmica (ma anche pianoforte, e suonato molto bene), Jack Lury, chitarra solista, e Theo Lury alla batteria, e sono completati dal bassista Pete Dixon.

Il quartetto lo scorso anno ha pubblicato un EP di quattro brani, che viene riproposto ora con l’aggiunta di sei canzoni nuove di zecca in questo ottimo e sorprendente album d’esordio intitolato Long Way To The Ground, un disco che, pur essendo autoprodotto, ha un suono pulito e professionale, e mostra un gruppo con le idee chiarissime: puro rock’n’roll, tante chitarre ma anche una serie di ballate elettriche e profonde, con un songwriting di alto livello che uno non si aspetterebbe di trovare in un’opera prima da parte di un combo di giovanotti. Pur avendo ben chiare e presenti le influenze citate poc’anzi l’album non suona per nulla derivativo ed il suono, già forte e nitido di suo, è ulteriormente arricchito qua e là dall’uso di una sezione fiati o di una steel guitar: dieci canzoni per meno di 37 minuti di musica, la durata perfetta per un disco come questo. Il CD si apre con il brano più lungo: Teardrops In A Storm è una suggestiva ballata pianistica con la steel in sottofondo ed il gruppo che entra in maniera potente dopo un minuto circa (ed i fiati sono usati in un modo che mi ricorda The Band), avvolgendo in maniera solida la voce arrochita ed espressiva di Callum (che qualcuno ha paragonato a Joe Cocker, anche se il cantante di Sheffield aveva un “growl” più pronunciato).

Una chitarra ruspante introduce la bella Blood Off Your Hands, un brano cadenzato che sembra quasi provenire dal songbook di una band del sud degli Stati Uniti, con un motivo diretto, un suono spettacolare e la voce del leader che dona un sapore soul. Thin Air è decisamente influenzata dal Boss, una ballata tersa e chitarristica che si apre a poco a poco fino a diventare una rock’n’roll song pulita ed immediata, tra le più coinvolgenti del CD: altro che Londra, qui sembra di essere su una lunga autostrada americana, di quelle ad orizzonti perduti https://www.youtube.com/watch?v=lnEGsABCWZo . Decisamente trascinante anche He Worked, un rock-got-soul dal ritmo sostenuto e con le chitarre che riffano alla grande insieme ai fiati, il tutto condito da un refrain irresistibile (e qui vedo tracce di Little Steven & The Disciples Of Soul); la title track ha il passo lento e quasi marziale, ma le chitarre non fanno mancare il loro apporto e nel ritornello si uniscono ancora pianoforte e fiati, con Callum che intona un motivo di notevole forza espressiva con la sua voce stentorea. Cover Me non è quella di Bruce ma bensì uno slow guidato dal piano e da una linea melodica intensa, con la solista che si fa largo gradualmente e la sezione ritmica che dalla seconda strofa entra prepotentemente portando il brano fino alla fine in deciso crescendo.

Matter Of Love è ancora puro rock’n’roll chitarristico e travolgente, con un refrain vincente ed il piano che “roybittaneggia”. Berwick Street vede ancora i nostri spostarsi idealmente al sud (ma non dell’Inghilterra), per una potente ballata elettroacustica dalla strumentazione coinvolgente e con un ottimo assolo di Jack; il CD si chiude con Borderline, un vivace pezzo che introduce elementi country nel suono (diventando una sorta di bluegrass elettrico, ancora con piano e chitarra a fare la differenza), e con Have You Seen My Baby (Randy Newman non c’entra), una vera e propria country ballad con tanto di steel che miagola languida sullo sfondo e l’ennesimo motivo orecchiabile.

Davvero un bell’esordio questo Long Way To The Ground: i Blue Highways sono indubbiamente il gruppo inglese più “americano” da me ascoltato negli ultimi mesi.

Marco Verdi

*NDB Come al solito il grosso problema è la reperibilità: il CD viene venduto sul loro sito, ma pare venga spedito solo nel Regno Unito e in USA!

 

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Il “Solito” Disco Di Ted Horowitz. Popa Chubby – It’s A Mighty Hard Road

popa chubby it's amighty hard road

Popa Chubby – It’s A Mighty Hard Road – Popa Chubby Productions/Dixiefrog

Avevamo lasciato il nostro amico Ted Horowitz, alias Popa Chubby, alle prese con una antologia Prime Cuts: The Very Best Of The Beast From The East, che pescava dal meglio degli album della sua produzione precedente, quasi 30 anni tra alti e bassi, ma che aggiungeva anche un secondo CD di materiale inedito https://discoclub.myblog.it/2018/09/21/tutto-popa-e-niente-grasso-superfluo-si-fa-per-dire-popa-chubby-prime-cuts-the-very-best-of-the-beast-from-the-east/ . Quel disco per certi versi aveva anche sancito la fine della sua collaborazione con la earMusic, per quanto bisogna dire che comunque questo vale solo per il mercato europeo, negli Stati Uniti il tutto esce sempre per la propria etichetta PCP Popa Chubby Productions: così avviene anche per il nuovo It’s A Mighty Hard Road che in Europa verrà distribuito dalla Dixiefrog, un ritorno quindi all’etichetta che gli ha dato le migliori soddisfazioni e anche il titolo del Post è abbastanza simile ad un altro che avevo già usato nel recente passato https://discoclub.myblog.it/2016/11/19/il-solito-popa-chubby-the-catfish/.

A marzo Horowitz taglia il traguardo dei 60 anni e il veterano newyorchese festeggia l’evento con un buon album. Quindici canzoni dove il nostro, accompagnato come sempre dal fedele Dave Keyes a piano e organo, dal batterista Steve Halley nei primi quattro brani, che si alterna con Dan Castagna e con lo stesso Popa in parecchie tracce, che si occupa anche del basso quando non sono disponibili Brett Bass (?) e V.D. King. Tredici pezzi portano la firma di Horowitz, che aggiunge anche due cover finali, la classica I’d Rather Be Blind del terzetto Leon Russell/Don Nix/Donald Dunn, nonché una inconsueta Kiss di Prince. Come dicevo poc’anzi il disco, registrato quasi interamente ai Chubbyland Studios di New York, a parte le prime quattro tracce, presenta un Popa piuttosto motivato, come certifica subito l’iniziale The Flavor Is In The Fat, ovvero “Il Sapore E’ Nella Ciccia”, che è quasi una dichiarazione di intenti, uno dei suoi classici e robusti brani, dove Ted canta con vibrante impeto e la chitarra è pungente e subito libera di improvvisare con gusto, con le tastiere di Keyes e la ritmica a seguirlo come un sol uomo. Anche il rock-blues della potente title track ci presenta il vecchio Popa, quello dei giorni migliori; Buyer Beware, sui rischi di comprare una chitarra di seconda mano, è un divertente e movimentato shuffle che illustra ancora una volta l’approccio ruspante del nostro amico alle 12 battute, con tanto di citazione per l’amato Jimi Hendrix.

Ottima anche la flessuosa It Ain’t Nothin’ con un eccellente lavoro alla slide, molto piacevole anche la hard ballad Let Love Free The Way con una bella linea melodica e un lirico lavoro della solista, mentre la riffata If You’re Looking For Trouble illustra il suo lato più hard-rock, con risultati comunque apprezzabili e The Best Is Yet To Come è una deliziosa “soul ballad” che traccia, con una punta di ottimismo e speranza, la situazione sociale dell’America di Trump. Il titolo dell’album già esisteva, ma la canzone I’m The Beast From The East mancava all’appello, e quindi il buon Popa rimedia subito con un solido blues che coniuga lo stile “orientale” di NY con le classiche 12 battute di Chicago, in cui Chubby esprime il meglio del suo stile chitarristico. Non manca un rilassato brano strumentale Gordito, che ha profumi latini mescolati al blues del non dimenticato Peter Green, con Enough Is Enough che bacchetta ancora le tendenze “naziste” di Trump a tempo di funky-reggae e pedale wah-wah innestato a manetta, ma non soddisfa del tutto.

More Time Making Love è un classico brano di roots-rock di buona fattura e la divertente Why You Wanna Bite My Bones? viaggia sui binari di un piacevole boogie’n’roll, lasciando alla notturna ma irrisolta Lost Again l’ultimo posto libero per i brani originali. La citata I’d Rather Be Blind è vibrante e prevede una buona performance vocale del nostro, che poi improvvisa e cazzeggia nella cover di Kiss di Prince, con un uso sorprendente della armonica. Insomma, tirate le somme, il “solito” disco di Popa Chubby, più che positivo benché forse non eclatante.

Bruno Conti