Torna Il “Comandante” Steve Con Un Disco D’Altri Tempi. Steve Earle & The Dukes – Ghosts Of West Virginia

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Steve Earle & The Dukes – Ghosts Of West Virginia – New West CD

Gli Stati Uniti stanno attraversando una delle loro crisi più profonde della storia, in preda all’emergenza sanitaria ed economica causate dalla pandemia di Covid-19, con l’aggiunta dei tumulti conseguenti ai fatti avvenuti a Minneapolis (e con un presidente che giorno dopo giorno dà la sensazione di non sapere che pesci prendere). In tutto questo caos Steve Earle ha deciso stranamente di non “infierire”, pubblicando invece un nuovo album ispirato ad un evento di cronaca nera accaduto il 5 aprile del 2010 nella contea di Raleigh in Virginia, allorquando una terribile esplosione avvenuta nella miniera di Upper Big Branch uccise 29 operai su un totale di 39 che si trovavano al lavoro in quel momento. Ghosts Of West Virginia è quindi un sentito omaggio da parte di Earle alle vittime di quel tragico evento, ed è la parte finale di un progetto chiamato Coal Country nato qualche mese fa, una sorta di piece teatrale che sta girando per gli Stati Uniti (anche se penso che in questo periodo la tournée si sia interrotta a causa del virus) con le musiche composte appunto da Steve.

Fin dagli anni trenta ed anche prima la storia della musica è piena di canzoni ispirate al lavoro in miniera, dalla Carter Family (Coal Miner’s Blues) alle famosissime Dark As A Dungeon e Sixteen Tons di Merle Travis, passando per la Coal Miner’s Daughter di Loretta Lynn (che divenne anche il suo soprannome) fino a tempi più “recenti” con la Miner’s Prayer di Dwight Yoakam, senza dimenticare successi pop come la prima hit internazionale dei Bee Gees New York Mining Disaster 1941 o interi album come Blood, Sweat And Tears di Johnny Cash, che però era in maggior parte dedicato al lavoro in ferrovia: solo uno come Earle però poteva concepire un intero album ispirato ai minatori nel 2020 rendendo il progetto perfettamente credibile, e forse tutto sommato ha anche senso che in questi tempi travagliati il nostro abbia voluto “riportare tutto a casa” pubblicando un disco dedicato al lavoro duro per antonomasia, pericoloso non solo per i sempre possibili incidenti mortali ma anche per le esalazioni che a lungo andare possono portare al decesso per cancro ai polmoni. Dal punto di vista musicale Steve è coadiuvato dai fidi Dukes (Chris Masterson alle chitarre, Eleanor Whitmore a violino e voce, Ricky Jay Jackson a steel e dobro, Jeff Hill al basso e Brad Pemberton alla batteria) ed il suono mantiene quel mood country-rock inaugurato con il bellissimo So You Wannabe An Outlaw del 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/07/05/uno-splendido-omaggio-al-country-texano-anni-settanta-steve-earle-the-dukes-so-you-wannabe-an-outlaw/  e proseguito con l’omaggio alle canzoni di Guy Clark Guy https://discoclub.myblog.it/2019/04/08/dopo-quello-a-van-zandt-un-altro-toccante-omaggio-ad-un-grande-texano-steve-earle-the-dukes-guy/ .

Anche Ghosts Of West Virginia (prodotto da Steve e mixato dall’inseparabile Ray Kennedy) è quindi un lavoro di puro country elettrico alla maniera del nostro, che non è mai stato country nel vero senso del termine neppure negli esordi di Guitar Town ed Exit 0, ma ha sempre iniettato nel suo sound robuste dosi di rock. Le canzoni sono tutte di grande intensità ed Earle, nonostante un aspetto sempre più invecchiato ed una voce sempre più arrochita, ha ancora la grinta di un ragazzino: forse l’unico difetto del CD è l’esigua durata di appena mezz’ora. Heaven Ain’t Goin’ Nowhere fa iniziare l’album in modo atipico, con una sorta di gospel corale eseguito interamente a cappella: domina ovviamente la voce di Steve, forte e centrale, con il coro che ripete ad libitum la frase del titolo. Union, God And Country è una country song spedita e scorrevole, con una strumentazione tradizionale ed un approccio da bluegrass band, un brano splendido nobilitato da un motivo di impatto immediato; Devil Put The Coal In The Ground è più spigolosa pur mantenendo un accompagnamento perlopiù acustico, ma il mood è bluesato ed anche il lavoro di violino e banjo va in quella direzione, con Steve che canta in maniera tesa ed a metà canzone arriva anche un lancinante assolo di chitarra elettrica, mentre con John Henry Was A Steel Drivin’ Man torniamo su lidi country-folk, con una melodia di stampo tradizionale (che prende spunto proprio dalla famosa John Henry, che però parlava del lavoro in ferrovia) ed un background sonoro elettroacustico e coinvolgente.

Molto bella Time Is Never On Our Side, una folk song amara ed intensa cantata con il cuore in mano e con il solito commento musicale di gran classe da parte dei Duchi, tutto basato su un giro di chitarra tipico ed una sezione ritmica discreta. La potente It’s About Blood è nettamente più roccata ed elettrica pur mantenendo un impianto sonoro “roots”, con Steve che alterna cantato e talkin’ e sul finire elenca ad uno ad uno i nomi dei 29 minatori che persero la vita nella tragedia del 2010; di segno opposto è If I Could See Your Face Again, uno splendido acquarello acustico sfiorato dalla steel ed affidato totalmente alla bella voce della Whitmore: un pezzo estremamente toccante, tra i migliori del CD. Black Lung è un country-blues che ha il sapore delle canzoni risalenti al periodo della Grande Depressione, anche se dalla seconda strofa entra di prepotenza la sezione ritmica tingendo il brano di rock; chiusura con l’irresistibile country-boogie Fastest Man Alive, forse il momento più trascinante del lavoro, e con la delicata ed ancora splendida The Mine, con la voce di Steve più roca che mai ma feeling a dosi massicce.

Altro disco bello e fiero dunque per Steve Earle, che in un momento di confusione totale ed incertezza per il futuro (in America come nel resto del mondo) ha nobilmente scelto di ricordare un tragico fatto di cronaca ormai sepolto nella memoria.

Marco Verdi

Torna Il “Comandante” Steve Con Un Disco D’Altri Tempi. Steve Earle & The Dukes – Ghosts Of West Virginiaultima modifica: 2020-06-04T09:49:29+02:00da bruno_conti
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