Più Sregolatezza Che Genio! Così E’ (Se Vi Piace…). The Waterboys – Good Luck, Seeker

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The Waterboys – Good Luck, Seeker – Cooking Vinyl Limited Edition 2 CD

Mike Scott è un genio. L’ho sempre pensato, da quando molti anni fa ebbi la fortuna di assistere all’esibizione della sua creatura appena nata, i Waterboys, in apertura ai Pretenders nel cortile del Castello Sforzesco di Milano http://www.lateforthesky.org/wp-content/uploads/2009/10/Waterboys.pdf . Non può che essere un genio uno capace di scrivere canzoni della qualità di Savage Earth Heart, A Pagan Place, Don’t Bang The Drum, The Whole Of The Moon, The Pan Within, Fisherman’s Blues, And The Bang on The Ear, On My Way To Heaven e la lista potrebbe diventare lunghissima fino alle più recenti You In The Sky, Long Strange Golden Road o Piper At The Gates Of Dawn. Uno che è stato capace di riattualizzare il genere folk-rock con un capolavoro su cui ha lavorato proficuamente per quasi tre anni come testimoniato dal monumentale Fisherman’s Box di sei CD traboccanti di perle luminose. Uno che dal vivo ha sempre fatto performance entusiasmanti, da solo, in trio, full band, con le varie formazioni che lo hanno accompagnato (meglio se con il funambolico violinista Steve Wickham al fianco).

Eppure anche i geni hanno degli svarioni, o cadute, più o meno rovinose. E il nostro Mike, purtroppo, non fa eccezione. Ci aveva già provato negli anni novanta e all’inizio del nuovo millennio con due album sottotono, Dream Harder e, soprattutto, A Rock In The Weary Land, che soffrivano di un suono eccessivamente ridondante sul modello di quello di alcuni famosi gruppi americani di quel periodo. Il fondo però lo ha toccato tre anni fa con lo sciagurato Out Of All This Blue, un doppio CD (addirittura triplo nella versione superdeluxe https://discoclub.myblog.it/2017/09/20/ma-e-veramente-cosi-brutto-come-dicono-quasi-tutti-waterboys-out-of-all-this-blue/ ), ricco di pastrocchi sonori che andavano dalla dance anni ottanta al trip-hop con largo uso di elettronica, usata per creare effetti spesso irritanti e senza senso. In tanto marasma, salvabili risultavano solo i pochi brani ispirati dal country nashvilliano che non c’entravano nulla col resto del lavoro. Nel 2019 Where The Action Is, con un ritorno a sonorità rock più congeniali alla band del songwriter di Edimburgo, sembrava aver riportato i Waterboys sulla retta via https://discoclub.myblog.it/2017/09/20/ma-e-veramente-cosi-brutto-come-dicono-quasi-tutti-waterboys-out-of-all-this-blue/ . E invece, ahimè ci risiamo, e ci troviamo tra le mani questo nuovo capitolo, Good Luck, Seeker, che se non raggiunge i livelli nefasti di Out Of All This Blue, ci arriva comunque molto vicino.

L’impressione, e due indizi fanno spesso una prova, è che Mike Scott soffra di bipolarismo (non vorrei gettare la colpa di ciò sulla sua più recente compagna di vita, l’artista giapponese Megumi Igarashi, già nota col nome d’arte di Rokunedashiko, ovvero “artista della vagina”…non trovate qualche richiamo alla vicenda Lennon-Yoko Ono?) perché tutta questa infatuazione per l’elettronica, le campionature, il nu-soul e il chillout non può giustificarsi solo come una reazione traumatica al periodo di lockdown. Bipolare o no, da questo nuovo stillicidio di suoni finti, voci trattate (addirittura nella pessima The Golden work rispolvera il vocoder del peggior Neil Young di Trans), ritmi dance di ogni passata decade, lounge music urticante come i quarantasei secondi di Sticky Fingers, che degli Stones ha solo il titolo, da tutto questa paccottiglia deprimente salviamo il salvabile, purtroppo ben poco. Senz’altro il singolo The Soul Singer, che spicca in tanta confusione come un brillante esempio di r&b in stile Motown, con una sezione fiati in gran spolvero, le voci nere delle coriste a rinforzare la performance vocale di Scott che gigioneggia nel testo e nel video che vi invito a guardare.

Poi l’unico episodio dalla struttura folk, la semi-acustica Low Down In The Broom, intensa e ancor più efficace nella versione demo per sola voce e chitarra. Quindi due brani recitati, non cantati, come Mike ama fare negli ultimi tempi, Postcard From The Celtic Dreamtime e My Wanderings In The Weary Land. In entrambi troviamo finalmente protagonista il violino di Wickham, che, se nella prima si limita a ricamare sullo sfondo di una evocativa e ipnotica contemplazione di paesaggi naturali irlandesi, nella seconda scatena tutta la sua trascinante irruenza duettando con la chitarra del leader nei tre minuti finali di un brano che ci riporta per una volta ai fasti dei bei tempi andati. Merita una citazione anche l’unica cover presente in scaletta, Why Should I Love You? (era nell’album The Red Shoes di Kate Bush) non tanto perché sia un brano memorabile, quanto perché gode di un arrangiamento più sobrio rispetto al resto, nobilitato da un bell’assolo di chitarra nel finale. Vi lascio il privilegio di scoprire l’imbarazzante bruttezza delle canzoni che non ho citato, questa è una,

Magari qualcuno avrà il coraggio di farsele piacere e qualche nota rivista specializzata (soprattutto inglese) griderà al capolavoro. Preferisco sperare che mister Scott abbia ancora la voglia e la capacità di rinsavire e concludo citando le ultime frasi di uno dei suoi gioielli del passato: that was the river, this is the sea, ovvero, quello era il fiume (della buona musica), questo è il mare (pieno di spazzatura).

Marco Frosi

 

Più Sregolatezza Che Genio! Così E’ (Se Vi Piace…). The Waterboys – Good Luck, Seekerultima modifica: 2020-08-26T10:15:34+02:00da bruno_conti
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