Chiamarla “Ristampa” Mi Sembra Un Tantino Riduttivo! Tom Petty – Wildflowers & All The Rest

tom petty wildflowers and all the rest

Tom Petty – Wildflowers & All The Rest – Warner 2CD – 3LP – 4CD Deluxe – 7LP – 5CD Super Deluxe – 9LP

Sia prima che dopo la sua improvvisa e dolorosa scomparsa avvenuta il 2 ottobre 2017, quando si è trattato di dedicare un cofanetto alla musica di Tom Petty è sempre stato fatto un lavoro eccellente, a partire dal box set antologico Playback del 1995 (tre CD di greatest hits, uno di rarità e b-sides e due di inediti), passando per la spettacolare Live Anthology del 2009, cinque CD dal vivo completamente unreleased, per finire con il bellissimo An American Treasure del 2018, box quadruplo che, vicino a qualche pezzo già conosciuto, presentava diverse canzoni mai sentite prima, oppure altre note ma in versioni alternate https://discoclub.myblog.it/2018/10/14/recensioni-cofanetti-autunno-inverno-2-un-box-strepitoso-che-dona-gioia-e-tristezza-nello-stesso-tempo-tom-petty-an-american-treasure/ . Da qualche anno si parlava della possibile ristampa di Wildflowers, album del 1994 del biondo rocker della Florida giustamente considerato uno dei suoi più belli (è nella mia Top 3 dopo Full Moon Fever e Damn The Torpedos), ristampa che inizialmente sembrava dover ricalcare la sequenza pensata in origine, con diversi brani scartati che nelle intenzioni di Tom avrebbero dovuto formare un album doppio.

tom petty wildlowers and all the rest

Quest’anno si è finalmente deciso di rendere pubblico il tutto con l’uscita di Wildflowers & All The Rest, ma oltre alla versione con due dischetti (o tre LP) si è scelto di fare le cose in grande ed allargare il progetto ad un box quadruplo (o con sette vinili) e, se volete spendere parecchio di più, solo sul sito di Tom è disponibile una splendida edizione Super Deluxe quintupla, o con nove LP, che è quella di cui vado a parlare tra poco (in realtà c’è anche una edizione “Ultra Deluxe” che costa 500 dollari ma non offre nulla di aggiuntivo dal punto di vista sonoro, ma solo una confezione più elegante ed una serie di gadgets abbastanza inutili). La confezione del box quintuplo è splendida, con all’interno la riproduzione dei testi originali con la calligrafia di Tom, un certificato di autenticità numerato e soprattutto un bellissimo libro con copertina dura che vede all’interno parecchie foto inedite, un saggio del “solito” David Fricke, i testi di tutte le canzoni (anche quelle inedite), tutte le indicazioni su chi ha suonato cosa e, dulcis in fundo, un esauriente commento track-by-track con le testimonianze dei protagonisti, tra cui il produttore Rick Rubin, gli storici tecnici del suono di Tom Ryan Ulyate e Jim Scott ed alcuni dei musicisti coinvolti).

Wildflowers già al momento della sua uscita aveva colpito per la sua bellezza e per la profondità delle canzoni scritte da Tom, sia musicalmente che dal punto di vista dei testi, un album da vero e maturo songwriter rock che infatti era stato pubblicato come disco solista (il secondo dopo Full Moon Fever), dal momento che molte delle canzoni avevano uno stile che non veniva ritenuto adatto al sound prettamente rock degli Heartbreakers. Comunque i componenti del gruppo storico di Petty erano presenti al completo in session, soprattutto Mike Campbell e Benmont Tench che anche qui costituivano la spina dorsale del suono, mentre Howie Epstein non suonava il basso ma si limitava alle armonie vocali ed il batterista Steve Ferrone non era ancora entrato ufficialmente nella band ma lo avrebbe fatto subito dopo; tra gli altri musicisti presenti meritano una citazione il noto percussionista Lenny Castro, lo steel guitarist Marty Rifkin, Jim Horn al sax in un brano, il famoso arrangiatore Michael Kamen, responsabile delle orchestrazioni in una manciata di pezzi, e soprattutto Ringo Starr alla batteria ed il Beach Boy Carl Wilson alla voce in una canzone ciascuno.

Ma veniamo ad una disamina dettagliata del cofanetto, il cui ascolto si è rivelato un magnifico scrigno pieno di sorprese (ma non avevo dubbi in proposito). Il primo CD è il Wildflowers originale, un disco ancora oggi bellissimo ed attuale, pieno di deliziosi esempi di cantautorato maturo ed intimo come la splendida title track, il country-rock crepuscolare di Time To Move On, il puro folk-blues Don’t Fade On Me, una voce e due chitarre acustiche, la limpida e folkeggiante To Find A Friend e la ballata pianistica Wake Up Time. Ma la presenza degli Heartbreakers fa sì che il vecchio suono non sia certo messo in soffitta: così abbiamo il potente rock’n’roll di You Wreck Me, la bluesata ed elettrica Honey Bee, la creedenciana e “swampy” Cabin Down Below ed il notevole rock-blues quasi psichedelico House In The Woods, pieno di accordi discendenti; non mancano neppure i tipici pezzi midtempo del nostro, come la popolare You Don’t Know How It Feels, pare ispirata a The Joker della Steve Miller Band, la straordinaria It’s Good To Be King, che dal vivo diventerà uno dei momenti salienti dello show, e la younghiana Hard On Me. Infine troviamo dell’ottimo folk-rock d’autore come la cristallina Only A Broken Heart, con il suo feeling alla George Harrison, la sixties-oriented A Higher Place e l’elegante Crawling Back To You.

Come ho accennato poc’anzi, il secondo dischetto presenta dieci brani esclusi dalla tracklist del 1994 (a parte Girl On LSD che era uscita come lato B di un singolo, e che qui ritroviamo nel quinto CD), quattro dei quali finiranno in versione diversa sulla colonna sonora di She’s The One nel 1996. Il bello è che non stiamo parlando di dieci pezzi di livello inferiore, ma di canzoni che avrebbero potuto benissimo uscire e fare la loro ottima figura, in alcuni casi elevando addirittura il livello già alto di Wildflowers. Something Could Happen è una suggestiva ballata elettroacustica leggermente tinta di pop, con una melodia di prima qualità ed un gran lavoro di Tench, un pezzo inciso nel 1993 ancora con Stan Lynch in formazione e che sarebbe potuto diventare un classico. Ancora più incomprensibile l’esclusione di Leave Viginia Alone, stupendo uptempo folk-rock dal mood coinvolgente ed un motivo irresistibile, una delle migliori canzoni scritte da Tom negli ultimi 25 anni: poteva essere uno dei pezzi centrali di Wildflowers (e verrà invece registrata da Rod Stewart nel 1995 e pubblicata su A Spanner In The Works).

Climb That Hill Blues vede il solo Petty alla voce e chitarra acustica, un brano bluesato come da titolo che ritroveremo tra poco in una versione diversa e full band, ma questa take “unplugged” è davvero affascinante; Confusion Wheel è una limpida ballata dal passo lento e con un bel crescendo, influenzata in parte dalle folk songs tradizionali britanniche ed in parte dai Byrds “acustici”, mentre per California vale quasi lo stesso discorso fatto per Leave Virginia Alone, in quanto ci troviamo di fronte ad una deliziosa e solare canzone pop-rock dal motivo accattivante, che fortunatamente è stata poi reincisa per She’s The One (ma qui è migliore). Harry Green vede ancora Petty da solo, ma se Climb That Hill era un blues, qui siamo dalle parti del più puro e cristallino folk di stampo tradizionale, a differenza di Hope You Never che è un incalzante ed intrigante rock song chitarristica dal passo cadenzato, con un organo molto sixties ed un suono potente: altro pezzo che poteva tranquillamente finire su Wildflowers.

Somewhere Under Heaven è una rock ballad classica, molto anni 70, con un retrogusto psichedelico e Campbell che suona tutti gli strumenti, brano che precede la versione elettrica di Climb That Hill, solida rock song contraddistinta da un riff insistente ed un drumming martellante; chiusura con Hung Up And Overdue, ballata eterea dal gusto pop simile a certe cose del “periodo Jeff Lynne” di Tom, ancora con il pianoforte protagonista e la presenza simultanea di Ringo e Carl Wilson. Molto interessante il terzo CD, che si occupa degli “home recordings” precedenti alle sessions dell’album, registrati da Tom nel suo studio casalingo: non ci troviamo però davanti ai soliti demo per voce e chitarra acustica (e qualche volta armonica), ma a vere e proprie canzoni quasi complete, con sovraincisioni di chitarra elettrica, basso, piano, organo e percussioni. Ci sono anche tre inediti assoluti: There Goes Angela (Dream Away), una soave e delicata ballata impreziosita da una squisita melodia, A Feeling Of Peace, che se sviluppata maggiormente avrebbe potuto diventare una rock ballad di spessore (e parte delle liriche verranno utilizzate su It’s Good To Be King), e There’s A Break In The Rain, uno slow lento ed intenso che rispunterà con qualche modifica su The Last DJ con il titolo Have Love, Will Travel.

Le altre canzoni, alcune delle quali con qualche differenza testuale e strumentale, sono già bellissime così, in particolare You Don’t Know How It Feels, California, Leave Virginia Alone, Crawling Back To You, A Higher Place, To Find A Friend, Only A Broken Heart e Wildflowers. Quindi non la solita collezione di demo, magari un po’ noiosa, ma un disco che sta in piedi con le sue gambe. Il quarto dischetto è una delle ragioni per cui questo box era da me tanto atteso, dato che presenta 11 dei 15 brani di Wildflowers (più tre “aggiunte”) in versioni inedite dal vivo registrate da Tom ed i suoi Spezzacuori tra il 1995 ed il 2017, un CD strepitoso dal momento che stiamo parlando di una delle migliori rock’n’roll band di sempre, in grado di fornire la rilettura definitiva di qualsiasi brano suonato live (e se, per fare un esempio, nel 2003 con Live At The Olympic i nostri erano riusciti a trasformare un album deludente come The Last DJ in un disco da quattro stelle vi lascio immaginare cosa potessero fare con un lavoro del calibro di Wildflowers).

Tanto per cominciare abbiamo una monumentale It’s Good To Be King che da sola vale il CD, undici minuti di rock sublime con una prestazione monstre da parte di Campbell ed un crescendo irresistibile a cui partecipa attivamente anche Tench. Poi vanno segnalate una strepitosa You Don’t Know How It Feels, con Petty che arringa la folla da consumato showman, un trio di rock’n’roll songs formato da Honey Bee, Cabin Down Below e You Wreck Me, che dal vivo sono letteralmente esplosive, una limpida e countreggiante To Find A Friend acustica eseguita allo School Bridge Benefit di Neil Young nel 2000, la sempre bella Crawling Back To You, registrata a fine luglio 2017 (e quindi una delle ultime testimonianze dal vivo di Tom), puro vintage Heartbreakers, una versione molto più rock e diretta di House In The Woods ed una decisamente intima di Time To Move On, per chiudere con la sempre magnifica Wildflowers, qui in versione full band comprensiva di sezione ritmica.

Dicevo dei tre pezzi non appartenenti al disco originale, che iniziano con una deliziosa rilettura stripped-down di Walls (singolo portante di She’s The One), la vigorosa jam chitarristica Drivin’ Down To Georgia, brano che i nostri suonavano dal vivo già dal 1992 (ma questa è del 2010) e che abbiamo già sentito in un’altra versione su The Live Anthology, per chiudere con una rara Girl On LSD, un pezzo folle e divertente, musicalmente molto Johnny Cash, con Tom che mentre la canta fa fatica a rimanere serio. E veniamo al quinto dischetto, quello esclusivo dell’edizione Super Deluxe: sottointitolato Finding Wildflowers, presenta sedici versioni alternate prese dalle sessions dell’album, alcune simili ai brani ufficiali ed altre abbastanza diverse. Non tutto è inedito, ma piuttosto raro sì: ci sono due takes differenti di Don’t Fade On Me e Wake Up Time già pubblicate su An American Treasure, una rilettura semi-acustica di Cabin Down Below ed una versione alternativa di Only A Broken Heart (molto Jeff Lynne) uscite su B-sides, e poi la Girl On LSD originale, sempre spassosa e dall’arrangiamento più rockabilly di quella live.

Troviamo poi finalmente una studio version di Drivin’ Down To Georgia (che però funziona meglio dal vivo) e, tra le altre, segnalerei una A Higher Place più elettrica e Heartbreaker-sounding (con Kenny Aronoff alla batteria), Hard On Me leggermente più lenta dell’originale e con Campbell alla slide, a differenza di Crawling Back To You che è molto più veloce e ritmata di quella nota (e non so quale delle due preferire), You Wreck Me sempre energica ma con le chitarre acustiche, House In The Woods con un’inedita parte strumentale centrale dal sapore jazz, ed una Wildflowers delicatamente country, ancora con Ringo ai tamburi. Anche qui c’è spazio per un inedito assoluto intitolato You Saw Me Comin’, pop song gradevole dal ritmo incalzante, un brano abbastanza sconosciuto che mette la parola fine ad un cofanetto che definire splendido è poco, e che si batterà certamente per il titolo di ristampa dell’anno.

Tom Petty ci manca maledettamente, ogni anno di più.

Marco Verdi

From Los Angeles California, The Dawes II: Una Buona Conferma Del Loro Ritorno Sulla Retta Via. Dawes – Good Luck With Whatever

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Dawes – Good Luck With Whatever – Rounder Records

Ascoltate questi ragazzi, sono davvero forti!” Questa frase, rivolta a me e ai miei quattro amici nel backstage del Jazzaldia Festival di San Sebastian, nell’ormai lontano 24 luglio 2011, veniva non certo da uno qualunque ma dall’illustre protagonista di quella fredda e piovosa serata, Jackson Browne, e si riferiva ai quattro giovani musicisti che avrebbero suonato con lui e prima di lui, i californiani Dawes, supportati per quel breve tour europeo anche dal loro produttore, l’ottimo Jonathan Wilson. E in effetti se la cavarono egregiamente, sia presentando i pezzi del loro secondo album Nothing Is Wrong nel set di apertura, sia suonando in modo impeccabile i classici del loro illustre mentore, For Everyman, The Pretender, Running On Empty e parecchi altri, chiudendo la serata con un inatteso quanto brillante omaggio al grande e sempre compianto Warren Zevon.

I due fratelli Griffin e Taylor Goldsmith, rispettivamente il batterista e il chitarrista, nonché lead vocalist e compositore, insieme al bassista Wylie Gelber e al tastierista Tay Strathairn (dopo breve tempo rimpiazzato da Alex Casnoff) avevano esordito nel 2009 con il promettente North Hills, facendo subito intendere le loro potenzialità nel riproporre un sound molto influenzato dal folk rock westcoastiano degli anni settanta. Seguirono, con un notevole crescendo qualitativo, altri tre lavori, il già citato Nothing Is Wrong (2011), Stories Don’t End (2013) e quello che tuttora considero il migliore della loro discografia, All Your Favorite Bands, pubblicato nel 2015 https://discoclub.myblog.it/2015/06/03/from-los-angeles-california-the-dawes-all-your-favourite-bands/ . L’anno seguente giunse, del tutto inatteso, il vero passo falso della loro ancor breve carriera. We’re All Gonna Die (già dal titolo non esattamente beneaugurante) esibiva una serie di canzoni modeste, soffocate da una valanga di overdubs, suoni sintetizzati e pattern elettronici. Dall’ imbarazzante singolo When The Tequila Runs Out e relativo video si ricavava la spiacevole impressione che i nostri quattro si fossero presi una colossale sbronza in campo creativo. Per fortuna, almeno sul palco, aggiustarono il tiro come dimostra il discreto live album, venduto solo sul loro sito, We’re All Gonna Live.

Senza dubbio una delle cause del loro rinsavimento va attribuita al ritorno in cabina di regia di Jonathan Wilson che ha determinato il ritorno a suoni e arrangiamenti adeguati alle loro caratteristiche nel positivo Passwords, uscito un paio d’anni fa https://discoclub.myblog.it/2018/08/04/al-solito-buon-rock-californiano-ma-possono-fare-meglio-dawes-passwords/ .

Per produrre il nuovo Good Luck With Whatever, i Dawes si sono affidati nientemeno che a Dave Cobb, un nome una garanzia, come dimostrano le innumerevoli brillanti pubblicazioni discografiche da lui curate negli ultimi anni, e il risultato si vede, e sente, eccome! I suoni e le armonie vocali tornano a risplendere, Lee Pardini, ultimo tastierista aggregatosi al gruppo quattro anni fa, lascia perdere sintetizzatori e amenità del genere per dedicarsi con ottimi esiti soltanto al pianoforte e all’hammond e, non ultimo, la qualità dei brani torna ad essere degna del loro passato. Si parte subito col piede giusto nell’iniziale Still Feel Like A Kid, il singolo più recente pubblicato a fine agosto, un robusto e accattivante inno all’eterna giovinezza che deriva dal suonare in una band, con tanto di coretti che citano i Beach Boys, in omaggio all’età dell’oro del sound californiano. Piano e chitarra elettrica aprono la title-track, un bel mid tempo che ci rituffa negli anni settanta come solo i Jayhawks e pochi altri hanno saputo fare oltre a loro.

Between The Zero And The One è una sontuosa ballatona che si colloca tra le cose migliori che Taylor Goldsmith sia stato capace di scrivere finora, mi riferisco a gioiellini come Fire Away, Most People o Things Happen dei precedenti dischi, con quell’incedere maestoso e classico che si fa immediatamente apprezzare, scandito dai limpidissimi tocchi del piano e dalla incalzante batteria del fratello Griffin. None Of My Business viaggia veloce al ritmo dei mitici Creedence e Taylor regala una performance vocale degna dell’icona John Fogerty (date un’occhiata su You Tube al duetto tra discepolo e maestro in Someday Never Comes, al David Letterman Show, e avrete la conferma di tali affinità).

Quasi a fare da spartiacque tra le due parti vitali ed energiche dell’album, troviamo la tonificante oasi acustica di St. Augustine At Night, per voce, chitarra acustica e delicati contrappunti di basso e pianoforte. Poi i Dawes riaccendono i motori col primo singolo uscito alla fine di luglio Who Do You Think You’re Talking To? a cui possiamo perdonare quella ritmica un po’ finta” a fronte di un riff indovinato e un ritornello accattivante che ti entra subito nella testa https://www.youtube.com/watch?v=4O7VVDxb_us . Didn’t Fix Me possiede invece il timbro intenso ed avvolgente che ritroviamo in tanti capolavori usciti dalla penna di brother Jackson Browne, con il piano e le chitarre che giocano a rincorrersi su una linea melodica seducente e malinconica. Free As We Wanna Be, altri tre minuti di pura piacevolezza sonora con il piano ancora splendido protagonista, potrebbe essere considerato l’accorato saluto dei Dawes ad un altro gigante mai abbastanza rimpianto, Tom Petty, mentre la conclusiva Me Especially è un lento spezzacuori che dimostra quanto Taylor e soci abbiano interiorizzato gli insegnamenti della premiatissima ditta Don Henley & Glenn Frey.

Ottimo lavoro Mr. Cobb! I Dawes sono tornati nel lotto delle my favorite bands.

Marco Frosi

Una Affacinante Cantautrice “Tradizionalista”. Diana Jones – Song To A Refugee

diana jones song to a refugee

Diana Jones – Song To A Refugee – Proper Records – CD – LP

Questa signora è diventata da qualche anno una “cliente” abituale di questo blog, infatti ce ne siamo occupati sia per l’uscita di High Atmosphere (11), comprensivo della complicata storia della sua vita https://discoclub.myblog.it/2011/05/08/bella-musica-e-anche-una-bella-storia-da-raccontare-diana-jo/  e Museum Of Appalachia Recordings (13) https://discoclub.myblog.it/2013/07/30/dal-tennessee-agli-appalachi-diana-jones-museum-of-appalachi/ , che indubbiamente erano influenzati dalle origini della sua famiglia, abbiamo tralasciato colpevolmente l’ottimo Live In Concert (15), per tornare ora con questo nuovo e importante lavoro Song To A Refugee. Questo disco mette in luce il problema dei rifugiati, raccontando le loro storie, anche su eventi della vita reale, che sono portatori di una vasta gamma di prospettive individuali e emotive, che non sono altro che il loro vissuto.

Diana Jones si avvale per l’occasione dei suoi inseparabili compagni di viaggio, che sono per l’occasione Jason Sypher e Joe DeJarnette al basso, Glenn Patscha e Mark Hunter al pianoforte, e Will Holshouser alla fisarmonica, con ospiti speciali come Richard Thompson, Steve Earle e la cantante Peggy Seeger (sorella del grande Pete Seeger), affidando la produzione all’autore e polistrumentista David Mansfield (in passato artefice in alcuni tour di Dylan) e a Steve Addabbo (Suzanne Vega, Shawn Colvin). Il viaggio della speranza inizia con le sonorità della fisarmonica di El Chaparral, un valzer della disperazione con il canto lamentoso della Jones e gli strappi della fisa, che evocano perfettamente la scena messicana, mentre la seguente I Wait For You racconta la storia di una donna sudanese venduta dal padre, il tutto raccontato sulle note del mandolino e violino di Mansfield, per poi passare alla title track Song To A Refugee, un brano dal grande pathos emotivo eseguito su una bella aria scozzese. Con la splendida We Believe You arriva la canzone più importante dell’album, dove Steve Earle, Richard Thompson, Peggy Seeger si alternano alla voce con Diana, su un tessuto melodico splendido, complice sempre il violino di David.

Brano seguito da Mama Hold Your Baby, dove si racconta la vicenda di una madre separata dal suo bambino, nella quale il sottofondo “bluegrass” con chitarra e mandolino è perfetto per raccontarne la storia, mentre Santiago è una sorta di ninna nanna sussurrata da Diana, sullo straziante violino di David. I racconti dolorosi proseguono con Ask A Woman, un brano dolcemente folk che vede in primo piano le armonie delle Chapin Sisters, a cui fanno seguito The Life I Left Behind accompagnata come sempre dal violino, e interpretata dalla Jones in uno stile che può ricordare la miglior Joan Baez, e una arpeggiata Where We Are solo chitarra, violino e voce, canzone di una struggente bellezza. Ci si avvia alla parte finale del viaggio con il valzer cadenzato di Humble, per poi tornare al duo Jones / Mansfield con Love Song To A Bird e The Sea Is My Mother, due brani riflessivi dove si raccontano prima le storie di una famiglia e poi di due sorelle che affrontano il pericolo della traversata in mare, per chiudere infine proprio con una struggente canzone d’addio The Last Words, con Glenn Patscha degli Ollabelle al pianoforte e la voce della Jones a sottolineare il tutto con empatia e compassione , in quello che è probabilmente il disco migliore della sua carriera.

Non tutte le canzoni di Song To A Refugee sono dirette o letterali, in quanto la nostra amica racconta una serie di storie dal punto di vista delle donne, a partire da vicende di bambini, sorelle, madri, sempre interpretate con voce dolorosa da questa nuova Emily Dickinson (la famosa poetessa americana), e cosa non trascurabile, in un lavoro che è stato inciso in pochi giorni, suonando tutti insieme in un piccolo studio, particolare che può passare inosservato, ma che un tempo, quando si suonava la “vera musica”, era una importante consuetudine. In definitiva questo nuovo lavoro della Jones non è un forse un disco facile da assimilare, ma si tratta di musica sincera ed essenziale, dove Diana Jones é peraltro ben assecondata da un manipolo di ottimi musicisti che la sorreggono in questo sincero omaggio alle problematiche sempre più attuali sul tema dei “rifugiati”.

Tino Montanari

Un Godurioso Omaggio Alla Vera Country Music! Josh Turner – Country State Of Mind

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Josh Turner – Country State Of Mind – MCA Nashville/Universal CD

Josh Turner, musicista originario della Carolina del Sud, è un countryman atipico: infatti, pur vivendo ed incidendo a Nashville ed avendo ottenuto un grande successo con i suoi sette album pubblicati tra l 2003 ed il 2018 (tutti piazzatisi tra la prima e la terza posizione), non ha mai smesso di fare musica di qualità. A molti suoi colleghi l’aria di alta classifica fa girare la testa, ma Josh è uno bravo, coi piedi per terra, e pur non disdegnando un suono adatto alla programmazione radiofonica non ha mai esagerato e ha sempre proposto canzoni suonate con strumenti veri. Nonostante l’età ancora giovane quindi Turner ha poco da dimostrare, e dunque quest’anno ha deciso di fare un disco che, ne sono sicuro, pianificava già da qualche tempo, cioè un album di cover che omaggiasse gli artisti che lo hanno influenzato, alternando brani più o meno popolari ed in più di un caso ospitando lo stesso autore del pezzo.

Country State Of Mind è il risultato di questa idea, e si rivela un lavoro davvero strepitoso fin dal primo ascolto: le canzoni belle come ho detto ci sono già, ma Josh le interpreta con notevole grinta e senso del ritmo, mettendo in primo piano le chitarre e la sua splendida voce baritonale, coadiuvato dalla produzione impeccabile di Kenny Greenberg e con la partecipazione in session di autentici luminari di Nashville come lo stesso Greenberg alle chitarre, Glenn Worf al basso, Chad Cromwell alla batteria e Dan Dugmore alla steel. Più gli ospiti che partecipano vocalmente (non in tutti i brani, non è un vero e proprio album di duetti), i quali danno il tocco in più ad un disco che in ogni caso si sarebbe retto sulle proprie gambe anche senza di loro. Il CD parte ottimamente con I’m No Stranger To The Rain, una bella western ballad (dal repertorio di Keith Whitley) che qui viene rivestita da un bell’intreccio di chitarre e da un suono forte di stampo rock, il tutto completato ad hoc dalla voce profonda di Josh, country al 100%. John Anderson quest’anno è tornato in gran forma con il bellissimo Years, e qui porta in dote la sua I’ve Got It Made, un irresistibile rockin’ country tuto ritmo e chitarre, che la voce vissuta di John impreziosisce ulteriormente. A proposito di voci vissute, che ne dite di Kris Kristofferson?

Il grande texano è infatti il prossimo ospite in Why Me, uno dei suoi brani più popolari e canzone già splendida di suo che viene ancor di più abbellita dal duetto tra i due protagonisti: Josh è bravo, ma quando Kris si avvicina al microfono è tutta un’altra storia. Chris Janson unisce le forze con Turner nella sanguigna title track (di Hank Willims Jr.), un honky-tonk elettrico, vibrante e decisamente coinvolgente; I Can Tell By The Way You Dance è un pezzo del 1984 di Vern Gosdin che Josh, qui da solo (anche perché Gosdin è morto), rilegge in maniera pimpante e ricca di ritmo, con il solito approccio rock che è un po’ la costante di questo disco: gli assoli chitarristici sono ottimi e la melodia vincente. Alone And Forsaken è una nota canzone di Hank Williams (Senior), qui arrangiata come una scintillante ed evocativa western ballad ed ulteriormente nobilitata dalla seconda voce della brava Allison Moorer, mentre Forever And Ever, Amen è uno dei classici di Randy Travis, che ovviamente compare in prima persona a prestare l’ugola: bella canzone, dal ritmo spedito e country fino all’osso. Alan Jackson si può ormai considerare sia un contemporaneo che un veterano, e Josh esegue senza ospiti la sua Midnight in Montgomery, un’intensa ballata ancora dal sapore western, ripresa con un feeling notevole e non inferiore all’originale.

Good Ol’ Boys era il tema del telefilm The Dukes Of Hazzard ma anche uno dei brani più famosi di Waylon Jennings, e Turner la rifà con grande rispetto per l’originale ma anche con un notevole senso del ritmo, aumentando la componente rock’n’roll e regalandoci una cover trascinante, tra le più riuscite del CD, mentre You Don’t Seem To Miss Me, scritta da Jim Lauderdale, era in origine un duetto tra Patty Loveless e George Jones, ed è una tersa e molto piacevole ballata di stampo classico eseguita con il trio vocale delle Runaway June. Chiusura con Desperately, un midtempo dal motivo diretto e toccante al tempo stesso (incisa prima dal suo autore Bruce Robison e poi da George Strait) proposto con l’aiuto del duo al femminile Maddie & Tae, e con The Caretaker, uno dei pezzi più antichi e meno conosciuti di Johnny Cash, altra splendida rilettura questa volta per sola voce (e che voce) e chitarra, ed un mood da vero cowboy. Non esagero: Country State Of Mind è tra i migliori country album del 2020.

Marco Verdi

Anche Questo Disco Compie 50 Anni, Facciamolo Di Nuovo! Cat Stevens/Yusuf – Tea For The Tillerman2

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Cat Stevens/Yusuf – Tea For The Tillerman2 – Decca/UMC/Universal

Nel novembre del 1970, quando esce Tea For The Tillerman, Cat Stevens ventiduenne cantautore di belle speranze, nato a Londra, ma di chiare origini greche, aveva già pubblicato tre album, due ancora da teenager nel 1967 per la Deram, dischi che avevano avuto un certo successo, Matthew And Son era entrato nella Top 10 britannica, e il secondo New Masters conteneva una canzone, The First Cut Is The Deepest, venduta per 30 sterline a P.P. Arnold, e negli anni a venire una hit per Rod Stewart, anche se il suo repertorio veniva considerato leggero e disimpegnato. Poi nel 1969 contrae la tubercolosi, e nel lungo periodo di convalescenza ha tempo per meditare e ripensare a come impostare la sua carriera. Intanto un nuovo contratto per la Island, poi la scelta di un nuovo produttore, nella persona dell’ex Yardbirds Paul Samwell-Smith, e infine la scelta di uno stile musicale, diciamo folk rock, che gira attorno al suono delle chitarre di Cat e Alun Davies. Già ad aprile esce un primo disco molto bello Mona Bone Jakon (che sarà mai? Il suo pene), con il giovane Peter Gabriel, anche lui in rampa di lancio, al flauto in Katmandu, ma contiene anche Lady D’Arbanville e Trouble: discreto successo, ma niente di più.

Il nostro insiste e appunto a novembre esce Tea For The Tillerman, copertina suggestiva ed una serie di canzoni splendide, che non citiamo perché ne parliamo fra un attimo. A 50 anni dal disco originale Stevens, poi diventato Yusuf, e di nuovo Cat, decide, su sollecitazione anche del figlio, di riprendere in mano il vecchio album e inciderlo ex novo: nella copertina Tillerman (Il Timoniere) indossa un casco spaziale, e i due bambini ascoltano musica con le cuffiette e si scambiamo messaggi via cellulare. Il mondo è diventato più scuro e burrascoso, ma Stevens cerca di renderlo migliore riproponendoci temi universali di speranza, amore e condivisione, che erano alla base del progetto originale. Per farlo richiama in Francia, nell’estate pre-Covid del 2019, il produttore originario Samwell-Smith, Alun Davies, ed una serie di musicisti della live band di Yusuf: il bassista Bruce Lynch, membro della band dalla metà degli anni ‘70, il chitarrista Eric Appapoulay e il polistrumentista Kwame Yeboah, oltre al chitarrista Jim Cregan, (ex Family e Rod Stewart). Il disco si chiama Tea For The Tillerman2, anzi, al cubo, e ripropone la stessa sequenza dell’album originale, con la sola variazione della canzone Wild World, un enorme successo anche per Jimmy Cliff, che diventa Wild World Rag.

Anche il suono e gli arrangiamenti sono molto simili, e la voce di Cat Stevens/Yusuf non ha perso un briciolo del suo fascino, sempre profonda e risonante, ovviamente più vissuta e matura. Quindi niente ricerche di nuove strade sonore, solo un “aggiornamento” alle moderne tecnologie di registrazione: si parte con Where Do The Children The Play?, sempre di estrema attualità, un piano elettrico e le chitarre acustiche ci riconducono alla splendida melodia, poi entra quella voce inconfondibile, tra nuovi intrecci vocali e orchestrali, e parte il viaggio di riscoperta, si spera, anche per le nuove generazioni, magari munite di cuffiette. L’album lo conosciamo, e quindi ecco arrivare Hard Headed Woman, in un florilegio di acustiche arpeggiate, tastiere accarezzate e una elettrica che rafforza la coralità della musica, Wild World Rag è rallentata in un inconsueto tempo di ragtime con un clarinetto e una fisarmonica, oltre al piano, che virano verso atmosfere old time jazz. Sad Lisa è sempre malinconica, tenue ed intima, la voce che naviga sul piano elettrico è più fragile; Miles From Nowhere viceversa ha la forza della versione originale, sempre irrorata da sapori gospel ben evidenziati dai cori di contrappunto e anche un bel piglio elettrico, mentre But I Might Die Tonight con una chitarrina tintinnante ha un bel nuovo complesso arrangiamento orchestrale con retrogusti quasi orientaleggianti.

Into The White propone di nuovo l’interscambio delizioso tra le acustiche di Stevens e Davies, e la voce raddoppiata di Cat. On The Road To Find Out, tra percussioni, elettriche insinuanti e tastiere immanenti suona più moderna e lavorata, quasi inquietante e sembra una di quelle più cambiate rispetto alla versione del 1970, a mio parere molto più bella; a seguire il capolavoro assoluto del disco, quella Father And Son che rimane uno dei più affascinanti inni intergenerazionali di sempre, oggi come ieri, con un nuova breve intro con uso di lap steel, poi vieni preso da quella sublime melodia che si insinua sottopelle e ti trasporta. Chiude la breve e pianistica Tea For The Tillerman, un riassunto in meno di un minuto dei temi dell’album. Se volete un parere personale, meno bello dell’originale, ma comunque sempre un buon album, non solo per fan.

Bruno Conti

Il Vangelo di Augusto… Secondo Graziano. Graziano Romani – Augusto

graziano romani augusto

Graziano Romani – Augusto: Omaggio Alla Voce Dei Nomadi – Route 61 Music

Alcuni anni fa, al termine di un bel concerto di Graziano Romani in quel di Pavia (al Bar Trapani per la precisione), ho avuto la possibilità insieme all’organizzatore Paolo Pieretto, e al partner di quella serata di Romani, Max Marmiroli, di chiedere (come si fa sempre in queste occasioni) a Graziano se era in programma l’uscita di un nuovo disco e quelle che erano le sue voglie musicali (per intenderci, se proseguire il percorso dei CD dedicato ai fumetti), e fin d’allora il nostro amico manifestava un alto interesse di riuscire prima o poi a dedicare un tributo alle canzoni dei Nomadi e Augusto Daolio. E ora fortunatamente quel “poi” è arrivato, con il 24° disco della sua corposa carriera (compresi quelli con le sue band, i mitici Rocking Chairs e i meno noti Megajam 5), portando nel consueto e abituale Bunker Studio di Rubiera la sua attuale “line-up” composta da Max Marmiroli (amico di lunga data di Graziano) al sax, flauto, armonica e percussioni, Follon Brown alle chitarre, Lele Cavalli al basso, Nick Bertolani alla batteria, Gabriele Riccioni alle tastiere, e Lorenzo Iori al violino, dando così una nuova vita a brani più o meno noti dei Nomadi, risalenti al periodo compreso tra gli anni ‘60 e ‘70, e facendoli risplendere sotto una nuova luce con un progetto multiforme.

Il viaggio attraverso la via Emilia inizia con Augusto Cantaci Di Noi, brano che Romani aveva già inserito nell’album Storie Della Via Emilia (01), e che in questa occasione viene riproposto anche in chiusura di questo lavoro in versione più breve, poi a seguire arrivano le famose Tutto A Posto, rifatta in una versione rock-blues che mette in rilievo la bravura della band di Graziano, e l’accattivante melodia di Un Giorno Insieme, per poi riproporre due cover d’autore come L’Auto Corre Lontano (Ma Io Corro Da Te), nella versione originale Wichita Lineman di un musicista superbo come Jimmy Webb (che Romani ama moltissimo), con in sottofondo il sax di Marmiroli, e meritoriamente recuperare una Ala Bianca, vecchio singolo dei Nomadi, ovvero Sixty Years On di Elton John, riletta in una versione semi-psichedelica 

Si riparte per Casalgrande (paese d’origine di Romano), pescando sempre dal repertorio di Francesco Guccini con la mitica Canzone Per Un Amica, riproposta in modalità rock stradaiolo, con un impronta del sax che sembra uscire dalle labbra del compianto Clarence Clemons, per poi ritornare all’anima blues di Non Credevi e Ritornerai ( Sulla Strada), grazie al sapiente uso di armonica e chitarre.

Ecco anche la poco conosciuta Mercante E Servi con un“groove” marcato e l’ottimo lavoro alla chitarra di Follon Brown, e la ripresa di una sempre iconica Per Fare Un Uomo, dove ancora un volta Max Marmiroli dà il meglio di sé. Ci si avvia quindi alla fine del viaggio con una “fumettistica” Gordon, canzone simbolo dell’album, almeno per chi scrive, più innovativo dei Nomadi, seguita da una accelerata versione di Ti Voglio un classico di Bob Dylan, la celeberrima I Want You, con un’armonica a bocca martellante, e riproporre infine una ballata poco conosciuta come Mille E Una Sera, e terminare in gloria in vista di Novellara (paese d’origine di Augusto Daolio) con la ripresa di Augusto Cantaci Di Noi, in una versione più rock, ma anche più breve. Penso che per la riuscita di questo lavoro non sia trascurabile il fatto che da ragazzino Graziano Romani era spesso sotto il palco dei Nomadi, ad ascoltare Augusto che cantava quelle canzoni che parlavano di forza e amore, e che a distanza di tempo oggi come ieri siano ancora attuali.

Penso anche che a differenza dei due tributi dedicati a Bruce Springsteen, Soul Crusaders e Soul Crusaders Again, in questo caso forse Romani lo abbia sentito ancora più nelle sue corde, con la sua bellissima voce sempre più riconoscibile, regalandoci un omaggio alla voce dei Nomadi, pieno di belle canzoni, interpretate con amore e tanta passione, accompagnato da un nucleo di grandi musicisti italiani (una menzione particolare per il più volte ricordato Max Marmiroli), che ha contribuito in modo determinante alla riuscita del disco. Fine del viaggio. *NDT: Mi permetto di fare un inciso: negli anni ’60 e ’70 i discografici italiani hanno “banchettato” come Corvi (c’era pure il gruppo), traducendo in italiano i vari successi inglesi e americani dell’epoca, facendo la fortuna di molti gruppi “senza arte ne parte”, ma non è il caso dei Nomadi, che su questo ci hanno costruito spesso intere carriere.

Tino Montanari

Lo Springsteen Del…Sabato: Finalmente E’ Tornata La “Vera” E Street Band! Esce il 23 Ottobre. Bruce Springsteen – Letter To You

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Bruce Springsteen – Letter To You – Columbia/Sony CD

Il titolo del post odierno necessita di una spiegazione, dal momento che nelle ultime due decadi non è che Bruce Springsteen di dischi con la E Street Band non ne abbia fatti. Per l’esattezza, da quando il Boss ha rimesso insieme il suo storico gruppo nel 1999 per il Reunion Tour gli album pubblicati con esso alle spalle sono stati cinque, due eccellenti (The Rising e Wrecking Ball), uno buono (Magic), uno deludente (Working On A Dream) ed uno, visto di chi stiamo parlando, inqualificabile (High Hopes). Il problema comune di tutti questi lavori era però un suono esageratamente gonfio e bombastico, figlio di una produzione troppo moderna e poco in linea con il famoso signature sound degli E Streeters (ad opera prima di Brendan O’Brien e poi di Ron Aniello): in pratica per risentire il suono tipico dei nostri su un disco in studio bisognava ritornare a Born In The U.S.A., dato che Tunnel Of Love era suonato all’80% dal solo Springsteen ed i vari membri del gruppo apparivano in una o due canzoni ciascuno. Anzi, qualche purista giudicherebbe anche il suono di Born In The U.S.A. troppo “rotondo” (non a torto), e quindi bisognerebbe andare ancora più indietro fino a The River.

Lo scorso anno però il Boss ha fatto qualcosa che non aveva mai fatto prima, e cioè riunire il gruppo al completo (quindi gli storici Max Weinberg, Roy Bittan, Little Steven, Nils Lofgren e Garry Tallent ed i “nuovi” Charlie Giordano e Jake Clemons, oltre alla moglie Patti Scialfa – manca quindi la violinista Soozie Tyrell) per cinque giorni a novembre nel suo studio casalingo al fine di registrare un intero album in presa diretta, senza sovraincisioni, selezionando nove canzoni scritte di recente e tre risalenti a prima del suo esordio del 1973. Il risultato è Letter To You (che uscirà in tutto il mondo il 23 ottobre, stranamente senza edizioni deluxe), un album che fin dal primo ascolto si rivela davvero splendido, ed in cui finalmente riusciamo a sentire il vero suono della E Street Band, il pianismo liquido del formidabile Bittan, il drumming secco e preciso di Weinberg, il suono ruspante delle chitarre di Bruce, Lofgren e Van Zandt, nonché il vecchio ed amato suono del sassofono. Il disco è prodotto da Springsteen ancora con Aniello, ma stavolta non ci sono artifici sonori di sorta, tutto fila liscio e con i suoni giusti, come ancora oggi è possibile ascoltare duranti i concerti dei nostri.

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Ma non sarei qui a parlare di un gran disco se oltre al suono non ci fossero anche le canzoni, ed in effetti Letter To You (che ha una copertina “natalizia”, una bellissima foto di Bruce scattata a New York davanti a Central Park) di brani splendidi ne contiene più d’uno: i testi sono intimi, personali, anche autobiografici, e si passa dalle classiche ballate lunghe e scorrevoli dominate dal piano e dalle chitarre ai pezzi rock più coinvolgenti, perfetti per essere suonati dal vivo quando i nostri potranno riprendere l’attività live in sicurezza (pare non prima del 2022). Insomma, il disco che i fan del Boss della prima ora aspettavano da anni, e che secondo me ritroveremo fra un paio di mesi nelle classifiche dei migliori dell’anno a lottare probabilmente per i primissimi posti. Il CD comincia in maniera delicata, quasi come se Bruce volesse entrare in punta di piedi: One Minute You’re Here è una ballata acustica che inizia per voce e chitarra e poi viene raggiunta da un synth discreto, mentre il nostro tesse una melodia profonda e toccante, poi nel finale arriva il pianoforte ed una leggera percussione. Sembra quasi un brano che funge da link con Western Stars dello scorso anno, ma senza l’orchestra https://discoclub.myblog.it/2019/06/16/lo-springsteen-della-domenica-un-boss-californiano-ad-alti-livelli-bruce-springsteen-western-stars/ .

La title track, che gira da un mesetto online, è una classica rock song alla moda dei nostri, con un intro potente, il piano di Bittan che si fa sentire, le chitarre e l’organo che non si tirano indietro e Bruce che esegue un breve ma incisivo assolo in stile twang. Ah, dimenticavo: la canzone è bella. Ancora meglio Burnin’ Train, una rock song potente con le chitarre in tiro, un motivo di base epico ed un refrain che prende all’istante: Weinberg picchia come sa ed il solito pianoforte di Bittan, finalmente di nuovo protagonista, scorre sullo sfondo. Janey Needs A Shooter è uno dei tre brani vintage, noi la conosciamo nella versione del 1980 di Warren Zevon ma Bruce l’aveva scritta nei primi anni settanta e poi lasciata in un cassetto: questa versione è molto diversa da quella di Zevon (anche nel testo), molto più lenta ma in definitiva di gran lunga migliore, una ballatona elettrica splendida, con una melodia di quelle che colpiscono al primo ascolto ed un accompagnamento maestoso da parte della band (e, sono stufo di dirlo, sentite il pianoforte). Posso dirlo: se non fosse per la voce più matura sembrerebbe una outtake di Darkness On The Edge Of Town, grandissima canzone, sette minuti imperdibili.

Last Man Standing è un’altra rock ballad saltellante e coinvolgente, di nuovo con “quel” suono completato da un paio di ottimi interventi del sax di Jake che finora era rimasto abbastanza nelle retrovie, The Power Of Prayer è introdotta splendidamente dal piano fino all’ingresso potente della band, per un brano ritmato, trascinante e con una linea melodica tra le più immediate del disco. Quando ho letto che fra i titoli c’era House Of A Thousand Guitars ho subito a pensato ad una cover dell’amico Willie Nile, ma invece si tratta di un pezzo scritto da Bruce, una rock ballad che forse è un filino inferiore alle precedenti come script ma è sostenuta da un suono spettacolare che la rende comunque bella, e capace di crescere ascolto dopo ascolto. Rainmaker inizia con una slide acustica doppiata dal piano ed un motivo attendista, ma dopo pochi secondi arriva il muro del suono degli E Streeters ed il brano cambia pelle all’istante, mentre If I Was The Priest è il secondo brano “antico” (fa parte addirittura di quelli del famoso provino per John Hammond Sr.), una sontuosa e suggestiva ballata elettrica di quasi sette minuti, con il songwriting tipico dello Springsteen degli esordi che si sposa alla grande con l’accompagnamento classico da parte della band (e Bittan è il solito spettacolo, una ipotetica stelletta del giudizio finale è tutta sua, forse anche due).

Ghosts è il pezzo più rock’n’roll di tutto l’album, un brano chitarristico dalla coinvolgente melodia in crescendo ed un ritornello magnifico: sono certo che farà faville dal vivo, non appena i nostri potranno ricominciare a calcare i palcoscenici. Song For Orphans è il terzo ed ultimo pezzo risalente ai primi seventies (e Bruce l’ha suonata una volta sola, a Trenton, New Jersey, durante il tour acustico di Devils And Dust, concerto documentato negli archivi live del Boss https://discoclub.myblog.it/2019/04/01/lo-springsteen-del-1-aprile-non-e-uno-scherzo-acustico-e-ricco-di-sorprese-bruce-springsteen-trenton-2005/ ) ed è un capolavoro, una ballata cadenzata ed elettrica, abbastanza influenzata da Bob Dylan (ricorda vagamente My Back Pages), eseguita con un feeling mostruoso e con la band che è una goduria nella goduria: cosa aspettavano ad inciderla? Il finale è appannagio di I’ll See You In My Dreams, ennesima rock ballad di altissimo livello con un testo toccante in cui Bruce ricorda le persone che ha perso per strada negli anni ed una parte strumentale superba. Sinceramente pur con tutto l’ottimismo possibile non mi aspettavo da Bruce Springsteen un album del calibro di Letter To You, e soprattutto non di ascoltare la E Street Band suonare come non si sentiva da decenni: disco dell’anno?

Marco Verdi

Più Di Dieci Anni Per Completarlo, Ma E’ Venuto Veramente Bene. Rev. Greg Spradlin & The Band Of Imperials – Hi-Watter

rev. greg spradlin and the band of imperials - hi-watter

Rev. Greg Spradlin & The Band Of Imperials – Hi-Watter – Out Of The Past Music

Jim Dickinson, grande amico e mentore di Greg Spradlin, muore nell’agosto del 2009: a questo punto il nostro amico decide che forse è arrivato il momento di completare quell’album che era in fase di registrazione da un po’ di tempo. Ma essendo un tipico rappresentante del Sud degli States (viene da Little Rock, Arkansas, dove è stato registrato parte dell’album, il resto sulle colline di Silverlake, nei pressi di LA, anche se non manca un certo spirito Swamp), più di tanto non può accelerare le procedure, anche per una lunga serie di contrattempi, anche importanti, comunque canzone dopo canzone, e in un arco di tempo di nove anni, il lavoro procede, il Reverendo aveva coinvolto altri amici per registrare l’album: un altro bravo chitarrista, che come Spradlin sappia suonare anche il basso, e all’occorrenza la batteria, un certo David Hidalgo che suona nei Los Lobos potrebbe andare bene, ma un batterista comunque ci vuole, che ne dite di Pete Thomas degli Imposters di Elvis Costello, al basso Davey Farragher (con una r però), che suona anche lui con Costello, ma in passato con Hiatt e e di recente con Richard Thompson, se non può venire facciamo noi, per le tastiere Rudy Copeland, uno che ha suonato con Solomon Burke e Johnny Guitar Watson, scomparso nel 2018 e sostituito da Charlie Gillingham dei Counting Crows, anche lui alle tastiere.

A questo punto, per produrre l’album con Greg, pure lui dall’Arkansas, arriva Jason Weinheimer, che è anche un chitarrista e ha fatto dei dischi con Steve Howell https://discoclub.myblog.it/2020/09/21/tra-jazz-e-blues-acustico-un-trio-molto-raffinato-steve-howell-dan-sumner-jason-weinheimer-long-ago/ , e per mixare l’album, visto che nel frattempo, dopo una lunga gestazione, lo abbiamo finito, Tchad Blake, che ha già lavorato con Hidalgo. L’album, oltre ad essere finito, è venuto anche bene, esce per una piccola etichetta, dal nome propedeutico,Out Of The Past Music, quindi non sarà facile da trovare, ma questa miscela di soul classico, gagliardo rock, blues e musica della Louisiana funziona alla grande, e Hi-Watter è un disco che vale la pena di ascoltare. Scusate se forse vi ho tediato con la lista dei nomi, ma secondo me nella musica contano, eccome se contano: vediamo dunque le canzoni.

Gospel Of The Saint è una piccola meraviglia tra gospel e soul, con un call and respone tra due voci, quella di Greg e Rudy, in modalità Billy Preston, che evoca anche il sound degli Staple Singers, una chitarra pungente, l’organo scivolante di Copeland e il ritmo ondeggiante della ritmica che trasuda serenità e gioia, Hell Or Hi-Watter è uno dei pezzi più tirati e robusti, con chitarre acidissime e organo che ci danno dentro di brutto, mentre Stainless Steel è una soul ballad maestosa, quelle che solo nel deep South sanno fare (per la verità anche la Band sapeva come maneggiare questo materiale), la fisarmonica aggiunge quel tocco di fascino in più interagendo con organo e chitarra ispiratissimi, Jessica Lee, Holly Bradley e Ashley Courtney (non so dirvi quale delle tre o forse tutte) aggiungono un sapido tocco vocale femminile.

Per l’alternanza di brani lenti ed iniezioni rock I Drew Six è un sano rock and roll, come quelli che babbo Jim Dickinson aveva insegnato ai figli Luther e Cody, e quel po’ po’ di musicisti che suonano nel disco, soprattutto le chitarre, fanno sudare gli strumenti in una veemente scarica di R&R; la successiva Don’t Make Me Wait sarà mica una ballata? Certo che sì, una di quelle che Greg Spradlin ascoltava da ragazzino sui dischi Stax della mamma, ma anche di Sam Cooke e Solomon Burke, vista la frequentazione dell’organista Copeland con il “King of Rock ‘n’ Soul“, con Rudy che restituisce quello che ha imparato, a seguire il riff’n’roll della cadenzata Go Big, sempre con chitarre inc…ose e cattive che essudano suoni senza tempo, ma sempre attuali. What Would I Do indovinate, sarà mica un lento, questa volta si va sul blues, uno slow con chitarra d’ordinanza che ricorda il Clapton più ispirato dei primi anni ‘70, e che assolo ragazzi!

Sweet Baby interrompe l’alternanza, un brano che ci riporta al suono degli Stones “americani”, con il plus di un organo alla Garth Hudson, un’altra perla di canzone che conferma la classe di Greg Spradlin anche come chitarrista, che infine congeda l’ascoltatore con la lunga The Maker, una canzone dedicata all’Onnipotente, un formidabile brano dove David Hidalgo e Spradlin incrociano le loro soliste in un duello senza limiti di squisita fattura, che potrebbe rimandare alle sfide tra Betts e Allman, o anche a quelle dei Los Lobos più ispirati. Che aggiungere di altro, grande disco, veramente una bella sorpresa!

Bruno Conti

Grande Rock & Roll, Da Parte Di Uno Che Sa Come Farlo! Robert Gordon – Rockabilly For Life

robert gordon rockabilly for life

Robert Gordon – Rockabilly For Life – Cleopatra CD

Robert Gordon alla bella età di 73 anni non ha ancora perso la voglia di fare musica, ed a più di un lustro dal suo ultimo lavoro (I’m Coming Home, 2014) si rifà vivo con uno dei dischi più importanti della sua carriera. Rockabilly For Life è un titolo che racchiude perfettamente la visione musicale di Gordon, che a parte un breve periodo punk-rock negli anni settanta ha sempre avuto nel rock’n’roll degli anni cinquanta il suo genere di riferimento. Anzi, Gordon è un personaggio per il quale il tempo si è davvero fermato alla seconda metà dei fifties, sia per il suo look da eterno “teddy boy” sia soprattutto per la musica che ha sempre proposto con alterne fortune ma con un’invidiabile coerenza artistica, collaborando spesso con grandi chitarristi (Link Wray https://discoclub.myblog.it/2014/10/25/peccato-la-qualita-sonora-perfetta-il-concerto-fantastico-robert-gordon-link-wray-cleveland-78/  e Danny Gatton, tanto per citarne due) e facendo la musica che lo divertiva di più.

Rockabilly For Life, pubblicato dalla controversa etichetta californiana Cleopatra (che però questa volta non sembra avere fatto danni fatto danni), è un viaggio da parte del rocker del Maryland attraverso quindici canzoni del bel tempo che fu, una serie di brani che però non sono classici assodati del rock’n’roll bensì pezzi piuttosto oscuri appartenenti al repertorio di artisti che molto spesso non vengono neppure citati nelle enciclopedie specializzate, nomi come Benny Joy, Billy Eldridge, Bobby Lord, Wynn Stewart, Bob Luman, Tony Orlando, Roy Hall e Johnny Burnette (forse il più “famoso” di tutti). Inciso ad Austin tra gennaio e febbraio del 2019 con la produzione di Danny B. Harvey e la collaborazione della Reference Mix Band (lo stesso Harvey alla chitarra, Pierre Pelegrin al basso e Paul Vezelis alla batteria), l’album presenta quindici pezzi che vedono la presenza di un ospite diverso in ogni canzone, con diversi nomi a noi molto noti e perfino qualche vera e propria leggenda vivente della nostra musica. Un disco importante fin dalla sua presentazione quindi, ma una volta ascoltato devo fare un plauso allo stesso Gordon che nonostante gli anni e la non più assidua attività è ancora un rocker coi fiocchi, capace di intrattenere e coinvolgere senza problemi l’ascoltatore (ospiti o non ospiti), e tuttora in possesso di una grinta che musicisti che potrebbero essere suoi nipoti si sognano.

Il CD si apre subito in maniera trascinante con Steady With Betty, un movimentato boogie con un uso del basso molto pronunciato ed un assolo tagliente da parte di James Williamson (ex Stooges), un brano tra punk, surf e rockabilly. Chris Spedding è stato per anni partner di Gordon, e qui torna a fianco del suo amico di lunga data per una Let’s Go Baby saltellante ed assolutamente godibile, sullo stile di pionieri come Gene Vincent e Eddie Cochran; il grande Albert Lee lo si riconosce dopo due note, e qui mette il suo “chicken pickin’ style” al servizio della limpida Everybody’s Rockin’ But Me, un country’n’roll perfetto per il vocione del nostro, mentre Linda Gail Lewis, sorella mai troppo considerata del leggendario Jerry Lee, ci fa ascoltare il suo pianismo debordante e la sua voce grintosa nella cadenzata She Will Come Back, altro pezzo giusto a metà tra rock’n’roll e country. Paul Shaffer è stato per decenni il direttore della house band del Late Show With David Letterman, un musicista ed arrangiatore formidabile che in Try Me si “limita” a suonare il pianoforte (ma sentite il suo assolo, da paura), mentre Gordon rockeggia che è un piacere in mezzo a chitarre a manetta e ritmo forsennato: strepitosa.

Dale Watson è un countryman tra i più bravi e la sua voce baritonale si integra benissimo con quella di Robert in I’m Glad My Baby’s Gone Away, un honky-tonk elettrico tutto da godere; Kathy Valentine era la chitarrista delle Go Go’s di Belinda Carlisle, e nel travolgente boogie-swamp Please Give Me Something dà dei punti a tanti maschietti con una performance da consumata axewoman, ed il ritmo non molla neppure nella seguente Black Cadillac, un jump-blues irresistibile dove alla batteria troviamo Clem Burke dei Blondie. Ed ecco il grande Dave Alvin, manco a dirlo l’avvincente Three Alley Cats sembra al 100% una outtake dei Blasters, mentre la cadenzata If You Want It Enough vede Jimmy Hall, cantante dei Wet Willie, doppiare all’armonica la voce del nostro con ottima perizia; la brava Rosie Flores porta un po’ di Texas rock’n’roll all’interno del disco, prestando la sua voce e chitarra solista nell’adrenalinica Hot Dog That Made Her Mad. Siamo quasi al termine, ma c’è ancora spazio per il granitico rock-blues One Cup Of Coffee che vede il grande Joe Louis Walker far cantare splendidamente la sua solista https://www.youtube.com/watch?v=RSbAn6kHQEM , a cui fanno seguito il rockabilly swingato I’ve Had Enough con il countryman Steve Wariner alla lead guitar ed il gradevole e ritmato country-rock Would Ja in cui Robert duetta con Emanuela Hutter, per concludere con una leggenda, Steve Cropper, che arrota da par suo nella guizzante rock ballad fifties-oriented Knock Three Times.

Come bonus abbiamo le stesse canzoni presentate come “reference mixes”, cioè Gordon e la house band senza gli ospiti, in pratica due volte di fila lo stesso album. Ma basta ed avanza la prima parte, quindici canzoni di puro intrattenimento rock’n’roll che vanno a formare uno dei dischi più divertenti degli ultimi mesi.

Marco Verdi

E Finalmente E’ Arrivato Il Dessert! Blue Oyster Cult – The Symbol Remains

blue oyster cult the symbol remains

Blue Oyster Cult – The Symbol Remains – Frontiers CD

I Blue Oyster Cult, band americana da sempre tra i gruppi di punta dell’età d’oro del “classic rock” anni 70, fino allo scorso anno erano fermi discograficamente al live del 2002 A Long Day’s Night, ma quest’anno hanno recuperato il tempo perduto con gli interessi. Infatti da gennaio in poi i BOC hanno ristampato per l’etichetta nostrana Frontiers i loro tre ultimi lavori di studio (Cult Classic del 1994, Heaven Forbid del 1998 e Curse Of The Hidden Mirror del 2001) e pubblicato ben quattro live album inediti, il tutto per preparare i fans al piatto forte di questa sorta di menu degustazione che era il tanto atteso nuovo album di inediti, il primo in 19 anni. Fino a qualche anno fa sembrava che ad Eric Bloom e Donald “Buck Dharma” Roeser, cioè gli unici due membri fondatori ancora nel gruppo, non interessasse affatto scrivere ed incidere nuovo materiale, ma negli ultimi tempi i due hanno cambiato opinione decidendo di regalare ai loro estimatori almeno un’ultima testimonianza in studio e hanno cominciato con molta calma (pare nel 2017) a lavorarci.

Il risultato è ora nelle nostre mani, un disco nuovo di zecca intitolato The Symbol Remains (sulla cui copertina campeggia il loro ben noto logo, trasformato in una sorta di devastante “wrecking ball”), un riuscito album che mischia come d’abitudine dei nostri hard rock di elevata potenza a brani più moderati ed orecchiabili e che si rivela come il loro lavoro migliore da molto tempo a questa parte (NDM: penso che ora che è uscito il nuovo CD la prevista ristampa di A Long Day’s Night e l’ennesimo live inedito registrato in Germania nel 2016 slittino a data da destinarsi). Bloom e Roeser sono accompagnati dal chitarrista Richie Castellano, da diversi anni nella band ma all’esordio su un disco in studio, dal bassista Danny Miranda (già coi BOC dal 1995 al 2004 e poi di nuovo dal 2017) e dal batterista Jules Radino, nel gruppo dal 2004. The Symbol Remains è un disco di puro rock fatto alla maniera classica, un lavoro decisamente energico e con le ballate ridotte al minimo, 14 canzoni forse non tutte allo stesso livello e che forse non riprendono la magia delle incisioni dei primi quattro album dei nostri, ma che, Imaginos a parte che era un mezzo capolavoro fuori tempo massimo, vanno a formare il loro album più riuscito almeno da Fire Of Unknown Origin.

E questo nonostante il fatto che The Symbol Remains sia un disco “democratico”, dove cioè per quanto riguarda la composizione Roeser e Bloom lasciano spesso spazio a Castellano (che scrive ben quattro pezzi da solo) e perfino a Tadino, mentre i testi sono in buona percentuale opera dello scrittore sci-fi John Shirley, collaboratore della band da diversi anni; tra i tanti musicisti ospiti del CD c’è anche il loro ex compagno Albert Bouchard, che in That Was Me suona la “mitica” cowbell (se volete sapere perché mitica andate su Google e cercate “Blue Oyster Cult – more cowbell – Saturday Night Live). E proprio con That Was Me inizia l’album, una hard rock song potente e dal riff martellante, un avvio molto energico quasi alla Alice Cooper che ci mostra in maniera prepotente che i nostri non sono dei vecchietti che cercano di rimpolpare la pensione. La tipica voce melodiosa di Roeser (che per tutto il disco si alterna con quella più grintosa di Bloom, e pure Castellano ci fa ascoltare il suono della sua ugola) introduce Box In My Head, sempre con ritmo e chitarre in primo piano ma un motivo più strutturato e fruibile, come è nello stile dei nostri dopotutto. Tainted Blood è una rock ballad un po’ AOR, ma con le chitarre al posto dei synth ed un ritornello corale che sembra preso da un disco dei Toto, il tutto piuttosto ben fatto: questi sono i BOC targati 2020, e tutto sommato visto certo ciarpame che c’è in giro stiamo parlando di musica rock eseguita con classe.

Nightmare Epiphany è saltellante e frenetica, meno incisiva dal punto di vista dello script ma che dal vivo farà la sua figura (e Roeser si dimostra un axeman coi fiocchi con un finale pirotecnico), Edge Of The World è una giusta mediazione tra rock duro e melodia, che è sempre stata la caratteristica del sound dei BOC ma qui sembrano crederci di più rispetto ad altre volte; The Machine è introdotta dallo squillo di un cellulare ma poi entra un riff chitarristico godurioso ed il pezzo si rivela una rock’n’roll song tra le più dirette del CD. Rock’n’roll che continua con la tosta e trascinante Train True (Lenny’s Song), tutta ritmo e chitarre (Buck Dharma è nel suo ambiente naturale), ed il tiro non si abbassa neppure con The Return Of St. Cecilia, che anzi ha un drumming ed una serie di riff quasi punk, stemperati solo dal refrain corale. Stand And Fight ha un intro di basso e chitarra pesantissimo, siamo quasi dalle parti dei Metallica, ma per fortuna la voce è diversa e quindi il brano prende una direzione differente pur confermandosi il più duro del disco; la morbida Florida Man, gradevole e dal sapore più pop (bello questo saltellare tra uno stile e l’altro con disinvoltura) precede la lunga The Alchemist, indicato come uno dei pezzi centrali del progetto, una canzone epica con un testo preso in parte da un’opera di H.P. Lovecraft e che per struttura ed andatura melodica ricorda (volutamente?) la mitica Astronomy, pur non arrivando certo a quel livello (però sentite come arrota Roeser). La ritmata e piacevole Secret Road è una boccata d’aria fresca e prelude alle conclusive There’s A Crime, riffatissima ma non imperdibile, ed all’elegante Fight, ancora leggermente AOR ma di quello giusto.

Non so se nel calendario cinese il 2020 sia “l’anno dell’ostrica”, di sicuro lo è in quello del classic rock d’annata, con ottobre come mese più importante.

Marco Verdi