Dopo Cinque Anni Di “Assenza” Sono Più In Forma Di Prima! Micky & The Motorcars – Long Time Comin’

micky & the motorcars long time comin'

Micky & The Motorcars – Long Time Comin’ – Thirty Tigers CD

Tornano a ben cinque anni di distanza dal loro ultimo lavoro Hearts From Above (quattro se contiamo il bellissimo live del 2015 Across The Pond https://discoclub.myblog.it/2015/10/12/dei-migliori-live-minori-dellanno-micky-the-motorcars-across-the-pond-live-from-germany/ ) i bravi Micky & The Motorcars, quintetto guidato da Micky e Gary Braun, fratelli originari dell’Idaho ma da anni trapiantati ad Austin, Texas. I due Braun Brothers sono soltanto la metà di altri due fratelli, Cody e Willy Braun, che a loro volta sono i leader dei noti Reckless Kelly (ed il loro padre è il countryman di culto Muzzie Braun). Una famiglia dalle profonde radici musicali quindi, e con tutti i componenti dotati di un notevole talento: attivi dal 2003, Micky e le sue Autovetture hanno infatti proposto da subito un country-rock elettrico e coinvolgente, dove ritmo e chitarre la fanno da padroni e le melodie orecchiabili vanno di pari passo con l’accompagnamento robusto. Più country dei Reckless Kelly, Micky e Gary (entrambi chitarristi, mentre Micky è anche la voce solista) non hanno mai fatto un disco sottotono, ed il mio dubbio era che dopo cinque anni di silenzio avessero un po’ perso lo smalto.

Niente di più lontano dalla verità: Long Time Comin’ è un altro lavoro solido, piacevole e coinvolgente allo stesso tempo, con una serie di canzoni fatte apposta per piacere al primo ascolto; oltre ai due leader troviamo ancora i fidi Joe Fladger al basso e Bobby Paugh alla batteria, mentre il posto della chitarra solista di Pablo Trujillo è stato preso da Josh Owen, che suona anche la steel. L’avvio del CD è al fulmicotone con la splendida Road To You, una country song tersa e solare dalla melodia vincente, che ricorda non poco il primo Steve Earle, che aveva lo stesso tipo di approccio rock: too rock to be country, too country to be rock, si diceva (così come Joe Ely negli anni settanta). La cadenzata Rodeo Girl potrebbe essere il genere di brano che avrebbe fatto Tom Petty se fosse nato in Texas: diretta, robusta e con le chitarre in primo piano; Alone Again Tonight è Americana al 100%, vibrante e decisamente bella, ancora con le chitarre a dominare affiancate da un organo hammond; Lions Of Kandahar ha un intro duro, al limite della psichedelia, poi Micky inizia a cantare e riporta tutto su territori più familiari, ma il pezzo resta decisamente rock e potente, con un bel crescendo strumentale https://www.youtube.com/watch?v=gotK5DVs9po .

All Looks The Same è più lenta ma mantiene comunque una certa tensione elettrica, e spunta anche un’armonica leggiadra, Thank My Mother’s God ha un ritmo sostenuto nonostante una strumentazione in parte acustica, ed è il brano più country finora, mentre Break My Heart è nuovamente puro rockin’ country, con l’ennesimo connubio vincente tra melodia e ritmo, ed è tra le più piacevoli, in contrasto con la lenta Run To You, una ballatona romantica alla maniera texana (cioè senza eccedere in smancerie). L’album termina con la tonica Stranger Tonight, country-rock song vigorosa e col solito refrain che “acchiappa”, la bella Hold This Town Together, ballatona in odore di Eagles con ottima prestazione di Owen alla slide https://www.youtube.com/watch?v=9PIeQscl_54 , e con la bucolica e deliziosa title track, scritta insieme a Bruce Robison https://www.youtube.com/watch?v=qtQu3T78h04 . Non solo Micky & The Motorcars non si sono persi per strada, ma Long Time Comin’ è probabilmente il loro album più riuscito.

Marco Verdi

L’Ennesimo Live Album…Ma Avercene! John Fogerty – 50 Year Trip: Live At Red Rocks

john fogerty 50 year trip live at red rocks

John Fogerty – 50 Year Trip: Live At Red Rocks – BMG CD

Da quando nel 1972 Johh Fogerty sciolse i Creedence Clearwater Revival, la sua carriera solista è sempre stata all’insegna della discontinuità temporale. Solo due dischi negli anni settanta (anzi tre, ma Hoodoo venne rifiutato dalla Asylum, l’etichetta dell’epoca di John, e non venne mai pubblicato ufficialmente), altri due negli anni ottanta dopo dieci anni di silenzio (con in mezzo la battaglia legale con la Fantasy ed il suo ex boss Saul Zaentz), uno solo nei novanta, lo splendido Blue Moon Swamp, e “ben” quattro nel nuovo millennio, anche se l’ultimo composto da canzoni nuove risale ormai a 12 anni fa (Revival). Da quando ha ricominciato a pubblicare dischi con continuità (si fa per dire, appunto), Fogerty ci ha anche gratificato di più di un album dal vivo: Premonition nel 1998, The Long Road Home In Concert nel 2006 ed il DVD Comin’ Down The Road nel 2009. Qualcuno in questi anni ha accusato John di cucinare con gli avanzi riciclando sempre le stesse canzoni (ricorderei anche l’antologia Long Road Home e l’album di vecchi successi rifatti in duetto con vari artisti Wrote A Song For Everyone https://discoclub.myblog.it/2013/06/06/sempre-le-stesse-canzoni-ma-che-belle-john-fogerty-wrote-a-s/ ), ma quando si parla del songbook del rocker californiano sono comunque avanzi che parecchi suoi colleghi non “assaggeranno” mai, neanche come portata principale in una cena di gala.

Fogerty è infatti uno degli autori più importanti di sempre, i cui brani sono per la maggior parte diventati degli standard della musica mondiale, uno che può stare tranquillamente nello stesso club di Bob Dylan, Van Morrison, Neil Young, Paul Simon ed anche il Robbie Robertson di quando era ancora il leader di The Band. Quest’anno John ha celebrato in giro per l’America non i 50 anni di carriera, ma le cinque decadi da quell’irripetibile 1969 in cui diede alle stampe ben tre dei quattro album più leggendari dei Creedence: Bayou Country, Green River e Willie And The Poor Boys (il quarto, Cosmo’s Factory, uscirà nel 1970), ed ora ha deciso di celebrare l’evento con la pubblicazione di 50 Year Trip: Live At Red Rocks, registrato nella famosa location di Morrison in Colorado lo scorso 20 Giugno, e disponibile per il momento solo in USA (in Europa uscirà il 24 Gennaio, ma spendendo qualche euro in più potete accaparrarvi anche adesso senza grossi problemi la versione americana. * NDB Comunque stranamente poi, in Italia, di tutti i paesi del mondo, Il CD è stato pubblicato, e pure a un prezzo molto più basso). Un altro live di Fogerty quindi? Sì, ma ci si poteva anche aspettare che questo tour fosse festeggiato con un’uscita discografica ad hoc, e poi comunque vorrei riallacciarmi al discorso imbastito prima affermando che, pur essendo le scalette dei suoi concerti sempre simili fra loro, Fogerty dal vivo è sempre una goduria assoluta, sia per il livello insuperabile dei brani sia per le performance infuocate che John a 74 anni suonati è ancora in grado di garantire, sia dal punto di vista strumentale che soprattutto vocale.

Il CD è singolo (non c’è stranamente il DVD), in quanto il nostro ha scelto di privilegiare solo i pezzi del suo repertorio e ha purtroppo escluso le cover non riconducibili né ai Creedence né al suo periodo solista eseguite quella sera, e sto parlando di brani di John Lennon (Give Peace A Chance), Beatles (With A Little Help From My Friends), The Who (My Generation) e Sly & The Family Stone (Everyday People e Dance To The Music). Ma quello che c’è basta ed avanza, ed è suonato in maniera strepitosa dal nostro e dalla sua eccellente band, che comprende i figli Shane (chitarra e voce) e Tyler Fogerty (voce), il formidabile batterista Kenny Aronoff (una macchina da guerra), il tastierista Bob Malone, il bassista James Lomenzo, due backing vocalist femminili ed una sezione fiati di tre elementi. E’ inutile recensire il concerto in maniera classica con l’esegesi brano per brano, dato che i titoli si commentano da soli: Born On The Bayou, Green River, Lookin’ Out My Back Door, Who’ll Stop The Rain, Hey Tonight, Up Around The Bend, Long As I Can See The Light (e se qui non vi scende una lacrimuccia siete senza cuore), Run Through The Jungle, Suzie Q, Have You Ever Seen The Rain (altro momento altamente emozionale), Down On The Corner, Fortunate Son, due esplosioni di puro rock chitarristico (ed anche Shane non è affatto male alla sei corde) del calibro di I Heard It Through The Grapevine (otto minuti straordinari, con uno splendido intermezzo pianistico di Malone) ed una Keep On Chooglin’ da stendere un toro, fino ai classici bis di Bad Moon Rising e Proud Mary, qui nettamente accelerata nel ritmo e con i fiati, quasi a voler omaggiare la versione di Ike & Tina Turner https://www.youtube.com/watch?v=xI3ZtOEBXVk .

Come vedete una setlist nettamente sbilanciata verso i brani dei Creedence, anche se gli unici pezzi del repertorio solista di John, le trascinanti Rock And Roll Girls, Centerfield e The Old Man Down The Road, non sfigurano affatto nemmeno vicino a canzoni così leggendarie. E mancano brani altrettanto mitici come Travelin’ Band, Wrote A Song For Everyone, Lodi, Rockin’ All Over The World, Almost Saturday Night e chi più ne ha più ne metta. Il disco dal vivo migliore di John Fogerty (insieme a The Long Road Home In Concert): ora però vorrei davvero un nuovo album di studio, che infatti sembrerebbe in dirittura d’arrivo per il 2020.

Marco Verdi

Forse Uno Dei Suoi Dischi Migliori, Peccato Non Esista Il CD: Old Songwriters Never Die. Max Meazza – 70’s Dreams

max meazza 70's dreams

Max Meazza – 70’s Dreams – Desolation Angels Records – Download Only 

L’album dello scorso anno di Max Meazza Together Like A Car Crash era stato il primo dell’artista milanese a non venire pubblicato in CD. Con suo grande dispiacere, come mi ha detto lo stesso Max, anche questo nuovo 70’s Dreams non esce in formato fisico, ma solo per il download: come sapete sul Blog raramente parliamo di dischi digitali (anche se in questo caso il termine è improprio, questo vocabolo ha sempre un suo fascino, a maggior ragione in questi giorni in cui arriva la notizia dagli USA che le vendite dei vinili hanno superato in volume quelle dei CD), ma per l’occasione facciamo una eccezione visto che la nuova fatica di Meazza mi sembra una delle sue migliori degli ultimi anni e tra le più valide della sua corposa discografia. Il titolo potrebbe fare anche riferimento agli anni in cui Max Meazza muoveva i primi passi nella musica, pubblicando nel 1974 l’album dei Pueblo, uno dei primi dischi italiani che fondeva il suono del country-rock e della musica west-coastiana, e grazie al singolo Mariposa entrò anche nella Hit Parade dell’epoca, tanto che la band in alcune cronache di quei tempi si meritò l’appellativo di “Eagles” italiani. Della band faceva parte anche l’ottimo chitarrista Claudio Bazzari, che negli anni è rimasto tra i collaboratori (saltuari ma ricorrenti) del nostro amico, tanto che anche nel nuovo album, sia pure sotto la forma del “campionamento”, appare nel brano Wolfman Jack.

L’album, come lascia intuire l’ultima informazione, nasce da una sorta di patchwork sonoro, dove Leonard Wolf, produttore, arrangiatore e musicista di Nashville, da qualche anno con Max, ha preparato alcune basi, sulle quali lo stesso Max ha poi inserito parti di chitarra elettrica, tastiere e Fender Rhodes, aggiungendo testi e melodie in alcuni casi, oppure utilizzando basi pre-esistenti di gruppi non notissimi come Airtone, Nordgroove Loveshadows, più altre canzoni scritte dallo stesso Max. Il risultato rientra in quello stile sonoro che il sito CD Baby, dove potete trovare a questo link https://store.cdbaby.com/cd/maxmeazza28 il download del CD, classifica come Rock: Adult Contemporary, che mi sembra una buona definizione, “moderno” nelle sonorità, ma sempre con quei richiami fascinosi ai vecchi maestri di Meazza, come l’amato John Martyn, i cantanti West Coast americani raffinati come Marc Jordan, Bill LaBounty, Marc Dupree e soci, il blue-eyed soul, insomma i soliti noti della sua musica. Quindi anche se non sempre sono d’accordo con delle sonorità a tratti troppo “sintetiche”, il disco nel complesso mi piace e mi sento di consigliarlo a chi ama questo genere (magari nuovi adepti), che ha comunque i suoi seguaci, grazie ad una serie di canzoni che sono tra le più ispirate e nostalgiche, come da titolo, rispetto al suo passato.

E così ecco scorrere le atmosfere sospese di 70’s Dreams, uno dei brani pescati dalla rete, suonata da Max, tra chitarre elettriche e tastiere vagamente pinkfloydiane, per questo strumentale inquietante, seguito da Desire Code, uno dei tipici pezzi di impostazione californiana di Meazza, dolce, serena ed avvolgente love song, con una bella melodia, grazie ad una sinuosa chitarra elettrica che la percorre continuamente, mentre un piano elettrico e le tastiere la caratterizzano, con affascinanti spunti jazzy e la voce vissuta di Max, il tutto assemblato da Wolf, che l’ha suonata ed arrangiata in quel di Nashville. Eve, https://www.youtube.com/watch?v=KmqxdwzBnps è una sorta di mosso blue-eyed soul che prende lo spunto dall’originale dei russi Nordgroove, adattato ai gusti del nostro e con qualche vago rimando al John Martyn più leggero ed elettronico dei primi anni ’80: In Fearless peraltro l’influenza di Martyn è ancora più marcata, grazie ad una malinconica melodia sottolineata dal raffinato uso del pedale della chitarra elettrica, che avvolge l’ascoltatore mentre la voce di Max quasi ti culla dolcemente. Imogene è un brano della band Airtone, al quale Meazza ha aggiunto una chitarra, oltre alla melodia e al testo, un altro brano soffuso e delicato dalla raffinata ricerca sonora esplicata in un groove insinuante.

Life Is A Game, anche se il nostro amico (plurale maiestatis) ha scritto testo e musica e suonato tutto, diciamo che non è una delle mie preferite, suono troppo eighties (che è all’incirca l’epoca in cui ho iniziato a recensire i suoi dischi per il Buscadero), decisamente meglio NowYou’re Gone, più romantica, raccolta e sussurrata https://www.youtube.com/watch?v=jdRtrYWPWy8 , e interessante anche la lunga Slave in a liquid room, un brano che era giù uscito lo scorso anno con lo pseudonimo Mask Of Dust, a cui sono stati aggiunti batteria, basso, chitarra e una voce femminile, altra canzone che va molto, forse troppo, di groove.There’s a better way, in origine dei Loveshadows di Jeff Grant, un duetto con una voce femminile, spensierato ma con un ritmo danzereccio, non mi fa impazzire, mentre apprezzo di più Where the sidewalk ends una bella ballata suonata con strumenti veri, un piano elettrico liquido, chitarre accarezzate e la voce roca e vissuta di Max Meazza https://www.youtube.com/watch?v=YcGpuxS_Gj4 , seguita dalla già citata Wolfman Jack, dedicata al grande DJ radiofonico degli anni ’50, ’60 e ’70, quello di American Graffiti per intenderci, un divertissement, un collage sonoro che poi si trasforma in un brano rock strumentale tipo quelli di Dick Dale, dei Chantays o dei Surfaris, con la parte di chitarra campionata di Claudio Bazzari, uno dei migliori chitarristi italiani https://www.youtube.com/watch?v=Bf8u5DVqcvY . Chiude un altro blue-eyed soul piacevole ma non memorabile come You can wait till next Sunday, forse dalle sonorità sintetiche accentuate ma che non inficia il giudizio comunque decisamente favorevole dell’album di un “vecchio” cantautore.

Bruno Conti

Stanno Tornando! Mandolin’ Brothers, Sabato 30 Novembre Allo Spazio Teatro 89 Di Milano Presentazione Del Nuovo Album “6”

mandolin' brothers 6mandoban

Ah, quei bei titoli di una volta, “6”, sarà mica per caso il sesto album della band pavese (diciamo di Voghera e dintorni)? Certo che sì: a cinque anni dal precedente album Far Out, e a due anni dall’uscita del disco solista di Jimmy Ragazzon,i Mandolin’ Brothers pubblicano un nuovo album anche per festeggiare 40 anni di carriera (ok i dischi hanno iniziato a farli parecchi anni dopo, ma non stiamo a spaccare il capello in quattro, anche perché non per tutti ce ne sono ancora molti). La formazione si è stabilizzata da parecchi anni in un sestetto, dove oltre a Jimmy, voce solista, armonica e chitarra acustica, ci sono Marco Rovino, chitarre, mandolino e voce, Paolo Canevari, chitarra elettrica e slide, Riccardo Maccabruni, piano, organo, fisarmonica e voce, Joe Barreca, basso e Daniele Negro, batteria.

Per questa serata speciale, che si terrà alla Spazio Teatro 89 a Milano in Via F.lli Zoia 89, ci saranno alcuni ospiti, non a sorpresa, visto che sono annunciati Paolo Bonfanti, Bruno De Faveri e Dado Bargioni; non ci sarà Jono Manson, che ha prodotto il nuovo album ai suoi Kitchen Sink Studios di Santa Fé nel New Mexico, disco che è stato registrato nel corso dell’ultimo anno tra i Downtown Studios di Pavia e il Raw Wine Studio di Buffalora (PV), Jono che sarà probabilmente presente nelle date di febbraio del tour. Il disco riporta nove nuove composizioni della band, un brano inedito di Jono Manson e una cover di Steve Earle, da sempre uno dei preferiti del gruppo, insieme agli amati Bob Dylan, Stones, Little Feat e ai grandi bluesmen della tradizione della musica americana, tanto per citare solo alcune delle influenze che animano la musica dei sei: quindi blues, rock, country, folk, roots music, vogliamo chiamarla Americana (quello che si offende se usi il termine è Dan Stuart dei Green On Red)? Ovviamente il concerto prevede, oltre alla esecuzione dei nuovi brani, anche una carrellata di canzoni dai vecchi album e qualche cover succosa scelta nel loro sterminato repertorio.

Che altro dire? Il prezzo del biglietto sarà 13 euro, 10 euro quello ridotto. Poi la settimana prossima, o comunque non appena in possesso del CD, che verrà venduto pure al Teatro, recensione dell’album sul Blog. Non mi rimane che dirvi di intervenire numerosi: se li conoscete già è quasi pleonastico dirlo, ma se non li avete mai visti dal vivo (vedere sopra), si tratta di una esperienza da fare assolutamente, in quanto siamo di fronte ad una delle migliori band in circolazione, e non solo in Italia.

Bruno Conti

Una Gran Bella Collezione Di Successi…Degli Altri! The Mavericks – Play The Hits

mavericks play the hits

The Mavericks – Play The Hits – Mono Mundo/Thirty Tigers CD

Quando ho letto che tra le uscite di Novembre c’era un album dei Mavericks intitolato Play The Hits ho subito pensato ad un’antologia o, meglio, ad un disco dal vivo incentrato sui loro brani più popolari, cosa che sarebbe stata anche logica dato il periodo pre-natalizio. Dopo essermi informato meglio ho invece constatato che Play The Hits è un lavoro nuovo di zecca da parte della band di Miami, nel quale i nostri rileggono alla loro maniera una serie di canzoni che sono stati dei successi nelle mani di altri artisti. Un album di cover in poche parole, scelta anche logica in quanto Raul Malo e compagni (Eddie Perez, Jerry Dale McFadden e Paul Deakin) fin dai loro esordi nell’ormai lontano 1991, quando venivano etichettati come country, erano in grado di interpretare qualunque tipo di musica, dal rock’n’roll al country, dal tex-mex alla ballata anni sessanta, passando per pop e ritmi latini (ricordo che Malo nasce da genitori cubani). Da quando i Mavericks si sono riformati nel 2003 la loro carriera è stata un continuo crescendo, ed il loro ultimo album di materiale originale, Brand New Day, è stato uno dei dischi più belli del 2017; lo scorso anno ci siamo divertiti con il loro album natalizio Hey! Merry Christmas! https://discoclub.myblog.it/2018/12/12/ancora-sul-natale-la-festa-e-qui-the-mavericks-hey-merry-christmas/ , ed ora Play The Hits ci fa vedere la bravura dei nostri nel prendere canzoni di provenienza abbastanza eterogenea e di plasmarle al punto da farle sembrare opera loro.

Con l’aiuto ormai abituale dei Fantastic Five (una sorta di gruppo-ombra che collabora con i nostri da diverso tempo, e che vede l’ottimo Michael Guerra alla fisarmonica, Ed Friedland al basso ed una sezione fiati di tre elementi) il quartetto ci regala 42 minuti di estrema piacevolezza, con undici brani scelti tra successi più o meno famosi rifatti con grande creatività ma senza stravolgere le melodie originali, nel segno quindi del massimo rispetto. Malo è ormai uno dei migliori cantanti in circolazione, una voce melodiosa e potente al tempo stesso che lo ha imposto da tempo come vero erede di Roy Orbison (ci sarebbe anche Chris Isaak, che però non può raggiungere l’estensione vocale di Raul), mentre i suoi tre compari sono in grado di suonare qualsiasi cosa. Il CD, prodotto da Malo con Niko Bolas (vecchio collaboratore di Neil Young), inizia in maniera decisa con Swingin’ (del countryman John Anderson), brano cadenzato che perde l’arrangiamento originale per acquistarne uno nuovo che si divide tra rock, swamp ed errebi, un mood trascinante e caldo grazie all’uso dei fiati e Raul che canta da subito alla grande. I fiati colorano ancora di rhythm’n’blues la mitica Are You Sure Hank Done It This Way di Waylon Jennings, con i nostri che mantengono il passo del compianto artista texano in mezzo ad un suono forte ed impetuoso; Blame It On Your Heart è un pezzo di Patty Loveless che qua diventa uno splendido tex-mex tutto ritmo, colore e grinta, con Guerra che fa il suo dovere alla fisa ed i nostri che confezionano una performance irresistibile.

Don’t You Ever Get Tired (Of Hurting Me), di Ray Price, è un delizioso honky-tonk lento con buona dose di romanticismo e solita prestazione vocale da favola di Malo, e Guerra che garantisce anche qui un sapore di confine. I nostri omaggiano anche Freddy Fender con una toccante versione di Before The Next Teardrop Falls: bellissima melodia cantata un po’ in inglese un po’ in spagnolo ed ancora la grandissima voce del leader a dominare (davvero, non ci sono molti cantanti a questo livello in circolazione), mentre è sorprendente la rilettura di Hungry Heart di Bruce Springsteen, che si tramuta in un country-swing con fiati dal sapore anni sessanta, con tanto di chitarra twang, una trasformazione decisamente riuscita che però non snatura l’essenza della canzone; Why Can’t She Be You è una versione jazzata e raffinatissima di un pezzo di Hank Cochran portato al successo da Patsy Cline (che ovviamente aveva cambiato il titolo volgendolo al maschile), con Mickey Raphael ospite all’armonica: grande classe. Once Upon A Time è un noto standard rifatto anche da Frank Sinatra, qui arrangiato come un ballo della mattonella in puro stile sixties, con l’aggiunta della seconda voce di Martina McBride, mentre Don’t Be Cruel non ha bisogno di presentazioni: famosissimo brano di Elvis che viene riproposto con un gustoso e trascinante arrangiamento tra country e big band sound, una meraviglia. Finale con un’intensa versione del classico di Willie Nelson Blue Eyes Crying In The Rain, solo Raul voce e chitarra (ma che voce), e con I’m Leaving It Up To You, una hit del dimenticato duo Dale & Grace che è una ballatona dal muro del suono potente ed un’atmosfera ancora d’altri tempi.

Quindi un altro ottimo disco in questo ricco autunno musicale.

Marco Verdi

Un Ritorno Ai “Fasti” Del Passato. Danny Bryant – Means Of Escape

danny bryant means of escape

Danny Bryant – Means Of Escape – Jazzhaus Records

E’ innegabile che I dischi migliori del chitarrista inglese siano stati quelli pubblicati a nome Danny Bryant’s RedeyeBand, per intenderci quelli della prima decade degli anni 2000, quando il padre Ken era il bassista della formazione: questo non è per dire che gli album successivi siano brutti, tutt’altro, però il nostro amico aveva un poco perso il bandolo del suono, come avevo detto in una recensione di qualche tempo fa era passato dal blues-rock degli inizi al rock-blues tendente all’hard rock degli anni ’10 https://discoclub.myblog.it/2014/11/24/robusto-spessore-chitarristico-i-sensi-danny-bryant-temperature-rising/ , più o meno in concomitanza dell’inizio della collaborazione con il produttore e tastierista Richard Hammerton, che spesso (non sempre) nelle canzoni aveva portato un suono più patinato, di maniera, con l’utilizzo massiccio delle tastiere, synth incluso.. Per l’occasione di questo Means Of Escape, disco n° 11, Bryant ha deciso di tornare a prodursi in proprio, si è cercato un bravo ingegnere del suono e poi ha spedito i nastri per il mixaggio a Eddie Spear (uno che ha lavorato con Brandi Carlile, Anderson East, Old Crow Medicine Show, Chris Stapleton), ed infine il tutto è stato masterizzato agli Abbey Road Studios di Londra.

L’album poi è stato registrato praticamente in presa diretta : il risultato è uno dei suoi migliori dischi in assoluto, e tra le migliori uscite dell’anno in ambito blues e dintorni. Un CD che ricorda molto le pubblicazioni recenti del suo amico e mentore Walter Trout: voce vissuta, grintosa e dolente a tratti, la sua fedele Fender Stratocaster spesso e volentieri in azione in modo splendido, ora roboante e potente come nell’iniziale Tired Of Trying, ispirata proprio dall’amico Walter, e dove ci sono chiari rimandi anche all’amato Jimi Hendrix, con fiumi di note che escono dalla solista e una sezione ritmica cadenzata e veemente che ben lo asseconda, ora lancinante e più “classica https://www.youtube.com/watch?v=S52T_tWqTN4 ”, come nello splendido slow blues con fiati e piano e organo di una intensa Too Far Gone, dove la chitarra si libra lirica grazie ad un timbro “grasso” e corposo.. La title track con un testo per certi versi autobiografico, per essere sinceri ricorda alquanto il celebre riff e la melodia di All Along The Watchtower, ma si poteva scegliere peggio, visto che poi il risultato è veramente coinvolgente e trascinante, con l’organo di Stevie Watts ancora a spalleggiare con classe la solista di Bryant che volteggia inarrestabile; Nine Lives è un altro brano energico, dalle parti del Texas blues di Stevie Ray Vaughan, con l’organo Hammond di Watts nella parte che fu di Reese Wynans https://www.youtube.com/watch?v=0wxp-88nMg0 .

Skin And Bone è un ricordo accorato e sentito della figura del padre, morto nel 2018 dopo una lunga malattia, “Pelle e ossa” descrive in modo crudo ma efficace la situazione che si trova ad affrontare chi deve assistere una persona cara che ci sta lasciando (e che personalmente comprendo), solo voce, chitarra acustica e alcuni “tocchi” laceranti della elettrica, ma tanta partecipazione emotiva; in Warning Signs (In Her Eyes) tornano i fiati per un’altra cavalcata nel blues elettrico che profuma e ricorda lo stile del Muddy Waters degli anni d’oro, non un brano specifico ma tanti rimandi alle riletture delle band del British Blues. Where The River Ends l’aveva già incisa per il suo secondo album del 2003 Shadows Passed, ma non era rimasto soddisfatto del risultato, la nuova versione di questa ballata in effetti centra il suo scopo che è quello di ricordare la scomparsa della figlia di un vecchio amico, con la chitarra che convoglia disperazione ed intense emozioni in un assolo di rara bellezza https://www.youtube.com/watch?v=A2bQt_4adGM  .Hurting Time ci presenta il suo debutto discografico alla slide, un altro blues fiatistico dove le 12 battute classiche sono protagoniste assolute, e per chiudere un album eccellente ecco Mya, un’ulteriore ballata, questa volta strumentale, incentrata sull’uso di piano elettrico e organo su cui si innesta una ennesima dimostrazione della tecnica e del feeling di questo superbo chitarrista che rilascia un lunghissimo e torrenziale assolo veramente “da urlo”.

Bruno Conti

Il Testamento “Postumo” Di Leonard. Thanks For The Dance – Leonard Cohen

leonard cohen thanks for the dance

Leonard Cohen – Thanks For The Dance – Columbia/Legacy– LP – CD

Sono passati poco più di tre anni dalla scomparsa di Leonard Cohen, e anche da un mio “post” sul Blog, dove ripercorrevo la sua straordinaria discografia (disco per disco). Questo Thanks For The Dance (in uscita in questi giorni), è il primo disco di inediti (postumo) del cantautore canadese, e questo lo si deve solo grazie al figlio Adam Cohen, che sette mesi dopo la morte  del padre (su sua esplicita richiesta), ha recuperato degli appunti sparsi, bozzetti, e tracce musicali, finalizzando tutto il lavoro che era rimasto incompiuto del precedente e ultimo You Want It Darker.

Per fare le cose al meglio il buon Adam si è attaccato al telefono, e ha giustamente invitato alcuni amici e colleghi a contribuire anche con il loro talento alla buona riuscita del disco, a partire dal grande musicista spagnolo Javier Mas (elemento di spicco negli ultimi anni di tournée con Leonard), ammiratori e collaboratori di lunga data come Jennifer Warnes, Sharon Robinson (entrambe coriste storiche di Cohen),  Leslie Feist, Damien Rice, Beck,, il compositore Dustin O’Halloran al piano, Richard Reed Parry degli Arcade Fire) al basso, Bryce Dessner il chitarrista dei National, il tutto con il supporto del coro berlinese Cantus Domus e della Congregation Shaar Hashomayim  (già impiegata nel disco precedente), oltre ad altri amici di lunga data Patrick Watson alle tastiere, che ha curato gli arrangiamenti dei fiati e di Daniel Lanois chitarra e piano. Ma nel disco sono stati impiegati complessivamente più di quaranta musicisti. Data la particolarità del lavoro, mi è sembrato giusto sviluppare i brani “track by track”:

Happens To The Heart – Il brano iniziale, dopo qualche secondo come in un “fil-rouge”, riparte da dove era terminato l’ultimo meraviglioso You Want It Darker, con le note iniziali della chitarra flamenco di Mas, il piano vellutato di Lanois, e il solito canto meditativo di Cohen, che mette i brividi alla schiena di ogni ascoltatore.

Moving On – Questa canzone è l’ennesimo omaggio all’amata Marianne Ihlen, una tenue ballata declamata da Leonard e sussurrata come una preghiera, sostenuta solamente dalle note della chitarra di Javier, e dal suono lieve di uno scacciapensieri.

The Night Of Santiago – Meritevole recupero di un poema di Garcia Lorca, che era gia apparsa in Book Of Longing di Philip Glass, e che nella versione suddetta era cantata in forma corale e operistica, in questa nuova rilettura di Adam viene rivoltata come un calzino ed eseguita in una versione “spagnoleggiante”, che si dipana tra accordi di pianoforte che flirtano con il virtuosismo dell’artista spagnolo, accompagnando la voce baritonale del “maestro”.

Thanks For The Dance – Anche questo brano era stato già interpretato da Anjani Thomas in Blue Alert (06), uno dei suoi memorabili valzer che richiama immancabilmente il famoso Take This Waltz, un bellissimo commiato in musica impreziosito ai cori dalle voci sensuali di Jennifer Warnes e Leslie Feist.

It’s Torn – Un giro di basso accompagnato dal pianoforte di Lanois introduce It’s Torn, uno dei brani più oscuri del lavoro, una ballata “dark” che si avvale nella parte finale, della voce sinuosa e vellutata di una delle sue tante brave coriste, Sharon Robinson.

The Goal – Sempre dal libro di poesie e poemi Book Of Longing, viene recuperata questa brevissima lirica in musica, recitata in forma di monologo dal grande Leonard.

Puppets – Questo è certamente il brano più politico del disco (viene ricordato lo sterminio degli Ebrei vittime del genocidio nazista, conosciuto storicamente come Shoah), dove la voce quasi minacciosa dell’autore, viene accompagnata dalla chitarra di Michael Chaves, e dal coro solenne dei berlinesi Cactus Domus, e monastico dei Shaar Hashomayim Choir.

The Hills – Indubbiamente questo è il pezzo più in formato canzone dell’album, una piccola gemma che si sviluppa in modo crescente, con un arrangiamento ricco e vario dove spiccano le voci angeliche delle sconosciute (ma brave) Erika Angell, Molly Sveeney, Lilah Larson

Listen To The Hummingbird – Il testo di questo brano altro non sono che i versi recitati da Cohen nell’ultima conferenza stampa ai tempi di You Want It Darker, con il piano delicato di Larry Goldings che detta la scarna melodia, valorizzata dalle voci di Damien Rice e del figlio Adam.

Giunto alla fine dell’ascolto del CD di Leonard e Adam Cohen,(sono solo poco più di 28 minuti, ma molto intensi) ho la netta sensazione che il figlio d’arte abbia fatto un lavoro splendido e altamente meritevole, tenendo fede alla promessa fatta al padre prima di morire, confermando anche che sarà l’unico album postumo che uscirà a suo nome, perché deve essere chiaro che la discografia ufficiale di Cohen finisce con questo ultimo viaggio, senza le eventuali contaminazioni discografiche varie. La carriera di Leonard Norman Cohen è stata un lungo percorso di epitaffi, poemi e poesie , cantati e arrangiati con scrupolo,  con una voce (la cosa più bella di questo Thanks For The Dance) incredibilmente bassa, baritonale, che sembra parlare al cuore e all’anima di ognuno di noi. Purtroppo, non ci sarà una prossima volta (vedremo se sarò vero), ma grazie per l’ultimo ballo Mr. Cohen.

*NDT: Se non conoscete Adam Cohen (nonostante il fardello di essere figlio di cotanto padre), ha una dignitosa carriera alle spalle, composta da quattro uscite discografiche, di cui almeno due Like A Man (11) e We Go Home (14), altamente consigliate. Cercate gente, cercate.!

Tino Montanari

Lo Springsteen Della Domenica: Un Emozionante Ritorno “In Solitaria” Al Passato. Bruce Springsteen – Asbury Park 11/24/96

bruce springsteen live asbury park 1996

Bruce Springsteen – Asbury Park 11/24/96 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Ci sono luoghi che sono indissolubilmente legati a musicisti in particolare: se nomino per esempio il Cavern Club la mente va direttamente ai Beatles, e nello stesso modo se parlo dello Stone Pony di Asbury Park viene automatico pensare a Bruce Springsteen che nel locale di punta della cittadina del New Jersey mosse i primi passi artistici nei primi anni settanta (e come lui gli amici Little Steven e Southside Johnny). Durante la tournée acustica seguita alla pubblicazione nel 1995 di The Ghost Of Tom Joad, in assoluto il primo tour in cui il nostro era da solo sul palco, Bruce decise di fissare delle date nei luoghi della sua gioventù, tra cui la natia Freehold (concerto già pubblicato in precedenza nell’ambito dei bootleg ufficiali dal vivo del Boss) ed appunto Asbury Park, dove Bruce tenne tre spettacoli nel Novembre del 1996, il primo dei quali è ora disponibile come ultima pubblicazione in ordine di tempo.

C’è da dire che lo Stone Pony all’epoca aveva già chiuso i battenti da cinque anni per bancarotta (avrebbe però riaperto nel 2000), e quindi lo show si svolge al Paramount Theatre: l’atmosfera è comunque la stessa, con il nostro che fa capire che per lui non è una serata come le altre cambiando sensibilmente la scaletta rispetto alle altre sere del tour, Freehold compresa (le setlist dei concerti acustici di Bruce, comprese quelle della tournée del 2005 seguita a Devils And Dust, sono sempre state più rigide di quelle con la E Street Band, cosa strana in quanto essendo da solo sul palco potrebbe fare ancora di più ciò che vuole). In più, Springsteen non è da solo in quanto, a parte le tastiere “off stage” di Kevin Buell, durante lo show salgono sul palco il vecchio compagno Danny Federici con la sua fisarmonica in cinque pezzi, la futura E Streeter Soozie Tyrell al violino e voce in sette canzoni e la moglie del Boss Patti Scialfa alle armonie vocali in altri quattro brani (tutti in comune con la Tyrell). Le novità cominciano già dai tre pezzi iniziali, presi tutti dal primo album di Bruce che citava Asbury Park anche nel titolo, tre sentite versioni di Blinded By The Light, Does This Bus Stop At 82nd Street? e la sempre acclamatissima Growin’ Up.

Poi si parte con una miscellanea di brani tratti da vari periodi della carriera del Boss, con una dietro l’altra Atlantic City, Independence Day (unica performance di tutto il tour), l’allora nuova Straight Time, una Darkness On The Edge Of Town davvero energica (con Bruce che passa alla dodici corde), la sempre trascinante Johnny 99 e la sempre toccante Mansion On The Hill. C’è posto anche per Wild Billy’s Circus Story, presa dal secondo album ed assoluta rarità dal vivo, mentre Patti viene introdotta dall’irriverente e scherzosa Red Headed Woman e si unisce al marito per una sentita Two Hearts, una eccellente When You’re Alone (un brano che andrebbe riscoperto) ed una splendida Shut Out The Light, altra rarità che in origine era sul lato B del singolo Born In The U.S.A., arricchita dalla fisa di Federici. La seconda parte dello show si apre con alcune delle più belle canzoni di The Ghost Of Tom Joad, vale a dire la title track, Sinaloa Cowboys, The Line e Across The Border, inframezzate da un’intensissima Racing In The Street. Conclusione con due brani che suonare senza band alle spalle denota coraggio, cioè Working On The Highway e Rosalita, con in mezzo una vibrante rilettura della bellissima This Hard Land, per finire con la struggente 4th Of July, Asbury Park (e come poteva mancare?) e la chiusura tipica di quel tour affidata a The Promised Land.

Un bel concerto quindi, con importanti risvolti di carattere emotivo, anche se personalmente continuo a preferire il Bruce Springsteen nelle vesti di rocker.

Marco Verdi

Altro Grandissimo Concerto, Con in Più Un Ospite Speciale “Abbastanza” Bravo! The Rolling Stones – Bridges To Buenos Aires

rolling stones bridges to buenos aires

The Rolling Stones – Bridges To Buenos Aires – Eagle Rock/Universal BluRay – DVD – 3LP – 2CD/DVD – 2CD/BluRay

Il colossale tour degli stadi che i Rolling Stones tennero nel biennio 1997-98 in supporto all’album Bridges To Babylon fu uno dei più riusciti della loro storia, ed anche tra quelli di maggiore successo. I nostri devono poi essere particolarmente affezionati a quella tournée dato che, giusto ad un anno di distanza dallo splendido Bridges To Bremen (che documentava uno show del Settembre 1998 in Germania https://discoclub.myblog.it/2019/07/03/due-giorni-con-gli-stones-parte-2-bridges-to-bremen/ ) hanno deciso di pubblicare questo Bridges To Buenos Aires (fantasia nei titoli al potere…), che si occupa della serata del 5 Aprile sempre del ’98 nella capitale argentina, una di cinque consecutive tutte esaurite al River Plate Stadium. Ed il concerto non perde certo il confronto con quello di Brema, in quanto vede le Pietre in forma strepitosa che intrattengono alla grande per oltre due ore il pubblico sudamericano, pescando a piene mani tra le hits del loro repertorio inimitabile ed aggiungendo più di una chicca.

Ma la cosa che forse eleva questo concerto ad un gradino superiore rispetto a quello tedesco pubblicato lo scorso anno è la presenza nientemeno che di Bob Dylan nella sua Like A Rolling Stone, un’apparizione a sorpresa e non annunciata che fa letteralmente impazzire i fans: e la performance è splendida, in quanto Dylan (che è la voce principale) appare in buona forma, rilassato e perfino sorridente, e vederlo fianco a fianco di Mick Jagger (con il quale ha anche una buona intesa vocale nonostante qualche frase fuori tempo – ma duettare con Bob non è cosa facile) è un evento che non capita certo tutti i giorni. Ma sarebbe sbagliato concentrarsi solo sulla presenza del leggendario cantautore americano, in quanto tutto il concerto è ad altissimi livelli, ed è reso ancora più godibile da una regia dinamica (sì, per una volta faccio la recensione basandomi sulla parte video) ed attenta ai dettagli. I quattro si presentano subito pimpanti: Jagger con una giacca lunga in velluto (della quale si libererà presto, ma tutti quanti cambieranno innumerevoli outfit durante lo show) e camicia gialla, Keith Richards con un “sobrio” cappotto tigrato, Ron Wood con sigaretta d’ordinanza e l’impassibile Charlie Watts con una semplice t-shirt. Il concerto comincia col botto con la classica (I Can’t Get No) Satisfaction, con Jagger che inizia a macinare chilometri sul gigantesco palco (e manterrà una incredibile pulizia vocale durante tutto lo show), Keith che riffa da par suo ed il resto della band che è già un treno.

La scaletta all’inizio ed alla fine della serata ricalca quella del concerto di Brema, e quindi si prosegue con una spettacolare Let’s Spend The Night Together, una tosta Flip The Switch ed una favolosa Gimme Shelter, “cattiva” più che mai e con la consueta sensuale performance da parte di Lisa Fischer. A questo punto Mick prende la chitarra acustica ed introduce uno dei momenti magici della serata, cioè una fantastica Sister Morphine tesa e tagliente come una lama, con la slide di Wood che rimpiazza quella della versione originale di Ry Cooder, e Chuck Leavell fa lo stesso con la parte di piano di Nicky Hopkins. La sempre trascinante It’s Only Rock’n’Roll (But I Like It) precede il soul-rock dell’allora nuova Saint Of Me e la travolgente Out Of Control, uno dei brani migliori degli Stones negli ultimi trent’anni. Miss You quella sera è strepitosa, con Mick alla chitarra elettrica, Darryl Jones che si destreggia da grande bassista ed uno straordinario assolo di sax da parte di Bobby Keys; dopo la già citata Like A Rolling Stones Mick introduce i vari musicisti e lascia spazio a Richards, che propone nel suo classico stile informale e “scazzato” Thief In The Night e la poco nota Wanna Hold You. I nostri si spostano quindi sul b-stage, il piccolo palco sistemato in mezzo al pubblico, dove ci deliziano con tre brani a tutto rock’n’roll come Little Queenie di Chuck Berry, When The Whip Comes Down e You Got Me Rocking.

Tornati sul palco principale Jagger e compagni portano a termine la serata con una magnifica Sympathy For The Devil, in cui Keith si “prende” la canzone con un grande assolo, e con la solita raffica finale di rock’n’roll all’ennesima potenza, formata da Tumbling Dice, Honky Tonk Women, Start Me Up, Jumpin’ Jack Flash e Brown Sugar, un fuoco incrociato micidiale appena stemperato dalla splendida You Can’t Always Get What You Want.  Spero che i Rolling Stones non smettano di pubblicare live d’archivio nel periodo pre-natalizio, dato che i risultati sono sempre esaltanti: quest’anno poi abbiamo una ciliegina chiamata Bob Dylan, non esattamente l’ultimo arrivato.

Marco Verdi

Tornano Le Ragazze Scatenate Del Blues Caravan 2019 – Katarina Pejak, Ina Forsman, Ally Venable

blues caravan 2019 Katarina Pejak, Ina Forsman, Ally Venable

Katarina Pejak, Ina Forsman, Ally Venable  – Blues Caravan 2019 – CD+DVD Ruf Records

La “carovana del blues” della Ruf è una tradizione annuale che si perpetua ormai dal lontano 2005: ogni anno l’etichetta tedesca raduna tre artisti diversi scelti dal proprio roster e li spedisce on the road in tour, per rinverdire e riproporre quelle che sul finire anni ’60, primi ’70 si chiamavano soul revue. Fatte le debite proporzioni, e su scala molto più ridotta, pensate al Joe Cocker di Mad Dog, Ike & Tina Turner, o le stesse sortite degli artisti Stax in Europa, giusto per dare una idea. Poi la Ruf sceglie una data della tournée, di solito in Germania (in questo caso siamo al Café Hahn di Coblenza il 15 febbraio del 2019) e la registra e la filma per pubblicare poi una confezione CD + DVD, che riporta quanto è avvenuto in quella specifica serata. Nelle edizioni  passate di solito non c’era molta differenza tra  audio e video, un paio di brani, ma questa volta il DVD ha ben otto tracce in più rispetto al CD. Per chi recensisce invece, avendo a disposizione la versione “povera” audio, ci si accontenta: le protagoniste del Blues Caravan 2019 sono tre giovani ed avvenenti donzelle, la cantante finlandese Ina Forsman, forse la più talentuosa del terzetto, in possesso di una voce notevole e con due eccellenti album per la Ruf, specie il primo omonimo del 2016, lo stesso anno in cui aveva già partecipato al Blues Caravan https://discoclub.myblog.it/2017/03/05/ancora-una-volta-lunione-fa-la-forza-ina-forsman-tasha-taylor-layla-zoe-blues-caravan-2016-blue-sisters-in-concert/ , la serba Katarina Pejak , che suona anche le tastiere oltre a cantare, e la texana Ally Venable, la più giovane con i suoi 20 anni, che è anche la chitarrista.

Completano la formazione il bassista Roger Inniss e il batterista della Venable Elijah Owings. Le varie musiciste si alternano alla guida e al canto con tre canzoni a testa (cinque nel DVD) e poi uniscono le forze in alcuni brani: il tutto, al solito, è molto piacevole e ben suonato. L’iniziale e corale They Say I’m Different mette subito in luce la voce potente della Forsman in un brano blues con ampie venature R&B e soui, con la chitarra della Venable che inchioda un assolo veramente pungente, e le altre due che “rispondono” ad Ina in un call and response di buona fattura ,con citazioni all’interno del branodi Muddy Waters, Nina Simone, Stevie Ray Vaughan, Aretha Franklin, Ray Charles e Jimi Hendrix; She’s Coming After You cantata dalla Pejak mette in mostra il suo stile più raffinato e jazzato, poi ribadito in Roads That Cross la dolce e ammiccante title track del suo debutto per la Ruf, brani che evidenziano anche il suo talento di pianista, unito a d una voce piacevole ma non dirompente come quella della Forsman. Turtle Blues è una cover pianistica del celebre brano di Janis Joplin, mentre con Texas Honey parte la sezione del concerto dedicata a Ally Venable, la più rockeggiante del trio nel proprio approccio, anche lei voce non memorabile ma ottimo talento chitarristico, come conferma in una serie di assoli fiammeggianti, anche nel boogie tiratissimo di Nowhere To Hide dove va di slide alla grande https://www.youtube.com/watch?v=ZIethtLDlxQ , oppure nella gagliarda Broken dove la Pejak offre un ottimo supporto all’organo.

Poi tocca alla Forsman con una sinuosa All Good, un brano errebì con qualche rimando anche a Amy Winehouse, e a seguire un intenso blues lento come Miss Mistreated, ancora con l’organo insinuante della Pejak che supporta la voce potente della cantante finlandese, che conclude la sua porzione con la mossa e brillante Genius. La parte corale prevede una bella versione di Love Me Like A Man, un bellissimo blues scritto da Chris Smither, ancora con la slide in evidenza https://www.youtube.com/watch?v=4QNPB87Nsks , I’m A Good Woman un gagliardo brano soul di Barbara Lynn, una divertente e coinvolgente Sixteen Tons di Merle Travis e una brillante versione di The House Is Rockin’ di Stevie Ray Vaughan, rallentata ad arte nella prima parte e poi con finale a tutta velocità con le tre ragazze scatenate.

Bruno Conti