I Dischi Dal Vivo Le Piacciono Molto, E Li Fa Decisamente Bene. Ana Popovic – Live For LIVE

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Ana Popovic – Live For LIVE – ArtisteXclusive CD – CD+DVD

Ana Popovic è una chitarrista serba non più giovanissima (l’età delle signore non si dice mai, ma è del 1976), con una carriera iniziata, su istigazione del babbo, grande appassionato di musica, fin dai primi anni ‘90 e poi a livello discografico con un CD della “nota” band Hush, che darà anche il titolo al suo primo album solista del 2000. La nostra amica appartiene stilisticamente diciamo alla categoria rock-funky-blues, ma ha dalla sua anche una notevole carica sexy, evidenziata dalle copertine dei suoi dischi dove appare spesso con mise piuttosto succinte, cosa replicata anche nei concerti dal vivo, dove minigonne, hot pants e stivaletti con tacchi vertiginosi sono all’ordine del giorno https://discoclub.myblog.it/2010/10/18/mica-male-la-ragazza-ana-popovic-band-an-evening-at-trasimen/ .

Anche questo nuovo Live For LIVE è, come la lascia chiaramente intuire il titolo, un disco dal vivo il terzo della sua discografia: ma la “giovanotta”, per darle i suoi meriti, è pure parecchio brava, eccellente tecnica chitarristica, con una propensione all’uso del wah-wah, nonostante il tacco 12, voce calda e potente e anche una buona capacità di autrice. Vogliamo dire che lo stile citato è derivativo come hanno evidenziato alcuni, ma se “derivi” bene, come lei, non c’è nulla di male a farlo: il concerto è stato registrato a Parigi nel corso del tour del 2019 e Ana, accompagnata da una band di 6 elementi, tastiere, basso, batteria e fiati, rivisita il suo repertorio, con una prevalenza degli ultimi album. Completino “sobrio come si evince dal video, con pantaloncino e mantellina da super eroina, ma la musica è subito eccellente, con Intro/Ana’s Shuffle, un brano dall’incipit jazzato, con organo e fiati sincopati quasi mutuati dalle vecchie soul revue, poi entra la chitarra potente e dal suono fluido e fluente, un paio di minuti e il pedale del wah-wah viene subito innestato a manetta, pur se in un ambito raffinato.

La Popovic estrae dalla sua Stratocaster una marea di note, poi passa alla funky Can You Stand The Heat, dall’omonimo album del 2013, cantata con voce sicura e gagliarda, mentre la chitarra rimane in modalità wah-wah e parte anche un assolo di basso slappato accompagnato da piano elettrico e organo, a seguire, ancora dallo stesso disco l’ottima Object Of Obsession, sempre sorretta dalle continue folate della solista. Love You Tonight dal triplo Trilogy del 2016 è una R&B torbido e carnale, sostenuto dal solito florilegio dei fiati, mentre Train che nella versione di studio del triplo era un duetto con Bonamassa, qui ci permette di gustare l’approccio vocale da balladeer soul della Popovic, quasi alla Beth Hart, Ana che non si esime comunque dal rilasciare un altro assolo di notevole tecnica e feeling. Long Road Down è un’altra sferzata di puro funky groove, con wah-wah utilizzato in ambito ritmico, spazio ad assoli di organo e basso, e poi un altro robusto assolo di chitarra, prima di un tuffo nel New Orleans sound di New Coat Of Point, dove i fiati e il piano elettrico hanno il loro spazio solista prima di lasciare di nuovo il proscenio alla chitarra di Ana. Ancora dal triplo arriva una lunga versione notturna e raffinata di Johnnie Ray, una blues ballad affascinante dove la Popovic lavora di fino prima del grande crescendo finale, Can’t You See What Are You Doing To Me è una gagliarda versione di un brano di Albert King del periodo Stax, con un altro assolo da sballo della bionda chitarrista serba.

Poi è di nuovo funky time con una ribollente Fencewalk dal repertorio dei Mandrill, ancora pescata da Trilogy, con un altro assolo magistrale, e sempre dal disco Morning del triplo ancora un funky-soul dai risvolti Funkadelic/Isley Brothers come If Tomorrow Was Today. Brand New Man dall’ultimo disco del 2018 è un ottimo shuffle dal suono classico, e sempre da quel CD la title-track che è di nuovo in modalità funky con uso wah-wah, che rimane in funzione per Lasting Kind Of Love, un duetto con Keb’ Mo’ nella versione di studio, seguito da Mo’ Better Love, un’altra raffinata canzone di impianto jazz-soul cantata a voce spiegata dalla Popovic, sempre impeccabile anche alla chitarra.

Siamo al gran finale, con i brani più lunghi, prima una sontuosa How’d You Learn To Shake It Like That di Snooky Pryor dove Ana va di slide alla grandissima https://www.youtube.com/watch?v=YYlQwyy_LTQ , poi il medley di quasi 13 minuti, che parte ancora super funky con Show Me How Strong You Are?, con spazio per tutto i musicisti con assoli di basso, batteria e organo, e poi con Going Down e Crosstown Traffic, altro momento Hendrixiano con profluvi di Wah-Wah come piovesse, prima della chiusa con lo strumentale Tribe, ancora denso di sfrenato virtuosismo jam in libertà.

Bruno Conti

Un Album Dal Vivo Veramente “Selvaggio”. Albert Castiglia – Wild And Free

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Albert Castiglia – Wild And Free – Gulf Coast Records

Albert (anzi Albert Joseph, come firma le sue canzoni) Castiglia, non è più uno di primo pelo, 50 anni compiuti lo scorso anno, nativo di New York City, ma trasferito in Florida fin dalla più tenera infanzia, mamma cubana e papà italiano, con una “passionaccia” per il blues, coltivata anche grazie al suo trasferimento a Chicago, dove dalla metà degli anni ‘90 è stato il chitarrista della touring band di Junior Wells, fino alla morte del suo mentore nel 1998. Un paio di album indipendenti all’inizio degli anni 2000, poi una serie di album per l’etichetta Blues Leaf, e quattro album, compreso il collettivo Blues Caravan 2014 per la Ruf https://discoclub.myblog.it/2016/07/12/o-compagnia-sempre-gran-chitarrista-albert-castiglia-big-dog/ . Quindi era arrivato il tempo per un bel disco dal vivo a nome proprio, questo Wild And Free, registrato tra il 3 e il 4 gennaio del 2020 in quel di Boca Raton, Florida, con la produzione dell’amico Mike Zito, che appare anche in un brano. Castiglia diciamo che si potrebbe definire un artista di culto, ma è pure un fior di chitarrista, con un solismo ricco e variegato, scoppiettante, al limite del virtuosismo, una bella voce gagliarda, tra blues e musica del sud (qualcuno, presumo con seri problemi uditivi, lo ha paragonato come stile vocale a Van Morrison), e in questo live ha quindi l’occasione di mettere in mostra tutta la sua bravura alla solista, grazie anche a una serie di brani potenti e ruvidi, ma con “paccate” di feeling ed una tecnica di prim’ordine.

Una eccellente sezione ritmica, con Justine Tompkins (Todd Wolfe Band) al basso, e Ephraim Lovell (Roomful Of Blues) alla batteria, alle tastiere si alternano due dei migliori su piazza, Lewis Stephens, del giro di Mike Zito e John Ginty, solista di vaglia, di recente nella Allman Betts Band: e allora vai subito alla grande con Let The Big Dog Eat, un brano tratto dal disco del 2016 per la Ruf, dove Albert comincia a mulinare la sua Gibson, con una serie di assoli formidabili, mentre Stephens all’organo e la sezione ritmica pompano di brutto. Hoodoo On Me, brano scritto da Zito, era sul CD del 2017, un’altra scarica di pura adrenalina chitarristica, con Castiglia molto efficace anche nel reparto vocale, mentre I Been Up All Night scritta da Brian Stoltz (a lungo chitarrista nel giro Neville Brothers) è un vorticoso blues-rock dove il nostro si produce al wah-wah con un impeto e una forza travolgenti, estraendo dalla chitarra un fiume di note, prima di mostrare il suo lato più raffinato in una eccellente (e lunga) Heavy, uno slow blues tratto da Mastepiece, il suo disco del 2019, sempre con il lavoro della solista impetuoso e lancinante, fantastico.

Get Your Ass In The Van, ancora da Big Dog del 2016, ci permette di apprezzare anche la notevole maestria alla slide del chitarrista di New York, in puro stile Elmore James, ben spalleggiato da uno spumeggiante Stephens al piano; Searching The Desert For The Blues, va ancora più indietro nel tempo, pescando dal repertorio di Blind Willie McTell, elettrificato e adattato ai nostri tempi, con un ritmo scandito e con la solista di Castiglia sempre impegnata in continue folate. Keep On Swinging è un altro brano originale tratto dal disco dello scorso anno, ancora tirato e senza requie, un ennesimo rock-blues vibrante, sempre potenza pura che esce dalle casse del vostro impianto; poi Albert chiama sul palco Mike Zito per una ripresa di Too Much Seconal di Johnny Winter, con John Ginty all’organo, i due si scambiano sciabolate libidinose, godendo come ricci mentre rivisitano il classico blues senza tempo dell’albino texano https://www.youtube.com/watch?v=4FUZv9EzSyk .

Non contento Castiglia rende omaggio anche ad un altro pezzo da novanta del blues bianco Paul Butterfield,  Loving Cup un oscuro brano che si trovava su What’s Shakin’, dove alla chitarra c’era Bloomfield, mentre nella versione dal vivo di Albert, mantenendo lo spirito blues, si privilegia un approccio “cattivo”, grintoso e decisamente elettrico con alta presenza di ottani rock nel suono e un assolo notevole di organo di Ginty, e pure I Tried To Tell Ya è l’occasione per un altro vibrante tour de force a tutto wah-wah, prima di congedare alla grande il pubblico presente e gli ascoltatori di questo CD con una fantastica cover di Boogie Funk di Albert King https://www.youtube.com/watch?v=gXF-yDzNqVI , puro boogie rock texano all’ennesima potenza che chiude degnamente un album dal vivo tra i più belli finora di questo sfortunato 2020.

Bruno Conti

Un Irruente Fulmine Di Guerra Della Chitarra, Anche Troppo! Tyler Morris – Living In The Shadows

tyler morris living in the shadows

Tyler Morris – Living In The Shadows – VizzTone Label Group

Sono passati circa due anni dal precedente Next In Line, attribuito alla Tyler Morris Band e prodotto da Paul Nelson, che era comunque il terzo album del musicista di Boston https://discoclub.myblog.it/2018/04/10/avanti-il-prossimo-chitarrista-tyler-morris-band-next-in-line/ : nella copertina del nuovo album sembra un po’ meno giovane, mantenendo comunque un che di fanciullesco nelle fattezze. La sua etichetta, sempre la VizzTone, gli ha affiancato un nuovo produttore, il grande Mike Zito, specializzato nel trattare con talenti vecchi e nuovi del blues e dei dintorni più vicini al rock, tra gli ospiti, accanto a Joe Louis Walker, che appariva anche nell’album precedente, oltre a Zito, troviamo anche un altro acclamato specialista della chitarra come Ronnie Earl, e la vocalist Amanda Fish (sorella maggiore della più nota Samantha).

Come al solito, a maggior ragione in questi tempi di virus e pandemie, recensendo l’album in netto anticipo e non avendo quindi molte informazioni, neanche quella se verrà mantenuta la data di uscita (confermata in questi giorni), vado un po’ a occhio, anzi a orecchio, regolandomi solo con quello che ascolto, sempre una buona pratica comunque da applicare e quindi vado a descrivervi ciò che sto ascoltando, che mi sembra valido. Il giovane Tyler è rimasto un irruento fulmine di guerra della chitarra, anche se la produzione di Zito cerca di mettere in luce anche altri aspetti della musica: rispetto al precedente album Morris ha accantonato una buona abitudine che avevo sottolineato con favore, ovvero ha deciso di essere lui la voce solista nella quasi totalità delle canzoni, uhm, mah! Il suono è sempre “duretto” anziché no, la chitarra viaggia al solito che è un piacere, la sezione ritmica ci dà dentro, un organo, Lewis Stephens, agisce sullo sfondo e il risultato in Movin’ On è classico rock-blues di buona fattura, dal repertorio di Gary Moore, altro musicista di riferimento per il giovane Tyler https://www.youtube.com/watch?v=SxRo-o2ml2k Everybody Wants To Go To Heaven è un robusto slow blues, dal repertorio di Albert King, la solista è fluida e con un tocco più raffinato, Zito si occupa della seconda chitarra e l’insieme è godibile, anche se la voce mi sembra appena adeguata.

Polk Salad Annie è il classico swamp rock di Tony Joe White, Mike Zito e Joe Louis Walker sono della partita e qui si comincia a ragionare, un vocione potente e rabbioso, una slide che taglia il brano in due, un groove gagliardo; la title track, di nuovo tirata e “cattiva”, con le chitarre che imperversano su un bel giro di basso, suonato da Terry Dry, quasi alla Free, e un tempo scandito con grande energia, non è per niente male, ma la voce, per fortuna poco presente, continua a non piacermi troppo https://www.youtube.com/watch?v=tcfG8DRWtyg . Altra hard ballad è Temptation, diciamo che si scorge l’impeto e il vigore del primo Jeff Healey, ma la classe è un’altra, però gli amanti delle sonorità diciamo robuste apprezzeranno. Amanda Fish, ottima cantante, chitarrista e multistrumentista, rende il favore a Morris (che era apparso come ospite in Free, il secondo album della cantante di Kansas City per la VizzTone) canta in Better Than You, un altro roboante brano rock a tutto riff vagamente stonesiano, dove non si prendono ostaggi e la Fish sembra una novella Beth Hart o Dana Fuchs prima maniera, mentre le chitarre ruggiscono e c’è persino un pianino sullo sfondo.

Why Is Love So Blue va di boogie duro alla ZZ Top, sempre con chitarre arrotatissime, con il nostro che si conferma comunque solista di vaglia; Nine To Five direi che non è decisamente quella di Dolly Parton e ci si avvicina pericolosamente all’hard rock “esagerato” https://www.youtube.com/watch?v=0evxmRHuVu4 , mentre Young Man’s Blues, il duetto con Ronnie Earl, che come sapete non canta neppure sotto minaccia armata, non è quella di Mose Allison, resa celebre anche dagli Who, c’è un genitivo sassone in più, ma è un blues tirato anziché no in cui Morris sciorina tutti i suoi idoli, e dove Earl si adatta allo stile del giovane amico, con un assolo però che fa risaltare la differenza tecnica tra i due, uno in punta di dita, l’altro impegnato a cercare di sfondare gli ampli. Anche Taken From Me è sempre violentissima, con Zito che comunque risponde colpo su colpo alle bordate del suo nuovo protetto https://www.youtube.com/watch?v=NyFnah9Go_k , e anche la conclusiva I’m On To You non molla la presa, sempre con un rock-blues ad alta densità chitarristica, forse persino troppo.

Bravo è bravo, ma calmatelo un po’, per il momento la parola d’ordine è “viuulenza”!

Bruno Conti

 

 

Da New York A Memphis, Tra Blues E Soul! King Solomon Hicks – Harlem

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King Solomon Hicks – Harlem – Mascot/Provogue

La Mascot/Provogue è sempre più lanciata nella ricerca di chitarristi e cantanti di talento da inserire nel proprio roster: l’ultimo, King Solomon Hicks, come orgogliosamente annuncia il titolo del suo” primo” album per l’etichetta americana, Harlem, viene proprio dal quartiere della Grande Mela, noto anche come la Upper Side di Manhattan, dove il giovane musicista di colore sotto la guida della madre ha iniziato a muovere i suoi primi passi fin da ragazzino, arrivando a pubblicare un disco già nel 2010, Embryonic, come chitarrista della Cotton Club All-Star Band, quando di anni ne aveva solo 14. Ora ne ha 24 e sulla copertina del nuovo album è ripreso con una chitarra che da lontano sembra una Gibson, ma in effetti è una Benedetto GA35, fatta a mano dall’omonimo maestro liutaio. E il disco è un misto di blues, jazz, soul, molto rock, gospel, funky, R&B, Il tutto al servizio di una voce calda e matura, e di uno stile chitarristico eclettico e sfavillante, dove tutte le componenti citate vengono messe in fila dall’ottimo produttore Kirk Yano.

Ed ecco quindi scorrere un misto di materiale classico e brani originali firmati da Hicks, accompagnato da una band dove militano elementi provenienti da Soullive, Lettuce, le band di Jack White, Hank Williams Jr e altri, più in un brano, come ospite, il vecchio batterista di Savoy Brown/Foghat Roger Earl. Nella presentazione del disco King Solomon ricorda che in questa fusione di stili vorrebbe inserire anche elementi più” moderni”, contemporanei rispetto al suono classico, ma, fortunatamente, mi sembra non ci siano riusciti: l’iniziale I’d Rather Be Blind (da non confondere con I’d Rather Go Blind di Etta James) è un pimpante brano dello stesso Hicks, tra blues e R&B, può ricordare lo stile Stax di Albert King, ma anche il suono Delmark dei primi anni ’70, piano e organo in bella evidenza, un ritmo scandito, la voce calda e suadente di Hicks, sembra quasi un brano uscito da Muscle Shoals (manco a dirlo), la chitarra disegna linee e licks classici senza cadere mai nello scontato, mentre una vibrante Everyday I Have The Blues è meno “swingata” rispetto a quella di B.B. King, decisamente più veloce e vicina agli stilemi delle band rock, con la solista in grande spolvero in una serie di interventi gagliardi, quasi allmaniani nel loro dipanarsi.

What The Devil Loves è un potente brano tra rock, blues e R&B, scritto da Fred Koller, con un magnifico Earl alla batteria e un impeto fluido e torrenziale nella chitarra del nostro; 421 South Main, uno dei pezzi originali, è un veloce shuffle battente con un florilegio di soliste furiose e un suono palpitante, mentre Love You More Than You’ll Ever Know, è proprio il brano di Al Kooper scritto per i Blood; Sweat & Tears, che negli ultimi anni sta vivendo una seconda giovinezza ( di recente Bonamassa e Gary Moore, ma in passato anche Donny Hathaway), la eccellente versione di Hicks ha tocchi jazzy e latineggianti alla Santana, ma anche un timbro di chitarra tra Peter Green e Moore, spaziale e lancinante al contempo. Headed Back To Memphis è un “bluesone” di quelli duri e puri, tosto il giusto, che illustra questo viaggio musicale da Harlem a Memphis con grinta e grande carica, sia vocale che strumentale, a riprova di una classe innata del giovane Solomon, che si difende egregiamente anche nel settore funky con una versione carnale del vecchio brano di Gary Wright Love Is Alive, che diventa uno strumentale tra sax e chitarrine wah-wah impazzite, sonorità sognanti un attimo e carnali e sensuali quello successivo.

Have Mercy On Me, se mi passate l’ossimoro, è un” indiavolato” gospel-rock preso a velocità da ritiro della patente, con Hicks e i suoi accoliti che ci danno dentro alla grande, e pure Riverside Drive quanto ad intensità non scherza, altro strumentale poderoso con la solista pungente del giovane King Solomon di nuovo in grande spolvero in sonorità quasi futuribili ed hendrixiane, ottimo pure It’s Alright , altro fremente e scandito blues di ottima fattura. In conclusione troviamo una versione ardente e magnifica di Help Me, il classico di Sonny Boy Williamson, riletto con grinta, feeling e una perizia tecnica alla chitarra veramente ammirevoli. Il disco esce il 13 marzo.

Bruno Conti

Una Serata Blues Speciale A Londra Nel 2009. Gary Moore – Live From London

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Gary Moore – Live From London – Mascot/Provogue – 31-01-2020

Al 31 gennaio 2020 (pare posticipata al 7 febbraio all’ultimo momento in alcuni paesi) è prevista l’uscita di Live From London, ennesimo disco dal vivo postumo dedicato a Gary Moore. Non ricorre nessuna evenienza particolare: il musicista irlandese era nato a Belfast il 4 aprile del 1952, ed è morto a Estepona,una località di vacanza vicino a Malaga, in Spagna, il 6 febbraio del 2011, per un infarto, probabilmente causato dalla fortissima quantità di alcol ingerita nel corso della serata precedente (gli è stata trovata nel sangue una percentuale letale di alcol pari al 3,8%). Nel corso degli anni sono già usciti alcuni album postumi dal vivo di Moore: penso all’ottimo Blues For Jimi, uscito nel 2012 e relativo ad un concerto del 2007, una serata speciale dedicata ad tributo alla musica di Hendrix https://discoclub.myblog.it/2012/09/12/due-grandi-chitarristi-al-prezzo-di-uno-gary-moore-blues-for/ , e nel 2011 era stato pubblicato Live At Montreux 2010, con  la registrazione di una data del luglio 2010, la più recente rispetto alla data della sua scomparsa https://discoclub.myblog.it/2011/10/22/un-ultimo-saluto-gary-moore-live-at-montreux-2010/ , tutte della sorte di one-off, serate speciali, come anche questo Live From London, un evento organizzato dalla emittente radio Planet Rock, con una attenzione speciale riservata al materiale blues, pur non mancando alcuni brani dall’ultimo album di studio del 2008 Bad For You Baby, e la classica Parisienne Walkways in chiusura del set di 13 brani.

Ovviamente, e parlo per me, questo è il repertorio di Gary Moore che prediligo, ma il chitarrista ha fans sparsi per il mondo che amano anche il suo repertorio più robusto, diciamo pure hard-rock. La tecnica non si discute, ma dal 1990 della “conversione”, o del ritorno al blues, il nostro ha realizzato una serie di album eccellenti, inframmezzati ad altri più scontati: qui siamo di fronte al suo lato migliore. Aiuta anche il fatto che la serata si sia svolta alla 02 Academy di Islington, una venue più raccolta ed accogliente rispetto ad arene e palazzetti, quindi più adatta al tipo di repertorio. Non ho ancora informazioni precise sulla formazione, ma visto che si tratta del Bad For You Baby World Tour, e si sente chiaramente la presenza di un tastierista, azzardo Vic Martin a piano e organo, Pete Rees al basso e Sam Kelly alla batteria: partenza sparatissima con una poderosa Oh Pretty Woman, con potenti sventagliate della Gibson di Moore, versione gagliarda ma di ottima fattura, Bad For You Baby e Down The Line sono due dei brani nuovi  tratti dall’album in promozione, entrambe sempre tirate ma senza esagerazioni o “durezze” fuori luogo, la seconda veloce e compatta con chitarra ed organo ad interagire con le scale velocissime della solista di Gary in primo piano.

A questo punto parte la sezione blues, già inaugurata dalla cover di Oh, Pretty Woman di Albert King, da After Hours arriva l’omaggio a B.B. King, che appariva anche nel CD originale, con una solida e pungente Since I Met You Baby, seguita da un uno-due strepitoso dedicato al primo album di Mayall con i Bluesbreakers, prima una lunga e fluente Have You Heard, con la chitarra che improvvisa in grande libertà, e poi l’altrettanto classica All Your Love di Otis Rush, con il suo riff inconfondibile e le continue accelerazioni, grande lavoro nuovamente di Moore alla solista, e anche eccellente interpretazione vocale di Gary, brillante nel corso di tutta la serata. Seguono altre due canzoni dal disco del 2008, Mojo Boogie di JB Lenoir, dove il nostro mette in mostra anche la sua destrezza nell’uso del bottleneck, e una fantasmagorica versione di quasi 12 minuti di I Love You More Than You’ll Ever Know, il celebre slow blues scritto da Al Kooper per il primo album dei Blood, Sweat And Tears,  poi interpretato da Donny Hathaway e da decine di altri artisti, in anni recenti da Joe Bonamassa e Beth Hart, sia in studio che dal vivo, grande prestazione di Moore alla solista in una serie di assoli da sballo.

Di Too Tired, un brano di Johnny Guitar Watson, ricordiamo delle notevoli versioni con Albert Collins, sia in Still Got The Blues come nel Live At Montreux, uno shuffle dalla grande carica, e non manca neppure la title track del suo album più famoso, la splendida blues ballad Still Got The Blues (For You), prima di chiudere il concerto con una trascinante Walking By Myself. I due bis prevedono la pimpante e coinvolgente The Blues Is Alright, una dichiarazione di intenti  verso il suo grande amore per le 12 battute, e infine Parisieenne Walkways, la canzone scritta insieme al suo grande amico Phil Lynott, la lirica, struggente e malinconica ballata dedicata  al padre di Phil e alla Parigi del dopoguerra, caratterizzata da un lungo e lancinante assolo dove Moore tira le note fino all’inverosimile. Veramente un bel concerto che rende ancora una volta merito alla bravura e alla classe del musicista nord-irlandese. Esiste anche una edizione speciale cartonata del disco, con quattro plettri, due sottobicchieri personalizzati, un adesivo ed una cartolina, però mi sembra una cosa per feticisti.

Bruno Conti

Viene Dalla Louisiana, Ma Per L’Occasione Si Cimenta Con Dell’Ottimo Power Trio Rock-Blues. Jeff Chaz – No Paint

jeff chaz no paint

Jeff Chaz – No Paint – JCP Records

Jeff Chaz nasce una cinquantina di anni fa in quel di Lake Charles, Louisiana e poi vive i primi anni della sua vita nella piccola cittadina di Creole, dove leggenda metropolitana vuole (o forse è la verità) che  il padre che faceva il medico, per spostarsi  per visitare i suoi pazienti usasse una piroga e si facesse spesso pagare in natura, con anatre e altri prodotti commestibili. Già la provenienza da quella zona, ricca humus per la musica di qualità, ce lo fa apprezzare, se poi aggiungiamo che, passando anche per la California, la sua gavetta l’ha svolta a Memphis, tra Beale Street e le vie limitrofe, per poi tornare in Louisiana dove si è guadagnato l’appellativo di Bourbon Street Bluesman, lo apprezziamo ancora di più. Il nostro amico è un chitarrista, ma in passato si è adattato a suonare tromba e trombone pur di poter far parte della band di Albert King e ha collaborato anche con Jerry Lee Lewis e Cab Calloway,, creando le basi per la sua musica che partendo dal blues, si arricchisce di elementi soul e del cosiddetto New Orleans Gumbo, per poter infine approdare a quello stile in power trio elettrico che caratterizza il nuovo No Paint, pubblicato dalla JCP (che non sta per Jeff Chaz Production ma per Just Cleveland’s Past), la propria etichetta personale presso la quale erano già usciti sette album che avevano in passato incorporato anche soul fiatistico e piccole derive jazz.

Per l’occasione, come detto, si è dedicato al blues in trio, con l’aiuto di Augie Joachim al basso e Ric Jones alla batteria, che sotto la produzione dello stesso Jeff al Radionic Studio di Jefferson, sempre in Louisiana, hanno registrato le 10 tracce di questo No Paint. La voce ha alcuni elementi negroidi temprati nel sound della soul music scuola Stax, come dimostra subito l’iniziale Turn Back The Hands Of Time, una cover di un brano di Tyrone Davis, con un suono “strano”  e secco dove la chitarra pungente di Chaz è comunque molto presente https://www.youtube.com/watch?v=GnvwHIDzs1wThe Stars Are Out è il classico blues lento e tirato, dall’andatura cadenzata, con Jeff che tenta alcuni arditi falsetti prima di lasciare spazio ad un eccellente assolo dove dimostra tutta la sua perizia tecnica nel lavoro di vibrati e timbrica della solista, addirittura con qualche richiamo zappiano, mentre We Ain’t Shackin’ No More è un ritmato shuffle ancora tra blues e R&B, con la fluidissima chitarra sempre in evidenza. You Gotta Show Me  è un veloce e brillante Chicago blues dal ritmo incalzante sempre giocato sulle continue folate della solista; Lowdown Dirty Blues mette le cose in chiaro fin dal titolo, un lento intenso e tirato, con la solista in modalità libera, quasi alla Roy Buchanan, e la voce vibrante.

Life Is Like Coffee è un brano più mosso, un rock-blues con retrogusti sudisti di ottimo impatto, con Blues Buffet che sembra un Texas blues di quelli prediletti da Stevie Ray Vaughan, con la chitarra ancora in grado di impazzare alla grande. Little Sips è in chiara modalità power trio, un brano dove spunta anche qualche elemento hendrixiano e il nostro che è sempre impegnato a fondo a strapazzare la sua solista, in grado di proporre un lavoro di grande veemenza emozionale https://www.youtube.com/watch?v=R14fSzRu_Ao , prima di tornare al blues lento di una travolgente She’s The Sweeetest Thing, che come altri brani di questo CD dimostra che la lezione imparata nei lunghi anni con Albert King non è stata dimenticata dal chitarrista della Louisiana, al limite integrata appunto con sonorità tra Buchanan e SRV. In chiusura Deet Deet Deet, uno strumentale preso a velocità supersoniche che dimostra ancora una volta la grande perizia tecnica di questo musicista, che per l’occasione ha accantonato quasi del tutto le sonorità della sua Louisiana a favore di un suono più sanguigno e sporco. Molto bravo però.

Bruno Conti

Troppo Bello Per Non Parlarne Diffusamente, Il Classico Cofanetto Da 5 Stellette! Rory Gallagher – Blues

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Rory Gallagher – Blues – 3 CD Chess/Universal

Ne avevo parlato già ad aprile nella rubrica delle anticipazioni, prima dell’uscita del box avvenuta poi a fine maggio, ma era un peccato non dedicargli un ulteriore spazio per una recensione completa track by track del cofanetto di cui tra breve. Del grande musicista irlandese, scomparso nel giugno del 1995, mi sono occupato già altre volte sul Blog, se volete potete andare a rileggervi un paio di post che gli ho dedicato in passato https://discoclub.myblog.it/2015/05/25/archivi-inesauribili-rory-gallagher-irishman-new-york/ e https://discoclub.myblog.it/2010/10/11/cosi-non-ne-fanno-piu-rory-gallagher-the-beat-club-sessions/, dove si parla anche della sua carriera e dell’importanza che ha avuto in ambito blues-rock: ma veniamo a questo triplo cofanetto Blues, che contiene materiale inedito e raro estratto dai suoi archivi e curato per l’occasione dal nipote Daniel Gallagher, con il libretto firmato dal giornalista Jas Obrecht. Vediamone il contenuto, brano per brano. sono tre CD, divisi per “argomento”:

CD1: Electric Blues]
1. Don’t Start Me Talkin’ (Unreleased track from the Jinx album sessions 1982) è il famoso brano di Sonny Boy Williamson II, che Rory Gallagher trasforma in un vibrante blues elettrico dove l’armonica è suonata dall’ospite Mark Feltham dei Nine Below Zero e Rory è impegnato alla slide, mentre il piano è affidato a Bob Andrews, partenza eccellente.

2. Nothin’ But The Devil (Unreleased track from the Against The Grain album sessions 1975) classico blues lento e cadenzato, scritto da Jerry West e reso celebre da Lightnin’ Slim, altra performance sopraffina di Gallagher, sia a livello vocale che chitarristico.

3. Tore Down (Unreleased track from the Blueprint album sessions 1973) brano registrato per uno dei suoi album migliori e poi non pubblicato all’epoca, si tratta di una canzone registrata varie volte da Rory, e uscita su diversi album postumi, il pezzo è uno dei classici assoluti di Freddie King, molto amata anche da Clapton, che per l’occasione riceve un trattamento deluxe alla Gallagher, con assolo misurato ma intenso.

4. Off The Handle (Unreleased session Paul Jones Show BBC Radio 1986), brano scritto da Gallagher, era in origine su Top Priority del 1979, ma questa è una gagliarda versione inedita e fantastica estratta da una trasmissione radiofonica, con il musicista irlandese al meglio delle sue possibilità che fa i numeri alla solista, peccato che il brano venga sfumato.

5. I Could’ve Had Religion (Unreleased WNCR Cleveland radio session from 1972) ripresa di un traditional che era tra i punti di forza del Live In Europe del 1972, versione intensa con il nostro che distilla il blues come sui sapeva fare, grande lavoro di bottleneck e armonica.

6. As the Crow Flies (Unreleased track from Tattoo album sessions 1973) la sua versione di un classico di Tony Joe White, ce n’è una versione fantastica dal vivo su Irish Tour, questa registrata in studio, sempre con slide a manetta, era inedita fino ad ora

7. A Million Miles Away (Unreleased BBC Radio 1 Session 1973) altro cavallo di battaglia del musicista di Cork, in origine era su Tattoo, uno dei suoi dischi migliori, notevole versione per la BBC, inspiegabilmente rimasta inedita fino ad oggi, di questo blues lento e cadenzato, Gallagher at his best

8. Should’ve Learnt My Lesson (Outtake from Deuce album sessions 1971) questa è una versione alternativa del brano uscito in origine sul suo secondo disco di studio, forse il suo migliore in assoluto, di durata doppia rispetto a quella pubblicata, altro slow blues da manuale con la chitarra che distilla note magica.

9. Leaving Town Blues (Tribute track from Peter Green ‘Rattlesnake Guitar’ 1994) brano raro estratto da un doppio CD in tributo al chitarrista dei Fleetwood Mac, con il nostro impegnato anche al mandolino oltre che ad una slide acidissima,  in un brano costruito su un crescendo emozionante

10. Drop Down Baby (Rory guest guitar on Lonnie Donegan’s “Puttin’ On The Style” album 1978) estratto dal raro tributo al musicista di Rock Island Line “inventore” dello skiffle, che è la voce solista mentre Gallagher si “limita” a suonare la chitarra

11. I’m Ready (Guest guitarist on Muddy Waters ‘London Sessions’ album 1971) stesso discorso per questa versione fiatistica estratta dall’album “inglese” del grande Muddy Waters, con Rory Gallagher impegnato alla solista in tutto l’album, se per caso lo trovate in giro acchiappatelo,

12. Bullfrog Blues (Unreleased WNCR Cleveland radio session from 1972) altro brano che fa il suo figurone nel Live In Europe del ’72, questa versione per una radio americana dello stesso periodo è sensazionale, grinta all’ennesima potenza, anche se la registrazione non è impeccabile, per quanto comunque molto buona.

[CD2: Acoustic Blues]

In questo secondo CD vediamo un lato più intimo e raccolto del musicista irlandese che comunque anche in versione acustica era completamente a suo agio

1. Who’s That Coming (Acoustic outtake from Tattoo album sessions 1973) la versione elettrica su Tattoo è insuperabile, ma anche questa alla acustica slide hai suoi pregi

2. Should’ve Learnt My Lesson (Acoustic outtake from Deuce album sessions 1971) terza versione, registrata sempre per il secondo album, di uno suoi pezzi preferiti

3. Prison Blues (Unreleased track from Blueprint album sessions 1973) doveva fare parte di Blueprint ma non venne utilizzata mai, si tratta proprio di una canzone inedita, non di una versione alternata

4. Secret Agent (Unreleased acoustic version from RTE Irish TV 1976) la versione di studio su Calling Card è di una potenza inaudita ma anche questa versione dal vivo per la televisione irlandese, solo voce e chitarra acustica in modalità bottleneck non scherza

5. Blow Wind Blow (Unreleased WNCR Cleveland radio session from 1972) altra canzone di Muddy Waters registrata negli Usa che non ricordo di avere sentito in altri dischi di Gallagher

6. Bankers Blues (Outtake from the Blueprint album sessions 1973) versione alternativa abbastanza simile a quella uscita sul disco originale, probabilmente non usata perché a un certo punto gli scappa da ridere

7. Whole Lot Of People (Acoustic outtake from Deuce album sessions 1971) su Deuce è un brano elettrico di quelli suoi devastanti, qui appare in versione solo voce e chitarra acustica in fingerpicking

8. Loanshark Blues (Unreleased acoustic version from German TV 1987) questo brano uscirà in versione elettrica su Defender il disco del 1987

9. Pistol Slapper Blues (Unreleased acoustic version from Irish TV 1976) un altro dei brani tradizionali  acustici in fingerpicking che gli piaceva suonare dal vivo, ancora per la televisione irlandese

10. Can’t Be Satisfied (Unreleased Radio FFN session from 1992) di nuovo McKinley Morganfield, grande versione per la radio tedesca registrata quasi a fine carriera

11. Want Ad Blues (Unreleased RTE Radio Two Dave Fanning session 1988) dopo Muddy anche un brano di John Lee Hooker, conosciuto pure come Wanted Blues, solo voce e chitarra acustica amplificata, con l’altro titolo si trova in svariate versioni live

12. Walkin’ Blues (Unreleased acoustic version from RTE Irish TV 1987) e infine anche un omaggio a Son House per uno dei capisaldi assoluti delle 12 battute, con Rory impegnato anche all’armonica.

[CD3: Live Blues]

Dal vivo Rory Gallagher era un vera forza della natura. lo so perché l’ho visto al Teatro Lirico di Milano negli anni ’70. E quindi questo probabilmente è il dischetto più interessante dei tre, anche se non ci sono brani dei primi anni ’70, ma in versione live il nostro amico non tradiva mai. Repertorio quasi tutto di classici del Blues rivisti alla luce della carica devastante dell’approccio rock-blues e power trio del nostro

1. When My Baby She Left Me (Unreleased track from Glasgow Apollo concert 1982) è un altro brano dal repertorio di Sonny Boy Williamson e ascoltandolo si capisce da dove hanno tratto ispirazione band come i Nine Below Zero, i Dr. Feelgood o i Nighthawks e perché Jimi Hendrix, scherzando, ma non troppo, lo considerava il miglior chitarrista del mondo

2. Nothin’ But The Devil (Unreleased track from Glasgow Apollo concert 1982) sempre dallo stesso concerto scozzese da cui vengono tre brani di questo CD, versione più carica e potente di quella presente nel primo CD di studio di questo box, sempre con un Gallagher torrenziale alla chitarra.

3. What In The World (Unreleased track from Glasgow Apollo concert 1982) non è uno dei brani più famosi scritti da Willie Dixon, e in altri album di Rory viene indicato come traditional, comunque è un altro brano dove si apprezza la potenza del suono del gruppo che non aveva nulla da invidiare a livello power trio a quella dei Cream o dei Led Zeppelin.

4. I Wonder Who (Unreleased live track from late 1980s) di questo brano non si conosce l’esatta location in cui è stato registrato, ma anche questo pezzo gagliardo, sempre tratto dal repertorio di Muddy Waters è tutto da gustare e dovrebbe vedere la presenza di Feltham all’armonica a bocca

5. Messin’ With The Kid (Unreleased track from Sheffield City Hall concert 1977) uno dei brani più celebri del repertorio concertistico di Gallagher, con un riff iniziale tra i più eccitanti della storia del rock-blues e uno svolgimento successivo che non è da meno, ottimo anche l’assolo di organo prima che Rory faccia venire giù il teatro con il suo assolo

6. Tore Down (Unreleased track from Newcastle City Hall concert 1977) e pure questa è una rilettura possente live di questo grande classico, non si prendono prigionieri

7. Garbage Man Blues (Unreleased track from Sheffield City Hall concert 1977) questo brano lo ricordo in alcune versioni micidiali di Buddy Guy, ma questa di Rory Gallagher è l’epitome dello slow blues, con la solista che viaggia in modo fluido e torrenziale, il classico pezzo da faccine per i chitarristi

8. All Around Man (Unreleased track from BBC OGWT Special 1976) la versione di studio era su Against The Grain del 1975, qui in versione monstre di oltre 11 minuti, altro lentone lancinante, scritto da Bo Carter, bluesman del Delta molto amato da Rory, che nella parte finale subisce una accelerazione fenomenale con Gallagher che maltratta la sua Stratocaster libidinosamente

9. Born Under A Bad Sign (Unreleased track from Rockpalast 1991 w/ Jack Bruce) è l’occasione per un raro incrocio con il bassista e cantante dei Cream, un incontro tra due giganti che nella parte finale improvvisano ad libitum

10. You Upset Me (Unreleased guest performance from Albert King album ‘Live’ 1975) e anche questa esibizione, come la precedente con Bruce, era rimasta inedita fino ad oggi, non utilizzata nel doppio Live di Albert King, registrato al Festival di Montreux del 1975, uno shuffle fiatistico dove i due chitarristi imbastiscono un call and response di grande classe

11. Comin’ Home Baby (Unreleased track from 1989 concert with Chris Barber Band) un’altra chicca inedita estratta dal concerto celebrativo per la band di Chris Barber, uno strumentale con fiati dove Rory Gallagher ha occasione di interagire con uno stile potenzialmente più jazzato, ma alla fine sono gli altri che si adeguano al suo stile veemente e furibondo,

12. Rory Talking Blues (Interview track of Rory talking about the blues)

Una ristampa che un fondo non è una ristampa, visto che il materiale è quasi completamente inedito, e uni dei rari casi di dischi d’archivio da 5 stellette.Se non lo avete già preso, imperdibile, visto che costa anche poco.

Bruno Conti

Un Classico Power Trio “Nero” Di Grande Potenza. Dennis Jones Band – WE3 Live

dennis jones band we3 live

Dennis Jones Band – WE3 Live – Blue Rock Records

Questo signore nasce a Baltimore nel Maryland nel 1958, quindi I 60 anni li ha passati anche lui: ha vissuto anche in Europa per un periodo e dalla metà degli anni ’80 la sua residenza è a Los Angeles in California. Un curriculum forgiato soprattutto attraverso la permanenza, come secondo chitarrista, nella Zac Harmon Band, poi dagli anni 2000 ha creato un proprio trio la Dennis Jones Band, classico power trio, o meglio forse non classico, visto che sono tre musicisti di colore, comunque suono potente ispirato da Jimi Hendrix era Band Of Gypsys e Srevie Ray Vaughan, oltre che dai grandi nomi del blues, soprattutto quelli dello stile urbano, elettrico. Cinque dischi in studio, e ora questo WE3 Live, registrato alla Brewer Creek Brewery di Wilbaux, Montana, non esattamente una delle mecche della musica live. Comunque il risultato è eccellente, 13 brani originali di Jones e una cover di Born Under A Bad Sign, di un altro Jones, Booker T, e di William Bell, un classico per Albert King (che la registrò anche con Stevie Ray Vaughan), ma anche per i Cream.

Il problema usuale e principale di questi album, per chi non vive negli USA (ma anche lì non devono essere proprio facili da trovare) è purtroppo la reperibilità, ma ormai lo sappiamo, Jones ha anticipato di parecchio questa tendenza sempre più imperante nel mercato indipendente, dandosi alla auto distribuzione sin dagli inizi della carriera solista. Il pubblico presente al concerto non sembra molto numeroso, ma appare entusiasta e soddisfatto da quanto ascolta: Dennis Jones ha anche una bella voce, grintosa e con sfumature ricche di soul, i suoi due soci, Sam Correa al basso e Raymond Johnson alla batteria, formano una sezione ritmica di tutto rispetto; il disco è inciso molto bene, con un suono nitido e ben delineato, e poi c’è il solismo dirompente della  Stratocaster del nostro amico, che mescola impeto ed eccellente tecnica, come è subito evidente fin dalla iniziale Blue Over You, dove le mani di Jones volano sul manico della sua chitarra in modo fluente ed incalzante. In When I Die, un bello shuffle, il timbro vocale ricorda quello di un altro grande “colored” del rock-blues come Phil Lynott dei Thin Lizzy, la chitarra è molto SRV, mentre la lunga Passion For The Blues cita nel testo coloro che lo hanno influenzato negli anni, Robert Johnson, Muddy Waters, Etta James, Johnny Winter, Stevie Ray Vaughan, in una sorta di passaggio di consegne ideale, con la chitarra sempre in grande evidenza, visto che Jones è sì un virtuoso dello strumento, ma non della categoria “esagerati” https://www.youtube.com/watch?v=VtKoUdb2LZI .

Stray Bullet, come l’iniziale Blue Over You è una canzone che verte sulle delusioni d’amore, uno degli argomenti tipici nel blues (e non solo), c’è qualche rimando al Jimi più vicino al R&B, e quindi anche a Robert Cray, nel sound sognante della solista, con la vorticosa Hot Sauce che va a tempo di boogie e cita il riff di Third Stone From the Sun nell’assolo. Don’t Worry About Me è un altro “bluesaccio” ruvido, temprato nel funky e nell’errebì, seguito da Super Deluxe altro shuffle che è un veicolo per il fluido solismo del chitarrista, sempre sulla lunghezza d’onda del grande Jimi; Enjoy The Ride è di nuovo più funky e sensuale, mentre You Don’t Know A Thing About Love ha più di un retrogusto latineggiante, sempre misto a quel soul’n’blues raffinato tipico di molti pezzi di Jones, ma poi esplode nel solito assolo energico. Kill The Pain, nel gioco continuo di citazioni all’interno dei brani, parte con Black Velvet di Alannah Myles e poi ritorna di continuo al suono dell’immancabile Hendrix, fonte continua di ispirazione, Big Black Cat, sempre con la chitarra in overdive, un ritmo intricato e qualche citazione jazzy è un altro ottimo esempio della classe e della tecnica del nostro amico, che ritorna al funky-blues per Devil’s Nightmare, prima di regalarci un altro ottimo shuffle blues nella travolgente I’m Good. In chiusura la citata Born Under A Bad Sign che più che alla versione dei Cream rende omaggio, anche con wah-wah innestato, all’Hendrix febbrile e sfrenato di Voodoo Chile, grande brano comunque e molto bravo questo Dennis Jones.

Bruno Conti

Il 31 Maggio Uscirà Questo Bel Cofanetto Ricchissimo Di Materiale Inedito. Rory Gallagher – Blues

rory gallagher blues

Rory Gallagher – Blues – 3 CD Chess/Universal – 31-05-2019

Ammetto di essere sempre stato un grande fan di Rory Gallagher, per cui quando qualche tempo fa avevo saputo dell’uscita di questo box ero combattuto tra il timore della ennesima fregatura (perché spesso il materiale raro ed inedito contenuto in questo tipo di pubblicazioni è talmente minimo da sconsigliarne l’acquisto) e la speranza che, visto che il materiale proviene dagli archivi gestiti dalla famiglia di Rory, ed in particolare dal fratello Donal, che da parecchi anni cura le (ri)pubblicazioni del vecchio materiale dell’artista irlandese, per l’occasione avremmo avuto quello che ci aspettavamo. E questa volta, per una volta tanto, il lavoro di ricerca del materiale raro ed inedito è stato quasi certosino, con la presenza tra i 36 brani che faranno parte di questo Blues di ben il 90% di pezzi mai pubblicati prima. Oltre a tutto anche il prezzo che viene annunciato è veramente interessante, a livello indicativo dovrebbe essere intorno ai 20-22 euro.

Ecco come al solito la lista completa dei brani contenuti nel box, dove ci sono anche parecchie collaborazioni tra Rory Gallagher e garndi musicisti del calibro di Muddy Waters, Albert King, Jack Bruce, Lonnie Donegan, e la Chris Barber Orchestra.

 CD1: Electric Blues]
1. Don’t Start Me Talkin’ (Unreleased track from the Jinx album sessions 1982)
2. Nothin’ But The Devil (Unreleased track from the Against The Grain album sessions 1975)
3. Tore Down (Unreleased track from the Blueprint album sessions 1973)
4. Off The Handle (Unreleased session Paul Jones Show BBC Radio 1986)
5. I Could’ve Had Religion (Unreleased WNCR Cleveland radio session from 1972)
6. As the Crow Flies (Unreleased track from Tattoo album sessions 1973)
7. A Million Miles Away (Unreleased BBC Radio 1 Session 1973)
8. Should’ve Learnt My Lesson (Outtake from Deuce album sessions 1971)
9. Leaving Town Blues (Tribute track from Peter Green ‘Rattlesnake Guitar’ 1994)
10. Drop Down Baby (Rory guest guitar on Lonnie Donegan’s “Puttin’ On The Style” album 1978
11. I’m Ready (Guest guitarist on Muddy Waters ‘London Sessions’ album 1971)
12. Bullfrog Blues (Unreleased WNCR Cleveland radio session from 1972)

[CD2: Acoustic Blues]
1. Who’s That Coming (Acoustic outtake from Tattoo album sessions 1973)
2. Should’ve Learnt My Lesson (Acoustic outtake from Deuce album sessions 1971)
3. Prison Blues (Unreleased track from Blueprint album sessions 1973)
4. Secret Agent (Unreleased acoustic version from RTE Irish TV 1976)
5. Blow Wind Blow (Unreleased WNCR Cleveland radio session from 1972)
6. Bankers Blues (Outtake from the Blueprint album sessions 1973)
7. Whole Lot Of People (Acoustic outtake from Deuce album sessions 1971)
8. Loanshark Blues (Unreleased acoustic version from German TV 1987)
9. Pistol Slapper Blues (Unreleased acoustic version from Irish TV 1976)
10. Can’t Be Satisfied (Unreleased Radio FFN session from 1992)
11. Want Ad Blues (Unreleased RTE Radio Two Dave Fanning session 1988)
12. Walkin’ Blues (Unreleased acoustic version from RTE Irish TV 1987)

[CD3: Live Blues]
1. When My Baby She Left Me (Unreleased track from Glasgow Apollo concert 1982)
2. Nothin’ But The Devil (Unreleased track from Glasgow Apollo concert 1982)
3. What In The World (Unreleased track from Glasgow Apollo concert 1982)
4. I Wonder Who (Unreleased live track from late 1980s)
5. Messin’ With The Kid (Unreleased track from Sheffield City Hall concert 1977)
6. Tore Down (Unreleased track from Newcastle City Hall concert 1977)
7. Garbage Man Blues (Unreleased track from Sheffield City Hall concert 1977)
8. All Around Man (Unreleased track from BBC OGWT Special 1976)
9. Born Under A Bad Sign (Unreleased track from Rockpalast 1991 w/ Jack Bruce)
10. You Upset Me (Unreleased guest performance from Albert King album ‘Live’ 1975)
11. Comin’ Home Baby (Unreleased track from 1989 concert with Chris Barber Band)
12. Rory Talking Blues (Interview track of Rory talking about the blues)

Come vedete il materiale dei 3 CD è stato diviso pezzi elettrici, pezzi acustici e brani registrati dal vivo.

Quindi non ci rimane che attendere il 31 maggio per godere di queste piccole delizie sonore di uno dei più grandi esponenti di sempre del blues bianco nei suoi vari aspetti più genuini, ruspanti ed appassionanti, un altro tassello di una carriera incredibile e forse fin troppo breve.

Bruno Conti

Un Bluesman Dallo Stile Veramente “Elettrizzante”, E Che Voce! Eugene Hideaway Bridges – Live In Tallahassee

eugene hideaway bridges live in tallahassee

Eugene Hideaway Bridges – Live In Tallahassee – Armadillo

Eugene Hideaway Bridges, nasce a New Orleans nel 1963, e poi rimane con la famiglia in Louisiana per gran parte della adolescenza, per poi trasferirsi in Texas dove si arruola nell’Air Force. Alla fine del periodo militare torna alla musica, da sempre una passione in famiglia: il babbo Othineil Bridges Sr,  in arte Hideaway Slim, era un discreto bluesman, mentre da parte di madre, il ramo Bullock della famiglia, si vantano parentele con Anna Mae Bullock, alias Tina Turner, ed Eugene scherzando (ma non troppo) dice che l’abilità alla chitarra l’ha ereditata dal padre, ma la voce arriva dal lato materno. Il nostro amico ha comunque una cospicua carriera alle spalle, iniziata negli anni ’80, anche con una breve apparizione nella storica band gospel/R&B dei Mighty Clouds Of Joy, dove Bridges ha affinato le sue dote vocali: non per nulla Eugene è in possesso di una vocalità vellutata, ma anche potente, in grado di passare in un attimo da un timbro quasi alla Sam Cooke a uno alla BB King (con il cui bassista, Joe Turner, ha condiviso i palcoscenici europei negli anni ’90, quelli dei primi passi da solista, culminati nel primo album Born To Be Blue, pubblicato nel 1998 e prodotto dal veterano Mike Vernon, non il primo che passava che per strada).

Poi ha firmato per la Armadillo Music, con cui ha pubblicato sinora nove album, compreso questo eccellente Live In Tallahassee, dove si possono apprezzare sia le sue doti vocali che strumentali, oltre al supporto della sua ottima band, con David Webb a piano e organo, Kelpie Mackenzie al basso e Pat Manske alla batteria. Un CD che sorprenderà piacevolmente gli appassionati di quello stile che sta tra blues, soul, gospel e R&B, musica intrisa di tradizione e suonata come Dio comanda. Questa serata in Florida si apre subito molto gradevolmente con la vibrante Step By Step, un classico shuffle dove le linee fluide della solista di Bridges si mescolano gradevolmente con l’organo di Webb, in un brano che rimanda ai grandi King del blues (ad Hideaway Bridges nel 2017 è stato conferito il Lucy Award, l’ Albert King Lifetime Award); niente male anche la sinuosa I Can Never Forget dove Eugene sfodera il suo timbro più felpato, tra soul e gospel, con qualche inflessione alla Sam Cooke, e pure l’intensa  e palpitante How Long, dove continua il perfetto interscambio chitarra/organo e la voce è sempre brillante. Ottime anche l’incalzante When The Blues Overtake You e il classico Chicago blues della solida Mom And Daddy’s Place,  poi quando si immerge in una balata da profondo Sud come la bellissima Good Old Days, si godono veramente tutte le nuances di una voce realmente espressiva come raramente è dato sentire; la mossa Hold On A Little Bit Longer, con Webb passato al piano, è quasi euforica nel suo mix tra R&R e R&B.

This Old House è nuovamente a tempo di shuffle, prima di proporre anche un tocco di Texas blues con l’ondeggiante How Long Will It Take, mentre I Can’t Wait è sempre appassionata e palpitante, con le dita di Bridges che scorrono veloci sulla sua Gibson. She’s Out Of My Life mescola ancora blues e soul con ottima attitudine vocale, mentre Take Home Pay rivisita ancora le lezioni dei grandi “King” del blues, prima di lanciarsi proprio in una versione notevole del classico lentone di BB Sweet Little Angel, dove il nostro amico sfoggia anche la sua grande tecnica alla chitarra in un lungo solo nella parte iniziale, prima di sfoderare la sua voce potente nel resto della canzone https://www.youtube.com/watch?v=lcFwCofikSU .  Anche Don’t Call It Supper è un altro slow di quelli da manuale, mentre I’m Holding On è un altro gioioso tuffo nel soul più cristallino, poi ribadito in un’altra bellissima ballata cantata con il cuore in mano come I’ll Be A King, che potrebbe ricordare il miglior Robert Cray, poi di nuovo a tutto blues per la tirata I Can’t Stop Loving You Baby, prima di concludere questa lunga e soddisfacente cavalcata, 19 brani e quasi 80 minuti di musica, con Rise Above It, altro ottimo esempio del suo stile “elettrizzante”.

Bruno Conti