In Attesa Del “Nuovo” Album Stay Around In Uscita Il 26 Aprile, Ecco 8 Dischi Da Avere Se Amate La Musica Di JJ Cale! Parte II

jj cale 5

Seconda parte.

5 – 1979 – Island/MCA – ***1/2

5 esce dopo una pausa di tre anni e presenta due novità sostanziali: una nuova etichetta discografica, dopo gli anni con la Shelter, e la prima apparizione su disco di Christine Lakeland,  che resterà  con lui, prima come musicista e in seguito  anche come moglie, fino alla sua morte avvenuta nel 2013. Non cambiano il solito produttore Audie Ashworth e molti dei musicisti utilizzati, mentre il suono si fa a tratti più “rotondo” e corposo, meglio definito, con la voce in primo piano e un approccio più vicino al rock, come testimoniano l’iniziale vigorosa Thirteen Days e I’ll Make Love To You Anytime sul cui sound i Dire Straits di Mark Knopfler hanno costruito una intera carriera.

Senza dimenticare la sinuosa Don’t Cry Sister, cantata in duetto con la Lakeland e che Cale inciderà di nuovo con Clapton in The Road To Escondido e la delicata e raffinata The Sensitive Kind con fiati e archi aggiunti e sul lato rock ancora l’ottima Friday, mentre Let’s Go To Tahiti ha qualche tocco etnico quasi alla Ry Cooder e Mona è un’altra di quelle ballate malinconiche in cui eccelle il nostro.

 

jj cale shades

Shades – 1981 – Island/MCA – ***1/2

 Il primo album della nuova decade completa un filotto di sei album che hanno cementato la reputazione di JJ Cale come artista di culto. Al solito ci sono decine di musicisti impiegati tra cui molti altri chitarristi, non ultimi Reggie Young e James Burton. La copertina riproduce una parodia dei pacchetti di sigarette Gitanes, mentre tra i brani l’iniziale vibrante Carry On è un altro dei suoi classici senza tempo, Deep Dark Dungeon è blues allo stato puro, Wish I Had Not Said That è un altra delle sue ballatone mid-tempo e la cover di Mama Don’t va di rock che è un piacere. Ma tutto l’album conferma la classe del musicista, che poi, tra lunghe pause, inciderà parecchi altri altri buoni album, senza forse più arrivare a questi livelli.

 

jj cale eric clapton the road to escondido

The Road To Escondido with Eric Clapton – 2006 – Duck/Reprise – ***1/2

Gli anni 2000 vedono un ritorno in grande stile di Cale, che dopo l’eccellente To Tulsa And Back del 2004 realizza finalmente un disco in coppia con Eric Clapton: i due amici se lo producono e chiamano a raccolta un vero parterre de roi di musicisti, da Billy Preston che fa la sua ultima apparizione, ad altri “discepoli” come John Mayer, Derek Trucks e Doyle Bramhall II, Taj Mahal all’armonica e tutto il giro di musicisti di Manolenta. Oltre alle riprese di Don’t Cry Sister e Anyway The Wind Blows, brilla una cover di Sporting Life Blues di Brownie McGhee e anche se il suono a tratti è fin troppo “professionale”, a causa del tocco di Simon Climie, i due si divertono ad improvvisare e canzoni come l’iniziale Danger, Heads In Georgia, la bluesata Missing Person, sono quasi interscambiabili nel repertorio dei due, anche se portano la firma di JJ.

When The War Is Over ha sprazzi del vecchio Cale, e niente male il tuffo nel country-rock di Dead End Road, con violino in grande spolvero come pure la chitarra di Albert Lee, ma tutti suonano come delle cippe lippe; l’intero l’album è comunque ottimo, da It’s Easy a Hard To Thrill, scritta da Mayer e Clapton, passando per la morbida Three Little Sister, Last Will And Testament e la vibrante e chitarristica Ride The River. JJ Cale appare poi nel Crossroads Guitar Festival di Eric e partecipa al tour di Clapton del 2007 da cui verrà tratto l’ottimo Live In San Diego, prima di lasciarci per un attacco di cuore il 26 luglio del 2013.

eric clapton & friends the breeze

Eric Clapton & Friends –  2014 – The Breeze An Appreciation of JJ Cale – Bushbranch/Surfdog – ***1/2

L’anno dopo la morte di JJ Cale esce questo bellissimo tribute album creato da Eric Clapton e pubblicato sulla propria etichetta.  Call Me The Breeze del solo Eric apre il tributo, con la stessa intro della versione originale è uno dei classici brani del Clapton più ispirato, con Albert Lee alla seconda chitarra, Rock And Roll Records, cantata a due voci, propone una inconsueta accoppiata tra Enrico e Tom Petty che funziona alla grande; Someday è affidata ad un altro fedele discepolo come Mark Knopfler, con Christine Lakeland alla seconda chitarra e Mickey Raphael all’armonica. Lies è affidata al duo Clapton e John Mayer, mentre per la felpata Sensitive Kind viene rispolverato un vecchio amico e compagno di avventura come Don White, uno degli originatori del Tulsa Sound, con Cajun Moon che Clapton riserva nuovamente per sé con eccellenti risultati.

La versione di Magnolia è cantata con classe e stile da John Mayer, prima del ritorno della strana coppia Petty/Clapton con una vibrante I Got The Same Old Blues e del duo Willie Nelson/Eric Clapton che illustra il lato più country di Cale con una sognante Songbird,  lato poi ribadito nella saltellante I’ll Be There (If You Ever Want Me), cantata ancora da Don White con il supporto di Eric, che suona anche il dobro, lasciando la chitarra a Albert Lee.

Tom Petty in solitaria rilascia una delicata The Old Man And Me e il trio White/Knopfler/Clapton ci delizia in una raffinata Train To Nowhere, prima di lasciare spazio a Willie Nelson che accompagnato da Derek Trucks rilegge in modo “stiloso” Starbound, prima di tornare al rock chitarristico di Don’t Wait, affidata a John Mayer e Clapton. In chiusura niente Cocaine, ma una versione in punta di dita di Crying Eyes, cantata de Eric con la Lakeland, mentre Trucks lavora di fino alla slide. Tra pochi giorni esce il “nuovo” album di JJ Cale Stay Around e la storia continua.

Bruno Conti

Il “Ritorno” Della Sua Prima Prova Da Cantautrice. Emmylou Harris – The Ballad Of Sally Rose (Expanded Edition)

emmylou harris the ballad of sally rose

Emmylou Harris – The Ballad Of Sally Rose (Expanded Edition) – Rhino/Warner 2CD

Nella prima metà degli anni ottanta la stella di Emmylou Harris non era al massimo del suo splendore dal punto di vista delle vendite, ma c’è da dire che tutta la musica country in quel periodo stava vivendo il suo momento più difficile di sempre, anche se la “riscossa” guidata da gente come Dwight Yoakam e Steve Earle era dietro l’angolo. Nel 1985 la Harris diede alle stampe un po’ in sordina il suo dodicesimo album (contando anche l’esordio in parte rinnegato Gliding Bird del 1969 ed il disco natalizio del 1979, ed infatti il suo disco seguente lo chiamerà Thirteen), cioè The Ballad Of Sally Rose, un lavoro che all’epoca non ebbe un grande successo, ma che rappresentava un passo importante per Emmylou. Grandissima cantante, dotata di una voce di una purezza cristallina, la Harris era sempre stata essenzialmente un’interprete di brani altrui, ma questo disco, a suo dire influenzato dall’ascolto di Nebraska di Bruce Springsteen, fu il primo con tutti i pezzi scritti di suo pugno, insieme all’allora marito Paul Kennerley (e va detto, anche l’ultimo fino a Red Dirt Girl del 2000). Non solo, The Ballad Of Sally Rose era anche un concept album, una pratica poco diffusa in ambito country, che narrava la storia della cantante del titolo, il cui amante, alcolizzato, rimaneva ucciso in un incidente stradale: storia in parte autobiografica, ispirata alla sua tormentata relazione dei primi anni settanta con Gram Parsons (e Sally Rose era lo pseudonimo usato da Emmylou per prenotare gli alberghi quando era in tour).

Oggi la Rhino, senza un particolare anniversario da celebrare, pubblica questa versione espansa a due CD, con nel primo il disco originale (rimasterizzato alla grande) e sul secondo dieci bellissimi demo inediti di pezzi dell’album: l’unica cosa, non capisco perché un doppio, dato che il tutto dura circa 65 minuti e ci stava comodamente su un solo dischetto (*NDB Forse per farlo pagare di più?). Risentito oggi, Sally Rose è un gran bel disco, con tredici canzoni di ottimo livello, che rivelano che Emmylou non era proprio una pivellina come autrice, nonostante la scarsa pratica (anche se penso che molto del merito vada a Kennerley, lui sì autore affermato), ed il CD di demo non è un’aggiunta tanto per allungare il brodo, ma un validissimo e godibile complemento. Due parole per la band in session, davvero da sogno: tra i numerosi nomi coinvolti troviamo infatti Albert Lee, Vince Gill, Emory Gordy Jr. e addirittura Waylon Jennings alle chitarre, Russ Kunkel alla batteria, John Jarvis al piano, Gary Scruggs all’armonica e, alle armonie vocali (oltre a Gail Davis), Dolly Parton e Linda Ronstadt, collaborazione che getterà le basi per lo splendido Trio che uscirà due anni dopo. Il disco inizia in maniera splendida con la title track, una scintillante ballata che ha qualche vaga rassomiglianza con Deportee di Woody Guthrie, tutta costruita intorno alla voce di Emmylou, qui al massimo della sua bellezza ed espressività, e con un bel ritornello corale.

Rhythm Guitar è più roccata ed elettrica (Albert Lee ha uno stile riconoscibilissimo, molto influenzato dal “chicken picking” di James Burton), anche se come canzone è piuttosto nella norma, la brevissima I Think I Love Him confluisce in Heart To Heart, splendida country ballad, pura, cristallina e cantata in maniera sontuosa, così come Woman Walk The Line, uno slow di grande impatto emotivo e suonato in maniera potente, che ci mostra che la Harris non è proprio una sprovveduta nel songwriting. La vivace Bad News si sviluppa su un tempo quasi rock’n’roll, ed è tanto coinvolgente quanto breve, Timberline è un delizioso pezzo sullo stile elettroacustico che di lì a due anni la nostra proporrà con Dolly e Linda, Long Tall Sally Rose (bel titolo) è quasi un bluegrass dal gran ritmo e sotto una cascata di strumenti a corda, immediata e godibilissima (anche se dura solo un minuto e mezzo), mentre White Line è giustamente il brano più popolare del disco, una splendida canzone country-rock dal motivo squisito e con un bellissimo accompagnamento chitarristico, in assoluto tra i brani più belli di Emmylou. Diamond In My Crown è uno slow profondo ed intenso (e che voce), The Sweetheart Of The Rodeo un perfetto ed elegante honky-tonk, anch’esso tra i pezzi migliori, K-S-O-S un breve e trascinante brano che termina con uno stupendo medley strumentale che comprende Wildwood Flower della Carter Family, Ring Of Fire di Johnny Cash e la classica truckin’ song Six Days On The Road., mentre Sweet Chariot, che chiude il disco originale, è un altro lento che non manca di regalare emozioni.

Il secondo CD, come già detto, propone dieci canzoni su tredici (mancano I Think I Love Him, Long Tall Sally Rose e K-S-O-S), incise tra il 1983 ed il 1984 da Emmylou solo con la sua chitarra e qualche occasionale backing vocal (tranne Rhythm Guitar e Bad News, che sono full band), eseguite in maniera superba, e nelle quali risaltano ancora di più bellezza e purezza: le migliori a mio giudizio sono Timberline, The Sweetheart Of The Rodeo, The Ballad Of Sally Rose, Heart To Heart e White Line, che comunque la si faccia rimane un brano formidabile. Ristampa quindi graditissima, e non mi dispiacerebbe che fosse solo la prima di una serie di album di Emmylou Harris da rivalutare, dato che comunque stiamo parlando di una che non ha mai fatto un disco brutto.

Marco Verdi