Uno E Trino, Un Bluesman Elettrico Completo E Strepitoso. Toronzo Cannon And The Chicago Way – The Preacher, The Politician Or The Pimp

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Toronzo Cannon And The Chicago Way – The Preacher, The Politician Or The Pimp – Alligator Records/Ird

Nel suo nuovo disco, il secondo per la Alligator, e il quinto in totale, Toronzo Cannon è effigiato sulla copertina in versione una e trina, appunto il Predicatore, il Politico e il Pappone: il fatto di essere nella vita anche guidatore di bus per la CTA (Chicago Transit Authority) gli permette, da osservatore privilegiato, di sviluppare anche temi sociali, toccare quindi i problemi di Chicago, le difficoltà nel viverci, sperimentate in prima persona nello svolgimento della sua attività lavorativa. Ma Cannon è anche uno dei maggiori talenti emersi dalla Windy City, in una carriera che ha preso velocità solo nell’ultima decade, dopo i classici dieci anni di gavetta, passati suonando per altri e nei piccoli locali della città, pubblicando due eccellenti album per la Delmark e poi l’ottimo The Chicago Way, candidato ai Blues Music Awards del 2017 come Album Dell’Anno.

Come nel precedente disco Cannon si fa aiutare in fase di produzione dal boss dell’etichetta Bruce Iglauer, e il risultato è uno dei migliori CD di blues elettrico di una annata che è stata molta buona per i praticanti delle 12 battute: Toronzo si districa abilmente in tutti gli stilemi del blues, partendo da un approccio diretto, quasi ruvido, direi addirittura “muscolare”, con un suono che più che dei padri nobili del genere, Waters o i tre King, è figlio di musicisti più vicini anche al rock, come Buddy Guy, Albert Collins, Luther Allison, ma non disdegna sfumature e tonalità più raffinate alla Robert Cray, con elementi soul, R&B e gospel inseriti nell’insieme, in virtù anche di una voce duttile e dalla bella timbrica, in grado di passare da cavalcate selvagge a momenti più intimi e raccolti, senza dimenticare, anche se lui dice “It’s not about the solos”, che  la chitarra è comunque uno degli elementi fondamentali della sua musica. Prendiamo l’iniziale Get Together Or Get Apart, sembra di ascoltare musicisti rock-blues bianchi, tipo Tinsley Ellis, Principato, Robillard oppure il miglior Joe Louis Walker, con un drive incalzante fornito dalla sezione ritmica di Marvin Little al basso e  Melvin “Pooky Styx” Carlisle, alla batteria, e un supporto notevole dell’organo (e in altri brani del piano) di Roosevelt Purifoy, uno dei veterani tra i tastieristi locali, e ovviamente i numeri superbi della Fender di Cannon, che è una vera forza della natura.

La title track ci rimanda alle atmosfere dei dischi blaxploitation, Isaac Hayes, Curtis Mayfield, con wah-wah e percussioni sullo sfondo, ma anche le linee liquide della solista di Toronzo che la ancorano al blues, The Chicago Way, era il titolo del disco precedente, ma il brano non c’era, eccolo fresco fresco per una vorticosa cavalcata nel boogie southern degli ZZ Top, un sound vicino ai primi album del trio texano, con Cannon che non sfigura in confronto al miglior Billy F. Gibbons e la band che tira alla grande. Tre brani, tre approcci diversi, anche Insurance mescola nuovamente le carte, aggiungete un Billy Branch all’armonica, Iglauer nella parte del Dottore, Purifoy che passa al piano, per un tuffo nel puro Chicago Blues più rigoroso, poi arriva Stop Me When I’m Lying, sezione fiati guidata da Joe Clark e veniamo catapultati in un R&B sanguigno da rock’n’soul revue, cantato sempre alla grande da Cannon con Purifoy che titilla il suo piano con libidine e Cannon più “misurato” alla solista. She Loved Me (Again) è il classico slow blues lancinante, con il nostro che esplora il manico della sua chitarra con classe e ferocia, mentre The Silence Of My Friends è una bellissima ballata tra deep soul e gospel, cantata con voce spiegata da Toronzo, che ricorda il miglior Robert Cray, mentre la solista punteggia il dipanarsi della melodia, e The First 24 ci trasporta sulle rive del Delta del Mississippi, per un blues acustico e rigoroso con uso di slide.

That’s What I Love About ‘Cha, è un gagliardo duetto con l’ospite Nora Jean, tra R&R alla Chuck Berry e blues sanguigno e vibrante. Ottimo anche lo shuffle pianistico , la jazzata No Ordinary Woman, firmata come tutti gli altri brani da Cannon, notevole pure la pungente e scandita Let Me Lay My Love On You, prima del gran finale con I’m Not Scared, dove Toronzo al wah-wah e Joanna Connor alla slide confezionano un brano in puro stile hendrixiano, con chitarre feroci e di impatto devastante e la parte vocale affidata alla bravissima Lynne Jordan,  con il supporto di Cedric Chaney e Maria Luz Carball, non è da meno. Grande disco, se la batte con quello di Nick Moss come miglior disco blues elettrico dell’anno https://discoclub.myblog.it/2019/08/20/un-trio-di-delizie-blues-alligator-per-lestate-3-nick-moss-band-lucky-guy/  .

Bruno Conti

Più “Contemporaneo”, Ma Pur Sempre Ottimo Blues E’. Rick Estrin & The Nightcats – Contemporary

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Rick Estrin & The Nightcats – Contemporary – Alligator Records/Ird

Come già raccontato in altre occasioni , nel 2008 Charlie Baty, dopo 32 anni on the road e una decina di album pubblicati, decise per un ritiro dalle scene, sciogliendo di conseguenza la sua “creatura” Little Charlie & The Nightcats: in seguito ci ha ripensato e ultimamente è entrato a far parte della formazione di  Sugar Ray and the Bluetones, coi quali ha anche registrato un album di prossima uscita. Quasi immediatamente comunque Rick Estrin ha preso in mano le redini della formazione, in fondo il cantante e armonicista era lui, e con l’ingresso come sostituto del bravissimo Kid Andersen alla chitarra, ha deciso di proseguire la carriera con la stessa ragione sociale, sostituendo solo il proprio nome a quello di Little Charlie. Da allora la band ha pubblicato, sempre per la Alligator, quattro album, tutti molto buoni, con Lorenzo Farrell, confermato al basso e all’organo, e il nuovo arrivato Derrick “D’Mar” Martin’ che sostituisce il batterista Pettersen, per questo  Contemporary. Produce, insieme ad Estrin, che scrive nove canzoni del CD, appunto Kid Andersen, al suo Greaseland Studio di San Jose, California e, come lascia intuire il titolo, a tratti c’è una svolta più contemporanea nel sound del gruppo, senza snaturare peraltro troppo il loro classico Electric Chicago Blues, ma con la ricerca di nuove sonorità, grooves e soluzioni musicali, ancora una volta con ottimi risultati, d’altronde, come è noto, la Alligator da parecchio tempo non sbaglia un disco.

Non ho molte altre informazioni da fornirvi, al limite andate a rileggervi i vecchi post https://discoclub.myblog.it/2017/10/27/eccellente-chicago-blues-elettrico-anche-se-nessuno-viene-da-li-rick-estrin-the-nightcats-groovin-in-greaseland/ , per cui lasciamo parlare la musica: I’m Running, come da titolo, viaggia e corre a tempo di swing, con organo, basso e batteria a tenere un tempo incalzante, Christoffer Kid Andersen lavora di fino coi toni e vibrati della sua solista e poi entra l’armonica scintillante di Estrin, grande partenza, e suono quasi “innovativo” per un blues più al passo con i tempi moderni, senza virare comunque nel rock, ma lavorando molto sul virtuosismo non esasperato dei musicisti. Resentment File, con il consueto cantato discorsivo e gli immancabili tocchi umoristici di Rick, è decisamente più funky e robusta, con un groove colossale del basso, dove si innestano gli assoli dell’ottimo Andersen e anche l’organo di Farrell si fa sentire, per un blues quasi “zappiano”; la title track viceversa parte come un classico shuffle in puro stile Chicago, con l’armonica insinuante in evidenza, poi cambio di tempo repentino, il suono si fa decisamente più complesso, entrano coriste e fiati, un accenno di rap non fastidioso, il wah-wah di Andersen sullo sfondo e ancora questa ambientazione sonora mutuata dal Frank Zappa più ingrifato e bluesy.

She Nuts Up è quasi felpata e notturna, il talking tipico del nostro e organo, chitarra e ritmica ad imbastire una base per le divagazioni dell’armonica, mentre New Shape (Remembering Junior Parker) è un omaggio a tempo di R&B all’autore di Mystery Train, per un brano che fa molto 70’s funky nel suono https://www.youtube.com/watch?v=5XBhiqT0GZE .House Of Grease è uno strumentale jazzy brillante e ricercato, sulla falsariga del classico organ trio (più piano) sound con i vari solisti che si prendono il loro tempo;, soprattutto un Andersen straripante; Root Of All Evil, è sempre divertente e piacevole, ma meno consistente di altri brani, non manca il classico “lentone” nella forma della solenne The Main Event, con armonica, organo e chitarra a fronteggiarsi, prima di passare ad un altro strumentale Cupcakin’ che rimanda molto al suono di Booker T & The Mg’s, con armonica aggiunta https://www.youtube.com/watch?v=zSVf-YdLbO8 . Niente male anche la swingata New Year’s Eve, con la solista pungente di Andersen, alternata agli altri due solisti del gruppo, Nothing But Love è più vicina alle 12 battute più classiche, con il cantato laconico di Estrin che ricorda quello di David Bromberg, lasciando alla vorticosa Bo Dee’s Bounce, un altro pezzo strumentale, il compito del commiato.

Bruno Conti

Un Trio Di Delizie Blues Alligator Per L’Estate 2. Coco Montoya – Coming In Hot

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Coco Montoya – Coming In Hot – Alligator/Ird 

Squadra vincente non si cambia e Henry “Coco” Montoya si è ben guardato dall’apporre qualche variazione al team che lo aveva accompagnato nel precedente album, sempre per la Alligator, l’ottimo https://discoclub.myblog.it/2017/04/11/la-dura-verita-un-gran-disco-di-blues-elettrico-coco-montoya-hard-truth/ : e quindi stesso produttore Tony Braunagel, che è anche il batterista, Bob Glaub al basso, il bravissimo Mike Finnigan alle tastiere, Johnny Lee Schell alla seconda chitarra. Non c’è Lee Roy Parnell come ospite, ma troviamo in un brano il grande Jon Cleary al piano e Shaun Murphy a duettare con Montoya in un’altra canzone. Il chitarrista californiano anche per questo Coming In Hot ha scelto una serie di canzoni non famosissime ma tutte di eccellente fattura, il resto lo fanno la sua voce e soprattutto la chitarra, pungente e variegata come di consueto, a conferma del fatto che John Mayall ci vide giusto quando lo volle nei riformati Bluesbreakers, nel periodo 1984-1993 (e per cinque anni con lui in formazione c’era anche il bravissimo Walter Trout, un altro dei migliori solisti in ambito blues-rock delle ultime decadi). Il disco ufficialmente è in uscita il 23 agosto, ma nelle nostre lande circola già regolarmente da qualche tempo.

L’apertura è affidata a Good Man Gone, un brano di Tom Hambridge, altro produttore e batterista di grande prestigio, che è anche autore molto prolifico: un classico uptempo di stampo R&B, con l’organo di Finnigan e le voci delle coriste Kudisan Kai Maxan Lewis a punteggiare la voce grintosa e vissuta di Montoya, che poi scatena la potenza della sua chitarra in uno dei suoi tipici assoli pungenti e fiammeggianti. La title track è l’unico brano originale firmato da Coco con Dave Steen, un classico e vigoroso esempio di Chicago blues elettrico, con Cleary al piano (che però non si sente molto), mentre la band nell’insieme tira alla grande con il nostro che continua a lavorare di fino alla solista, energia allo stato puro. Stop Running Away From My Love è uno shuffle elettrico, cadenzato e potente, benché scritto da Jeff Paris, un musicista di stampo metal, sempre con le coriste e Finnigan in bella evidenza, mentre Coco continua a darci dentro con forza anche in questo brano, con un assolo di grande fluidità e tecnica, e Finnigan è impegnato la piano Wurlitzer. Non manca l’omaggio al vecchio maestro Albert Collins (di cui Montoya fu batterista ad inizio carriera negli anni ’70), del quale viene ripreso con grande vigore il notevole blues lento Lights Are On But Nobody’s Home, il tipico slow dell’Iceman con la chitarra del nostro che viaggia spedita e in grande libertà, sostenuta dall’organo insinuante di Finnigan e con una interpretazione vocale di grande intensità, quasi sette minuti di pura magia.

Stone Survivor è una canzone di David Egan, cantautore americano scomparso nel 2016, molto amato dai bluesmen e dai cantanti soul (tra i suoi “clienti” anche Solomon Burke, Irma Thomas, Joe Cocker, Tab Benoit, Marc Broussard, Marcia Ball e moltissimi altri). un tipico brano di caldo blue eyed soul, di nuovo con le due coriste impegnate a sostenere la bella voce di Montoya, con Finnigan che per l’occasione passa al piano. Nel disco precedente c’era un brano di Warren Haynes Before The Bullets Fly, questa volta What Am I? porta la firma di Haynes e Johnny Neel, una canzone che appariva su un disco del 1993 del tastierista e cantante, una deliziosa southern ballad di grande pathos, incorniciata da un lirico assolo di chitarra del mancino californiano. Ain’t A Good Thing è un pezzo scritto da Don Robey (noto ai più anche come Deadric Malone), un errebì solido e movimentato che faceva parte del repertorio di Bobby “Blue” Band, con Shaun Murphy alla seconda voce e che conferma la grande ecletticità sonora di questo album. Forse la sola I Would’n Wanna Be You, una canzone del repertorio di Reba McEntire, non è all’altezza del resto del disco, una traccia leggerina che neppure il lavoro della solista riesce a risollevare. Eccellente invece la cover di Trouble, un pezzo dal repertorio del misconosciuto Frankie Miller, ancora solido blue eyed soul di notevole fattura, con Montoya sempre estremamente motivato sia nella parte vocale che nel lavoro della solista. Witness Protection è una canzone di Allison August, una poco conosciuta ma valida vocalist californiana, pezzo a cui Montoya aveva partecipato come voce duettante nel disco del 2016, e qui riprende in una propria versione, sempre calda e partecipe. A chiudere Water To Wine, un brano che porta la firma Washington e che francamente non ricordo, ma questo non impedisce che sia un ulteriore vibrante shuffle chitarristico di eccellente fattura, a conferma di un album caldamente consigliato agli amanti dei blues elettrico di gran classe.

Aggiornato con video del nuovo album.

Bruno Conti

Un Trio Di Delizie Blues Alligator Per L’Estate 3. Nick Moss Band – Lucky Guy

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Nick Moss Band – Lucky Guy! – Alligator Records/Ird

Per molti anni la Nick Moss Band è stata una delle migliori realtà della scena blues di Chicago (tra il 2010 e il 2016 hanno registrato cinque album, l’ultimo dei quali l’ottimo doppio https://discoclub.myblog.it/2016/07/13/breve-gustosa-storia-del-blues-rock-due-dischi-nick-moss-band-from-the-root-to-the-fruit/ ), ma in precedenza Nick aveva registrato vari dischi solisti oppure come Nick Moss And The Flip Tops, e prima ancora aveva fatto una lunga gavetta nelle band di Buddy Scott, Jimmy Dawkins, la Legendary Blues Band Jimmy Rogers, proponendo un blues elettrico e vibrante ma di stampo classico. Mentre nella Nick Moss Band lo stile del gruppo aveva iniziato ad incorporare elementi rock-blues, psych e jam, grazie anche alla presenza del formidabile vocalist Mike Ledbetter, che poi appunto nel 2016 aveva lasciato per formare un proprio gruppo insieme a Monster Mike Welch, autori di un eccellente disco nell’estate del 2017, https://discoclub.myblog.it/2017/06/09/sempre-piu-un-mostro-della-chitarra-monster-mike-welch-and-mike-ledbetter-right-place-right-time/, ma purtroppo all’inizio del 2019, a soli 33 anni Ledbetter ci ha lasciati per le complicazioni dovute ad un attacco di epilessia. Tornando a Moss, il “grosso” chitarrista nel frattempo aveva deciso di tornare ad un suono più classico tra electric e jump blues, formando un sodalizio con l’armonicista Dennis Gruenling (a sua volta autore di nove album solisti), e firmando per la Alligator Records, affidandosi alla produzione di Kid Andersen che lo scorso anno ha pubblicato l’eccellente  https://discoclub.myblog.it/2018/03/19/un-grande-bluesman-di-peso-ma-anche-di-spessore-the-nick-moss-band-featuring-dennis-gruenling-the-high-cost-of-low-living/.

Poco più di un anno e mezzo dopo ecco il secondo disco per la Alligator Lucky Guy, altro fulgido esempio dello scintillante ed eclettico stile di Moss e della sua band. Come si usa dire, squadra vincente non si cambia, e quindi il produttore è nuovamente Kid Andersen (insieme a Nick), all’armonica e autore di due brani che canta anche, Dennis Gruenling: l’ ottimoTaylor Streiff è sempre alle tastiere, Patrick Seals alla batteria, l’unica variazione è il nuovo bassista Rodrigo Mantovani che ha sostituito Nick Fane. Ancora una volta il nostro amico, pur rimanendo ancorato ad uno stile molto legato alla tradizione, lo fa proponendo un repertorio originale con ben undici brani a firma propria. che comunque vanno a toccare le varie sfumature del Chicago blues e non solo. Moss non ha forse la voce fantastica di Ledbetter, ma è comunque più che adeguata alla bisogna e peraltro compensata dalla sua travolgente tecnica chitarristica. Non sarà un caso se ai Blues Music Awards di maggio 2019 Michael Ledbetter ha vinto come miglior vocalist e B.B. King Entertainer, la Welch-Leadbetter Band miglior gruppo e Monster Mike Welch miglior chitarrista. Dennis Gruenling miglior armonicista e Nick Moss miglior musicista Blues tradizionale uomo dell’anno.

Il disco si apre con 312 Blood (si tratta del numero del prefisso telefonico dell’area di Chicago), un brillante shuffle mid-tempo dove Nick canta con voce declamatoria e partecipe della sua città natia e la sua band suona con impeto, il piano elettrico di Streiff, l’armonica di Gruenling e la stessa chitarra di Moss intervengono con brevi ma efficaci assoli; Ugly Woman è l’unica oscura cover, di tale Johnny O’Neal Johnson, un corposo jump blues à la Louis Jordan, con aggiunta di fiati e divertente call on response con il resto del gruppo, un brano mosso e contagioso, con il pianino scatenato di Streiff e la voce del nostro che mi ha ricordato vagamente quella di Peter Green nella sua trasferta nella Windy City, e anche la solista non scherza con un intervento pungente. La title track prevede una parte cantata molto raffinata di Moss, mentre chitarra ed armonica si lasciano andare a continui ficcanti assoli sul groove swingante del brano, per poi “raccogliersi” in un lentone d’atmosfera come Sanctified, Holy, And Hateful, solenne e scandito dalle volute del piano di Streiff, cantato veramente bene da Nick Moss, con l’armonica di contrappunto di Griuenling che fa quasi la parte dei fiati, prima di un assolo mozzafiato della Gibson del nostro.

Il primo dei due brani composti da Dennis Gruenling è una travolgente e pimpante Moving On My Way, di nuovo con tutta la band a rispondere a livello vocale al canto ruvido di Dennis, mentre all’assolo di Moss se ne aggiunge uno anche di Kid Andersen, con i due chitarristi che si rispondono dai canali dello stereo, per poi lasciare spazio nel finale all’armonica. Tell Me There’s Nothing Wrong, con Andersen alla baritone guitar è un Chicago blues diciamo più “normale”, buono senza essere memorabile, anche se i vari solisti sono sempre efficaci ai loro strumenti, stesso discorso anche per Full Moon Ache, che però in più ha un frenetico tempo che è spesso sull’orlo di trasformarsi in un rockabilly che ricorda certe cose dei Blasters più tradizionalisti, con un paio di divertenti “ululati” di Moss nel finale. Me And My Friends va di R&B alla grande, canzone appunto ritmata e molto coinvolgente, con il “solito” assolo sferzante della chitarra del nostro amico. Non manca un omaggio allo stile unico di Booker T. & The Mg’s con il fantastico strumentale Hot Zucchini, ancorati da un colossale groove del basso di Mantovani, l’organo di Streiff e la chitarra di Moss ripropongono i vecchi duelli di Jones e Cropper con classe cristallina, pure con fiati d’ordinanza sullo sfondo.

Simple Minded è un altro pezzo in puro Chicago style con piano, chitarra e il mandolino di Andersen a ricreare le atmosfere classiche delle 12 battute,  sulle quali si adagia l’armonica di Gruenling, che poi propone il suo secondo brano, Wait And See, altro limpido esempio del miglior blues che esce dalle strade della città dell’Illinois, ruvido e corposo, come prevede lo stile di Dennis, che comunque lascia spazio anche ad un ficcante assolo di Nick. Ci avviciniamo al finale con As Good It Gets un breve boogie semiacustico solo con armonica, chitarra, il contrabbasso slappato di Mantovani e la voce implorante di Moss, che poi lascia spazio alla notturna e jazzata Cutting The Monkey’s Tail, uno strumentale swingante e filante che è una ennesima occasione per ascoltare in azione i magnifici solisti di questa band, che poi si fanno più pensosi nell’ultimo brano. Una sentita The Comet ,dedicata all’amico scomparso Mike Ledbetter, cantata splendidamente da Moss, la canzone si avvale di un finissimo lavoro della chitarra solista di Monster Mike Welch, mentre Nick si limita ad accompagnare alla acustica in questo brano che rievoca le atmosfere del blues primigenio in arrivo dalle sponde del Delta del Mississippi https://www.youtube.com/watch?v=dN0iUMWDNwU  e che chiude in gloria questo ulteriore ottimo lavoro della Alligator, una etichetta, una garanzia di qualità.

Bruno Conti

Un Grande Bluesman Di “Peso”, Ma Anche Di Spessore! The Nick Moss Band featuring Dennis Gruenling – The High Cost Of Low Living

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The Nick Moss Band featuring Dennis Gruenling – The High Cost Of Low Living – Alligator/Ird

Gli ultimi due album di Nick Moss mi erano piaciuti parecchio: sia l’ottimo doppio From The Root To The Fruit, uscito nel 2016 http://discoclub.myblog.it/2016/07/13/breve-gustosa-storia-del-blues-rock-due-dischi-nick-moss-band-from-the-root-to-the-fruit/ , che era una sorta di viaggio cronologico a ritroso nel blues, da quello classico di Chicago fino al rock-blues grintoso e chitarristico, come pure avevo apprezzato l’eccellente Live And Luscious. Il tutto sempre edito dalla piccola etichetta Blue Bella Records, ed in entrambi i dischi non si poteva non notare la presenza del formidabile vocalist (e secondo chitarrista) Michael Ledbetter, cantante dall’ugola potente. Era quasi inevitabile che prima o poi Nick Moss, nativo di Chicago, approdasse alla Alligator Records, una delle etichette principali della Windy City, e che facesse un album interamente dedicato alle sonorità classiche della sua città, quindi electric e jump blues, e R&R vecchia scuola. Purtroppo Ledbetter non è più presente, ma Moss si è scelto un “sostituto” quasi di pari livello, per quanto differente, l’armonicista e cantante Dennis Gruenling, sulla scena da parecchi anni, con alcuni album all’attivo, e di cui ricordo la partecipazione agli ottimi album di Peter Karp (anche il live con Mick Taylor) http://discoclub.myblog.it/2017/02/27/pronti-via-eccolo-di-nuovo-sempre-ottima-musica-peter-karp-alabama-town/ .

Ma non solo, nell’album è presente anche una piccola sezione fiati, Eric Spaulding e Jack Sanford, oltre a Kid Andersen, co-produttore con Nick del CD, e chitarrista aggiunto in un paio di brani, nonché di Jim Pugh, lo storico tastierista di Robert Cray; il resto la fa la Nick Moss Band, con l’ottimo Taylor Streiff al piano, e la sezione ritmica, Nick Fane, basso e Patrick Seals, batteria. Il sound è puro blues urbano, con il disco registrato a Elgin, Illinois, a due passi dalla capitale delle 12 battute che risulta essere uno dei migliori dischi di Chicago Blues sentiti negli ultimi album.. Il repertorio non pesca dai classici (ci sono solo tre cover), ma sia Nick Moss (8 brani) che Dennis Gruenling (2 canzoni) hanno firmato una serie di pezzi che suonano ugualmente come i “classici” dell’era d’oro del blues elettrico, pur restando ben ancorati allo stile praticato da gente che è venuta prima di loro, alla rinfusa penso ai Bluesbreakers di John Mayall, alla Butterfield Blues Band, ma anche ai Dr. Feelgood o ai Nighthawks. Come certo saprete Nick Moss è un “grosso” chitarrista in tutti i sensi (anche come dimensioni), in possesso di uno stile eclettico e ricco di tecnica, in grado di spaziare in tutte le branche del blues: prendiamo l’iniziale Crazy Mixed Up Baby, il suono pimpante della chitarra ricorda quello dei grandi Bluesbreakers (Clapton, Green o Taylor, in Crusade, vista la presenza dei fiati), Gruenling soffia con forza nella sua armonica e Streiff si disbriga con classe al piano, ma sembra anche di essere tornati al sound della Chicago metà e fine anni ’60 (non dimentichiamo che Moss ha mosso, scusate il bisticcio, i primi passi come bassista di Jimmy Dawkins); Get Right Before You Get Left è un jump blues di quelli vorticosi, qui siamo negli anni ’50, fiati e ritmi sincopati, interventi vocali corali assai brillanti, armonica e chitarra che si fronteggiano a tutta birra.

Per non dire di No Sense un classico “lentone” quasi barrelhouse, grazie al pianino di Streiff, dove l’ospite Kid Andersen inchioda un assolo perfetto, ma pure la title track merita, Moss va di bottleneck alla grande e la band lo segue come un sol uomo. Poi in Count On Me tocca a Dennis Gruenling passare alla guida per un R&R vorticoso, sembra quasi un pezzo di Chuck Berry accompagnato dai Dr. Feelgood o dai Nighthawks, con Moss che tira come una “cippa lippa” e anche in Note On The Door, un classico slow di quelli da locali fumosi, l’atmosfera non si raffredda; con Nick e soci che poi rilanciano nella prima cover, una Get Your Hands Out Of My Pockets scritta da Otis Spann, con Streiff, Gruenling e Moss che duettano in modo splendido. Anche Tight Grip On Your Leash, sembra uscire da qualche vecchio vinile Chess, con i tre solisti sempre brillantissimi, fantastico anche l’omaggio allo scomparso Barrelhouse Chuck con una sentita He Walked With Giants, un altro lento di quelli duri e puri, con Streiff ancora magnifico al piano, ma pure Moss non scherza con la sua solista pungente, difficile fare meglio, ma ci provano con lo shuffle incalzante di A Pledge To You, dove Moss imperversa ancora con la solista. A Lesson To Learn è l’altro brano a firma Gruenling, con l’ospite Jim Pugh al piano, qui siamo dalle parti del R&B e del rock con un suono più tirato, quasi alla Nighthawks con Moss che fa il Thackery di turno, lancinante e “cattivo” il giusto: Pugh rimane (all’organo) anche per una sorprendente All Night Diner, che era il lato B di Sleepwalk di Santo & Johnny, un vorticoso strumentale tra swing e surf. Come commiato un’altra cover di prestigio, Rambling On My Mind, non è quella di Robert Johnson ma di Boyd Gilmore, in ogni caso blues d’annata, sembra di nuovo un pezzo dei grandi bluesmen della Chess anni ’50 e c conclude in gloria un album di grande spessore, sarà sicuramente uno dei migliori nel genere di questo 2018.

Bruno Conti

Eccellente Chicago Blues Elettrico, Anche Se Nessuno Viene Da Lì. Rick Estrin & The Nightcats – Groovin’ In Greaseland

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Rick Estrin & The Nightcats – Groovin’ In Greaseland – Alligator Records

“Non c’è il tre senza il quattro” si potrebbe dire, per parafrasare ed aggiornare il famoso detto: in effetti questo è il quarto album della formazione di Chicago dopo il cambio di nome (anche se poi a ben guardare, il leader del gruppo Rick Estrin, è di San Francisco e il suo chitarrista Kid Andersen (che di recente ha co-prodotto anche l’ultimo bellissimo disco di Tommy Castro http://discoclub.myblog.it/2017/10/09/delaney-bonnie-e-pure-eric-clapton-avrebbero-approvato-tommy-castro-the-painkillers-stompin-ground/) è addirittura norvegese, ma lo stile è Electric Chicago Blues, come testimonia la loro etichetta, Alligator, questa sì della Windy City). Quanto detto nell’incipit non si riferisce solo allo stile musicale del quartetto, ma anche ad una inconsueta costanza nella qualità musicale degli ultimi dischi, uno migliore dell’altro. Se per l’ultimo, il Live You Asked For It… era quasi “obbligatorio” un album così fresco e pimpante http://discoclub.myblog.it/2014/06/29/lavete-chiesto-voi-rick-estrin-and-the-nightcats-you-asked-for-it-live/ , anche i precedenti Twisted e One Wrong Turn erano delle prove di studio  più che soddisfacenti e brillanti, ai livelli delle migliori uscite della Alligator, che negli anni 2000 sembra avere trovato una sorta di formula alchemica della eterna giovinezza per i propri prodotti, calati nel sound delle 12 battute classiche, ma con quel piccolo tocco di giusta modernità , quel quid che distingue il buon Blues, da quello spesso troppo scolastico o “filologico” a tutti i costi di molti, troppi dischi che vogliono sembrare i portatori di una tradizione che deve rimanere per forza inalterata nei decenni e nei secoli, come i Carabinieri.

Ma visto che ho detto quanto sopra molte altre volte non vi tedierò ulteriormente, limitandomi a dire che con questo Groovin’ In Greaseland il rischio non si corre, anzi, come già il titolo segnala, oltre allo stile conta anche il groove, che se seguiamo la traduzione letterale del termine inglese, vuole dire “divertirsi intensamente”, e nei tredici brani del disco il divertimento non manca. Greaseland è il nome dello studio a San Jose in California, dove è stato registrato l’album, composto da undici brani firmati da Estrin, e uno a testa da Andersen e Lorenzo Farrell, che oltre a suonare il basso si disimpegna con abilità anche alla tastiera, mentre il poderoso Alex Pettersen, il nuovo arrivato, pure lui arrivato dalla Norvegia, alla batteria, completa la formazione. Quindi tredici pezzi “nuovi”, ma il risultato è comunque classico: Estrin è un discepolo di Little Walter all’armonica, ma è anche un cantante dalla buona vocalità, Christoffer “Kid” Andersen, è un chitarrista completo, della scuola Gibson, degno erede di Jimmie Vaughan (se mai vorrà ritirarsi, ma tra poco sul Blog leggerete del nuovo Live del texano) come tipo di approccio sonoro, ma anche con nuances soul, un pizzico di rock e tanta tecnica. The Blues Ain’t Goin’ Nowhere posta in apertura, sembra un brano della migliore Butterfield Blues Band, con il soffio potente dell’armonica di Rick, il groove incalzante della sezione ritmica e un bel uno-due della chitarra di Andersen e dell’organo di Farrell; Looking For A Woman è un divertente pezzo tra funky e R&B.

Dissed Again fa parte di quelle canzoni quasi autobiografiche, su cui Estrin costruisce divertenti siparietti dal vivo, in questo caso a tempo di R&R e sempre con armonica e chitarra in evidenza. Tender Hearted è il classico slow blues d’atmosfera che non può mancare in un disco Alligator, con in più il tocco dell’organo di Farrell che quasi rimanda a Al Kooper o Ray Manzarek, ottimo, come pure il vorticoso strumentale MWAH!, dove appare anche un sax di fianco alla chitarra di Andersen e all’organo, per un sound molto anni ’60. I Ain’t All That è classico Chicago blues, con un pianino malandrino sullo sfondo e Estrin che gigioneggia come è sua usanza; un altro “lentone” Another Lonesome Day, alza di nuovo l’intensità dell’album, con Estrin e Andersen che danno il meglio di loro stessi ai rispettivi strumenti. Lo shuffle di Hands Of Time non molla la presa sull’attenzione dell’ascoltatore, mentre Cool Slaw, senza voler scomodare Smith e Montgomery è uno strumentale per organo e chitarra (senza dimenticare l’armonica) che ricorda molto Ronnie Earl. Big Money è un R&B leggerino con uso fiati, Hot In Here uno shuffle veloce, piacevole ma non memorabile, con la potente Living Hand To Mouth che alza nuovamente l’asticella della qualità con un elegante tourbillon dei vari solisti, prima di congedarci con un altro strumentale So Long (For Jay P.), dove Rick Estrin conferma la sua maestria alla mouth harp.

Bruno Conti

In Piccolo, Ma Pure Loro Sono Re, Del Chicago Blues. Cash Box Kings – Royal Mint

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Cash Box Kings  – Royal Mint – Alligator Records/Ird

Li avevo lasciati nel 2015 su etichetta Blind Pig con l’album Holding Court http://discoclub.myblog.it/2015/05/07/vecchia-scuola-del-blues-elettrico-cash-box-kings-holding-court/ , e me li ritrovo nel 2017 con questo nuovo Royal Mint su Alligator. Dovrebbe essere il loro ottavo album, almeno stando alle discografie disponibili, ma nelle note interne del CD, Joe Nosek e Oscar Wilson, i due leader della band, scrivono che si tratta del nono, e chi siamo noi per contraddirli? Purtroppo non c’è più Barrelhouse Chuck, il pianista che aveva condiviso con loro una lunga parte di carriera, che ha dovuto soccombere ad una lunga battaglia con il cancro, ma per il resto non è cambiato molto, i Cash Box Kings sono sempre fieri rappresentanti di quel blues vecchia scuola di Chicago, sia pure fuso al rockabilly di Memphis (e aggiungo io, a soul, R&B e Jump) in quello che il gruppo definisce “bluesabilly”. La missione è quella di perpetrare la grande tradizione delle registrazioni Chess, che un po’ rappresentavano tutti questi stili, cercando di modernizzarlo, ma appena un poco, forse più dal lato delle tecniche di registrazione, e magari con l’iniezione, a fianco di brani classici, di composizioni che portano la firma di Nosek e Wilson, ma nello spirito sono identiche ai brani in modalità anni ’40 e ’50 che compongono il loro repertorio.

Per fare tutto ciò si avvalgono più o meno degli stessi musicisti del disco precedente: Billy Flynn, il solista, e Joel Paterson, l’altro chitarrista, Kenny “Beedy Eyes” Smith, presente solo in tre brani, viene affiancato alla batteria da Mark Haines, mentre c’è un nuovo bassista Brad Beer, che sostituisce Gerry Hundt. E. ovviamente, in sostituzione di Barrelhouse Chuck, c’è un nuovo tastierista aggiunto, Lee Kanahira, oltre ad una piccola sezione fiati, in un brano. L’apertura, House Party, un piccolo classico di Amos Milburn, uno dei veri re del jump blues, indica quale sarà l’atmosfera dell’album, allegra e divertita, con Al Falaschi presente al sax solo in questo pezzo, con il vocione poderoso di Oscar Wilson a guidare le danze e l’armonica amplificata del virtuoso Joe Nosek, a farsi largo tra piano e chitarra, mentre la ritmica swinga di brutto. I’m Gonna Get My Baby è classico Chicago blues, e anche se l’autore Jimmy Reed non ha mai inciso per la Chess,  il sound è quello di quei dischi, poi ribadito nel classico slow di una Flood, proveniente dal repertorio di Muddy Waters, ancora con la bella voce espressiva di Wilson in evidenza, ma anche la slide di Flynn, e gli altri solisti si danno da fare. Comunque il risultato sonoro non cambia neppure quando i Cash Box Kings cantano e suonano le proprie canzoni, come nel divertente rockabilly di Build That Wall, con la piacevole e squillante voce di Nosek e la chitarra twangy di Flynn, oppure nel solido Blues For Chi-Rag, scritta a quattro mani da Joe e da Oscar, che la canta con la sua potente ugola, mentre i fiati aggiungono spessore all’eccellente lavoro del sempre eccellente Billy Flynn.

Certo, un pezzo di Robert Johnson, come Travelling Riverside Blues, anche in una versione solo per voce e chitarra bottleneck, ha ben altro spessore autorale; poi ci si torna a divertire con la leggera e vorticosa If You Get A Jealous Facebook Woman Ain’t Your Friend (titolo che segue la “modernità” della Download Blues del precedente album, anche se il sound è pur sempre quello del secolo scorso). E pure la leggiadra Daddy Bear Blues, cantata in modo suadente da Nosek, è sempre musica da club degli anni ’50, con il pianino barrelhouse di Kanahira che si fa notare, come pure il mandolino di Flynn; altro “bluesaccio” torrido del grande Muddy in una pimpante Sugar Sweet, https://www.youtube.com/watch?v=vQI2o5oP35w sempre più o meno Chess Records metà anni ’50, fedele all’originale, forse fin troppo, e questo è per certi versi il (piccolo?) limite di questo album, fin troppo didascalico e citazionista a tratti, anche se assai godibile. I’m A Stranger è un buon slidin’ blues, con uso puree di armonica e piano, e la solita voce passionale di Wilson, che rilancia nella successiva I Come All The Way From Chi-Town, un omaggio alla propria città di origine, ovvero Chicago, sede della loro nuova etichetta Alligator, solo per voce, chitarra e armonica, prima di tornare al divertimento con la spensierata e scatenata All Night Long di Clifton Chenier e al “bluesabilly” di Don’t Let Life Tether You Down, affidata di nuovo a Joe Nosek.

Bruno Conti    

Valeva La Pena Di Attendere. Selwyn Birchwood – Pick Your Poison

selwyn birchwood pick your poison

Selwyn Birchwood  – Pick Your Poison – Alligator Records/Ird

Sono già passati tre anni dal precedente? Così pare, comunque torna il prodigioso chitarrista di Orlando, Florida, Selwyn Birchwood, uno dei migliori delle nuove generazioni del blues: il nuovo album si chiama Pick Your Poison e non ha nulla da invidiare al suo predecessore, sempre su Alligator, Don’t Call No Ambulance http://discoclub.myblog.it/2014/06/14/piccoli-alligatori-pettinature-afro-selwyn-birchwood-dont-call-ambulance/ . Una scarica di pura energia, tra cavalcate boogie, deep funky soul e R&B, atmosferiche canzoni dove strapazza da par suo la lap steel in modalità bottleneck o la sua classica Gibson, coadiuvato da un gruppo, dove brillano sia il sassofonista, flautista Regi Oliver, come il bassista Huff Wright, e pure il nuovo batterista Courtney “Big Love” Girlie, anche lui pescato in Florida, non scherza. Tredici nuovi pezzi, tutti firmati dal super riccioluto musicista americano, che si conferma una vera forza della natura, con la sua solista sempre pronta ad intessere assolo dopo assolo, con una continuità ed una varietà di temi sonori impressionante ed ammirabile, veramente uno dei nuovi maestri della 6 corde più interessante attualmente in circolazione.

Se aggiungiamo che Birchwood è anche un eccellente cantante è difficile rimanere indifferenti di fronte alle sue evoluzioni: siano quelle vorticose dell’iniziale blues-rock Trial By Fire, dove in un inconsueto interscambio tra flauto e slide siamo attirati nel mondo sonoro di questo talentuoso musicista, o nel boogie a tutto velocità di una divertente e divertita Even The Saved Need Saving, con sax e chitarra con slide più wah wah che si inseguono con brio, per poi scatenarsi in un finale dove irrompe anche un magnifico inserto a tempo di gospel, con tutto il gruppo che canta con libidine, pardon, visto l’argomento, direi più con fervore https://www.youtube.com/watch?v=G2dCpHX7-og . Guilty Pleasures ha qualche retrogusto à la Tom Waits, se il cantautore di Pomona si immergesse più a fondo nel blues, la voce è molto simile (al Waits giovane), ma slide e sound complessivo sono di pura marca Alligator, con la slide furiosa che rievoca un Hound  Dog Taylor (sempre peraltro nato sull’etichetta di Chicago), “aggiornato” ad un modello 2.0; tra gli stili in mostra nel menu non manca il funky irriverente della title track Pick Your Poison, sempre interessante negli scambi strumentali tra sax e chitarra, che poi parte per la tangente in un assolo quasi zappiano https://www.youtube.com/watch?v=DbJ-kQGeJh4 . E ovviamente il nostro Selwyn maneggia con grande perizia anche lo slow blues, in un torrido ed intensissimo attacco alle coronarie dell’ascoltatore con una vibrante Heavy Heart, dove gli strali della sua Gibson sono lancinanti come richiede il miglior blues elettrico.

Haunted vira verso il rock, sempre con questo strano connubio tra sax e chitarra che cerca di scombinare le gerarchie tipiche delle 12 battute, riuscendoci. Are Ya Ready? ha ancora quello “strano”approccio zappiano al blues, con tempi sghembi, ma quell’amore sconfinato per le misure metriche tipiche di questa musica, solo viste senza troppa deferenza verso il passato, in modo fresco e variegato https://www.youtube.com/watch?v=M2g7d-CGpeU ; anche quando ci si immerge nelle paludi del Mississippi per una elettroacustica Reapimg Time il sound rimane comunque variegato, con l’acustica slide maneggiata con classe. R We Crazy è un altro funky dai tempi sghembi e obliqui, quasi jazzati, con un riff irresistibile, Police State è un Chicago Blues acustico a tutta slide, come Alligator insegna. Un altro ironico pezzo è My Whiskey Loves My Ex, dove comunque a livello musicale la band gira di brutto, con Selwyn Birchwood sempre magistrale ed irruente con la sua Gibson in un brano che ha un finale quasi alla Thorogood. Lost In You è una rara ballata notturna con assolo di sax di Oliver e il nostro che sfoggia un timbro vocale quasi da crooner per l’occasione, per poi rituffarsi in un errebì/funky alla James Brown per la conclusiva Corporate Drone, dove Selwyn dà un ultimo scossone alla sua solista per la gioia dei suoi ammiratori, a conferma del suo talento.

Bruno Conti

La Dura Verità? Un Gran Disco Di Blues Elettrico! Coco Montoya – Hard Truth

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Coco Montoya – Hard Truth – Alligator/Ird

Per parafrasare il titolo dell’album, la “dura verità” (ma anche lieta e positiva, per l’occasione) è che Coco Montoya, alla tenera età di 65 anni, ha realizzato forse il migliore album della sua carriera (toglierei il forse). Un disco torrido e tosto, nella migliore tradizione dei prodotti Alligator. Quello di Montoya è un ritorno presso l’etichetta di Chicago, dopo due album pubblicati per la Ruf, il discreto doppio dal vivo della serie Songs From The Road, e l’ultimo album di studio del 2010, I Want It All Back, disco che descrissi con un termine che usiamo in Lombardia, ma anche nel resto d’Italia, “loffio”, secondo la Treccani “ fiacco, insulso, scadente”, che mi pare calzi a pennello http://discoclub.myblog.it/2010/07/27/da-evitare-se-possibile-coco-montoya-i-want-it-all-back/ . Però nel 2007, nella sua precedente prova per la Alligator Dirty Deal, Montoya, affiancato dai Little Feat quasi al completo, aveva centrato in pieno l’obiettivo: ma in questo nuovo Hard Truth mi pare che vengano al pettine più di 40 anni on the road, prima come batterista e poi chitarrista nella band di Albert Collins, in seguito 10 anni come chitarra solista nei Bluesbreakers di John Mayall, il migliore degli ultimi anni insieme a Walter Trout. La carriera del chitarrista californiano non è stata ricchissima di dischi, “solo” dieci, compreso l’ultimo e una raccolta, in più di 20 anni.

Il migliore, in precedenza, come capita a molti artisti, era stato probabilmente il primo disco solista Gotta Mind To Travel del 1995,  ma ora il mancino di Santa Monica, con l’aiuto dell’ottimo produttore (e batterista) Tony Braunagel, ha pubblicato un eccellente album di blues elettrico, perfetto nella scelta dei collaboratori, oltre a Braunagel, Bob Glaub al basso, il grande Mike Finnigan alle tastiere, Billy Watts e Johnny Lee Schell che si alternano alla seconda chitarra, e come ciliegina sulla torta, Lee Roy Parnell alla slide. Non vi enumero le collaborazioni di questi musicisti perché porterebbero via metà della recensione, ma fidatevi, hanno suonato praticamente con tutti; in più è stata fatta anche una scelta molto oculata delle canzoni usate per l’album. E, last but not least, come si suole dire, Coco Montoya suona e canta alla grande in questo disco. Si parte subito benissimo con Before The Bullets Fly, un brano scritto da Warren Haynes (e Jaimoe) nei primissimi anni della sua carriera, un pezzo ritmato, solido e tirato, dove le chitarre ruggiscono, l’organo è manovrato magicamente da Finnigan e la voce di Montoya è sicura e accattivante, ben centrata, come peraltro in tutto l’album, gli assoli si susseguono e il suono è veramente splendido; ottima anche I Want To Shout About It, un galoppante rock-blues-gospel di Ronnie Earl, che ricorda le cose migliori del Clapton anni ’70, con la guizzante ed ispiratissima chitarra di Montoya che divide con l’organo il continuo vibrare della musica. E anche Lost In The Bottle non scherza, su un riff rock che sembra venire dalla versione di Crossroads dei Cream o degli Allman Brothers, la band tira di brutto, con la solista di Montoya e la slide di Lee Roy Parnell che si scambiano roventi sciabolate elettriche.

Molto bella anche una slow blues ballad come Old Habits Are Hard To Break, una rara collaborazione tra John Hiatt e Marshall Chapman uscita su Perfectly Good Guitar, che per l’occasione accentua gli aspetti blues, grazie anche al lavoro del piano elettrico e dell’organo di Mike Finnigan, mentre Montoya è sempre assai incisivo e brillante con la sua chitarra. I’ll Find Someone Who Will è un funky-blues scritto da Teresa Williams, una delle due voci femminili di supporto presenti nell’album, molto R&B, ma sempre con la chitarra claptoniana del titolare pronta alla bisogna; e a proposito di chitarre terrei d’occhio (e d’orecchio) anche il duetto tra l’ineffabile Coco e l’ottimo Johnny Lee Schell, per l’occasione alla slide, nella ripresa di un bel brano di Mike Farris Devil Don’t Sleep, un minaccioso gospel blues molto intenso, dove brillano nuovamente anche le tastiere di Finnigan. The Moon Is Full è un omaggio al suo maestro Albert Collins, un classico hard blues con il suono lancinante della solista mutuato dall’Iceman, che ne era l’autore, e il bel timbro cattivo della voce di Montoya. Hard As Hell, uno dei brani firmati dal nostro, ricorda nuovamente il Clapton dei bei tempi che furono, molto Cream, con un riff ricorrente e le chitarre sempre in evidenza. ‘bout To Make Me Leave Home era su Sweet Forgiveness di Bonnie Raitt, ma qui si incattivisce e vira di nuovo verso un funky-rock forse meno brillante. Ottima invece la versione da blues lento da manuale di Where Can A Man Go From Here?, in origine un pezzo Stax di Johnnie Taylor, con un assolo strappamutande di Montoya veramente fantastico, tutto tocco e feeling. Per concludere si torna al rock-blues torrido e tirato di una Truth To Be Told firmata dallo stesso Montoya, che conferma il momento magico trovato nella registrazione di questo disco. In una parola, consigliato!

Bruno Conti      

Come Il Buon Vino, Invecchiando Migliora! Elvin Bishop – Elvin Bishop’s Big Fun Trio

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Elvin Bishop – Elvin Bishop’s Big Fun Trio – Alligator/Ird

L’idea di base di partenza è interessante e stimolante: fare un disco di blues in trio, con tre ospiti all’armonica. Ovviamente è la formazione che è “strana”: a fianco di Elvin Bishop, voce e chitarra, ci sono Bob Welsh, pianista, che si disbriga con abilità, quando serve, anche alla chitarra, e Willy Jordan al cajòn, voce solista e armonie vocali (il cajòn è quello strumento a percussione di origine Peruviana, a forma di cassetta, e che si suona sedendoci sopra). I tre armonicisti ospiti, ciascuno presente in un brano, sono Charlie Musselwhite, Rick Estrin e Kim Wilson. Devo dire che il disco, pur non essendo un capolavoro assoluto, ha un suo perché: Elvin Bishop ormai ha una voce da vecchio maestro del blues (quale è diventato), una specie di roco ghigno un po’ sfiatato, ma vissuto e divertito, al quale si accodano i suoi pard per l’occasione, in grado di regalarci un piccolo ripasso del blues, del soul e del R&R, oltre a sette brani a sua firma, tra i quali una ripresa di Ace In The Hole, la title track del suo terzo album per la Alligator, pubblicato nel 1995. Al solito, se volete il mio parere, che vi do comunque, preferisco il Bishop “elettrico” dell’ultimo Can’t Even Do Wrong Right, pubblicato sempre per l’etichetta di Chicago, e che era un ritorno in parte al sound dei suoi dischi targati anni ’70 http://discoclub.myblog.it/2014/08/23/siamo-sulla-stessa-barca-del-blues-elvin-bishop-cant-even-do-wrong-right/ , ma questo Elvin Bishop’s Big Fun Trio non è niente male.

Questa volta il sound è più intimo e raccolto, peraltro non privo di brillantezza e suonato con la giusta forza, insomma non si corre il rischio di appisolarsi. Fin dall’iniziale vorticoso boogie, per piano e chitarra, Keep On Rollin’, i tre si divertono, con la chitarra di Bishop che svolge anche un supporto ritmico al lavoro di Jordan (che ha pure una ottima voce, cosa che non guasta), oltre a ritagliarsi i suoi spazi solisti. A seguire una ripresa di Honey Babe, un vecchio brano di Lightnin’ Hopkins, sempre caratterizzato da questo suono elettroacustico ma vibrante; It’s You è il brano con Kim Wilson all’armonica, classico Chicago blues, con l’ottimo Welsh al piano e uno scatenato Jordan che oltre a tenere il tempo con brio, come detto poc’anzi, ha una voce da gran cantante. Ace In The Hole, più lenta e sorniona, è cantata da Elvin, mentre Let’s Go, con un bel groove R&R, è un brano mezzo strumentale e mezzo parlato, con retrogusti alla Bo Diddley prima maniera. Delta Lowdown, con Rick Estrin all’armonica, come da titolo, è di nuovo blues puro della più bell’acqua, uno strumentale brillante dove si apprezza l’interscambio dei vari solisti; It’s All Over Now è una ripresa del vecchio classico di Bobby Womack (e degli Stones), che nonostante l’approccio sonoro raccolto del trio, non perde nulla del vigore delle versioni più conosciute, con Jordan che canta alla grande e Bishop che si inventa un assolo di gran classe anche in questa dimensione semi-unplugged.

100 Years of Blues vede la presenza di Charlie Musselwhite all’armonica e voce solista, il classico blues lento e cadenzato che si suona da almeno 100 anni, a giudicare dal titolo, con Bishop che lancia l’assist vocale con un talkin’ blues e Musselwhite che raccoglie e rilancia; Let The Four Winds Blow non avrà 100 anni (solo 55) ma il classico di Fats Domino viaggia a tutto ritmo sulle ali del piano di Welsh e della slide di Bishop, per una versione di gran classe. Il trittico finale di brani firmati da Bishop forse (ma forse) non ha la forza di quanto ascoltato finora, però la divertente That’s What I’m Talkin’ About si lancia anche su derive R&B e gospel, senza dimenticare l’immancabile blues misto a R&R, con Jordan che si conferma non solo percussionista di pregio, ma anche vocalist di talento, forgiato da lunghi anni di militanza sui palchi di New Orleans e dintorni. E pure il blues sanguigno di Can’t Take No More, dove Jordan si lancia in un ardito falsetto, non manca di entusiasmare, più di quanto mi sarei aspettato da un disco così particolare. Il finale, manco a dirlo, è affidato a una Southside Slide, uno strumentale dove Elvin Bishop ci delizia con la sua abilità alla bottleneck guitar. Lo dico di nuovo? Meglio di quanto mi aspettassi, viste le premesse: ancora una volta, 74 anni e non sentirli! Esce ufficialmente il 10 febbraio.

Bruno Conti