Le Origini Degli Allman Brothers. Allman Joys, Duane & Gregg Allman, Hour Glass 1 & 2

allman joys

Allman Joys – Early Allman/ Duane & Gregg Allman – Duane & Gregg/ Hour Glass – Hourglass / Hour Glass – Power Of Love – Allman Brothers Band Recording Company/Umg Recordings

Il 2020, per i soliti motivi che mi sfuggono, è stato eletto per festeggiare il 50° Anniversario della Allman Brothers Band (anche se il primo album era uscito nel 1969), con l’uscita del bellissimo box Trouble No More: 50 Anniversary Collection https://discoclub.myblog.it/2020/03/12/il-tipico-cofanetto-da-isola-deserta-the-allman-brothers-band-trouble-no-more/ . Per capitalizzare la situazione anche l’etichetta personale del gruppo, su licenza della Universal Music Enterprise, ha deciso di pubblicare i quattro album delle varie band ed agglomerati che avevano portato poi alla realizzazione del primo The Allman Brothers Band, ed infatti i dischi riportano nel retro come data di pubblicazione 2019, benché per le note vicende poi siano usciti a tarda primavera del 2020. E’ la prima volta che i quattro album riportati sopra escono ufficialmente in CD, anche se i due degli Hour Glass erano stati inseriti in un twofer omonimo distribuito dalla inglese BGO nel 2000 ed erano usciti in precedenza per la Liberty nel 1992: le nuove edizioni riprendono pari pari i vecchi LP dell’epoca, da qualche parte viene riportato digitally remastered, ma né il sito di vendita ufficiale della ABB, e soprattutto neppure sui CD viene confermato questo dato.

Non costano poco, soprattutto per noi europei, considerando che sono edizioni USA e che i compact durano ognuno sui 30 minuti o poco più, e d’altronde quella era la durata dei dischi all’epoca, anche se poi alcuni vennero pubblicati in effetti tra il 1972 e il 1973, dopo la morte di Duane Allman: trattasi quindi di materiale destinato a quel mondo che sta tra il fan sfegatato e il “completista” compulsivo, per quanto non siano per nulla disprezzabili i contenuti, benché diciamo non indispensabili, ma vediamo cosa troviamo nei dischi, seguendo magari l’ordine cronologico delle registrazioni. Allman Joys – Early Allman fu registrato nell’agosto del 1966 ai famosi Bradley’s Barn di Nashville, in parte sotto la produzione del grande John D. Loudermilk (quello di Indian Reservation e Tobacco Road per intenderci), Gregg e Duane avevano chiamato la loro prima band The Escorts, poi cambiato in Allman Joys, con loro c’erano degli illustri sconosciuti (anche non illustri) che rispondevano ai nomi di Bob Keller e Bill Connell, oltre ad una pattuglia di sessionmen, Duane non aveva ancora iniziato il suo lavoro di musicista for hire, e Gregg, non ancora ventenne, aveva ancora una voce poco riconoscibile ma comunque potente e grintosa, tanto che il disco venne pubblicato dalla Mercury solo nel 1973.

Stranamente ci sono già quattro canzoni che portano la firma Gregg Allman: neanche brutte, soprattutto l’iniziale Gotta Get Away, tra garage, rock e psych, con Duane Allman che inizia a fare sentire la sua solista, insomma non avrebbe sfigurato in qualche volume della serie Nuggets, Oh John, ha qualche rimando ad Animals e Them, con l’organo in evidenza, You’ll Learn Someday ricorda il pop raffinato e ricercato che imperava all’epoca come pure Bell Bottom Britches. Tra le cover c’è il country (quasi rock) di Roy Acuff Jr. Street Singer, una Ol’ Man River tra il (uhm) crooner e l’Elvis di inizio anni ‘60, Spoonful garage alla Seeds non è il massimo, anche se Duane cerca di metterci del suo, Loudermilk contribuisce con una poco incisiva Stalling For Time, e l’altro produttore John Hurley firma con Gregg altri tre brani come la più grintosa e bluesata, Doctor Fone Bone, ma anche tre canzoncine pop non memorabili.

hour glass

Nel 1967 i fratelli si trasferiscono a Los Angeles per registrare il primo omonimo Hour Glass: con loro ci sono già alcuni alfieri del southern rock a venire, Johnny Sandlin alla batteria, Paul Hornsby alle tastiere, Pete Carr al basso (futuro asso della chitarra nellai Muscle Shoals Rhythm Section), un solo brano di Gregg, nuovamente Gotta Get Away, che evidentemente piaceva, ma in una nuova veste ricca di soul, con fiati aggiunti e voce spiegata, in un suono che comincia ad essere più brillante e a tratti di chiaro stampo sudista, i primi tre brani sono dei solidi R&B abbastanza oscuri ma gradevoli e carnali, la cover di Cast Off All My Fears di Jackson Browne è un rock got soul galoppante con bel solo di Duane, mentre quella di I’ve Been Trying di Curtis Mayfield è una calda soul ballad.

Piacevoli anche le due cover della coppia Gerry Goffin/Carole King ma un po’ anonime, più mossa Heartbeat di Ed Cobb, con organo, fiati e coretti femminili, ma niente per cui strapparsi le vesti, anche l’assolo di chitarra è un po’ nascosto nel mixaggio, ma sulla cover soporifera di Silently di Del Shannon e sulla conclusiva parlata Bells, stenderei un velo pietoso.

hour glass power of love

L’anno successivo, a gennaio, sono di nuovo ai Liberty Sound Studios di LA, per un secondo album Hour Glass -Power Of Love, dove il repertorio pare scelto con più giudizio: la title track è una bella ballatona soul scritta da Dan Penn, organo e chitarra cercano di incidere anche se gli arrangiamenti sono ancora tipici dell’epoca, poi c’è un filotto di quattro brani scritti da Gregg Allman, dove si cominciano ad intravedere le potenzialità della sua voce, sempre sommersa da coretti come in Changing Of The Guard, o nella ballata To Things Before, ma gli arrangiamenti sono ancora molto più pop che rock, con piccole botte di energia come in I’m Not Afraid e I Can Stand Alone, con Duane che cerca di farsi sentire, mentre il suo futuro collega sessionman Eddie Hinton firma un paio di brani Down In Texas e Home For The Summer dove ci sono piccoli guizzi della futura classe.

Tra gli altri brani di Gregg non male I Still Want Your Love, mentre la cover di I’m Hanging Up My Heart For You di Solomon Burke, è un bel bluesazzo torrido e tosto. Ottime la versione strumentale e psichedelica di Norwegian Wood dei Beatles, con Duane Allman al sitar elettrico e la finale Now Is The Time, un bel rock sudista con la guizzante solista di fratello Duane che anticipa i futuri sviluppi, ma la band si scioglie.

duane & gregg

A settembre del 1968 i due fratelli si trovano con i 31st Of February di Butch Trucks per registrare dei demo che verranno pubblicati solo nel 1972 come Duane And Gregg per la Bold Records: registrato nel settembre 1968 con Steve Alaimo come produttore, questa è forse la più interessante delle 4 ristampe, il sound è decisamente più rock, sembra già di sentire la ABB, prima con una vibrante Morning Dew dove Duane comincia a farsi sentire alla grande e Gregg canta con impeto, c’è una prima versione della splendida Melissa, un blues come la melliflua Nodody Knows You When You’re Down And Out, molto Ray Charles; God Rest His Soul sembra un brano di Tim Buckley anche a livello vocale.

Down In Texas già nel disco degli Hour Glass, è scarna ma più compiuta delle precedente versione, niente male anche le due canzoni scritte da David Brown,futuro bassista dei Santana, I’ll Change For You e Back Down Home With You, due ballate in uno stile discorsivo ed intimo che Gregg avrebbe poi ripreso a fine carriera solista, Well I Know Too Well, scritta da Alaimo anticipa in modo embrionale lo stile southern che stava per arrivare. Insomma quello che dovrebbe essere il disco più “raffazzonato” del lotto è quello forse più interessante. Parte di questo materiale è uscito anche nei vari box pubblicati nel corso degli anni, ma se volete avere tutto..

Bruno Conti

Primo Disco A Tutto Blues Per La Rocker Canadese…E La Voce E’ Sempre Fantastica! Sass Jordan – Rebel Moon Blues

sass jordan rebel moon blues

Sass Jordan – Rebel Moon Blues – Stony Plain CD

Sass Jordan è una poderosa cantante canadese molto popolare in patria, titolare di una discografia di valore con sette album pubblicati tra il 1988 ed il 2009, che complessivamente hanno avuto anche vendite ragguardevoli avendo superato abbondantemente il milione di copie totali. La Jordan ha avuto una carriera all’insegna di un rock-blues sanguigno e potente sul genere di Dana Fuchs e Beth Hart, grazie ad una voce splendida ed al fatto di essere una performer di notevole presenza fisica, cosa che l’ha portata ad essere richiesta anche come attrice e giudice in diversi talent musicali. Queste attività parallele possono senza dubbio averla distratta, dato che dal 2009 bisogna arrivare fino al 2017 per avere un suo disco nuovo, che poi nuovo al 100% non era in quanto Racine Revisited, come suggerisce il titolo, eea la reincisione ex novo brano dopo brano di Racine, il suo album più popolare uscito originariamente nel 1992. Per fortuna non abbiamo dovuto aspettare altri otto anni per avere un nuovo CD accreditato alla Jordan dato che è da poco uscito Rebel Moon Blues, album in cui Sass omaggia grandi bluesman del passato incidendo una serie di cover (lasciando quindi i dubbi su un sopravvenuto “blocco della scrittrice”, anche se qui su otto brani totali c’è almeno una nuova canzone scritta da lei), e dandoci in definitiva il primo album di puro blues della sua carriera.

Sì, perché se da un lato è vero che nella musica di Sass la componente blues è sempre stata molto presente, un disco come Rebel Moon Blues non lo aveva mai fatto, ed una volta ascoltato l’album fino in fondo devo dire che ne valeva la pena: infatti la Jordan, oltre a confermarsi una cantante carismatica e dalla voce superba, si rivela essere anche un’interprete coi fiocchi, che non si limita a riproporre pedissequamente versioni standard di classici del blues ma riesce a rimodellarli adattandoli alla perfezione alla sua ugola possente ed alle sue ottime doti di performer. In più, Sass è accompagnata da una band coi fiocchi, gli Champagne Hookers, che forniscono ai brani un background sonoro di tutto rispetto: i due elementi che si elevano sono Chris Caddell, superbo chitarrista capace di straordinari assoli ma mai senza strafare ed in grado di restare nelle retrovie se necessario (un po’ come Jimmie Vaughan nel suo ultimo Baby Please Come Home) ed il bravissimo armonicista Steve Marriner, ma anche gli altri membri suonano come Dio comanda (Jimmy Reid alla chitarra ritmica, Jesse O’Brien al pianoforte, Derrick Brady al basso e Cassius Pereira alla batteria).

L’album parte con il classico di Sleepy John Estes Leaving Trunk, che inizia con un’armonica dal timbro decisamente blues e la sezione ritmica che entra sicura un attimo prima della voce arrochita di Sass, un concentrato di potenza, grinta e feeling che contrasta apertamente con il suo aspetto fisico di bionda piuttosto avvenente: bella versione, tosta e bluesata fino al midollo. La nota My Babe di Willie Dixon viene trattata coi guanti bianchi: ancora la splendida armonica di Marriner protagonista quasi alla pari della Jordan, tempo cadenzato, chitarra che detta il ritmo e naturalmente la voce sicura e sensuale della leader; Am I Wrong è un pezzo di Keb’ Mo’ ed è proposto sottoforma di gustoso boogie blues “rurale” dominato dalla slide acustica e con la grande voce di Sass che fornisce il supporto adeguato. One Way Out è proprio lo standard di Elmore James e Sonny Boy Williamson che però sarà per sempre legato alla Allman Brothers Band, ma anche la Jordan fa la sua bella figura con una cover decisamente calda e passionale, in cui l’artista di Montreal canta unendo grinta e classe, e Caddell rilascia una prestazione eccezionale alla slide questa volta elettrica: grande rilettura.

Palace Of The King è un classico di Freddie King (scritto però da Leon Russell con Don Nix e Donald “Duck” Dunn), e vede ancora la chitarra protagonista (non più slide ma “claptoniana”), mentre sulla voce di Sass non mi esprimo più per non essere ripetitivo: il ritornello corale, maestoso, assume tonalità quasi gospel; The Key è l’unico pezzo scritto dalla Jordan, e pur mantenendo elementi blues nel suono si tratta di una rock’n’roll song al 100%, in cui la bionda cantante fa il bello e cattivo tempo con indubbio carisma e ci consegna una prestazione trascinante. La formidabile Too Much Alcohol (di JB Hutto), è puro Mississippi blues, con voce (e che voce), slide acustica e pathos a mille, e porta alla conclusiva Still Got The Blues, una delle signature songs di Gary Moore, una sontuosa ballad riletta in maniera strepitosa per quanto riguarda la parte vocale e più che adeguata dal lato strumentale (d’altronde Moore come chitarrista non si batte facilmente).

Un gran bel dischetto per una grande voce (anche se non avrei disprezzato un paio di brani in più): ora spero di rivedere il nome di Sass Jordan di nuovo tra noi a breve, magari con un album di canzoni nuove.

Marco Verdi

Il Tipico Cofanetto Da Isola Deserta! The Allman Brothers Band – Trouble No More

allman brothers trouble no more 50th anniversary collection

The Allman Brothers Band – Trouble No More. 50th Anniversary Collection – Mercury/Universal 5CD – 10LP Box Set

Eccomi finalmente a parlare dell’atteso cofanetto che celebra i 50 anni di carriera della leggendaria Allman Brothers Band, uno dei più grandi gruppi di sempre ed inventore del genere southern rock, una miscela irresistibile di rock, blues, jazz e soul che ha avuto centinaia di seguaci ma nessuno a quel livello (in realtà gli anni sarebbero 51, perché la ABB si è formata nel 1969, o 45 dato che si sono ufficialmente sciolti nel 2014, ma non è il caso di essere troppo pignoli). Gruppo fantastico in ognuna delle sue molte configurazioni, gli ABB oltre ad avere dato origine ad una lunga serie di grandissime canzoni sono stati uno degli acts dal vivo più memorabili (non per niente il loro mitico Live At Fillmore East del 1971 è probabilmente il miglior album live di sempre in assoluto), ma hanno avuto nella loro storia anche diverse tragedie, in particolare la drammatica scomparsa del fenomenale chitarrista e fondatore Duane Allman, uno che avrebbe potuto diventare il più grande axeman di sempre, seguita un anno dopo dall’ugualmente scioccante dipartita del bassista Berry Oakley in circostanze quasi identiche (un incidente di moto a pochi isolati di distanza uno dall’altro).

Non è però il caso che vi racconti qua la storia del gruppo (se siete abituali frequenatatori di questo blog li conoscete alla perfezione), ma voglio parlarvi nel dettaglio di questo splendido cofanetto intitolato Trouble No More, che attraverso cinque CD (o dieci LP, ma il box in vinile ha un costo davvero improponibile) ripercorre il meglio della loro storia dal primo demo inciso in studio fino all’ultima canzone suonata dal vivo, in una confezione elegante con un bellissimo libretto ricco di foto ed un lungo saggio scritto da John P. Lynskey, e con la produzione a cura del noto archivista Bill Levenson, specialista in questo genere di operazioni. Il box è una goduria dall’inizio alla fine, in quanto troviamo al suo interno quasi sette ore di grandissima musica: gli inediti non sono tantissimi, solo sette (ma uno meglio dell’altro), ma non mancano diverse chicche e rarità e poi diciamocelo, non ci sono tanti gruppi al mondo a potersi permettere una collezione di cinque CD a questo livello (ed il box funziona anche se possedete già Dreams, l’altro cofanetto degli Allman uscito nel 1989, un po’ perché là mancava ovviamente tutto il materiale dal 1990 in poi, ed anche perché si prendevano in esame anche cose dei vari gruppi pre-ABB e materiale solista di Gregg Allman e Dickey Betts, mentre Trouble No More si occupa esclusivamente della vita della band “madre”). Ma vediamo nel dettaglio il contenuto dei cinque dischetti.

CD1: The Capricorn Years 1969-1979 Part I. Si inizia subito col primo inedito, che è anche il primo demo in assoluto registrato dal gruppo nell’Aprile del 1969 (strano che non sia stato pubblicato prima), e cioè il brano di Muddy Waters che intitola il box, che non sembra affatto una prova ma vede i nostri già belli in tiro, con Duane e Dickey che si scambiano licks e assoli e la sezione ritmica di Oakley, Jaimoe e Butch Trucks che è già un macigno. Poi abbiamo quattro classici dal primo album omonimo e cinque da Idlewild South (con capolavori come It’s Not My Cross To Bear, Dreams, Whipping Post, Midnight Rider, Revival e Don’t Keep Me Wonderin’) inframezzati da una formidabile I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town di nove minuti dal famoso Live At Ludlow Garage. Il CD di chiude con tre brani dal leggendario Fillmore East (Statesboro Blues, Stormy Monday e la magnifica In Memory Of Elizabeth Reed), un lavoro dal quale il box non attinge più di tanto essendo già stato soggetto di un cofanetto sestuplo nel 2014.

CD2: The Capricorn Years 1969-1979 Part II. Unico dischetto senza inediti, ma non per questo privo di interesse : dopo la One Way Out ancora al Fillmore East abbiamo due pezzi tratti dal Live From A&R Studios 1971 (pubblicato nel 2016), una Hot’Lanta di “soli” sei minuti ed un monumentale medley You Don’t Love Me/Soul Serenade che di minuti ne dura quasi venti, uno degli highlights del box pur non essendo inedito. Da Eat A Peach abbiamo tre classici assoluti (Stand Back, Melissa e Blue Sky), per poi approdare ad una rara e bellissima Ain’t Wastin’ Time No More registrata dal vivo nel 1972 al Mar Y Sol Festival a Puerto Rico (tratta dal box Dreams), con Duane che ci aveva già lasciato ma Oakley ancora nel gruppo. I restanti cinque pezzi provengono da Brothers And Sisters, splendido album del 1973 che vedeva Betts ritagliarsi sempre di più il ruolo di co-leader insieme a Gregg, con capolavori come il roccioso rock-blues Southbound, la countreggiante Ramblin’ Man (il loro più grande successo a 45 giri) e la magnifica Jessica, mentre la conclusiva Early Morning Blues, con un grande Chuck Leavell al piano, è una outtake presa dalla deluxe edition di Brothers And Sisters del 2013.

CD3: The Capricorn Years 1969-1979 Part III/The Arista Years 1980-1981. Questo CD copre il periodo meno celebrato del gruppo, ma contiene anche l’inedito più interessante del box, cioè una straordinaria Mountain Jam registata al famoso Watkins Glen Festival del 1973, dodici minuti di goduria assoluta durante i quali i nostri condividono il palco con Jerry Garcia, Bob Weir e Robbie Robertson per una jam stratosferica (la chitarra di Jerry si riconoscerebbe su un milione, anzi in alcuni punti sembra che debba partire da un momento all’altro Sugar Magnolia). Anche Come And Go Blues è presa dal concerto a Watkins Glen, ma è tratta dal live Wipe The Windows, Check The Oil, Dollar Gas; a seguire troviamo tre brani presi da Win, Lose Or Draw, ultimo album dei nostri prima della temporanea separazione ed anche il meno fortunato fino a quel momento, anche se i pezzi qui presenti fanno la loro bella figura (Can’t Lose What You Never Had, ancora di Muddy Waters, la title track e soprattutto il quarto d’ora infuocato di High Falls di Betts). La reunion a cavallo tra i settanta e gli ottanta non fu molto proficua: tre album discreti ma lontani dai fasti di inizio decade (Enlightened Rogues, Reach For The Sky e Brothers Of The Road) in cui si tentava di dare al gruppo un suono più radiofonico, ma tra i brani scelti per questo box alcuni non sono affatto male, come il boogie Crazy Love, il godurioso strumentale Pegasus, la coinvolgente e soulful Hell & High Water e la grintosa Leavin’; chiude una fulgida Just Ain’t Easy dal vivo nel 1979, ancora dal box Dreams.

CD4: The Epic Years 1990-2000. Ecco la “vera” reunion, con Allman, Trucks, Betts e Jaimoe raggiunti da Warren Haynes ed Allen Woody (entrambi futuri Gov’t Mule) alla seconda chitarra e basso e dal tastierista Johnny Neel, per quella che a mio parere è la migliore formazione del gruppo dopo quella “mitica” dei primi anni. Con la guida del loro storico produttore Tom Dowd la nuova ABB pubblica due eccellenti album in meno di un anno, Seven Turns e Shades Of Two Worlds (quest’ultimo senza Neel ma con Marc Quinones alle percussioni), con brani del calibro di Good Clean Fun, trascinante boogie, Seven Turns (grandissima canzone), lo slow blues Gambler’s Roll, la solida End Of The Line e gli undici minuti strepitosi di Nobody Knows: tutti brani scelti per il cofanetto. Dopo una ruspante Low Down Dirty Mean dal vivo al Beacon e tratta dal doppio Play All Night abbiamo una delle chicche del box, ovvero una splendida versione acustica di Come On Into My Kitchen di Robert Johnson, tre chitarre (Gregg, Dickey e Warren) ed il basso di Woody, presa da un raro promo del 1992 diviso a metà con le Indigo Girls. Chiusura con quattro pezzi dall’ottimo Where It All Begins del 1994, tra cui le bellissime Back Where It All Begins e Soulshine (la signature song di Haynes), e con un’inedita I’m Not Crying live nel 1999, scritta e cantata da Jack Pearson che aveva sostituito proprio Haynes due anni prima.

CD5: The Peach Years 2000-2014. A parte High Cost Of Low Living e Old Before My Time, due tra i brani migliori di Hittin’ The Note del 2003 (ultimo album di studio dei nostri), questo CD è quello con più inediti e rarità. Si inizia con una rilettura strepitosa e mai sentita di Loan Me A Dime (live nel 2000), classico di Boz Scaggs che in realtà è un omaggio a Duane che suonò nella versione originale, con una grandissima prestazione dei due nuovi chitarristi della ABB Derek Trucks e Jimmy Herring. Segue un altro inedito, una favolosa Desdemona sempre dal vivo ma nel 2001, con Haynes che era rientrato definitivamente nel gruppo a fianco di Trucks: 13 minuti sensazionali. Le ultime due “unreleased songs” del box sono altrettante live versions stavolta del 2005, cioè un’insolita Blue Sky con Gregg alla voce solista ed un toccante omaggio a Duane con una breve Little Martha suonata da Derek e Warren con le chitarre acustiche. Gran finale con tre brani che non sono considerati inediti in quanto erano usciti come instant live, ma sono abbastanza rari: sto parlando dei tre pezzi conclusivi dell’ultimo concerto dei nostri nell’ottobre del 2014 al Beacon Theatre, cioè due magistrali Black Hearted Woman e The Sky Is Crying (classico di Elmore James) e, dopo i commossi discorsi d’addio, una tonica Trouble No More che chiude in un sol colpo carriera del gruppo e cofanetto così come si erano aperti.

Un box che, più di altre volte, si può riassumere con una sola parola: imperdibile.

Marco Verdi

Strano Non Averci Pensato Prima: Allman Brothers Band – Fillmore West ’71 Box 4 CD, La Recensione.

allman brothers band fillmore west '71 box

Allman Brothers Band – Fillmore West ’71 – 4 CD Allman Brothers Band Recording Company – 06-09-2019

Quest’anno, tra le varie ricorrenze, si festeggiano anche i 50 anni dalla nascita degli Allman Brothers; la data si  fa cadere il 26 marzo del 1969, quando i musicisti originali (incluso Gregg Allman che li aveva raggiunti da Los Angeles), entrarono in uno studio prove di Jacksonville, Florida per fare una bella jam sul tema di Trouble No More di Muddy Waters, loro futuro cavallo di battaglia. Poi il gruppo il 1° maggio si trasferì a Macon, Georgia, dove Phil Walden, stava fondando la Capricorn Records, e il resto è la storia del southern rock. E’ innegabile che la loro fama sia legata ai leggendari concerti dal vivo, di cui la punta di diamante fu At Fillmore East, il doppio album (e poi le varie diverse configurazioni che sono uscite nel corso degli anni, tra cui imperdibili queste uscite nel 2014 https://discoclub.myblog.it/2014/06/22/speriamo-sia-lultima-definitiva-versione-allman-brothers-band-the-1971-fillmore-east-recordings/ ), ma nei mesi e negli anni precedenti ai concerti del marzo del 1971 a New York, la band aveva suonato incessantemente in giro per tutti gli Stati Uniti, tra cui anche nell’altro famoso locale di proprietà di Bill Graham, il Fillmore West di San Francisco.

allman brothers three nights at fillmore west

Mai pubblicate prima a livello ufficiale, di queste date di fine gennaio esisteva, di non facile reperibilità ovviamente, un bootleg intitolato 1971 Three Night At The Fillmore West,  che vedete effigiato qui sopra, con i concerti del 28 – 29 e 31 gennaio. Ora l’etichetta personale del gruppo, che già negli scorsi anni aveva pubblicato diverso materiale di ottima qualità, l’ultimo di quali questo eccellente https://discoclub.myblog.it/2018/08/11/le-loro-prime-registrazioni-dal-vivo-di-nuovo-disponibili-allman-brothers-band-fillmore-east-february-1970/ , ha fatto uscire un cofanetto quadruplo con le registrazioni complete di tre serate, di cui la prima, quella del 29 gennaio è sicuramente un soundboard, ovvero presa direttamente dalla console, mentre delle altre si sa che sono state per molti anni nei cassetti di alcuni vecchi compagni di avventura di Duane Allman, Gregg Allman, Dickey Betts, Jaimoe, Berry Oakley e Butch Trucks, e ora appositamente restaurate per l’occasione sono state messe in commercio il 6 settembre.

Questo per quanto riguarda le buone notizie: purtroppo però il box è uscito solo per il mercato americano con un prezzo di circa 43 dollari, a cui sono da aggiungere le spese di spedizione dagli States, e per noi europei anche i costi doganali e le tasse per i dischi importati dal Nord America, con un esborso che alla fine non sarà indifferente (circa 60 euro). Comunque ecco la lista completa dei contenuti. Come potete vedere nel quarto CD, come bonus, c’è anche una versione di Mountain Jam, registrata alla Warehouse di New Orleans il 13 marzo del 1970, che supera i 45 minuti di durata!!! E vi propongo anche una recensione “veloce” brano per brano, anche se, come vedete, il repertorio subisce poche variazioni nelle diverse serate.

[CD1: 1/29/1971]
1. Statesboro Blues E’ il brano che apre tutte le tre serate, stellare lavoro di Duane Allman alla slide con Dickey Betts che inizia ad interagire con lui alla seconda solista, Gregg Allman molto impegnato all’organo, ben evidenziato nel mixaggio, così come la sua voce espressiva, profonda e risonante, alle prese con questo classico di Blind Willie McTell. Ottimo il lavoro della sezione ritmica, con il basso di Berry Oakley spesso impiegato quasi in versione di solista aggiunto, come già facevano altri musicisti come Jack Bruce, Jack Casady Phil Lesh, per citarne alcuni, e anche la doppia batteria di Jaimoe Butch Trucks conferisce il classico drive potente e raffinato, con la classica miscela di blues, rock, improvvisazioni di impronta jazzistica, che sarebbe stata definita soutjern rock.
2. Trouble No More Anche questo pezzo, un omaggio al repertorio di Muddy Waters, vede l’eccellente lavoro di Duane alla slide, e anche se la chitarra di Betts è un po’ nascosta nel missaggio, è comunque sempre un bel sentire, con la band che tira come non ci fosse futuro, che invece da lì a poco sarebbe arrivato con il seminale Live At Fillmore East, album che li avrebbe fatti conoscere e rimane tuttora uno dei dischi dal vivo più importanti della storia del rock, e pazienza se in fondo questo Fillmore West in fondo ne duplica il repertorio. Sarà anche per maniaci degli Allman Brothers, ma si possono avere peggiori manie.
3. Don’t Keep Me Wonderin’ Da Idlewild South arriva questa canzone, la prima composizione originale firmata da Gregg Allman, un brano mosso e vivace dove l’organo è molto presente nell’economia del brano
4. In Memory Of Elizabeth Reed Poi arriva una eccellente versione della signature song di Dickey Betts, il lungo e pulsante strumentale dove l’improvvisazione e l’interscambio regnano sovrani, ma che ve lo dico a fare, se conoscete gli Allman questo era uno dei momenti topici dei concerti: 14 minuti e 28 secondi di pure delizie sonore, con le chitarre prima blandite ed accarezzate in perfetto unisono, poi libere di librarsi nelle praterie del rock in un crescendo inarrestabile, magnetico ed inarrivabile, l’arte della improvvisazione vicina alla perfezione con i due chitarristi pronti a sfidarsi ed ad integrarsi in modo magnifico, per poi lasciare spazio ad un lungo assolo di Gregg alla’organo ed al finale ferocissimo.. D’altronde il loro produttore dell’epoca Tom Dowd, era lo stesso che aveva lavorato nei dischi dei Cream e di John Coltrane, per non dire anche di Layla il disco di Derek & The Dominos, registrato pochi mesi prima.

5. Midnight Rider Sempre da Idlewild South arriva una delle più belle ballate rock mai scritte da Gregory Lanier Allman, la tipica canzone passionale ricca degli umori del profondo Sud ed impregnata dagli umori della musica soul, quanto del country. Peccato che in questo brano la qualità sonora ha un drastico calo qualitativo, non tragico, ma comunque decisamente avvertibile.
6. Dreams Per fortuna il suono torna subito decisamente a migliorare e possiamo gustarci uno dei loro massimi cavalli di battaglia in una versione “sognante” (scusate, ma mi è scappato), con la slide eterea ma pungente di Duane a punteggiarla ancora una volta, soprattutto nella lunghissima parte centrale strumentale dove anche il basso di Oakley è libero di improvvisare in piena libertà.

7. You Don’t Love Me Poi arrivano i due lunghi tour de force conclusivi del concerto, prima il brano di Willie Cobbs, con un insistito riff iniziale che è rimasto nella storia del rock e poi il classico southern rock-blues del sestetto al massimo della sua potenza in una versione di oltre 16 minuti che illustra la grande maestria della band nel padroneggiare la materia, con ripetute e continue serie di assoli, sempre diversi tra loro, grazie anche all’intricato lavoro dei due batteristi che imbastiscono continue sequenze percussive per sottolineare il duello ardente e feroce delle due chitarre nella parte centrale.
8. Whipping Post Anche questo pezzo scritto da Gregg quanto a riff non scherza, ancora potenza e classe dispensate dalla band che oltre a lavorare di fino ha anche un approccio quasi di pura violenza sonora, con continue scariche di note che si abbattono sull’ascoltatore per quasi 19 minuti di grandissima musica, che sfociano a tratti quasi nel free jazz puro.

[CD2: 1/30/1971]
1. Statesboro Blues La serata successiva, che è la terza della loro residenza al Fillmore di San Francisco, come detto ripropone in linea di massima lo stesso repertorio dei precedenti concerti, e quindi vediamo i brani esclusivi eseguiti per l’occasione (per la verità uno solo nella scaletta del 30 gennaio), detto che comunque i brani non sono identici e si possono comunque ascoltare sfumature diverse nelle improvvisazioni della band, magari non ascoltateli in sequenza,
2. Trouble No More
3. Don’t Keep Me Wonderin’
4. In Memory Of Elizabeth Reed
5. Stormy Monday Il classico slow blues di T-Bone Walker riceve un trattamento sontuoso, con Gregg che la canta con vibrante passione, mentre Duane e Dickey rilasciano una serie di notevoli interventi chitarristici, prima dell’assolo jazzato dell’organo.
6. You Don’t Love Me
7. Whipping Post

[CD3: 1/31/1971 Part I]
1. Statesboro Blues L’ultimo concerto riserva qualche sorpresa, viene ripristinata Midnight Rider con qualità sonora eccellente e un arrangiamento sbarazzino e complesso dove anche le percussioni rivestono una parte importante nell’insieme.
2. Trouble No More
3. Don’t Keep Me Wonderin’
4. In Memory Of Elizabeth Reed
5. Midnight Rider
6. Hoochie Coochie Man Versione veramente “cattiva” di questo classico di Muddy Waters con Berry Oakley al microfono per una eccellente prestazione sottolineata da un gruppo veramente infervorato per l’occasione, peccato di nuovo per una delle chitarre con un segnale più debole in uno dei canali dello stereo, ma è un peccato veniale, compensato comunque dall’altra..
7. Dreams
8. You Don’t Love Me

[CD4: 1/31/1971 Part II]
1. Hot ‘Lanta Il concerto decisamente più lungo, si protrae anche nel quarto CD con una versione breve, ma magmatica ed intensissima di questo brano strumentale firmato in modo collettivo dalla band, ancora in feroce modalità improvvisativa, anche con brevi assoli di batteria di Jaimoe e Butch Trucks.

2. Whipping Post E per concludere la serata una versione monstre di quasi 21 minuti del pezzo che all’epoca concludeva quasi sempre i loro concerti, la più bella di quelle presente nel quadruplo CD, ascoltare per credere.
Bonus Track:
3. Mountain Jam Live At The Warehouse, New Orleans, LA 3/13/1970 (first release of this version).Come bonus i compilatori di questo cofanetto hanno aggiunto la loro celeberrima e libera variazione sul tema di First There Is A Mountain di Donovan, che per l’occasione del concerto alla Warehouse di New Orleans (quella del Live degli Hot Tuna) raggiunge la durata record di 45 minuti e 43 secondi (!!!). Il suono è leggermente più “rustico” ma la qualità complessiva della esecuzione ne giustifica assolutamente l’inclusione con la band che sprigiona già il magnetismo sonoro che poi avrebbero perfezionato nell’anno a seguire.

Forse avete già molti dei Live, ufficiali e non, che sono usciti in questi anni, comprese le innumerevoli versioni dei concerti del Fillmore East, ma forse questo piccolo box varrebbe la pena del “piccolo” sacrificio economico. Eventualmente, buona ricerca.

Bruno Conti

Questi Cognomi Mi Dicono Qualcosa! The Allman Betts Band – Down To The River

allman betts band down to the river

The Allman Betts Band – Down To The River – BMG CD

Nel mondo della musica internazionale essere figlio d’arte di grandi artisti è un po’ come ricevere il bacio della morte, nonostante ci siano vari casi di ottimi musicisti che però non arriveranno mai ad eguagliare le gesta dei padri (come Jakob Dylan, Rosanne Cash, Hank Williams Jr., A.J. Croce, Norah Jones e Jeff Buckley, quest’ultimo l’unico che forse ce l’avrebbe potuta fare ma non lo sapremo mai). Se poi sei il figlio di Gregg Allman e decidi di formare una band di southern rock dimostri di avere una buona dose di coraggio, se poi quella band la crei in società con il figlio di Dickey Betts il coraggio si trasforma in sfrontatezza, se poi ancora decidi di chiamare il gruppo The Allman Betts Band (cioè con lo stesso acronimo di “quelli là”), allora te la vai a cercare. Eppure questo è proprio il caso di Devon Allman, secondogenito di Gregg e già titolare di diverse esperienze musicali (tra cui Honeytribe, Royal Southern Brotherhood ed apparizioni nelle band di papà, sia Allman Brothers Band che Gregg Allman Band), che ha deciso di formare un nuovo gruppo con Duane Betts, figlio del grande Dickey, e battezzandolo proprio in modo da rendere facile l’associazione con la storica band dei due genitori (i quali a differenza dei figli, negli ultimi anni, cioè dall’ultimo allontanamento di Betts dagli ABB fino alla morte di Gregg avvenuta nel 2017, non si sono più rivolti la parola).

In realtà i due avrebbero potuto anche aggiungere un terzo cognome nel moniker del gruppo, in quanto il bassista è Barry Oakley Jr., che è proprio il figlio del membro originale della prima versione della ABB, scomparso tragicamente un anno dopo il mitico Duane Allman ed in circostanze analoghe. Eppure io ero fiducioso sull’esito di questa nuova collaborazione, dato che in certi casi buon sangue non mente, ma con tutto l’ottimismo possibile non pensavo di trovarmi tra le mani un lavoro come Down To The River, che posso definire senza mezzi termini un grande disco. Il gruppo infatti ha un suono solido e grintoso, ed è formato da gente che dà del tu agli strumenti, oltre a suonare con una dose enorme di feeling: Devon e Duane si alternano sia al canto che alle chitarre ritmiche e soliste, ben coadiuvati da Johnny Stachela, terzo chitarrista che si destreggia anche alla slide (rispettando quindi la tradizione sudista di avere tre potenziali solisti nel gruppo), il già citato Oakley al basso che fornisce un background potente insieme al batterista John Lum ed al percussionista R. Scott Bryan, mentre il piano e l’organo sono suonati dall’ottimo Peter Levin che però è esterno alla band (ma in un brano, Good Ol’ Days, c’è il grande Chuck Leavell).

Prodotto da Matt Ross-Spang, Down To The River è dunque un disco sorprendente per la sua bellezza, anche perché rivela un’indubbia capacità dei due leader di scrivere brani di notevole spessore (sette dei nove pezzi totali sono originali); il suono è tipicamente sudista, ma con un approccio più rock e molto meno blues rispetto al mitico combo dei loro padri: diciamo che il filone è più quello dei Blackberry Smoke e degli Sheepdogs, anche se qui siamo un gradino sopra e comunque in più di un brano si intuisce una tendenza alla jam session che dal vivo porterà i nostri a dilatare parecchie canzoni, che qui hanno tutto sommato una durata abbastanza contenuta (tranne che in un caso). L’inizio è a tutto rock con la coinvolgente All Night, un robusto boogie elettrico molto trascinante, in cui Allman mostra di avere la voce giusta (soul e “negroide” sullo stile di quella di Gregg) e le chitarre dardeggiano che è un piacere, con un assolo centrale decisamente southern. Se la voce di Devon ricorda quella del padre, lo stesso si può dire di quella di Duane rispetto a Dickey (un timbro quindi più “country-rock”), e lo sentiamo subito nella limpida Shinin’, caratterizzata da una ritmica potente ed uno sviluppo fluido, con chitarre ed organo a stendere un tappeto sonoro di tutto rispetto, mentre Betts Jr. intona una melodia diretta e piacevole, mentre Try è un rock’n’roll altamente godibile ed immediato, dalle sonorità ruspanti e le solite ottime chitarre.

La title track è splendida, un gustoso e caldo pezzo tra southern soul ed errebi, superbamente eseguito e con un motivo calibrato alla perfezione, e precede l’highlight del disco, cioè una cover di quasi nove minuti di Autumn Breeze (un brano del soul singer Homer T. Williams), qui rivisitata in una sontuosa chiave rock, una cavalcata elettrica che parte lenta e cresce man mano che prosegue, una canzone-jam che dal vivo farà certamente faville: formidabile la prestazione dei tre axemen del gruppo. Good Ol’ Days è una piacevole rock ballad con leggeri elementi country, l’organo di Leavell che ricama da par suo, un’ottima slide ed una melodia tersa ed ariosa, mentre Melodies And Memories è puro southern rock dal refrain corale vincente ed ancora punteggiata da una slide tagliente. Il CD volge al termine, giusto il tempo per una splendida e toccante versione del classico di Tom Petty Southern Accents, una grande canzone che i nostri non devono far altro che interpretare alla loro maniera (cioè benissimo, con solo voce, piano e slide), e per Long Gone, sei minuti e mezzo di vibrante soul-rock, una ballatona di grande impatto emotivo in cui i due leader si alternano alla voce solista e poi ci deliziano con una coda strumentale strepitosa.

Non era facile ben figurare avendo l’ombra ingombrante di due giganti come Gregg Allman e Dickey Betts alle spalle, ma direi che i due figlioli hanno portato a casa il risultato pieno, e quindi posso affermare senza paura di essere smentito che la ABB è tornata!

Marco Verdi

Un Divertente Disco Dal Vivo Per Uno Dei Grandi “Sidemen” Del Rock. Chuck Leavell – Chuck Gets Big (With The Frankfurt Radio Big Band)

chuck leavell chuck gets beig

Chuck Leavell  – Chuck Gets Big With The Frankfurt Radio Big Band – BMG/Evergreen Arts

Chuck Leavell, da Birmingham, Alabama, è uno dei musicisti più importanti tra coloro che hanno prestato la loro opera di tastierista aggiunto con un paio delle band più rappresentative della storia del rock: dagli anni ’80 lavora con i Rolling Stones, come “direttore” della road band che accompagna le Pietre Rotolanti nei vari tour, e prima, tra il 1972 e il 1976, fu membro effettivo dell’Allman Brothers Band. Dal 1977 al 1980 ha avuto una propria band, i Sea Level, e comunque nel corso degli anni ha lavorato con moltissimi artisti che hanno chiesto le sue prestazioni: Black Crowes, Clapton, David Gilmour, Gov’t Mule, John Mayer, per citare alcuni dei più noti (ma pure con i nostri  Maurizio “Gnola” Glielmo Fabrizio Poggi). La sua carriera solista non è particolarmente ricca: cinque album negli ultimi 20 anni, compreso un altro Live In Germany (doppio) del 2008.

Proprio in relazione a quel CD, Chuck Gets Big, il disco di cui ci stiamo occupando ha rischiato di non vedere la luce, in quanto registrato nel 2011, e con Leavell che avendo già un live in commercio, non voleva pubblicarlo a così breve distanza dal precedente disco dal vivo. All’inizio del 2018, si è deciso che valeva la pena di fare uscire questo documento del suo incontro con la Frankfurt Radio Big Band. La band è proprio big, ci sono ben dodici “fiatisti”, più chitarra, basso e batteria e un paio di coriste. Il repertorio è eclettico, pesca da tutta la discografia di Chuck: si parte con King Grand, un brano dei Sea Level, che illustra il suo lato più jazz (rock), subito incantati da un florilegio del magico piano di Leavell, poi i fiati iniziano a lavorare all’unisono, il nostro che non è un cantante memorabile, pure se le cava onorevolmente, e gli assoli di Alex Schlosser alla tromba e Martin Scales alla chitarra, oltre a quello di Leavell, sono ben strutturati e assai godibili, nel suono d’assieme appunto da Big Band.

Losing Hand è uno standard da sempre associato al primo repertorio di Ray Charles, un R&B corposo che rende omaggio al Genius e qui il nostro lavora ancora di fino alla tastiera, mentre Honky Tonk Women è uno dei brani più identificabili dei suoi attuali datori di lavoro, un riff leggendario che regge anche trasferito in un ambito meno rock, per quanto i suoi colleghi tedeschi e le due coriste ci diano dentro di gusto, con Scales che fa il Richards della situazione. Living In A Dream è un altro brano dei Sea Level, come il precedente tratto da On The Edge del ’78, con Nils Van Haften che duplica il solo di sax tenore di Randall Bramblett dell’originale, in un pezzo dal ritmo sognante e mosso al contempo, con Blue Rose, una delle sue rare composizioni, da un disco di solo piano del 2001, qui trasformato in una vivace cavalcata a tempo di jazz, per poi lasciare spazio ad uno dei brani più belli di Brothers And Sisters degli Allman, Southbound, uno dei classici di Dickey Betts, con Scales di nuovo in bella evidenza, in un arrangiamento che richiama quelli dei Blood, Sweat And Tears o dei primi Chicago. 

Ancora musica di qualità con una gagliarda e corale Tumbling Dice, che diventa un rock’n’soul di pura matrice sudista, seguita da Ashley, un altro dei brani di Leavell, tratto da Southscape del 2005, una solenne e morbida ballatona dove le mani del nostro corrono sulla tastiera. E lì si fermano per un altro omaggio agli Allman Brothers, con il blues-rock sapido ed orchestrale di una coinvolgente Statesboro Blues, seguito da uno dei classici del R&R come Route 66, presa a tutta velocità dalla band che segue come un sol uomo il nostro amico, che continua a cantare più che dignitosamente, anche se poi si deve un poco ” arrangiare” quando si trova alle prese con Georgia On My Mind, dignitosa, ma il grande Ray era un’altra cosa, meglio in un altro must del repertorio di Charles come la vorticosa e raffinata Compared To What, sempre con la Big Band in perfetta sintonia con il piano di Leavell, che poi si lascia andare ai virtuosismi nella conclusiva strumentale Tomato Jam che chiude una bella serata di musica.

Bruno Conti

Le Loro Prime Registrazioni Dal Vivo, Di Nuovo Disponibili. Allman Brothers Band – Fillmore East, February 1970

allman brothers fillmore east february 1970

Allman Brothers Band – Fillmore East, February 1970 – Allman Brothers Band Recording Company

Il sottotitolo del CD recita “Bear’s Sonic Journals”, in quanto le registrazioni provengono dagli archivi della Owsley Stanley Foundation, dove vengono conservati soprattutto tutti i concerti che Owsley Stanley registrava per i Grateful Dead, in qualità di loro tecnico del suono ufficiale, ma anche di diversi altri gruppi che all’epoca avevano diviso i palchi con la band di Jerry Garcia. Sia per chi conosce il livello sonoro quasi “prodigioso” di molte di queste registrazioni d’epoca, sia in particolare per i fans degli Allman Brothers, questo Fillmore East, February 1970, non dico che rivesta la stessa importanza dei famosi concerti del marzo del 1971 ma è comunque un documento importante per tracciare lo sviluppo della band dei fratelli Allman, di Dickey Betts e di tutti i loro compagni di avventura, in quanto il sestetto sudista già in queste prime trasferte newyorchesi, sia pure nel “tempo limitato” come opening act di Love Grateful Dead, e benché l’album del momento Idlewild South non avesse venduto molto, comincia a farsi una grossa reputazione per i propri concerti e inizia ad inserire in repertorio alcuni brani che poi sarebbero divenuti futuri cavalli di battaglia assoluti delle esibizioni live, come ad esempio In Memory Of Elizabeth Reed, lo strumentale di Dickey Betts, che fa la sua prima apparizione discografica con questa registrazione.

Per i lettori più attenti ricordo che questo disco era già brevemente apparso negli anni ’90, con un altra copertina (che vedete più in basso), ma lo stesso contenuto, venduto direttamente dal merchandising degli ABB, e comunque non più disponibile da moltissimo tempo. Nella nuova versione il suono, già molto buono di per sé, è stato ulteriormente restaurato e masterizzato, nei limiti del possibile, dagli stessi tecnici che si occupano abitualmente dello smisurato archivio dei Dead. Si diceva di In Memory Of Elizabeth Reed che apre il CD, che contiene brani estrapolati da tre diverse esibizioni al Fillmore East dell’11,13 e 14 febbraio 1970. si tratta di una versione più “concisa”, solo 9 minuti e 22 secondi, tra le prime esecuzioni della canzone, e forse quella che si considera la prima in assoluto come data di registrazione: ebbene l’interplay tra le due soliste di Duane Allman Dickey Betts è già rodato da circa un anno di prove, concerti e lavori di studio, le due chitarre lavorano di fino, spesso all’unisono, con fare sinuoso e raffinato, supportate dall’organo di Gregg e dalla ritmica spettacolare, in questo splendido brano strumentale che rimane una delle vette supreme della loro arte, anche in questa versione più breve ma già perfettamente formata, dove l’arte dell’improvvisazione regna suprema.

allman brothers fillmore east february 1970 prima copertina

Anche il resto del concerto è molto buono, più “bluesato” e appena meno southern si potrebbe dire, con la voce di Gregg Allman che è più grezza e ruvida, anche aspra atratti, rispetto al timbro più rotondo che acquisirà già dai mesi successivi, ma forse è solo una mia impressione. Comunque nel complesso le versioni, che risultano magari più ruvide, meno rifinite, sono in ogni caso interessanti perché rapresentano la traiettoria dello sviluppo del loro sound, e lasciano intravedere che band spettacolare diventeranno, (ma già erano) gli Allman Brothers: il repertorio ha punti di contatto e differenze con il Live At Ludlow Garage registrato solo due mesi dopo in aprile. Hoochie Coochie Man è fiera e gagliarda, con Berry Oakley alla voce solista, per un blues dal repertorio di Muddy Waters solido e potente, mentre Statesboro Blues con il classico riff alla slide di Duane Allman è cantata comunque con impeto da Gregg, sia pure con questa voce che sembra più sforzata e meno ispirata, ma rimane un bel sentire. Trouble No More va di swingante groove e le chitarre si inseguono gagliarde e pungenti in questa composizione di McKinley Morganfield a.k.a. Muddy Waters.

I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town è un vecchio blues degli anni ’30, un bellissimo slow di William Weldon, ma la rilettura degli Allman, come dicono loro stessi nella breve presentazione, si rifà alla versione di Ray Charles, con tanto “soul” questa volta nella voce di Gregg, brano dalle atmosfere ricche ed avvolgenti e di grande fascino, prima di travolgerci nuovamente con il classico riff ascendente di Whipping Post, dove però la voce mi sembra nuovamente troppo gutturale e sforzata, per il resto nulla da dire sugli affascinanti intrecci tra chitarre e organo sempre poderosi ed incalzanti, anche se ovviamente la versione da 23 minuti presente sul At Fillmore East originale rimane inarrivabile, e una delle due chitarre si sente un po’ in lontananza nello spettro sonoro. Per concludere la esibizione rimane una lunga, 30:46, ma non lunghissima, rilettura di Mountain Jam, lontana da quella lunghissima di 44 minuti presente nel concerto al Ludlow Garage e con diversi punti di contatto con quella riportata su Eat A Peach, meno spazio ai lunghi assoli di batteria, peraltro presenti e più spazio alle interminabili ma godibilissime jam tra chitarre e organo, che prendono lo spunto dalla First There Is A Mountain di Donovan e ci spediscono nella stratosfera della migliore musica rock: all’inizio Gregg annuncia modestamente “a little jam”, poi in effetti ognuno si prende tutti i giusti spazi a partire dalle due splendide soliste di Allman e Betts. Semplicemente grande musica.

Bruno Conti

Un Live Molto Interessante, Ma Occhio Alla (Mezza) “Truffa”! The Allman Brothers Band – Unplugged

allman brothers band unplugged

The Allman Brothers Band – Unplugged (+ The Gregg Allman Band Live 1987) – Predator CD

Avviso ai naviganti: premettendo che questo CD (che non appartiene né alle pubblicazioni ufficiali, né è gestito dagli archivi della band) è piacevole ed a tratti perfino entusiasmante, devo però rimarcare come il titolo sia truffaldino. Infatti il disco è accreditato alla Allman Brothers Band, ed il titolo Unplugged si riferisce proprio alla famosa trasmissione di MTV, alla quale lo storico gruppo southern partecipò nel 1990 (registrando al National Video Center di New York), mentre quel And The Gregg Allman Band Live 1987 farebbe pensare ad un’aggiunta di due-tre canzoni alla fine come bonus tracks. Niente di più sbagliato, in quanto la parte degli ABB si riduce a quattro misere, ancorché splendide, esecuzioni poste all’inizio del disco (e con una qualità di registrazione strepitosa), mentre il resto, ben nove pezzi, appartiene ad una serata di tre anni prima appunto della Gregg Allman Band, durante il tour a supporto del loro album I’m No Angel, per l’esattezza ad Austin, Texas, il tutto con un buon suono, anche se un po’ ovattato, niente a che vedere con la parte degli ABB. Ed anche la qualità della performance è diversa, in quanto per i primi quattro pezzi siamo obiettivamente su un altro pianeta: gli Allman (che si erano riformati l’anno prima con il nucleo storico formato da Gregg Allman (RIP), Dickey Betts, Butch Trucks e Jaimoe, al quale si erano aggiunti Warren Haynes, Allen Woody e Johnny Neel, pubblicando il bellissimo Seven Turns) dimostrano di essere un gruppo di fuoriclasse anche con gli strumenti acustici, a partire dall’apertura di Midnight Rider, la signature song di Gregg: suono caldo, grande voce ed intrecci chitarristici tra Betts e Haynes che sono una goduria nella goduria.

Melissa è uno spettacolo, fluida e distesa, riesce ad entusiasmare anche in questa scintillante versione a spina staccata (per questioni di tempi televisivi i brani sono più corti del solito), mentre Seven Turns, brano portante dell’album omonimo, è una delle composizioni migliori di Betts, uno splendido brano di pura americana e sfiorato dal country, che in veste acustica fa risaltare ancora di più la melodia tersa e cristallina. Chiude il mini set una sontuosa ripresa di Come On In My Kitchen di Robert Johnson, con Warren gigantesco alla slide, che ci lascia la voglia di sentirne ancora (oltre all’interrogativo sul perché non sia mai stato pubblicato tutto il concerto in veste ufficiale). Il set della GAB, che a differenza di quello della ABB è elettrico, non è allo stesso livello di eccellenza, sia per la qualità del repertorio (comunque mediamente più che buona), sia soprattutto per la differente grandezza dei musicisti coinvolti: Gregg come al solito non si discute, e se vogliamo nemmeno il chitarrista e band leader Dan Toler (già con gli Allman nel loro periodo meno celebrato, dal 1979 al 1982), ma il resto del gruppo è formato perlopiù da onesti mestieranti, seppur di alto livello (specie il pianista Tim Heding).

L’inizio è appannaggio dell’ottima It’s Not My Cross To Bear, un rock-blues caldo e con un gran lavoro di organo, forse il brano migliore di I’m No Angel, dal quale sono tratti altri tre pezzi: Faces Without Names, soul ballad discreta anche se non all’altezza delle composizioni migliori di Gragg, la potente Anything Goes, non male, e la title track, la più diretta e radio friendly delle quattro. Sweet Feelin’ proviene da Playin’ Up A Storm, disco di Allman del 1977, ed è un trascinante boogie, grande voce del nostro e formidabile performance di Heding, mentre Please Call Home arriva da Laid Back, il suo miglior album da solista, ed è una grande ballata sudista, anche se avrei fatto a meno del piano elettrico. Dulcis in fundo, abbiamo tre brani presi dal repertorio della ABB, Trouble No More di Muddy Waters, Hot’Lanta e Whipping Post, tre pezzi che la band dei due fratelli suonava ad un livello decisamente superiore, ma comunque è sempre un bel sentire, soprattutto grazie alla classe di Gregg (ed anche Toler non è proprio un pivellino). In definitiva, se dovessi esprimere il giudizio in stellette, ne darei quattro (abbondanti) alla parte della ABB e tre al resto.

Marco Verdi

L’Ultima Corsa Del Viaggiatore Di Mezzanotte: Ma La Strada Continua Per Sempre. Ci Ha Lasciato Anche Gregg Allman, Aveva 69 Anni.

death-announcement

Devo constatare purtroppo una ripresa dell’attività da parte di “The Reaper” (cioè la morte secondo i Blue Oyster Cult): dopo un periodo di relativa calma: nella stessa settimana della scomparsa di Jimmy LaFave ci ha lasciato, proprio ieri, in seguito a complicazioni dovute, pare, al cancro al fegato con cui aveva già lottato in passato e per cui aveva subito anche un trapianto, una vera e propria leggenda (e questa volta il termine non è usato a sproposito),Gregory LeNoir, in arte Gregg, Allman. Se dovessi dire che la notizia mi ha colto impreparato direi una mezza bugia: da tempo infatti il biondo tastierista e chitarrista nativo di Nashville, ma georgiano di adozione soffriva di vari problemi di salute, e l’annullamento di tutti i concerti programmati per il 2017 con conseguente rimborso dei biglietti, e senza nessun aggiornamento successivo, non era certo un buon segnale.

Figura fondamentale per la musica rock americana, Gregg è stato si può dire (con il fratello Duane) l’inventore del genere denominato southern rock, una miscela di rock e blues con implicazioni, a seconda del gruppo di appartenenza, soul, country, jazz e gospel: grande appassionato di blues fin dalla giovane età, Gregg muove i primi passi negli anni sessanta proprio insieme al citato fratello Duane, che si rivelerà a breve come uno tra i migliori chitarristi del suo tempo (e di sempre), prima in diverse band giovanili, per poi avere qualche minimo successo prima con gli Allman Joys, che si evolveranno negli Hour Glass e poi definitivamente nella leggendaria Allman Brothers Band (nella quale sarà presente in tutte le configurazioni, unico elemento insieme a Butch Trucks e Jaimoe), semplicemente uno dei più grandi gruppi di sempre, e non solo in ambito southern rock. Se siete abituali frequentatori di questo blog, ma anche occasionali, non devo star qui a spiegarvi di chi stiamo parlando, ma giova ricordare che, a mio parere ma non solo mio, il loro Live At Fillmore East è probabilmente il più grande disco dal vivo mai pubblicato, un album che ha beneficiato di una serie infinita di ristampe ma che ogni volta che lo si ascolta è come se fosse la prima volta, un lavoro epocale nel quale l’organo e la voce “nera” di Gregg erano delle parti fondamentali, insieme alle formidabili chitarre di Duane e Dickey Betts e ad una sezione ritmica incredibile formata dai due batteristi e dal bassista Berry Oakley.

In quegli anni Gregg riesce a tenere insieme il gruppo ed a registrare anche splendidi album di studio, nonostante problemi sempre crescenti con le droghe e soprattutto superando anche le tragiche scomparse prima del fratello Duane e poi di Oakley, entrambi morti in incidenti motociclistici incredibilmente simili: album come Idlewild South, Eat A Peach (in parte live) e Brothers And Sisters (nel quale Betts assume in pratica la leadership del gruppo, e dove vengono introdotti elementi country) sono dischi di un livello che poche band al mondo possono vantare. Problemi all’interno del gruppo, causati in minima parte anche dalle situazioni personali del nostro (in quegli anni protagonista di una relazione parecchio tribolata con Cher), portano Allman prima a sciogliere il gruppo per un anno (1977) e poi a riformarlo con alcune modifiche nella line-up, pubblicando altri album discreti ma senza quel sacro fuoco che era presente nei loro capolavori, fino ad un break-up nel 1982 che sembra definitivo. La band però si riunisce a sorpresa nella formazione “quasi” originale nel 1990 (e con l’ingresso in formazione del grande Warren Haynes, allora sconosciuto, ed autore proprio ieri di un toccante quanto lungo omaggio a Gregg pubblicato sul suo Facebook https://www.facebook.com/warrenhaynes/posts/10154722537472799 ), con due splendidi album, Seven Turns e Shades Of Two Worlds nel 1991, e soprattutto ricominciando a dare i loro proverbiali concerti, documentati da alcuni bellissimi album live, fino al 2014, anno della separazione definitiva per impossibilità di reggere certi ritmi dovuta all’età (e nel frattempo c’era stata anche la defezione di Betts, con il quale Allman non si lasciò benissimo, sostituito in maniera degnissima dal giovane Derek Trucks).

Gregg ha negli anni portato avanti anche una carriera solista, inizialmente abbastanza simile allo stile del suo gruppo madre, anche se più da cantautore rock e meno blues, con il bellissimo Laid Back (che contiene il suo brano più famoso, Midnight Rider, già inciso in precedenza con gli Allman), seguito dopo quattro anni dal meno riuscito Playin’ Up A Storm e negli anni ottanta da altri due lavori contraddistinti da sonorità piuttosto mainstream (I’m No Angel e Just Before The Bullet Fly), per tacere del disco del 1977 in coppia con Cher, Two The Hard Way, che è meglio dimenticare. Nel 2011 Gregg pubblica il bellissimo Low Country Blues, il suo disco in assoluto più “allmaniano” (nel senso di ABB) http://discoclub.myblog.it/2011/01/12/il-notaio-conferma-grande-disco-gregg-allman-low-country-blu/ , seguito nel 2015 dallo splendido live Back To Macon  http://discoclub.myblog.it/2015/09/01/anche-senza-fratelli-ed-amici-sempre-grande-musica-gregg-allman-live-back-to-macon-ga/ (e non dimentichiamo lo stupendo tributo al nostro, sempre dal vivo, All My Friends, uscito nel 2014): dovrebbe essere tra l’altro imminente l’uscita di un album di studio nuovo di zecca di Gregg, Southern Blood, da tempo in preparazione e prodotto da Don Was, disco che a questo punto uscirà postumo (nel suo sito è già in preordine). Che altro dire? Ci mancheranno la sua figura carismatica, ma anche la sua eccezionale abilità come organista e la sua capacità di aver letteralmente creato un suono ed un genere, il southern rock, che ha avuto decine di epigoni più o meno bravi, ma mai nessuno al livello della ABB: una menzione anche per la sua grande voce, una caratteristica del nostro mai troppo lodata, una voce potente, nera, piena di soul ed in grado di emozionare ogni volta, come ha fatto notare Haynes nel suo sentito tributo.

Riposa In Pace, vecchio Midnight Rider: ho un po’ di invidia per gli angeli, che stasera assisteranno ad una fantastica jam tra te, Duane, Berry e Butch.

Marco Verdi

*NDB

Dal concerto ai CMT Music Awards di inizio giugno.

Dal Vivo Non Tradivano Mai! Allman Brothers Band – Concord Pavilion, August 10th 1989

allman brothers band concord pavillion 1989

Allman Brothers Band – Concord Pavilion, August 10th 1989 – Silver Dollar CD

Chi mi conosce sa che non sono mai stato molto favorevole al proliferare, da qualche anno a questa parte, di CD live tratti da broadcast radiofonici del passato, dei veri e propri bootleg che solo per un cavillo nel Regno Unito sono considerati legali. Come in tutte le regole però ci sono le eccezioni, ed una di queste è certamente questo dischetto che riporta parte di un concerto tenutosi a Concord (una cittadina della Bay Area) nell’agosto del 1989, durante il reunion tour della Allman Brothers Band, che si era riformata dopo sette anni di separazione e che da lì a meno di un anno avrebbe dato alle stampe l’eccellente comeback album Seven Turns. La band in quel periodo era formata da sette elementi, il nucleo originale (Gregg Allman, Dickey Betts, Butch Trucks e Jaimoe), più le new entries Warren Haynes ed Allen Woody (che pochi anni dopo avrebbero contribuito a scrivere parte della storia del rock americano con i Gov’t Mule, anche se Woody ci lascerà prematuramente) oltre al formidabile tastierista Johnny Neel. La reunion, e ciò verrà confermato negli anni a seguire, non era avvenuta per pure ragioni pecuniarie, ma soprattutto per la voglia di ricominciare a fare (grande) musica insieme: infatti quei concerti avevano ripresentato una band in forma smagliante, quasi ai livelli stratosferici dei primi anni settanta, e questo Concord Pavilion, August 10th 1989 ne è la parziale testimonianza: solo sette canzoni, ma che occupano tutto lo spazio disponibile sul CD, anche se non nascondo che avrei preferito ascoltare il concerto completo.

L’incisione è più che buona, anche se ho sentito di meglio: gli strumenti si distinguono tutti nitidamente, solo la batteria è leggermente ovattata, ed a volte la voce è in secondo piano; ma ciò che manca a livello sonoro è ampiamente compensato dalla qualità della performance. I “magnifici sette” scaldano i motori con Statesboro Blues, il classico di Blind Willie McTell che i nostri resero immortale nel Live At Fillmore East: questa versione non è di molto inferiore, con l’ugola di Gregg subito in palla, Haynes che cerca di non far rimpiangere Duane con la slide (ed in parte ci riesce) e Neel stratosferico al piano: una rilettura trascinante. Introdotta da un lungo assolo di armonica abbiamo poi Blues Ain’t Nothing, un saltellante e classico blues scritto da Ferlin Husky non frequente nelle performances degli Allman (e che vanta versioni da parte di Taj Mahal e Clarence “Gatemouth” Brown), proposto con sonorità decisamente calde ed un ottimo senso del ritmo da parte dei due batteristi. Il concerto entra nel vivo con la splendida Blue Sky, una delle signature songs di Betts, tipica del suo stile terso e limpido, ripresa alla grande e con la chitarra liquida del nostro in grande spolvero, per sette minuti di godimento assoluto, in cui anche Haynes dice la sua in maniera strepitosa.

Ed è la volta del poker finale di classici, formato dalle inarrivabili In Memory Of Elizabeth Reed, Dreams, Jessica e Whipping Post, che da sole arrivano quasi ad un’ora di musica: un’ora piena di assoli, cambi di ritmo, improvvisazioni tra rock, blues e shuffle, che ci fanno ritrovare la stessa band che negli anni settanta scrisse la storia del southern rock. In particolare, una Elizabeth Reed così bella, lunga e fluida l’avevo sentita raramente, un quarto d’ora di pura poesia strumentale, ed anche Jessica non è da meno, con performances incredibili da parte di Neel (un grandissimo pianista, purtroppo spesso dimenticato) e di Betts che, non me ne voglia Derek Trucks, per me sarà sempre il vero chitarrista degli Allman (oltre ovviamente a Duane). Di live della Allman Brothers Band, legali o meno, sul mercato non ne mancano di certo, ma ignorare questo Concord Pavilion sarebbe a mio parere un grande errore.

Marco Verdi