Anche I “Nuovi” Sudisti Tornano A Colpire! Blackberry Smoke – Like An Arrow

blackberry smoke like an arrow

Blackberry Smoke – Like An Arrow – 3 Legged Records/Earache

Al sottoscritto l’album dello scorso anno Holdin’ All The Roses era piaciuto abbastanza http://discoclub.myblog.it/2015/02/08/ed-eccoli-i-migliori-alfieri-del-nuovo-rock-sudista-blackberry-smoke-holding-all-the-roses/ , anche se devo ammettere che la produzione di Brendan O’Brien era forse troppo levigata e allo stesso tempo pompata: però era servita a fare arrivare l’album al 1° posto delle classifiche country (quello di oggi!, naturalmente!) e nella Top 30 di Billboard, e pure addirittura nella Top 20 inglese (infatti il prossimo anno faranno dieci date solo nel Regno Unito). A seguito di questo i Blackberry Smoke hanno proseguito con le loro tournée lunghissime e quasi interminabili, la scorsa estate in giro per gli States con i Gov’t Mule nello Smokin’ Mule Tour (ora sono in tour con l’ottima Steepwater Band) http://discoclub.myblog.it/2016/09/02/tanto-ritornano-fortuna-steepwater-band-shake-your-faith/ . Ma prima, a fine giugno, erano passati anche dalle nostre parti (con due serate in Italia, Milano e Roma) realizzando un eccellente riscontro di pubblico: mi sono meravigliato infatti , perché alla data milanese c’era parecchia gente, forse complice anche il fatto che avevano saltato la Svizzera, la Francia e la Germania. Un buon concerto (anche se la “spalla”, i SIMO, avevano suonato meglio di loro, secondo molti dei presenti, compreso chi scrive), inferiore però a quello ufficiale presentato in Leave A Scar http://discoclub.myblog.it/2014/08/28/altro-grande-doppio-southern-dal-vivo-anche-triplo-blackberry-smoke-leave-scare-live-north-carolina/ , ma comunque con un paio di cover a sorpresa, Led Zeppelin Your Time Is Gonna Come e Arthur “Big Boy” Crudup That’s Allright Mama, in ricordo di Scotty Moore, il chitarrista di Elvis, appena scomparso il giorno prima del concerto.

Ma meravigliava anche (o forse no) il fatto che gran parte del pubblico presente conoscesse a memoria le canzoni della band, cantandole spesso a squarciagola. Comunque nell’occasione Charlie Starr si è confermato leader indiscusso, voce solista, ma autore anche del 90% degli assoli di chitarra, trascinatore del gruppo di soci barbuti da Atlanta, Georgia, ben coadiuvato dal tastierista Brandon Still, dal secondo chitarrista Paul Jackson e dai fratelli Turner, che costituiscono una solida sezione ritmica, anche in questo nuovo album Like An Arrow. Nella serata milanese non avevano eseguito (purtroppo) la loro classica cover di Dreams, il brano degli Allman Brothers, ma a conferma del legame con Gregg Allman, loro mentore (che sembra avere superato i problemi di salute), Starr lo ha invitato a duettare con lui nella conclusiva Free On The Wing, classico mid-tempo sudista con un liquido piano elettrico e la slide di Starr in evidenza, uno dei migliori brani del disco e forse quello più legato al classico southern-rock, di cui peraltro i Blackberry Smoke sono buoni praticanti, non dimenticando mai corpose iniezioni di country music, del sano boogie e anche la componente più pop (forse meglio, rock classico) presente nei loro dischi.

Waiting For The Thunder è un solido southern rock chitarristico con riff ripetuti e gagliardi, l’organo che cuce il sound e si prende i suoi spazi e le soliste assai indaffarate nella parte centrale, mentre Let It Burn è un bel boogie dal retrogusto country, tipo Marshall Tucker o Charlie Daniels, con il piano nella parte del violino, con The Good Life che è una delle loro classiche ballate di stampo country, dolce ed avvolgente senza essere melensa, con un bel break chitarristico nella parte centrale. What Comes Naturally attinge anche al blues, sempre colorato di country e rock, pigro e ciondolante quanto basta, Running Through Time è un’altra ballata, questa volta più mossa e vicina agli insegnamenti dei maestri Allman Brothers, belle armonie vocali e un arrangiamento raffinato, con le tastiere sempre ben presenti e le chitarre che lavorano di fino; Like An Arrow, la title-track è un altro solido pezzo rock ricco di saliscendi sonori e richiami al rock anni ’70 meno bieco, commerciale, ma il giusto, e pure Ought To Know appartiene alla stessa famiglia, magari non brillantissimo e originale, ma con una buona melodia e la voce piacevole di Starr sempre in evidenza.

Sunrise In Texas è uno dei brani migliori, una bella slide acustica (o un dobro) e un pianoforte ad aprirla, poi il pezzo che cresce lentamente in un piacevole e coinvolgente crescendo che culmina nell’immancabile, ma non per questo meno gradito, assolo di chitarra wah-wah, l’ABC del miglior southern rock. E niente male pure il country-folk dell’ottima Ain’t Gonna Wait, con un mandolino a guidare le danze e tutta la band a seguirlo, Poi si ritorna al rock poderoso alla Lynyrd Skynyrd (anche nel titolo) della vigorosa Workin’ For A Workin’ Man, ritmo e sudore sudista con chitarre a manetta, ottimo e Believe You Me ha qualche elemento funky che li avvicina al sound dei fratelli Robinson dei Black Crowes, entrambi grandi amici di Charlie Starr. Un buon album, meno commerciale e più solido del precedente, che li conferma alla guida delle nuove leve del southern-rock, insieme ai “rivali” Whiskey Myers del recente Mud.

Bruno Conti

E Dei Sudisti “Antichi” Non Ne Vogliamo Parlare? The Southern Allstars – Live Radio Broadcast, Capitol Theatre, Passaic, NJ, May 7th, 1983

southern allstars live radio broadcast

The Southern Allstars  – Live Radio Broadcast, Capitol Theatre, Passaic, NJ, May 7th, 1983 – Cannonball

Le etichette che distribuiscono questi concerti radiofonici diventano sempre più improbabili ( la Cannonball ci mancava), ma non mancano le chicche: per esempio questo concerto del 1983 è attribuito a non meglio identificati Southern Allstars, che oltretutto è un nome di fantasia inventato dai compilatori di questo CD, perché come annuncia ad inizio concerto Pat St. John, il DJ dell’epoca che presentava l’evento, i musicisti si presentano come BHLT, ovvero Dickey Betts, Jimmy Hall, Chuck Leavell e Butch Trucks, con l’aggiunta di Danny Parks a violino e voce, e David Goldflies, basso e voce. Queste sono tutte le informazioni che si desumono dal libretto del dischetto, a parte i titoli dei brani e una generica informazione che questa è una delle rarissime registrazioni dell’epoca relative a questa formazione. E allora facciamo un breve passo indietro: tra il 1977 e il 1978, durante il primo periodo di pausa degli Allman Brothers, Dickey Betts aveva formato i Great Southern, con i fratelli Toler e Goldflies al basso, mentre Leavell e Lamar Williams erano con i Sea Level, e non rientreranno nella reunion dell’ABB dal 1978 al 1982. Quando gli Allman si sciolgono di nuovo dopo il 1982, Gregg Allman si prende i Toler (la trama è meglio di Dynasty) e Dickey Betts decide di formare un nuova band con Jimmy Hall dei Wet Willie, Chuck Leavell che ha sciolto i Sea Level, Butch Trucks orfano degli Allman Brothers e riprendendo Goldflies dal suo precedente gruppo.

Questa formazione non inciderà purtroppo nessun disco, ma tra il 1982 e il 1983 fa alcune tournée in giro per gli States. E nel maggio del 1983 approdano al Capitol Theatre di Passaic, NJ, dove viene registrato (e filmato, si trova completo qui https://www.youtube.com/watch?v=eEjhwV14CsE ) questo concerto, per la emittente radiofonica di New York, WPLJ FM. La formazione è inconsueta, sempre in ambito southern siamo, ma con Betts e Jimmy Hall, entrambi voci soliste, spesso anche insieme, Hall che suona pure sax e armonica, un violinista aggiunto, Danny Parks, oltre ai florilegi di Leavell con le sue tastiere, quindi un ambito più complesso del tipico rock chitarristico delle formazioni di Betts, con ampi inserti di soul e R&B, grazie al fatto che cantano più o meno tutti, a parte Trucks. Il repertorio pesca sia dai dischi solisti di Betts, dal repertorio degli Allman, e dal disco recente di Jimmy Hall Cadillac Tracks, oltre ad alcune cover scelte con cura. Detto che la qualità sonora è ottima, vediamo cosa ci aspetta: dopo la roboante introduzione di Pat St. John si parte subito proprio con una cover, una Ain’t Nothing You Can Do che viene dal repertorio di Bobby “Blue” Bland (ma anche Van Morrison ne faceva una gran versione dal vivo), e ci introduce a quel melange tra musica soul e southern con Betts e Hall subito sul pezzo, sax, piano e la chitarra di Dickey che si dividono gli spazi ed un’aria gioiosa da blues soul revue.

Whole Lot Of Memories è un vecchio pezzo country scritto di Billy Ray Reynolds ( la faceva Merle Haggard) che veniva dal repertorio dei Great Southern e la versione del gruppo ricorda quel sound alla Delaney & Bonnie che è uno dei tratti salienti di questi BHLT o Southern Allstars se preferite, con il sax di Hall spesso in evidenza, ma anche Leavell e Betts ci mettono del loro, come ricordato poc’anzi. La gagliarda e funky One Track Mind, grazie all’armonica di Hall e alla slide di Betts, alza la quota blues, mentre Pick A Little Boogie con il violino di Parks in bella evidenza, aumenta la quota del country tanto amato da Betts., sempre con le voci che si alternano con grande gusto. Rain (In Spain) è una grandissima ballata dei Sea Level che ci permette di apprezzare appieno la voce di Jimmy Hall (e il piano di Leavell), e a seguire uno degli highlights della serata, con una versione perfetta di Ramblin’ Man, splendida. Eccellente anche il soul meets rock di Stop Knockin’ On My Door, che inaugura il trittico incentrato sulla voce strepitosa di Jimmy Hall, che comprende anche vibranti versioni del R&R Lorraine e una fantastica Cadillac Tracks, quindici minuti di pura magia sonora che permettono di apprezzare il gruppo in tutta la sua potenza, prima di passare alla mitica Jessica, con le mani di Betts e Leavell (in gran forma) che volano sui rispettivi strumenti, mentre il violino aumenta la quota country, bellissima versione. E non è finita, anche Southbound non ha nulla da invidiare a quelle migliori degli Allman Brothers, sempre a ritmi vorticosi; gran finale, ancora a tempo di rock sudista con una sanguigna Rollin’ che ricorda il sound dei vecchi Wet Willie. Una bella (ri)scoperta.

Bruno Conti

Dagli Archivi Inesauribili Dei Gov’t Mule Ecco Le Tel-Star Sessions.

gov't mule tel-star sessions

Gov’t Mule – The Tel-Star Sessions – Mascot/Provogue EU/Evil Teen USA

Praticamente le conosciamo già tutte le canzoni contenute in questo The Tel-Star Sessions, ma in queste versioni registrate nel 1994 in Florida a Bradenton, appunto ai Tel- Star Studios, con l’apporto dell’ingegnere del suono Bud Snyder, non le avevano mai sentite. I brani nascevano come demo in preparazione di quello che sarebbe stato il primo album della band, in uscita per la Relativity nell’ottobre del 1995. In quegli anni, fino al 1997, sia Warren Haynes che Allen Woody suonavano ancora con gli Allman Brothers, mentre i Gov’t Mule erano una sorta di side-project dove li aveva raggiunti Matt Abts, il batterista che aveva già fatto parte, con Haynes, della band di Dickey Betts.  Diciamo subito che l’album è notevole e vale la pena di averlo, a maggior ragione se siete fans dei “Muli”, ma anche se amate in generale il miglior rock-blues, versione power trio, nella tradizione che discende da Cream, Jimi Hendrix Experience, Taste, Free, Hot Tuna e poi giù fino a Mountain, ZZ Top e tantissime altre band che hanno influenzato Haynes e soci. Il disco, pur partendo da semplici demo, è stato amorevolmente completato a livello tecnico dal buon Warren e suona come se fosse stato registrato ieri mattina, ed è il tassello mancante che va a completare la storia di una delle più gloriose formazioni del rock americano classico.

La partenza è affidata a Blind Man In The Dark, un brano scritto da Warren Haynes che non sarebbe apparso su disco fino a Dose del 1998, ma faceva già parte del repertorio live del band, un pezzo sintomatico dello stile del trio: voce dura, rauca e possente, una sezione ritmica scintillante, basata sui giri armonici vorticosi di Woody, degno erede di bassisti come Jack Bruce soprattutto, ma anche Andy Fraser dei Free, a cui si ispirava, e alla batteria agile ma potente di Matt Abts, in possesso pure lui di una notevole tecnica individuale. Sul tutto la chitarra di Haynes, sempre in grado di disegnare linee soliste di grande fascino e varietà, inserendosi anche in quel filone delle jam band, dove l’improvvisazione è principe e fa sì che un brano non sia mai uguale alle volte precedenti, e quindi anche i sette pezzi presenti nel disco di esordio (uno ripetuto due volte) sono comunque abbastanza differenti da quelli presenti in questo Tel- Star Sessions: bellissimo l’assolo di Warren,in questo brano che rimane uno dei loro migliori in assoluto. Notevole anche Rocking Horse, un pezzo che oltre a quelle di Haynes e Woody, porta anche le firme di Gregg Allman Jack Pearson del giro Allman Brothers, e quindi ha una impronta più “sudista” nello stile, sempre bluesato e incalzante ma anche con le stimmate del gruppo di Macon presenti nel sound del brano, con Haynes che si sdoppia su due chitarre soliste, lavorando di fino sia con gli assolo come con il raccordo ritmico, ottima versione. Il wah-wah è il tratto distintivo di Monkey Hill, come la voce filtrata dell’artista di Asheville, NC nella parte iniziale, che poi lascia posto ad una traccia dal suono di nuovo molto alla Cream. Mr Big, estratta da Fire And Water dei Free, è uno dei riff di chitarra più classici del rock (grazie a quel chitarrista splendido e sottovalutato che fu Paul Kossoff) ma vive anche sul lavoro agli armonici di Allen Woody che ripropone quel assolo nell’ assolo di Andy Fraser contrapposto a Kossoff nel brano originale, una canzone difficile da migliorare e che si può solo cercare di riproporre con fedeltà ed amore, e i Gov’t Mule ci riescono alla perfezione.

The Same Thing è un brano scritto da Willie Dixon per Muddy Waters, il classico brano blues che diventa l’occasione per un’altra scorribanda alla Cream (pur se il brano era anche nel repertorio di Allman, Thorogood, Grateful Dead, della Band e di moltissimi altri), ancora con il trio impegnato nelle classifiche jam di libera improvvisazione e interscambio tra i tre musicisti, basate sulle 12 battute. Anche Mother Earth di Memphis Slim ha chiare origini nel blues ma viene rifatta con uno spirito direi hendrixiano, l’arcirivale di Clapton, che aveva comunque le basi della propria musica ben piantate nella tradizione, poi riveduta e corretta attraverso delle derive decisamente più rock, come dimostra anche questa versione dei Gov’t Mule, poderosa ed intensa, con la chitarra di Haynes che scivola fluida e decisa nel magma sonoro del trio. Classico da terzetto è anche Just Got Paid dei ZZ Top, altro brano che non avrebbe fatto parte dell’esordio dei Muli del 1995, un boogie blues tra i più belli e famosi del trio texano di Gibbons e soci, con il nostro amico che si raddoppia di nuovo alle chitarre, questa volta aggiungendo una slide minacciosa e turbolenta che duella con il basso pompatissimo di Allen Woody, prodigioso come sempre. E pure in Left Coast Groovies Woody si inventa un giro armonico sinuoso e geniale, decisamente funky, che stimola Warren Haynes ad inventarsi un assolo di rara tecnica e precisione, ben sostenuto anche dal lavoro tentacolare della batteria di Abts, tre virtuosi al lavoro. Chiudono queste Tel-Star Sessions due diverse versioni di World Of Difference, ovvero il pezzo che chiudeva anche il disco di debutto omonimo: un brano che, come l’iniziale Blind Man, ha anche elementi psych ed hendrixiani, e persino tocchi dark, che poi sarebbero stati sviluppati nel successivo Dose, la seconda versione leggermente più breve, mantiene il mixaggio originale ed è riportata come bonus track.

Ho anche colto l’occasione per andarmi a risentire il disco originale che era almeno dieci o quindici anni che non ascoltavo, e devo dire che è sempre un grande album, tra l’altro ristampato lo scorso anno in Europa dalla Retroworld. Se vi manca potreste fare un bel uno-due, della serie un mulo tira l’altro, se no comunque il “nuovo” Tel-Star Sessions è un ottimo disco (per quanto ovviamente leggermente inferiore all’originale, più completo e rifinito). Esce oggi.

Bruno Conti

Ma Non Era Meglio Se I Fratelli Rimanevano Insieme? Forse, Ma Il Disco E’ Bello Comunque! Rich Robinson – Flux

rich robinson flux

Rich Robinson – Flux – Eagle Rock

Naturalmente la risposta al quesito posto nel titolo del Post è pleonastica, o se preferite altri sinonimi, ovvia, scontata, superflua, e quindi è un bel sì! Perché in effetti musicalmente gli album dei due fratelli Rich Chris Robinson, dopo lo scioglimento dei Black Crowes, sono molto simili (anche se non parrebbe) a quelli del gruppo originale: ovvero, in teoria quelli di Chris con i Brotherhood sono più orientati verso un sound psichedelico, da jam band, lunghi brani ricchi di improvvisazioni chitarristiche affidate alla solista di Neal Casal, ma anche pezzi intrisi delle radici rock-blues e southern, senza dimenticare gli amati Stones Faces. Invece quelli di Rich pure; o meglio, come appare evidente anche in questo Flux, il fratello minore, anche perché non provvisto della voce poderosa del fratello, spesso si affida a brani mid-tempo, più liquidi e sognanti, anche se non mancano le tracce dove il sound del vecchio gruppo prende il sopravvento e le chitarre si fanno più cattive e “lavorate”, i ritmi si fanno serrati e il rock domina. Allora non era meglio se stavano insieme, unendo le forze di un grande chitarrista e di un grande vocalist e autore? Certamente, ma i problemi non sono di carattere musicale ma caratteriale, i Black Crowes si erano già separati anche in altre occasioni nella loro traiettoria musicale e gli “scazzi” fra i due ci sono sempre stati stati, anche nei periodi migliori.

Quindi godiamoci i dischi solisti di entrambi (a fine luglio è annunciato anche quello nuovo di Chris Robinson Brotherhood) e constatiamo che Rich Robinson dai tempi del suo esordio solista Paper del 2004, e attraverso una serie di album ed EP, ripubblicati quest’anno dalla Eagle Rock, ha avuto una crescita continua e costante a livello qualitativo e come autore, e questo Flux è il suo disco migliore in assoluto: ricco di brani legati al suono della vecchia band, quindi fiammate rock-blues, richiami stonesiani, ma anche divagazioni nel suono West Coast e in quello southern, come pure aperture melodiche, brani che nella struttura, anche per il tipo di voce di Rich, mi hanno ricordato certe cose del primo George Harrison solista, quello di All Things Must Pass per intenderci, dove rock, melodia e jam andavano a braccetto. Qualcuno potrà dirmi che lo stesso si può dire dei dischi di Chris, magari sostituendo Harrison con Rod Stewart, Jagger o Steve Marriott, ma poi il risultato è abbastanza simile. Cosa posso dirvi? E’ vero, sono d’accordo: l’importante è che siano i contenuti a prevalere e mi sembra che in questo CD, anche se non possiamo gridare al capolavoro, i motivi per rallegrarsi sono parecchi. Accompagnato da un ottimo gruppo di musicisti: Joe Magistro alla batteria, Zack Gabbard al basso (solo nel brano iniziale, nel resto del disco lo suona lo stesso Rich) e Matt Slocum alle tastiere (in alternanza a Marco Benevento), il nostro, che compone tutti i brani e produce l’album, registrato negli Applehead Studios di Woodstock, NY, ci regala 13 brani ricchi di spessore.

Si va dall’iniziale The Upstairs Land, un classico brano rock à la Crowes con organo e chitarre ben presenti che poi lasciano spazio alla guizzante slide di Rich, semplice ma efficace, passando per Shipwreck, abbastanza simile al precedente, sempre del sano rock anche se un filo più funky, con gli spunti di chitarra che sono sempre il punto forte del pezzo e ancora The Music That Will Lift Me, il primo “singolo” tratto dall’album, dove la presenza dell’ospite Charlie Starr dei Blackberry Smoke (visti dal vivo a Milano qualche giorno fa, ottimi, non posso che confermare il giudizio), aggiunge una quota country-soul-southern che potrebbe ricordare gli amati Stones ma anche gli Allman Brothers del periodo Brothers And Sisters, con chitarre in libertà. Molto buona anche Everything’s Alright, con il piano di Slocum in bella evidenza, come pure la voce della nera veterana Daniela Cotton che aggiunge una quota soul, o meglio rock got soul e grazie agli intrecci della ritmica, sempre incentrata sul lavoro dell’ottimo Magistro, batterista assai eclettico, siamo dalle parti della Tedeschi Trucks Band, mentre Eclipse The Night, con doppia tastiera, tra cui un bel piano elettrico, voce filtrata per coprire le piccole magagne della voce di Rich (che non è il fratello), e un bel solo di wah-wah a movimentare il mood del brano, ricorda il sound dei dischi passati.

Bellissima Life, uno di quei brani elettroacustici mid-tempo, a metà strada tra west coast psichedelica e l’Harrison pastorale ricordato prima, con sognante intermezzo strumentale, come pure ottima Ides Of Nowhere, molto sixties nella sua costruzione sonora legata al lavoro della chitarra e niente male anche Time To Leave, dove Rich Robinson suona tutti gli strumenti con l’eccezione delle tastiere e compresa la batteria, altra bella ballata con il piano di Benevento in evidenza, un brano quasi da cantautore classico, leggermente van morrisoniana. Come lo è, almeno nel titolo, la successiva Astral, che viceversa ci riporta al classico southern sound degli Allman più raffinati, di nuovo con il lavoro di Magistro alla batteria molto vario e incalzante. John Hogg, vecchio compagno di avventura negli Hookah Brown, ritorna per unire la sua voce a quella di Rich per un’altra eccellente ballata come For To Give, che non ha nulla da invidiare alle migliori canzoni dei Black Crowes (e, insisto, sempre al George Harrison più volte citato). Which Way Your Wind Blows, il brano più lungo dell’album, è psichedelia allo stato puro, voce filtrata e sognante, piano elettrico e una chitarra fuzzata e acidissima, con Surrender che ci riporta al rock classico dei migliori Black Crowes, con la chitarra che vola agile e sicura, prima del finale zeppeliniano della tirata Sleepwalker, direi epoca Houses Of Holy, con batteria marcata, tastiere e chitarre acustiche a circondare la voce di Robinson che ci regala un ultimo assaggio della sua destrezza alla solista. Vedremo se la “pausa di riflessione” dei fratelli avrà sbocchi positivi, per il momento, come diceva Nero Wolfe ad Archie Goodwin, “soddisfacente”

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Ritorna Uno Dei Grandi Classici Del Blues Anni ’60, In Edizione Riveduta E Corretta! Magic Sam – Black Magic

magic sam blues band black nagic with bonus

Magic Sam Blues Band – Black Magic (Deluxe) – Delmark/Ird

Questo è uno dei classici dischi di blues che si devono avere, uno di quelli da 4 stellette. Se poi, come ha fatto la Delmark, è stato pure rimasterizzato e potenziato con ben 8 tracce extra, di cui due inedite in assoluto, diventa indispensabile: bella anche la confezione digipack. Oltre a tutto gli altri sei brani, che sono alternate takes o brani non pubblicati, si trovavano solo su Magic Sam Legacy, una raccolta di materiale inedito uscita in CD nel 2008, e che forse non tutti hanno, ma acquistano ancora maggior significato aggiunti a queste sessions, registrate tutte tra  il 23 ottobre e il 7 novembre del 1968, proprio per questo Black Magic, e poi non utilizzate. Il disco fu il canto del cigno per Samuel Maghett, in arte Magic Sam, che sarebbe morto il 1° dicembre del 1969, pochi giorni dopo la pubblicazione dell’album, a soli 32 anni, in modo inatteso (per un attacco cardiaco), ma forse non imprevisto, visto il regime di vita che avevano molti musicisti all’epoca, a soli 32 anni. In seguito la sua leggenda è stata alimentata con molte pubblicazioni postume, ma a ben guardare, il musicista nato a Grenada, Mississippi, ma tipico rappresentante del West Side Blues di Chicago, in vita ha pubblicato solo due dischi, West Side Soul e questo Black Magic.

Mi lancio, con Freddie King, Buddy Guy e Otis Rush, è stato probabilmente uno dei più grande chitarristi della saga del blues elettrico di quegli anni: certo Albert King e B.B King erano anche grandi chitarristi, ma pure autori e cantanti sopraffini, delle vere icone nella storia delle 12 battute, Magic Sam, anche se era comunque un eccellente vocalist, verrà ricordato soprattutto come un formidabile solista https://www.youtube.com/watch?v=_7ZS22vc4Os . Il disco, prodotto da Bob Koester, che firma anche delle nuove note per la ristampa potenziata del CD, si avvale di un grandissimo gruppo di musicisti che suonano nell’album: Eddie Shaw, al sax tenore, Lafayette Leake al piano, Mighty Joe Young, alla seconda chitarra, Mac Thompson al basso e Odie Payne, Jr., alla batteria. Una (ri)edizione da mettere lì, religiosamente, sul vostro scaffale, a fianco del recente Live At The Avant Garde, June 22 1968, pubblicato sempre dalla Delmark nel 2013. Il suono, già buono nella versione originale da 10 brani, è stato ulteriormente migliorato, e quindi si possono godere a fondo le evoluzioni di Magic Sam e dei suoi amici: partenza sparata con la gagliarda e ritmata I Just Want A Little Bit, brano scritto da Roscoe Gordon, dove si iniziano da subito ad apprezzare anche le componenti R&B e soul presenti in grande copia nella musica di Maghett, eccellente voce di stampo soul, come viene ribadito nella incalzante You Belong To Me, un brano che ha profumi Stax, mentre What I Done Wrong, pur se ritmata, ha il classico suono Chicago Blues, con la chitarra dalle tinte semplici e lineari, ma sempre pronte a quel classico suono lancinante della scuola del blues urbano https://www.youtube.com/watch?v=m8f2eFHGD8E , poi ribadite nella cadenzata Easy Baby, che porta la firma di Willie Dixon, o nel tipico slow blues It’s All Your Fault, Baby, che viene dalla penna di Lowell Fulsom, con il solito cantato ricco di enfasi di Magic Sam, che, ben sostenuto da sax e piano, rilascia un assolo di una semplicità e di una classe disarmanti.

Same Old Blues è il classico di Don Nix,  brano che era anche nel repertorio di Freddie King e Jimmy Witherspoon, qui in una versione pimpante che ricorda molto il suono di dischi tipo Blues Jam At Chess dei Fleetwood Mac, mentre You Dont Love Me, Baby di William Cobb, senza il baby nel titolo, sarebbe diventato uno dei cavalli di battaglia dal vivo degli Allman Brothers, il riff inconfondibile è quello, ovviamente senza la potenza rock che gli avrebbero dato gli amplificatori Marshall da lì a poco. San-Ho-Zay, era uno degli strumentali tipici di Freddie King, sempre in bilico tra blues e R&B, con la chitarra di Magic Sam che disegna le sue perfette linee soliste; altro slow blues di quelli lancinanti è You Better Stop! You’re Hurting Me, tra le migliori interpretazioni in assoluto di Magic. Il disco originale si chiudeva sulla versione di Keep On Loviing Me, brano del “collega” Otis Rush, un bello shuffle dal suono cristallino. Tra le 8 bonus, molte alternate takes, What I Have Done Wrong, due volte, I Just Want A Little Bit, Same Old Blues, Everything’s Gonna Be Alright, uno dei suoi classici, che era uscito come singolo per la Cobra, e i due inediti assoluti, Keep On Doin’ What You’re Doin’,altro brano di puro Chicago Blues, e Blues For Odie Payne, uno slow strumentale dove si apprezza tutta la tecnica sopraffina di Magic Sam e dei suoi eccellenti comprimari. Per chi ama il blues, ribadisco, indispensabile, ma tutti ci facciano un pensierino!

Bruno Conti

Da Una Costola Degli Allman Brothers Vennero I Sea Level – Live In Chicago 1977

sea level live in chicago 1977

Sea Level – Live In Chicago 1977 –Live Wire 

Nel 1976, a seguito di varie tensioni interne tra i membri della band, si scioglievano una prima volta gli Allman Brothers (poi di nuovo insieme dal 1979 al 1981). Nell’interregno, tre componenti del gruppo, Chuck Leavell, Lamar Williams e Jaimoe, pensarono di dare vita ad una nuova formazione chiamata We Three, optando poi, con l’aggiunta dell’ottimo chitarrista Jimmy Nalls, per il nome Sea Level.  Già in quell’anno fecero molti tour, poi pubblicando l’anno successivo per la Capricorn il loro album di debutto omonimo, seguito, sempre nel 1977, da un ampliamento della band a sette elementi e la pubblicazione di Cats On the Coast, che con il successivo On The Edge è stato ristampato in CD come un twofer dalla Real Gone Music. Il primo omonimo album, quello più bello, a mio parere, era uscito in CD bervemente a fine anni ’90 per la Capricorn, ma è sparito da tempo: proprio da quel disco viene gran parte del materiale contenuto in questo Live In Chicago 1977, il solito broadcast radiofonico registrato nel luglio di quell’anno, inciso veramente benissimo e con un repertorio che riprende anche alcuni brani della Allman Brothers Band, con versioni notevoli di Statesboro Blues e Hot ‘Lanta, oltre ad altre escursioni nel blues con Hideaway e I’m Ready.

 

Per il resto si tratta perlopiù di brani strumentali con la band che usa uno stile che fonde un jazz-rock più “umano” di quello di gruppi come i Return To Forever di Chick Corea o gli Eleventh House di Larry Coryell, con il classico southern del gruppo madre, grazie al virtuosismo spinto dei vari componenti della formazione. Lamar Williams era un bassista formidabile, che unito al drive inarrestabile di Jay Johanny Johanson (sarebbe Jaimoe con il suo vero nome per esteso), consentiva ai due solisti, Chuck Leavell, tuttora uno dei tastieristi migliori e più ricercati in ambito rock (chiedere agli Stones) e Jimmy Nalls, chitarrista sottovalutato, ma di grande valore, di dare libero sfogo alle loro capacità, senza eccedere troppo in un virtuosismo fine a sé stesso, diciamo il giusto. Si parte con una scintillante Tidal Wave dove l’intrecciarsi tra il liquido piano elettrico di Leavell, che si rifà molto al sound di Chuck Corea e la chitarra fantastica di Nalls, ricordano proprio i citati Return To Forever, anche se con un approccio meno cerebrale e più rock, anche vicino alle fughe strumentali degli Allman. E pure Rain In Spain ha quell’aura spagnoleggiante tipica del grande Chick e del suo socio dei tempi Al Di Meola, e comunque, se suonavano i ragazzi! Scarborough Fair, sempre tratta dal primo album è la ripresa di quel pezzo tradizionale, che tutti conosciamo nella versione di Simon & Garfunkel, sognante e delicata come si addice al pezzo, anche se la chitarra di Nalls è sempre pungente e la sezione ritmica indaffaratissima.

Si rimane nell’ambito dei pezzi strumentali con una cover fantastica della classica Hideaway di Freddie King che ci riporta al classico blues-rock della band di provenienza, come pure una vorticosa Hot ‘Lanta dove le tastiere magiche di Leavell si sostituiscono alla solista di Duane Allman in uno sfoggio di forza e bravura, prima di lasciare spazio al riff ricorrente del brano poi sviluppato in modo eccellente da Nalls. La lunga Patriotic Flag Weaver (quasi 10 minuti), con i suoi ritmi tra il marziale e il jazzato, rivisita l’inno nazionale a tempo di rock, con una lunga parentesi delle tastiere di Leavell nella parte centrale. Anche con Gran Larceny rimaniamo sempre in questo ambito jazz-rock virtuosistico per poi lasciare spazio al leggendario riff di Statesboro Blues, con Jimmy Nalls alla slide e la voce umana che fa la sua prima gradita apparizione in un concerto per il resto tutto strumentale, gran bella versione, ricca di grinta e stamina, e niente male anche la vorticosa Midnight Pass che ricorda i classici brani strumentali di Dickey Betts per gli Allmans. Si chiude a tempo di blues con I’m Ready, il pezzo del vecchio Muddy Waters che non manca di alzare la quota emotiva del concerto. Bella serata, preservata in modo perfetto per i posteri.

Bruno Conti

Tra Ritmi Sudisti, Blues-Rock E Vecchie Chitarre! SIMO – Let Love Show The Way

simo - let love show the way

SIMO – Let Love Show The Way – Provogue/Mascot Records

Il nome della band non è un acronimo, è proprio il cognome di JD Simo, chitarrista, cantante e deus ex machina di questo nuovo poderoso trio americano: nuovo, ma già in attività dal 2010, con un album omonimo pubblicato a livello indipendente nel 2011 e un paio tra EP e singoli, già nella loro discografia. Però questo Let Love Show The Way è quello che fa fare loro il salto di qualità. Registrato con la nuova formazione, dove il bassista Elad Shapiro ha sostituito il membro fondatore Frank Swart,  e con Adam Abrashoff sempre solidamente (in tutti i sensi) dietro ai suoi tamburi, il disco è stato registrato in quel di Macon, Georgia, nella Big House, la casa comune dove gli Allman Brothers vivevano e concepivano la loro musica agli albori del periodo aureo fine anni ’60, primi ’70. E non è tutto, perché a JD Simo è stata anche affidata la leggendaria Gold Top Gibson Les Paul del 1957 appartenuta a Duane Allman, da allora usata solo da Warren Haynes, Derek Trucks Nels Cline dei Wilco. E il risultato si sente, la chitarra sicuramente, con il suo suono unico e vissuto, contribuisce, ma anche il manico conta e Simo è uno bravo, con un grande tocco, soprattutto alla slide ma non solo, come il suo illustre predecessore.

Il nostro amico è nato a Chicago, ha vissuto anche a Phoenix, Arizona e poi nel suo viaggio verso sud è arrivato a Nashville, dove il suo trio opera musicalmente, ma per incidere il disco sono andati ancora più a Sud, a Macon, dove con l’ingegnere del suono Nick Worley e uno studio mobile portato nella Big House hanno concepito questo poderoso album che conferma quel fermento che si percepisce verso un ritorno al rock classico degli anni ’70, quello più ruspante e chitarristico. Rodato da anni di concerti aprendo per Gregg Allman, Deep Purple, Blackberry Smoke Joe Bonamassa, Simo ha messo a fuoco le passioni della sua infanzia, iniziate con ascolti prolungati dei Blues Brothers (e degli altri musicisti presenti nel film, con John Lee Hooker, Steve Cropper, Matt “Guitar” Murphy che hanno lasciato una impronta indelebile) e dell’Elvis in pelle nera del comeback special del ’68. A dieci anni la prima chitarra, come Bonamassa e Trucks, e a quindici lascia la scuola ed è già sulla strada a suonare la musica che ama. Il risultato finale è questo disco di grande rock, rock-blues se preferite, derivativo finché se vuole, con forti componenti di southern rock ma anche abbondanti deviazioni verso un sound da power trio zeppeliniano veramente potente.

L’uno-due iniziale di Stranger Blues Two Timin’ Woman sembra uscire dai solchi di Idlewild South con la chitarra di Duane Allman che si impadronisce delle mani e del cuore di Simo, rilasciando una serie di soli devastanti, sia in modalità normale come slide (nel secondo brano), con la sezione ritmica che pompa boogie e rock sudista come se ne andasse della loro vita. Can’t Say Her Name ha un groove e un riff molto alla Free o primi Gov’t Mule per rimanere più contemporanei, quindi tra blues e rock cattivo, sempre con la notevole voce di JD a guidare le danze, prima di scatenare di nuovo la sua Gibson in un breve ma gagliardo assolo. Batteria in libertà, basso con distorsore, chitarra wah-wah e ritmi violentissimi per la dura I Lied, tra Zeppelin e Sabbath, come se gli anni ’70 fossero dietro l’angolo. Please, meno di tre minuti, è forse la loro concezione di come debba suonare un singolo rock, senza compromessi, giusto con un filo di melodia, prima di scatenare un’altra raffica con il suo bottleneck. Long May You Sail è una riuscita fusione tra rock celtico alla Big Country e derive psichedeliche, come se fianco di Stuart Adamson si agitasse lo spettro di Jimi Hendrix.

I’ll Be Around, grazie di nuovo alla slide assassina e alla voce di Simo ha molte parentele con le varie band di Derek Trucks, puro southern-blues-rock di ottima fattura, mentre Becky’s Last Occupation è quella più vicina ai riff degli Zeppelin di Physical Graffiti o Presence (ma anche i Black Crowes) https://www.youtube.com/watch?v=F9YHCkkjfnU , poi rincarati nella lunghissima I’d Rather Lie In Vain, dove tornano di nuovo inflessioni tra Zep e Sabbath, incarnate in questo hard-slow-blues-rock che ricorda anche certe cose del Bonamassa più ingrifato, con le mani di JD Simo in piena libertà di galoppare sul manico della sua Les Paul, come il buon Jimmy Page dei tempi d’oro.  Dopo questo tour de force chitarristico l’album “ufficiale” si chiude su una traccia  acustica strumentale come Today I’m Here che sembra uno dei pezzi in solitaria di Duane Allman. Ma le tre bonus ci regalano altri 25 minuti di rock ad alto contenuto di ottani: la title-track Let Love Show The Way è un’altra bella ballatona di quelle dure ed elettroacustiche alla Houses Of The Holy per intenderci, con una lunga improvvisazione da applausi nella parte centrale e finale, mentre Ain’t Doin’ Nothin ci riporta in territori Allman Brothers con una lunghissima jam strumentale tutta da godere grazie alla perizia di JD Simo, che si conferma gran chitarrista negli oltre tredici minuti del brano https://www.youtube.com/watch?v=GcBN0TsNROo . Chiude una bella versione di Please Be With Me, famosa nella versione di Clapton ma scritta da Scott Boyer dei Cowboy, una piccola gemma acustica che chiude un gran bel disco di rock, come se ne fanno pochi ultimamente, anche se più di quello che si pensa, non tutti però di questo livello qualitativo, Duane Allman sarebbe soddisfatto!

Dal vivo fanno una grande With A Little Help From My Friends.

Da oggi nei negozi.

Bruno Conti