Mike Zito: Un Texano Onorario Tra Rock E Blues, Parte II

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Gli Anni Della Ruf 2012-2019: dai Royal Southern Brotherhood al lavoro come produttore e scopritore di talenti, ai dischi da solista.

royal southern brotherhoodroyal southern brotherhood songs from the road

Nel 2011, dopo avere firmato per la tedesca Ruf, forma i Royal Southern Brotherhood con Cyril Neville dei Neville Brothers, Devon Allman, il figlio di Gregg, e una potente sezione ritmica con Charlie Wooton al basso e Yonrico Scott alla batteria, pubblicando nel 2012 Royal Southern Brotherhood – Ruf Records 2012 ***1/2 un eccellente omonimo esordio, prodotto da Jim Gaines, che fonde mirabilmente le diverse attitudini dei tre protagonisti, e con Mike che firma tre brani con Cyril e due in proprio, Hurts My Heart, un robusto rocker alla Seger e la sudista All Around The World, oltre alla collettiva Brotherhood, e lo stesso anno, registrano in Germania il potente CD+DVD dal vivo Songs From The Road – Ruf Records 2013 ***1/2, che ai brani dell’esordio unisce due gagliarde tracce finali come Sweet Little Angel di B.B. King e la pimpante Gimme Shelter degli Stones.

royal southern brotherhood heartsoulblood

Il terzo e ultimo album con i RSB è heartsoulblood – Ruf Records 2014 ***, poi Zito e Allman saluteranno, sostituiti da Tyrone Vaughan, figlio di Jimmy e Bart Walker: ancora una volta prodotto da Jim Gaines (che ai tempi non amavo particolarmente, ma poi ho rivalutato in virtù anche delle sue collaborazioni con Albert Cummings, splendida l’ultima); disco che una volta di più è buono ma non eccelso, insomma Live a parte la band non ha mai sfruttato a fondo le proprie potenzialità, con Zito che presenta una buona ballata come Takes A Village e il rock-blues sinistro di Ritual, e tra le collaborazioni, la corale e poderosa World Blues, puro southern rock, il funky-latin santaniano di Groove On con Devon, nonché Callous con Cyril, oltre ad altri tre brani scritti collettivamente Trapped, She’s My Lady, e Love And Peace, che ogni tanto sconfinano in un funky-soul di maniera, anche se il lavoro delle chitarre, soprattutto di Zito, è sempre eccellente, però complessivamente mi aspettavo di più.

mike zito gone to texas

Nel frattempo Mike Zito pubblica il suo primo album da solista per la Ruf (e inizia anche il suo lavoro di produttore e scopritore di talenti conto terzi, ma ne parliamo alla fine): Gone To Texas – Ruf Records 2013 **** il suo primo lavoro con i Wheel è un gran bel disco, un album autobiografico che raccoglie le storie del suo viaggio ideale e reale da St. Louis al Texas, attraverso una serie di brani che raccontano la sua redenzione dai demoni del passato, l’incontro con la moglie che lo ha salvato dalla sua lunga dipendenza dalle droghe: il disco, registrato comunque a Maurice in Louisiana, vede la presenza di un ispirato Sonny Landreth alla slide nella gagliarda Rainbow Bridge, una canzone che è una via di mezzo tra il miglior John Hiatt e Bob Seger, con l’aiuto dei Little Feat, e con Susan Cowsills che lo “aizza” con il suo contributo vocale.

Gone To Texas è una ballata sudista che rivaleggia con le migliori degli Allman Brothers, con l’interplay sapido tra il sax di Jimmy Carpenter e la chitarra di Zito, sostenuti dall’organo del bravissimo Lewis Stephens e dalla voce della Cowsills, una vera meraviglia. Molto bello anche il duetto con Delbert McClinton in The Road Never Ends, scritta con Devon Allman, dove bisogna scomodare ancora una volta il miglior Bob Seger, in un florilegio di armonica (suonata da McClinton) e piano che interagiscono con la slide sinuosa di Mike. McClinton che firma anche il delizioso blue-eyed soul di Take It Easy, con grande interpretazione vocale di Zito: non manca ovviamente il blues “cattivo” e distorto di Don’t Think Cause You’re Pretty di Lightnin’ Hopkins e quello più gentile, acustico e canonico di Death Row, oltre a quello meticciato, tra New Orleans e Little Feat, di Subtraction Blues, o una scorrevole Wings Of Freedom che ricorda ancora una volta, indovinate, Bob Seger, grazie anche alla presenza del sax di Carpenter che rammenta Alto Reed della Silver Bullet Band.

mike zito songs from the road

Uno dei dischi migliori della sua discografia, che viene festeggiato con il CD+DVD Songs From The Road – Ruf Records 2014 ***1/2, registrato nel gennaio del 2014, sempre accompagnato dai Wheel, in quel di Dosey Doe, The Woodlands, TX., un piccolo locale della cittadina texana: al solito, come in altri titoli della serie della etichetta tedesca, il repertorio del CD differisce da quello del DVD, ma complessivamente il risultato è esplosivo: si apre con il funky-rock misto a soul, tra James Brown e l’Average White Band, di Don’t Break A Leg, con Carpenter sugli scudi, poi oltre ai brani di Gone To Texas troviamo una versione tra Stones e southern rock di Greyhound, con grande lavoro di Zito alla slide, l’imperiosa Pearl River, dove il blues la fa da padrone, e sempre da quel disco una grande versione di C’Mon Baby, mentre Judgment Day viene da Greyhound, con assolo torcibudella di wah-wah nel finale e nel DVD anche una splendida One Step At A Time.

mike zito keep coming back

Con la solita cadenza l’anno successivo esce Keep Coming Back – Ruf Records 2015 ***1/2, l’ultimo album con i Wheel, quello forse con il suono più alla Creedence di tutti, tanto che in conclusione del CD è posta una cover eccellente della band di Fogerty, ovvero Bootleg, ma prima nel disco, questa volta prodotto da Trina Shoemaker, troviamo la title track, un boogie-rock con bottleneck a manetta, un terzetto di brani firmati con Anders Osborne, tra cui spiccano il delizioso ed ottimista mid-tempo Get Busy Living, una ballatona delicata e bellissima come I Was Drunk, anche una ariosa country song come Early In The Morning e per completare la lista delle sue influenze una versione tiratissima di Get Out Of Denver di Bob Seger e la stonesiana Nothin’ But The Truth, a tutto riff.

mike zito make blues not war

Per la serie non sbaglia un album neanche a pagarlo Make Blues Not War – Ruf Records 2016 ***1/2, questa volta registrato negli studi di Nashville di Tom Hambridge, che cura la produzione oltre a suonare la batteria, manco a dirlo è un album di qualità superiore, a partire dalla torrida Highway Mama dove lui e Walter Trout se le “suonano” di santa ragione, coadiuvati da Tommy MacDonald al basso, Rob McNelley alla seconda chitarra solista, in più il magico Kevin McKendree alle tastiere, nella title track e in One More Train appare anche Jason Ricci all’armonica, per due pezzi che ricordano gli Stones dell’era Mick Taylor, mentre nel duetto con il figlio Zach in Chip Off The Block, viene reso omaggio al Texas Blues del grande Stevie Ray Vaughan e nella lancinante Bad News Is Coming viene rivisitata una delle più belle slow blues ballads di Luther Allison.

mike zito first class life

Nel 2018 doppia razione, prima con First Class Life – Ruf 2018 ***1/2 un altro dei suoi dischi migliori in assoluto, dove Zito torna a prodursi in proprio e per l’occasione richiama il vecchio amico, il tastierista Lewis Stephens, mentre Terry Dry e Matthew Johnson sono la nuova sezione ritmica: in Mississippi Nights, di nuovo tra CCR e Seger, fa vibrare quella “voce che ti risuona nell’anima”, come l’ha definita l’amico Anders Osborne, e pure la cover di I Wouldn’t Treat a Dog (The Way You Treated Me), un vecchio brano di Bobby “Blue” Bland, non scherza, cadenzata e vicina allo spirito R&B dell’originale (mi sono autocitato dalla mia vecchia recensione), Mama Don’t Like No Wah Wah, scritta con Bernard Allison, rivela una debolezza personale di Koko Taylor che era refrattaria all’uso nelle sue bands del wah-wah, che però naturalmente viene usato con libidine nel pezzo.

Molto bella The World We Live In tra blue eyed soul e le ballate alla B.B. King, e pure la title track, una southern song che ricorda le alluvioni in Texas dell’anno prima, ha un suo fascino innegabile, come pure Dying Day un brillante e pimpante shuffle dedicato alla moglie Laura, con la solista che viaggia sempre di gusto, tornando poi al Seger Sound per l’ottima Time For A Change, un altro dei brani migliori del CD, che conferma il valore effettivo del nostro amico.

mike zito vanja sky bernard allison blues caravan 2018

Pubblicato come Blues Caravan 2018 – Ruf Records ***1/2 Zito fa comunella con Bernard Allison e Vanja Sky per un altro dei CD+DVD dell’etichetta tedesca, con il secondo che riporta ben sette brani in più della versione audio, registrato a gennaio viene pubblicato nel mese di settembre: con il figlio Bernard che omaggia abbondantemente il repertorio del babbo Luther, Zito si ritaglia una parte nella corale Low Down & Dirty posta in apertura, nel terzetto Keep Coming Back, Wasted Time e Make Blues Not War, le ultime due tratte dal disco omonimo, all’epoca del concerto non ancora pubblicato, mentre nel DVD, oltre ad altri due pezzi in trio, troviamo anche l’ottima One More Train. Del disco a nome Mike Zito & Friends, intitolato Rock’n’Roll – A Tribute To Chuck Berry ****, vi ho già cantato le lodi sul blog, andate a rileggervi quanto detto https://discoclub.myblog.it/2019/12/11/ventuno-anzi-ventidue-chitarristi-per-un-disco-fantastico-mike-zito-friends-rock-n-roll-a-tribute-to-chuck-berry/ : 21 chitarristi per rendere omaggio ad un degli uomini che ha inventato il Rock and Roll.

E per finire un cenno alle collaborazioni e alle produzioni del nostro amico, che definire prolifico è dire poco: nel 2011 produce il disco delle Girls With Guitars: la bravissima Samantha Fish, Dani Wilde e Cassie Taylor ***, poi nel 2014 Temptation *** di Laurence Jones, nel 2017 Up All Night***1/2 il disco di Albert Castiglia, dove appaiono come ospiti Sonny Landreth e Johnny Sansone, nel 2018 l’esordio di Vanja Sky Bad Penny ***, lo stesso anno anche Inspired*** di David Julia per la VizzTone e per la Ruf Straitjacket ***1/2 del bravo Jeremiah Johnson. Nel 2019 esce l’esordio della chitarrista texana Ally Venable Texas Honey e anche il disco per la Ruf di Katarina Pejak Roads That Cross ***, protagonista pure del Blues Caravan 2019 con Ally Venable e Ina Forsman. E per non farsi mancare nulla ha partecipato come ospite ai dischi, andando a ritroso, di Mike Campanella nel 2019, Billy Price Dog Eat Dog, sempre nel 2019, Walter Trout We’re All In This Together del 2017, il disco di Fabrizio Poggi & the Amazing Texas Blues Voices del 2016, Cyril Neville Magic Honey del 2013 e dei Mannish Boys Shake For Me del 2010, tanto per citarne solo alcuni.

Grande chitarrista e cantante, attendiamo ora le prossime mosse di Mike Zito, nel frattempo, se volete investigare, dove cascate cascate, trovate solo ottima musica nei suoi CD.

Bruno Conti

Mike Zito: Un Texano Onorario Tra Rock E Blues, Parte I

mike zito 1

Sul finire dello scorso anno è uscito un bellissimo disco, attribuito a Mike Zito & Friends, intitolato Rock’n’Roll – A Tribute To Chuck Berry, nel quale il musicista di St. Louis (ma Texano onorario, visto che da parecchi anni vive a Nederland, una piccola cittadina nella contea di Jefferson, sulla Gulf Coast, vicino a Viterbo – giuro! – dove ha aperto degli studi di registrazione, Marz Studios, casalinghi, ma bene attrezzati, dove pianifica le sue mosse in ambito musicale, sia come cantante e chitarrista in proprio, che come produttore)  rendeva omaggio al suo illustre concittadino https://discoclub.myblog.it/2019/12/11/ventuno-anzi-ventidue-chitarristi-per-un-disco-fantastico-mike-zito-friends-rock-n-roll-a-tribute-to-chuck-berry/ . Anche lui, come altri bluesmen, ha avuto una lunga gavetta, e vari problemi con droghe e alcol nel corso degli anni, ma ora sembra avere trovato la sua strada e si sta sempre più affermando come una sorta di “Renaissance Man” in ambito rock e blues, ma nella sua musica, praticamente da sempre, sono comunque presenti elementi country e southern, soul e R&B, per uno stile che definire eclettico è fargli un torto.

Le origini e il periodo Eclecto Groove 1996-2011

Mike Zito, grande chitarrista, ma anche ottimo cantante, con una voce che potremmo avvicinare, per chi non lo conoscesse e per dare una idea, a quella del Bob Seger più rock: la sua progressione verso il successo e i giusti riconoscimenti è stata lunga e tortuosa, già in azione a livello locale da quando era poco più di un teenager (è del 1970) Zito ha poi in effetti iniziato a pubblicare album indipendenti e distribuiti in proprio da metà anni ’90, il primo Blue Room è del 1996 ed è stato ristampato dalla sua attuale etichetta, la Ruf, nel 2018.

mike zito blue room mike zito today

In seguito ne sono usciti altri due o tre negli anni 2000, ma andiamo sulla fiducia, perché non mi è mai capitato né di vederli, né tantomeno di sentirli, per cui diciamo che l’inizio della carriera ufficiale avviene con la pubblicazione di Today – Eclecto Groove 2008 *** che esce appunto per la piccola ma gloriosa Eclecto Groove, una propaggine della Delta Groove, che cerca di lanciarlo con tutti i crismi del caso: il suo stile è già quasi perfettamente formato, il disco è co-prodotto da Tony Braunagel, che suona anche la batteria, e da David Z, tra i musicisti coinvolti ci sono Benmont Tench alle tastiere, James “Hutch” Hutchinson al basso, Mitch Kashmar all’armonica, Joe Sublett e Darrell Leonard ai fiati, più Cece Bullard e la texana Teresa James alle armonie vocali. Le canzoni sono tutte firmate da Zito, meno la cover di Little Red Corvette di Prince, e l’album lascia intravedere il futuro potenziale di Mike.

Love Like This suona come un incrocio tra John Fogerty e Bob Seger, da sempre grandi punti di riferimento, con la voce da vero rocker del nostro, aspra e potente, mentre la chitarra è meno prominente rispetto ai dischi attuali, Superman è un funky non perfettamente formato e acerbo, mentre Holding Out For Love, tra jazz alla Wes Montgomery e smooth soul non convince e pure la cover di Prince non è eccelsa.Tra le canzoni migliori la lunga e potente Universe, altro brano dal piglio rock, dove Mike comincia a strapazzare la sua chitarra, il mid-tempo elettroacustico di Blinded, lo slow blues urticante di Slow It Down, il country-southern piacevole di Today, Big City che anticipa in modo embrionale il futuro sound dei Royal Southern Brotherhood e in finale l’eccellente ballata autobiografica Time To Go Home.

mike zito pearl river

L’anno successivo esce Pearl River- Eclecto Groove 2009 ***1/2, registrato tra Austin, New Orleans e Nashville, illustra le diverse anime della musica di Zito, ma soprattutto il blues, e presenta un ulteriore step positivo nello sviluppo della sua musica, Dirty Blonde è un eccitante shuffle texano alla Stevie Ray con Mike Zito che mulina la sua chitarra assistito da Reese Wynans all’organo, Pearl River è uno intenso blues lento scritto con Cyril Neville e cantato alla grande, ottima anche la bluesata Change My Ways, molto bella inoltre la collaborazione con Anders Osborne nella delicata One Step At A Time e la brillante versione di Eyesight To The Blind di Sonny Boy Williamson con Randy Chortkoff all’armonica e un ondeggiante pianino che fa tanto New Orleans.

Come ribadisce la deliziosa e scandita Dead Of Night con Jumpin’ Johnny Sansone alla fisarmonica, per un tuffo nel blues made in Louisiana, 39 Days è un blues-rock di quelli gagliardi e tirati con Susan Cowsill alle armonie vocali, che rimane anche a duettare nella stonesiana Shoes Blues, ma questa volta non c’è un brano scarso in tutto il disco, fantastica pure la cover di Sugar Sweet di Mel London, con un groove di basso libidinoso e Zito e Wynans che duettano alla grande, e in Natural Born Lover Mike sfodera il bottleneck per un altro blues di quelli tosti.

mike zito live from the top

Nel 2009 esce anche Real Strong Feeling, un disco dal vivo uscito per la sua etichetta personale di cui non vi so dire nulla, ma sono le prove generali per il disco Live From The Top – Mike Zito.Com 2010/Ruf Records 2019 ***1/2, ristampato dalla etichetta tedesca sul finire dello scorso anno, con il repertorio pescato a piene mani dall’album del 2009, più alcune cover di pregio e una sfilza di ospiti notevoli: intanto c’è Jimmy Carpenter, futuro sassofonista dei The Wheel, Ana Popovic alla solista per una robusta e super funky versione di Sugar Sweet, con la chitarrista serba in modalità wah-wah e Mike che ribatte colpo su colpo.

E ancora una bellissima versione elettrica di One Step At A Time di Osborne, che sembra una brano del miglior Seger anni ’70, e ancora una torrida 19 Years Old di Muddy Waters, con Nick Moss alla slide e Curtis Salgado all’armonica, e un gran finale con lo slow blues All Last Night di George Smith, una tiratissima Hey Joe di Mastro Hendrix a tutto wah-wah, che pare uscire dal disco con i Band Of Gypsys e Ice Cream Man un oscuro brano di John Brim, contemporaneo di Elmore James, brano ripreso anche dai Van Halen, dove Zito va di nuovo a meraviglia di slide.

mike zito greyhound

L’anno successivo, registrato ai Dockside Studios di Lafayette, Louisiana, con la produzione di Anders Osborne, che appare anche come secondo chitarrista, esce Greyhound – Eclecto Groove 2011 ***1/2, altro solido album dal suono più roots e swampy, vista la location, e la sezione ritmica di Brady Blade alla batteria e Carl Dufrene al basso, abituali collaboratori di Tab Benoit, e quindi già orientati verso quel tipo di sound: tutto materiale originale di Mike, con due collaborazioni con Osborne e Gary Nicholson, si passa dal solido groove rock di Roll On, ancora con la slide in evidenza, alla brillante title track che sembra un brano perduto dei Creedence di John Fogerty.

Passando per il blues acustico e malinconico di Bittersweet e Motel Blues, ben supportato sempre da Anders, passando ancora per il robusto sound della poderosa e chitarritistica The Southern Side, il riff & roll di una quasi hendrixiana Judgement Day, alle sferzate potenti della zeppeliniana The Hard Way, entrambe con i due solisti in modalità “cattiva”, con Stay che sembra uscire dalle paludi della Louisiana, sempre con le slide che imperano https://www.youtube.com/watch?v=fjdawkVl10A , per chiudere con l’intensa Please Please Please, una canzone d’amore quasi disperata.

Fine della prima parte.

Bruno Conti

Ventuno, Anzi Ventidue Chitarristi Per Un Disco Fantastico! Mike Zito & Friends – Rock ‘n’ Roll – A Tribute To Chuck Berry

mike zito a tribute to chuck berry

Mike Zito & Friends  – Rock ‘n’ Roll – A Tribute To Chuck Berry – Ruf Records

Per motivi assolutamente ignoti ed incomprensibili, visto che non ricorre nessuna particolare evenienza  o anniversario, a distanza di quindici giorni l’uno dall’altro, sono usciti ben due Tributi a Chuck Berry. Uno, Mad Lad, è l ‘ottimo concerto dal vivo di Ronnie Wood con la sua band i Wild Five e la presenza di Imelda May https://discoclub.myblog.it/2019/12/08/se-elvis-era-il-re-del-rocknroll-chuck-era-il-rocknroll-un-sentito-omaggio-da-uno-stone-in-libera-uscita-ronnie-wood-his-wild-five-mad-lad-a-l/ , l’altro, a mio parere veramente strepitoso, è questo Rock ‘n’ Roll – A Tribute To Chuck Berry, dove il texano adottivo Mike Zito ha radunato una pattuglia veramente cospicua, eterogenea, ma vicina alla perfezione nelle scelte, di 21 chitarristi, per reinterpretare 20 classici del musicista di St. Louis (come Zito peraltro, anche lui nativo come Berry della città del Missouri). I risultati, oltre che godibilissimi, sono decisamente coinvolgenti: aiuta sicuramente che le canzoni su cui lavorare siano tra i capisaldi del R&R e del rock tout court, una lunga serie di capolavori assoluti (forse con l’eccezione dell’ultima canzone e di un’altra non celeberrima), ma la passione, il brio, l’impegno con cui sono stati realizzati ,ne fanno un album speciale.

Registrate le basi ai Marz Studios di proprietà di Zito, situati a Nederland (?!?) la piccola cittadina del Texas dove ora vive Mike, con l’aiuto dell’ingegnere del suono David Farrell, ha poi provveduto ad inoltrarli ai 21 chitarristi (e cantanti), dicasi ventuno, che hanno provveduto ad aggiungere le proprie parti (come si usa quando non ci sono i soldi per trovarsi tutti insieme a registrare nella stessa sala) e rispedirle a Zito, che ha poi proceduto ad assemblarle, con le basi fornite da Terry Dry al basso, Matthew Johnson alla batteria e Lewis Stephens a piano, organo e Wurlitzer (perché non si può prescindere dal contributo che il piano di Johnnie Johnson diede alla riuscita delle canzoni di Chuck), nonché l’uso saltuario dei fiati, ed il risultato finale è quello che ora vi descrivo. E’ quasi inevitabile che ad aprire le danze (è il caso di dirlo) sia il nipote di Berry, Chuck III detto Charlie, che dà una mano anche a livello vocale a Zito (che si disimpegna da par suo in tutto l’album), sembra di ascoltare gli Stones dei primi anni ’70 (ops) in questa pimpante St. Louis Blues, tutta riff ed assoli e ci mancherebbe; in Rock And Roll Music, una delle più divertenti del canone di Chuck, Joanna Connor aggiunge la sua slide, mentre i fiati pompano alla grande, versione caldissima.

E Johnny B. Goode? Una vera bomba, con Walter Trout che abbandona il suo amato blues per darci dentro alla grande in una versione potentissima, con lui e Zito che si scambiano vagonate di colpi di chitarra, e duettano anche a livello vocale, mentre la ritmica picchia come se non ci fosse un futuro e il pianino titilla. Ma Chuck Berry amava anche il blues e la versione dello slow Wee Wee Hours, con Joe Bonamassa ingrifatissimo alla chitarra, con un assolo colossale e ripetuto, è da manuale delle 12 battute. Memphis, con Anders Osborne altra voce solista e impegnato alla slide, è una delle più fedeli all’originale, leggiadra e deliziosa; Ryan Perry non è uno dei più conosciuti tra i presenti e quindi non è un caso che anche il brano scelto, una I Want To Be Your Driver composta a metà anni ’60, sia poco nota, ma la versione che ne viene fuori, grazie anche ad un inconsueto organo, sia a metà tra il garage rock e il Bob Seger più impetuoso, grazie anche alle similitudini tra la due voci, e Perry suona, cazzarola se suona. You Never Can Tell è un brano raffinato e cool di suo (qualcuno ha detto Pulp Fiction?) e quindi ideale per lo stile finissimo di Robben Ford, mentre in Back In the Usa  Eric Gales porta un impeto e un gusto hendrixiano, non dimenticando che Jimi amava la musica del colored di Saint Louis, con i fiati che tornano a farsi sentire.

Jeremiah Johnson, uno dei protetti di Zito, porta il suo approccio sudista ad una robusta versione di No Particular Place To Go, e in Too Much Monkey Business  Luther Dickinson, uno dei pezzi da 90 di queste sessions, duetta sia alle voce che alle chitarre per una canzone  tra le più vicine allo spirito degli originali di Chuck Berry, grintosa ma rispettosa il giusto. A proposito di impeccabilità e approccio cool un altro che ne ha fatto un’arte è Sonny Landreth, che munito di bottleneck imbastisce una versione impeccabile della sofisticata Havana Moon, e niente male, per usare un eufemismo, una versione “fumante” e a tutto fiati e chitarre di Promised Land, con Tinsley Ellis e Mike che se le “suonano” a colpi di riff, per lasciare poi spazio ad una sorprendente Down Bound Train (ovviamente non quella di Bruce Springsteen) dove Alex Skolnick dei metallari Testament, si reinventa jazzista, ma cita all’inizio del brano anche gli Zeppelin di Dazed And Confused. Sempre a proposito di trucidoni anche Richard Fortus dei nuovi Guns N’ Roses non se la cava affatto male in una pimpante e canonica Maybellene, dimostrando che Berry negli anni ha influenzato quelle decine di migliaia di musicisti, anche quelli “esagerati”; l’altra recente scoperta di Zito, la texana Ally Venable duetta con il suo mentore in una potente School Days, e anche se la voce non è il massimo, la chitarra viaggia alla grande, insieme a Joanna Connor una delle poche signore presenti.

Kirk Fletcher e Josh Smith fanno coppia in una Brown Eyed Handsome Man che sembra provenire da  una qualche perduta sessione dei Rockpile, e a proposito di R&R ad alta gradazione di ottani, un altro che conosce a menadito la materia è Tommy Castro alle prese con una Reelin’ and Rockin dove lui e Zito sembrano due gemelli separati alla nascita. Altro veterano che si trova alla grande in questa materia, direi come un pisello nel suo baccello, è Jimmy Vivino, che si spara giù una versione di Let It Rock da arresto per superati limiti di velocità, con la sezione fiati che imperversa ancora una volta, come pure il piano. Mancano solo Thirty Days con un arrapatissimo Albert Castiglia a cantarcele e suonarcele ancora una volta a tempo di R&R, sparando riff a destra e manca, e per chiudere, una “strana” My Ding A Ling, la famosa eulogia di Berry al suo pisello (non il vegetale di cui sopra), che gli americani chiamano una novelty song, ovvero doppi sensi a iosa, in ogni caso Kid Andersen (e Zito) l’hanno trasformata in una party song con qualche elemento doo-wop, con divertimento assicurato, che era poi la missione, riuscitissima, di questo album, un piccolo, ma neanche troppo, gioiellino. Se amate il R&R e le chitarre, qui c’è molta trippa per gatti, tutta di prima qualità.

Bruno Conti

Un Bellissimo Disco Di Uno Dei “Segreti” Meglio Custoditi Di New Orleans, Veramente Un Peccato Che Si Trovi Con Molta Difficoltà. Johnny Sansone – Hopeland

johnny sansone hopeland

Johnny Sansone – Hopeland – Short Stack Records

Johnny Sansone viene da New Orleans, e questo per il sottoscritto è già una nota di merito a prescindere, di solito la musica che arriva dalla capitale della Louisiana ha dei profumi e delle suggestioni che sono uniche. Poi scopriamo che il nostro amico non è un indigeno autoctono, è nato a West Orange nel New Jersey 61 anni fa, ma è comunque cittadino onorario in quanto è residente nella Crescent City dal lontano 1990 e lì ha proprio vissuto gran parte della sua vita e della sua carriera, a parte la fase iniziale quando facendo la  gavetta in giro per gli Stati Uniti, suonava da supporto a gente come Robert Lockwood, Jr., David “Honeyboy” Edwards e Jimmy Rogers. In seguito al suo trasferimento a Nola ha imparato anche a suonare la fisarmonica, ispirato da Clifton Chenier: tutte queste influenze sono quindi confluite nei suoi album, che anche se risultano poco conosciuti a causa della scarsa reperibilità, sono già la bellezza di 12, compresi un paio di Live Al Jazz Fest e questo nuovo Hopeland, uscito qualche mese or sono (quasi un anno per la verità), ma assolutamente meritevole di essere portato alla vostra attenzione in quanto è probabilmente il migliore della sua discografia.

Alcuni sono stati pubblicato come Jumpin’ Johnny Sansone e così lo conosceva chi scrive (e mi pare di avere recensito qualcosa sul Buscadero diversi anni fa), ma molti, quasi tutti quelli editi dalla Short Stack Records, portano semplicemente il suo nome. Quelli degli anni dal 2007 in avanti sono tutti molto interessanti perché, oltre ad alcune leggende locali come Stanton Moore, Ivan Neville, Monk Boudreaux e Henry Gray, vi appare quasi sempre un altro “oriundo” di New Orleans, il bravissimo Anders Osborne, che ha prodotto anche il nuovo disco, registrato agli studi Dauphin Street Sound di Mobile, Alabama, altra località storica, dove opera come ingegnere del suono la plurivincitrice di Grammy Trina Shoemaker, e dove lo aspettavano per registrare questo album anche Luther e Cody Dickinson dei North Mississippi Allstars, e in un brano anche Jon Cleary. Da tutti i nomi sciorinati (che contano sempre, non fatevi ingannare da chi dice il contrario) si evince che Hopeland è un signor album che, partendo dal blues canonico, tocca ovviamente anche le sonorità tipiche della Louisiana, con un suono sapido, pimpante, molto variegato: come dice lo stesso Johnny nel testo di Delta Coating “They call it the blues, they call it country, they call it rock ’n’ roll. It’s all just soul with a ‘Delta coating’”, che mi pare perfetto.

L’album, in tutto 8 brani, dura solo 35 minuti, ma non c’è un secondo di musica sprecato: dalla vorticosa Derelict Junction, dove la voce potente di Sansone e la sua armonica scintillante, unite al gruppo portentoso che lo accompagna, ci regala un blues elettrico dal suono classico e vibrante, con Dickinson e Osborne che iniziano a mulinare le chitarre, l’appena citata Delta Coating ci porta sulle ali di un train time raffinato in un viaggio dal country e soul di Memphis a quello di New Orleans, con la slide di Cody Dickinson che comincia a disegnare le sue traiettorie raffinate, poi portate alla perfezione nella splendida Hopeland, una ballata di grande intensità e spessore, che mi ha ricordato la celebre Across The Borderline di Ry Cooder (firmata, insieme a John Hiatt, anche dal babbo di Luther e Cody, Jim Dickinson, e quindi il cerchio si chiude), eccellente nuovamente il lavoro della slide di Cody e del piano di Cleary, oltre a Sansone che rilascia una prestazione vocale da brividi, siamo sui livelli del miglior Ry anni ’70-’80, come spesso succede in questo album. Plywood Floor, tra blues e R&R è un’altra iniezione di energia, con la band che tira alla grande a tutto riff, sempre con bottleneck in agguato e Osborne che risponde, come pure in Johnny Longshot, dal drive quasi stonesiano, di nuovo con Dickinson che sfodera il suo miglior timbro alla Mick Taylor o alla Cooder.

Con Can’t Get There From Here che aumenta ulteriormente il ritmo a tempo di boogie, prima di lanciarsi nel classico Chicago Sound alla Howlin’ Wolf della gagliarda One Star Joint, dove chitarre ed armonica si sfidano di nuovo a colpi di blues sanguigno e vibrante. La conclusione è affidata ad una classica ballata tipica del New Orleans sound, con uso di accordion, di cui Sansone è virtuoso come dell’armonica, e con una melodia che ricorda moltissimo quella di Save The Last Dance For Me, con l’ennesima prestazione eccellente di Dickinson alla slide, inutile dire che il risultato finale è affascinante, finezza e classe fuse insieme, come in tutto l’album.

Bruno Conti

Meno Peggio Del Previsto, Anzi! Eric Church – Desperate Man

eric church desperate man

Eric Church – Desperate Man – EMI Nashville CD

Eric Church non è di certo il mio countryman preferito, anzi non si avvicina neppure alle zone di medio-alta classifica, ma devo riconoscere che nel variegato panorama musicale americano ha saputo, fin dal suo debutto Sinners Like Me del 2006, ritagliarsi una fetta piuttosto grossa di popolarità, il tutto senza ricorrere a sonorità becere come fanno ad esempio Keith Urban e Jason Aldean. Certo, la sua musica non arriverà forse mai a livelli per i quali noi del Blog ci strapperemmo i capelli (almeno chi li ha ancora), ma se non altro i suoi CD si lasciano ascoltare senza far venire voglia di spegnere il lettore dopo tre canzoni https://discoclub.myblog.it/2017/07/21/lui-non-mi-fa-impazzire-ma-stavolta-non-e-malaccio-eric-church-mr-misunderstood-on-the-rocks/ . Desperate Man, il suo nuovo lavoro (il sesto in assoluto), conferma la tendenza di Eric di fare musica abbastanza gradevole, pur mantenendo un’aura di commercialità che lo allontana non poco dagli appassionati di vero country: d’altronde il suo produttore è Jay Joyce, molto noto a Nashville, uno che sa anche produrre artisti di qualità (Emmylou Harris, The Wallflowers, Brandy Clark, Patty Griffin), ma spesso ha la mano pesante e non va tanto per il sottile.

Comunque Church è un uomo del Sud (e nato infatti in North Carolina) nonché un amante del movimento Outlaw degli anni settanta, e quindi la sua musica ha una decisa componente rock, poco presente peraltro in Desperate Man: infatti questa ultima fatica di Eric si rivela essere un disco composto prevalentemente da ballate, anche se lo zucchero stratificato tipico di Nashville è fortunatamente tenuto a bada, e la durata limitata dell’album, 36 minuti, evita che la noia possa affiorare. Il CD in realtà si apre con Tha Snake, un brano di pura swamp music: un lungo arpeggio di chitarra acustica introduce la canzone, poi dopo un minuto il ritmo sale e ci troviamo immersi in un’atmosfera tesa ed inquietante, con un suono paludoso, cupo e profondamente annerito, chiaramente ispirato da uno come Tony Joe White. Un pezzo niente male. Hangin’ Around è molto meno scura, ma è anche la meno riuscita del disco: ritmica scattante e nervosa, una chitarrina funkeggiante ed uno stile un po’ confuso (ma non esattamente country), ed Eric che canta con una strana voce stridula, un deciso downgrade rispetto al brano iniziale; Heart Like A Wheel è una ballata elettrica dal sapore southern soul, abbastanza riuscita sia per il refrain che per l’uso delle voci femminili, anche se la sezione ritmica sembra faticare non poco a “trovare” la canzone.

Anche Some Of It è uno slow, più nello stile country-pop del nostro, ma è suonato con gli strumenti giusti e non sfigura, così come la tenue e gentile Monsters, che non è originalissima ma se non altro ha una buona melodia di fondo e si lascia ascoltare con piacere, mentre con Hippie Radio restiamo in tema di ballate, per un brano elettroacustico prodotto in maniera intelligente, ben suonato e con Church che canta con misura. Higher Wire ha ancora il passo lento ma è più rock, anche se Eric le costruisce intorno un arrangiamento discutibile, meglio la title track (scritta con Ray Wylie Hubbard), che sembra ispirata dai Rolling Stones, con le dovute proporzioni ovviamente, e ha un tiro discreto (peccato per il coretto idiota); Solid, che invece è composta insieme ad Anders Osborne, è uno slow disteso e con un bell’intro di chitarra quasi pinkfloydiano (!), ma poi il brano cambia registro quasi subito per diventare un country-rock ancora con diversi debiti verso il sound della Louisiana. Il CD si chiude con Jukebox And A Bar, gradevole country ballad (forse la più country del disco), e con Drowning Man, solido pezzo elettrico di nuovo con agganci al suono del Sud.

Un album di livello più che accettabile questo di Eric Church, non scevro da imperfezioni ed al quale un po’ più di brio avrebbe sicuramente giovato, ma di certo non quella ciofeca che sarebbe stato legittimo paventare.

Marco Verdi

Un’Altra Produzione Di Tab Benoit, Dell’Onesto E Solido Rock-Blues. Eric McFadden – Pain By Numbers

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Eric McFadden – Pain By Numbers – Whiskey Bayou Records

Intrigato dal bellissimo album di Damon Fowler, prodotto da Tab Benoit per la propria etichetta Whiskey Bayou Records https://discoclub.myblog.it/2018/11/13/uno-dei-dischi-rock-blues-piu-belli-dellanno-damon-fowler-the-whiskey-bayou-session/ , mi sono andato a vedere il piccolo catalogo della etichetta di New Orleans, e tra i 5 nomi sotto contratto (forse) uno di quelli che mi ha incuriosito più era il nominativo di Eric McFadden, cantante e chitarrista di colore con una cospicua carriera discografica alle spalle ( e anche in ulteriore sviluppo, visto che in questo periodo ha pubblicato per una etichetta francese anche un piacevole e raffinato tributo acustico agli AC/DC https://www.youtube.com/watch?v=VTa0Aq2qrLo ), del quale mi pareva di avere recensito qualcosa in passato per il Buscadero. Lo stile dei dischi precedenti, al di là di qualche disco acustico, di solito è un alternative rock abbastanza tirato con elementi blues e jam, in virtù di sue collaborazioni varie con musicisti del giro Fishbone, Widespread Panic, Mars Volta, Cake, ma anche collaborazioni passate con George Clinton e con Eric Burdon, oltre a diversi tour con Anders Osborne, il musicista svedese che è una delle glorie della attuale New Orleans.

Quindi forse è sembrato quasi inevitabile che McFadden unisse le forze con Tab Benoit, altro cittadino di New Orleans. per registrare un disco rock-blues e a tratti anche roots oriented, benché sempre con venature rock molto energiche, per quanto sempre di buona qualità e perciò con un sound abbastanza differente da quello di Fowler. Ovviamente negli orientamenti sonori di Eric c’è anche una buona dose di funky, una passione per il rock hendrixiano e il blues “sporco”, ma nell’insieme, anche grazie al lavoro di produzione di Benoit, che suona pure l’organo in tutto il disco, il risultato è piacevole: poi il resto lo fa un power trio poderoso, dove il bassista Doug Wimbish, giro Living Colour, ma uno che ha suonato dal rap al funk al metal con chiunque, e il batterista Terence Higgins della Dirty Dozen Brass Band, come pure in azione con Ani DiFranco e Warren Haynes, sono una sezione ritmica versatile in grado di spaziare in generi diversi.  Le canzoni sono firmate tutte dallo stesso McFadden, con qualche aiuto qui e là, e vanno dal rock-blues roccioso e cattivo dell’iniziale While You Was Gone, dal ritmo cadenzato e con le folate della solista ingrifata di Eric, che potrebbero rimandare ad un altro rocker “colored” come Eric Gales, passando per il roots-rock raffinato di Love Come Rescue Me, dove grazie all’organo “scivolato” di Benoit, gli elementi di soul e Americana music sono più evidenti e la chitarra lavora di fino. In The Girl Has Changed il trio torna a picchiare di gusto a tutto riff, dopo l’interlocutoria Long Gone, mentre la lunga Skeleton Key è un altro hard blues massiccio di quelli hendrixiani, con la chitarra in overdrive e interscambi infuocati con il basso di Wimbish.

I Never Listened To Good è un’oasi gentile con l’acustica arpeggiata di McFadden che racconta di rimpianti e lezioni imparate duramente, a tempo di folk-blues; So Hard To Leave è il classico slow torrido che non può mancare in un disco prodotto da Benoit, che con il suo organo sostiene anche le evoluzioni vibranti della solista del nostro amico https://www.youtube.com/watch?v=fymsqwRrOxU . If I Die Today è un boogie-rock sudista spinto a tutta velocità dalle parti di ZZ Top, di Johnny Winter o dei Supersonic Blues Machine di Lance Lopez, altro chitarrista che predilige il blues-rock duro e cattivo, Fool Your Heart è un rock più leggero ed orecchiabile, quasi radiofonico, ma comunque di buona fattura. The Jesus Gonna See You Naked è un altro pezzo rock con qualche elemento gospel,  su una scorza sempre dura benché con qualche apertura più melodica, con la successiva Don’t Wanna Live, una vorticosa cavalcata  che potrebbe ricordare il Ben Harper o l’Anders Osborne più rock, anche dalle parti dei North Mississippi Allstars e con la chitarra in vena di numeri solistici non indifferenti, mentre la ritmica lavora in modo turbolento https://www.youtube.com/watch?v=aSxEbr8zzlM . In chiusura Cactus Juice, un pezzo strumentale in simil flamenco di impronta elettroacustica, che se non c’entra un tubo con tutto il resto conferma le notevoli doti di virtuoso della chitarra di Eric McFadden, in ricordo dei suoi anni passati in Spagna a studiare la materia. Nel complesso comunque un buon album, se amate il genere,

Bruno Conti

Non Sempre Si Debbono Soffrire Le Pene D’Amor Perduto, Ma Se Il Risultato E’ Questo… Luke Winslow-King – I’m Glad Trouble Don’t Last Always

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Luke Winslow-King – I’m Glad Trouble Don’t Last Always – Bloodshot Records/Ird

La tradizione dei cosiddetti “divorce album” ha ormai una lunga lista di dischi che vertono sulle pene d’amore di coppie che giungono al capolinea delle loro storie: i più fini poi la suddividono ulteriormente tra le “semplici” rotture e separazioni e i divorzi veri e propri. Alcuni esempi eclatanti, andando indietro nel tempo, ci parlano di dischi come D-I-V-O-R-C-E di Tammy Wynette e Memories Of Us di George Jones, usciti a distanza di parecchi anni uno dall’altro, in tempi più recente Rosanne Cash con Interiors e The Wheel e la “risposta” di Rodney Crowell con Life Is Messy. L’album più celebre ed importante (non a caso uno dei suoi più belli) è Blood On The Tracks di Bob Dylan, ma anche Here My Dear di Marvin Gaye, i cui proventi sarebbero dovuti andare alla ex moglie Anna Gordy, Tunnel Of Love di Springsteen, Blood And Chocolate di Costello, nella categoria dei break-up album, addirittura incrociati, con più coppie coinvolte, Rumours dei Fleetwood Mac. E quello più eclatante, in quanto inciso e portato in giro in tour quando erano ancora insieme, lo splendido Shoot Out The Lights di Richard e Linda Thompson. Ce ne sono molti altri, insieme anche a singole canzoni, ma era per rendere il concetto: come ci ha insegnato anche il blues l’artista deve soffrire per arricchire la sua ispirazione.

L’ultimo in ordine di tempo è Luke Winslow-King con questo I’m Glad Trouble Don’t Last Always (titolo quanto mai esplicativo) che narra in queste canzoni della sua separazione, e conseguente divorzio, verso la fine del 2015, con la compagna Esther Rose, che era, ad aggravare la situazione, anche stretta collaboratrice a livello musicale. Il musicista di Cadillac nel Michigan, ma da lunghi anni residente in quel di New Orleans, spesso collegato a quel cosiddetto movimento di neo-tradizionalisti (che poi non esiste) a cui vengono ascritti anche Pokey LaLarge, Meschiya Lake, gli Old Crow Medicine Show, i Carolina Chocolate Drops, ma, ripeto, un filone non mi pare ci sia e questi musicisti sono accomunati solo dal fatto che amano molto le sonorità e gli stili del passato cercando di modernizzarli, ma rimanendo all’interno della tradizione. Winslow-King ha già registrato quattro album (questo è il quinto), gli ultimi due, molto belli, per la Bloodshot, accolti con ottime recensioni, anche sul Buscadero, e che man mano spostano l’asse del sound verso un suono più elettrico. In effetti, al primo ascolto, ma anche a quelli successivi, mi sono chiesto: chi è stato a togliermi il CD dal lettore e infilarne uno di Ry Cooder degli anni ’70? Ma poi non avendo il dischetto (lo stavo ascoltando in streaming) mi sono detto, non può essere lui, la voce in effetti è diversa, ma il sound, l’approccio e anche la qualità è quella dei dischi dell’artista californiano. Entrambi sono virtuosi della slide, Winslow-King soprattutto all’acustica con il corpo di acciaio ma se la cava egregiamente pure all’elettrica, e quando non ci arriva lui c’è un fantastico musicista italiano, ebbene sì, Roberto Luti,  livornese trapiantato a New Orleans (la cui storia meriterebbe un capitolo a parte, fino alla sua “deportazione” dagli Stati Uniti, sarebbe espulsione), considerato una piccola leggenda dagli artisti locali, chiamato “il maestro Italian” della slide, che suona nel disco, insieme agli ottimi Benji Bohannon, batterista, al bassista Brennan Andes, e al tastierista Mike Lynch, tutti tesi alla creazione di quello che risulta essere un piccolo gioiellino, questo I’m Glad Trouble Don’t Last Always, album eclettico e di notevole spessore.

Luke Winslow-King non ha una voce straordinaria (neppure Ry l’aveva) ma molto espressiva, scrive belle storie che diventano splendide canzoni sulla sua recente vicenda: dall’iniziale On My Way, che anche se posta all’inizio, è un brano che racconta della conclusione della vicenda amorosa, “I’m on my way/ Across the golden valley”,  a tempo di gospel-rock, con un grandioso lavoro della slide e della band al completo, un brano sereno ed avvolgente, mentre la successiva title-track è una sorta di furiosa rilettura “bianca” della Voodoo Chile Hendrixiana, un brano che risente anche dell’influenza dei brani di Anders Osborne, altro “oriundo” trapiantato a New Orleans, che Luke conosce ed ammira, con una selvaggia chiusura a tempo di rock-blues dove Luti e Winslow-King scatenano le loro slide, per un finale sulfureo, bellissima, se mai Jimi si fosse dato con impegno al bottleneck style, e pure con un testo amaro: “When I had you/ I thought that you’d always be true/ Now look here, pretty baby/ Look what you made me do.”.

Change Your Mind è un bel mid-tempo arioso con uso di armonica, quasi pettyano nel suo sviluppo, un disperato grido di amore e sofferenza come la successiva Heartsick Blues, un folk blues rurale con il violino di Matt Rhody aggiunto, che nel testo cita pezzi di autori celebri “She’s singing ‘Please Release Me’ ( Ray Price), and ‘I’m So Lonesome I Could Cry’ [Hank Williams]/ It’s thinking about her ‘Cold, Cold Heart (ancora Hank)/ That makes me want to die”, e diventa addirittura personale in Esther Please, una disperata richiesta all’amata a tempo di blues, sempre con slide in azione.

Ma anche rassegnata in Watch Me Go, altro brano bellissimo, una sorta di Memphis sound meets The Band, ballata sopraffina. O indignato come in Act Like You Love Me, una sorta di R&R bluesato, furioso e scatenato, quasi incazzato. Louisiana Blues si aggiunge alla lunga lista di canzoni sullo stato al Sud degli States, un poderoso rock-blues, tra Little Feat e Radiators, con la slide sinistra e sinuosa di Winslow-King (o è Luti? O tutti e due)  che ci dà dentro alla grande, manco ci fosse Ry Cooder o Lowell George. A concludere la vicenda arriva No More Crying Today, una sorta di accettazione della fine della storia, altra splendida ballata avvolgente che conclude su una nota lieta, la slide raddoppiata, questa volta sognante e incalzante; un disco veramente bello, che conferma il talento di questo musicista a cui auguriamo di non dover soffrire in futuro di nuovo per fare un altro album così bello!

Bruno Conti

Nuove Avventure “Underground” Per Lo Svedese Di New Orleans! Anders Osborne – Spacedust And Oceans Views

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Anders Osborne –  Spacedust And Oceans Views – Back On Dumaine Records

Lo svedese di New Orleans, Anders Osborne, un “cliente” abituale del blog, continua imperterrito a sfornate nuovi album: dopo lo splendido trittico (più un EP) pubblicato per la Alligator http://discoclub.myblog.it/2012/04/27/uno-svedese-di-new-orleans-a-los-angeles-anders-osborne-blac/ , culminato con l’ottimo Peace, non si è visto rinnovare il contratto dall’etichetta di Chicago, forse non era piaciuta la simpatica copertina con la bambina che mostrava l’indice?  Sta di fatto che il chitarrista e cantante ha continuato a produrre musica a livello indipendente, autofinanziandosi attraverso Pledge Music; lo scorso anno è uscito un album molto bello, a nome NMO, North Mississippi Osborne, insieme ai fratelli Dickinson, tra le cose migliori in assoluto pubblicate da entrambi, un disco dove il Ry Cooder degli anni ’70, incontrava il folk-rock-blues dei North Mississippi Allstars e la propensione di Osborne anche per la musica della Band, il sound New Orleans e altre sonorità seventies http://discoclub.myblog.it/2015/02/23/disco-bellissimo-peccato-esista-nmo-anders-osborne-north-mississippi-allstars-freedom-and-dreams/ . Purtroppo il disco all’inizio era solo per il download, poi disponibile anche sul sito di Anders, dove si può acquistare tuttora per un bel 20 $ più le spese di spedizione, insieme volendo a questo nuovo Spacedust And Oceans Views, stesso prezzo, li trovate eventualmente entrambi qui  https://squareup.com/store/anders-osborne-inc/.

Questa volta troviamo poche lancinanti cavalcate chitarristiche alla Crazy Horse, o taglienti rock-blues, ma un disco quasi pastorale, molto da cantautore, aspetto comunque sempre presente nelle opere del nostro ex barbutissimo amico (dalle ultime foto sembra l’abbia accorciata notevolmente): dalla delicata iniziale Pontchartrain, con una melodia circolare, leggere percussioni, un elegante e minimale giro di chitarra elettrica e Anders Osborne che ripete ad libitum “I am a burning man” su una melodia che ci ricorda alcune delle sue migliori canzoni più intimiste, passando per la quasi rassegnata Life Don’t Last That Long, un country-blues d’autore sereno che ricorda, come già successo in passato, certe cose minori di Jackson Browne, molto bella comunque.

Nel disco suonano ottimi musicisti, che non saprei collocare nei vari brani, in quanto nelle note non è riportato, comunque ricordo il batterista di New Orleans Johnny Vidacovich, Ivan Neville, Brady Blade, e altri meno noti come il tastierista John “Papa” Gros, il trombonista Mark McGraine, il violinista Stevie Blacke, che cura gli arrangiamenti di archi, peraltro suonati tutti sempre da lui e appare con il suo strumento nella lunga ballata Cape Cod, dove fa capolino anche una delicata steel guitar, in un brano che ricorda addirittura certe cose del miglior Van Morrison, solenne e splendida. Come molto bella è pure la precedente Lafayette, una canzone dove sembra di ascoltare la Band con alla guida e alla voce Levon Helm https://www.youtube.com/watch?v=U9bqEXv6TyQ , e il nostro che alla chitarra, con slide e wah-wah, aggiunge pepe all’arrangiamento. Qui e là si appalesa anche una voce femminile che non ho riconosciuto, ma è assai efficace nel suo supporto canterino; Wind è più ondulata e moderatamente funky, con agganci alla produzione precedente di Osborne, sempre quel cantato piano alla Browne, su una base ritmica mossa e vivace, tra chitarre, voci di supporto e tastiere sullo sfondo.

Molto bella anchee All There Is To Know, altra ballata leggermente mossa e malinconica, come pure Can You Still Hear Me, un bel blues lento caratterizzato da uno dei rari lancinanti solo della chitarra di Anders Osborne, con Move To Mississippi che accentua questo afflato chitarristico ed è uno dei brani che più si avvicina al suono dei dischi rilasciati per la Alligator, quando nella parte centrale titilla la solista con le sue tipiche sonorità acide c’è veramente da goderne. L’elettroacustica Burning Up Slowly ci riporta alla calma e alla serenità dei brani iniziali, altro notevole esempio delle capacità compositive e vocali di questo bravissimo autore e cantante, come pure la leggermente jazzata Tchoupitoulas Street Parade, dedicata ad una località della sua amata New Orleans, con i fiati che la circondano in un caldo abbraccio ed un approccio principalmente strumentale. Big Talk ci mostra entrambe le facce della musica di Osborne, quella più tirata e selvaggia della prima parte e quella sognante e morbida del resto della canzone. A concludere il tutto una “strana” From Space, che sfiora la psichedelia pura nelle parti di chitarra del nostro amico e si avvale anche di inserti recitati in cui appare tra le altre la voce di Rickie Lee Jones (difficile non riconoscerla), quasi free form music che chiude in modo bizzarro un disco per il resto molto piacevole ed accattivante, che conferma la classe di questo signore che quando leggerete questa recensione https://www.youtube.com/watch?v=k-YEhzr3tTU , il 4 maggio scorso, avrà varcato anche lui la soglia dei 50 anni.

Bruno Conti